sabato 9 novembre 2013

Torturaticonlescaricheelettriche» Minacceestupriprimadelnaufragio Arrestatoilpredatoredimigranticheharischiatoillinciaggio

ALERMO —A ventiquattro anni
d’età, il somalo Elmi Mouhamud Muhidin
faceva il predatore di migranti. Lui e il suo
gruppo criminale, che ha ramificazioni
dalla Libia al cuore dell’Africa, hanno se-questratoduevolteidisperatichedall’Eri-trea cercavano futuro in Europa, naufra-gati nella strage di Lampedusa di un mese
fa; rapiti in Sudan durante la traversata
verso la costa e poi segregati in Libia, fino
alla partenza per l’Italia. In entrambi i casi
i profughi hanno dovuto pagare, attraver-so i parenti all’estero: 3.300 dollari la pri-ma volta, 1.600 la seconda.
I superstiti non hanno dimenticato il
volto di Muhidin. Qualcuno se l’era stam-pato nella mente quando lo vedeva tortu-rate gli uomini e violentare le donne: «Ho
pregato Dio giorno e notte affinché mi fa-cesse rincontrare in vita questo soggetto
per fargliela pagare» ha confessato agli in-vestigatori Alay Bahta, trentacinque anni,
uno degli scampati alla strage, oggi testi-mone d’accusa. E l’avrebbe linciato volen-tieri, insieme agli altri ospiti del centro di
accoglienza di Lampedusa, se i poliziotti
non gliel’avessero tolto dalle mani. Il so-malo aveva le chiavi della casa in cui i mi-granti furono rinchiusi dopo essere stati
rapiti nel deserto, al confine tra Sudan e
Libia, in attesa del pagamento del primo
riscatto. «Era lui che contattava personal-mente i nostri familiari — ha raccontato
Bahta — e che, armato di pistola, ci ha mi-nacciato più volte facendoci colpire con
dei manganelli; un giorno dopo averci ba-gnati con dei secchi d’acqua e allagato il
pavimento hanno preso dei fili elettrici e
dopo averli appoggiati a terra ci hanno
fatto prendere una scarica elettrica... Ci
prendevano in giro e ridendo ci dicevano
che se morivamo loro erano contenti per-ché noi eravamo solo dei cristiani, esseri
inferiori a loro musulmani».
Secondo le testimonianze raccolte dai
poliziotti delle squadre mobili di Agrigen-to e Palermo, insieme a quelli del Servizio
centrale operativo, tutte le donne sono
state stuprate. «Quelle del nostro gruppo
hanno subito violenze sessuali, tra le quali
anche mia sorella — aggiunge Bahta —;
tra gli autori di tali violenze vi era anche il
soggetto somalo di cui ho riferito». Sua
sorella è morta nella strage, qualcun’altra
è scampata e ha potuto raccontare l’infer-no vissuto nelle mani dei contrabbandieri
di profughi. Fanos Okba ha compiuto 18
anni il 1° gennaio scorso, a ottobre s’era
messa in viaggio dall’Eritrea quando è in-cappatanellabandaguidatadal«somalo»,
poi riconosciuto in Elmi Muhidin: «Sono
stata oggetto di sequestro e di violenza
sessuale da parte di quest’uomo che era a
capo di altri somali... Una sera dopo essere
stata allontanata dal mio gruppo sono sta-ta costretta con la forza dal somalo e due
suoi uomini ad andare fuori. Dopo avermi
buttata a terra e bloccata alle braccia ed al-la bocca mi hanno buttato in testa della
benzina provocandomi un forte bruciore
al cuoio capelluto, alla pelle del viso ed in-fine agli occhi. Non contenti, i tre a turno
hanno abusato di me...Tutte le venti ra-gazze che sono state sequestrate sono sta-te oggetto di violenza sessuale». Tra loro
Wegahta Kiflay, poi vittima della strage;
suo fratello Merhawi s’è salvato e adesso
accusa Muhidin. «Per me e mia sorella
hanno ricevuto da mio padre 6.600 dolla-ri» dice , per lasciare la prigione in Sudan,
più 3.200 per essere imbarcati verso la Si-cilia,tramite«mieiparentiinIsraele»con-tattati dai genitori.
«Ci hanno trattenuti fino a
quando i soldi venivano ac-creditati sui conti bancari su-danesi di Aman Express — ha
raccontato Natnael Haile, 25
anni — intestati a tale Sedik o
Mahdhi, che loro stessi forni-vano ai nostri familiari». Tra
gli oggetti sequestrati al pale-stinese Abdalmenem Hattour,
considerato un complice di Muhidin e ar-restato ieri insieme al somalo su ordine
della Procura di Palermo, oltre a tre telefo-nini, due passaporti e altrettante carte di
soggiornoc’eranopuredueschedebanca-rie della Aman Bank.
I testimoni hanno pure riferito che una
sera Muhidin e altri predatori hanno por-tato fuori dalla casa due ragazze, ma una
sola è rientrata. Si chiamava Sara. Ha rac-contato che mentre le violentavano lei e
l’amica hanno provato a fuggire, ma sono
state riprese; lei subito, l’altra un po’ più
avanti, e non è più tornata. «L’avranno uc-cisa» ha detto Sara agli altri profughi. Si
chiamava Youhana. Sara è morta al largo
di Lampedusa.
Tra torture e violenze, «l’unico a non
essere stato toccato è un bambino di circa
4 anni» ha dichiarato Tiamea Desta, venti-treenne scampato alle torture e al naufra-gio. Il bambino si chiamava Lameck ed era
stato stipato nel barcone, infilato a forza
tra un corpo e l’altro, come gli altri mino-renni, «perché occupassero il minimo in-gombro, affinché potesse salire il maggior
numero di persone possibile».
Lameck è una delle 336 vittime di Lam-pedusa.
Giovanni Bianc

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