venerdì 29 novembre 2013

Noi, i sopravvissuti dell’Aids così abbiamo fermato il virus

D
IMOSTRÒ così all’Italia
terrorizzata (e razzista)
che l’Hiv non si trasmet-teva né con la saliva, né tanto-meno con una stretta di mano.
Oggi a 47 anni, sieropositiva
da quando ne aveva 18, Rosaria
Iardino è diventata mamma di
una bellissima bambina di no-me Anita, ed è insieme ad altri
centocinquantamila italiani,
una “long survivor”, una soprav-vissuta. Convive cioè da decenni
con la malattia tenendo sotto
controllo il virus, grazie ad un
cocktail di farmaci che hanno
cambiato per sempre il destino
delle persone sieropositive.
Espulsa a 22 anni dal ristorante
dove lavorava come maitre a
causa della sua malattia, Rosaria
Iardino, oggi consigliere comu-nale del Pd a Milano, ha spesso
raccontato quanto fossero forti
le discriminazioni negli anni in
cui l’Aids veniva considerato la
“peste bianca”, che si diffonde-va attraverso sangue e rapporti
sessuali.
«Nel 1986 i medici mi dissero
che sarei morta entro un anno...
Invece ero forte, e ce l’ho fatta a
sopravvivere fino a quando nel
1996 sono arrivati gli antiretro-virali, farmaci che hanno cam-biato l’esistenza di tutti noi. Og-gi se ti curi puoi guardare al di là
della malattia, lavorare, fare
progetti. Sono diventata insie-me alla mia compagna mamma
di Anita, la gravidanza l’ha fatta
lei, io ero un po’ troppo grande...
Certo non è facile dipendere dai
farmaci, il fegato si affatica, ma
l’alternativa è ammalarsi. E a me
la vita piace. Ma il vero problema
oggi è che di Aids non si parla
più». Rosaria, Margherita, Pao-lo, Alessandro. Come soldati
scampati ad una guerra dove sul
campo sono rimasti amici, com-pagni, mogli, fidanzati, oggi so-no loro, i survivors, a fare infor-mazione nelle scuole, nelle car-ceri.
Il paradosso della sopravvi-venza è proprio questo. Alla vigi-lia della giornata mondiale con-tro l’Aids, in Italia si contano
quattromila nuove infezioni
l’anno, una speranza di vita
sempre più lunga, ma anche un
muro di silenzio che ormai cir-conda l’Hiv. «Questo silenzio —
aggiunge Stefano Vella, infetti-vologo, uno dei più importanti
esperti di Aids del nostro paese
— sta portando a conseguenze
gravi. Il serbatoio del contagio
non diminuisce, aumenta il nu-mero dei sieropositivi, i giovani
ignorano il preservativo, nessu-no fa più il test. Chi contrae il vi-rus scopre la propria condizione
dopo anni, con il rischio di aver
infettato chissà quante altre per-sone. Di Aids non si muore qua-si più, è ormai una malattia cro-nica, ma è una malattia globale,
il maggior centro di contagio,
Africa a parte, è nei paesi dell’E-st, nel cuore dell’Europa, alle
porte dell’Italia. Non possiamo
abbassare la guardia».
Paolo P. ha 60 anni, di cui tren-ta vissuti da sieropositivo. Ma
anche due figli, una moglie, un
lavoro e una storia simile ad una
resurrezione. E c’è l’avventura
di una generazione nel suo rac-conto, che parte dall’incontro
con l’eroina, e passa per un viag-gio a Londra in una comunità
per disintossicarsi, dove Paolo
finisce all’ospedale per un her-pes e scopre, invece, di avere
l’Hiv. «Era il 1984, mi diedero un
foglietto e sopra c’era scritto pa-ziente con Aids, sei mesi di vita...
In quel momento ho chiuso con
la droga, a volte penso che sia
stato proprio l’Hiv ad avermi sal-vato la vita». Paolo torna a Mes-sina ed inizia a curarsi ma è una
stagione di lutti ciò che l’atten-de. «Uno dopo l’altro i miei ami-ci muoiono tutti, nel 1992 di-strutta dall’Aids se ne va anche
mia moglie. Resto solo, ancora
sano, e con un figlio di 12 anni.
Un cimitero intorno a me, ma
dovevo vivere a tutti i costi. Sco-pro di avere una carica virale
molto bassa, tengo duro fino a
quando gli antiretrovirali rivolu-zionano la mia vita». Ma la cosa
più bella è che Paolo incontra di
nuovo l’amore, lei sieronegativa
lo sposa, e Paolo diventa padre
per la seconda volta, attraverso il
lavaggio dello sperma e la fecon-dazione assistita. «Il Capodanno
del Duemila per noi sieropositi-vi era l’alba che non avremmo
visto mai. Invece sono qui».
Era il 1989 quando il ministe-ro della Sanità lanciò la martel-lante campagna “Aids, se lo co-nosci lo eviti, se lo conosci non ti
uccide”. Poi il silenzio. Ferdi-nando Aiuti, infettivologo e im-munologo è la memoria storica
della lotta all’Aids in Italia. «Era-no anni tremendi. Morivano
tutti. Il primo paziente infetto
arrivò nel mio istituto nel 1983.
Eravamo in trincea. C’era uno
spaventoso stigma sociale: i sie-ropositivi facevano paura, per
questo baciai Rosaria. I dentisti
si rifiutavano di curarli, i colleghi
medici pretendevano camere
operatorie separate, la gente li-cenziata, i bambini espulsi dalle
scuole. La cosa più dura era ve-der morire i bambini. Se pensia-mo che oggi di neonati positivi
non ne nascono più, che ho pa-zienti in vita infettati addirittura
nell’87, è evidente la rivoluzione
portata dai farmaci. Ma soprav-vivere non vuol dire che abbia-mo vinto. Si deve tornare al test
di massa, soltanto così fermere-mo il virus». Margherita Errico,
napoletana, ha 35 anni, è presi-dente di “Nps” Italia, il network
di persone sieropositive. Aveva
15 anni quando viene contagia-ta dal suo fidanzato. «Un’estate,
nel ‘93. Lui era uscito dalla co-munità, era un soggetto a ri-schio, ma io ero innamorata. Sì,
usavamo il preservativo, ma la
mia famiglia non approvava
quella relazione, ci nascondeva-mo, e deve essere accaduto così,
per un errore, una leggerezza». È
ancora una ragazzina del liceo
Margherita quando si accorge di
essere ammalata: febbri, linfo-nodi, il test non lascia dubbi. Il
mondo che ti crolla addosso. Di
nascosto, «i miei genitori sareb-bero stati capaci di ammazzarlo
il mio ex», inizia a curarsi, otte-nendo dai medici che la seguono
la garanzia di non coinvolgere i
genitori. «Mi sono laureata, so-no diventata interprete, ho avu-to amori e relazioni, e sono salva
grazie ai farmaci. Oggi mi occu-po del network e di fare informa-zione. I giovani dell’Aids n

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