sabato 9 novembre 2013

ILTABÙ(EL’OFFESA)DELLALETTERAALL’IMPERATORE

Si era inchinato quasi a novanta
gradi il senatore Taro Yamamoto,
quando la settimana scorsa aveva
voluto consegnare all’imperatore
Akihito una lettera. Ma il gesto ha
creato in Giappone uno scandalo
protocollare, culturale, politica e
costituzionale. Yamamoto, 38 an-ni, attore tv entrato come indipen-dente nella Camera alta del parla-mento, è un attivista anti-nuclea-re e con la lettera pensava di sensi-bilizzare il sovrano sui rischi del
dopo Fukushima. La gestione del-l’incidente e il futuro delle centrali
nucleari sono un argomento ro-vente a Tokyo.
Il giovane senatore però non ha
trovato simpatia tra i giapponesi.
Ha rotto un tabù: mettere in mano
una lettera all’imperatore è consi-derato non solo maleducato, inap-propriato, ma anche empio, sacri-lego. Yamamoto è stato censurato
dalla Dieta (il parlamento) e ban-dito da ogni cerimonia al cospetto
di sua maestà. Le parole del richia-mo sono un marchio d’infamia:
«D’ora in poi tenga sempre in
mente che è un parlamentare e si
astenga da atti come questo che
sporcano il nome della Dieta».
D’accordo nella condanna sia il
partito del premier Shinzo Abe sia
l’opposizione. Una grande intesa
in nome dell’etichetta e della non
strumentalizzazione dell’impera-tore.
Generazioni di giapponesi han-no creduto che i sovrani fossero
divini. Ora, tenendo conto che chi
siede sul Trono del Crisantemo
non è più un semidio, da quando
Hirohito dopo la Seconda guerra
mondiale dovette rinunciare a
quella prerogativa, lo sdegno po-trebbe sembrare esagerato. Ma la
colpa dell’attore diventato senato-re, oltre che di protocollo, è pro-prio questa: ha cercato una spon-da politica da Akihito che oggi è
«il simbolo dello Stato e dell’unità
del popolo». E comunque, c’è
consenso sulla sua maleducazio-ne.
Però, la scorsa primavera l’inac-cessibile Akihito era presente al
fianco di Abe quando il premier
aveva lanciato la giornata dell’or-goglio e della sovranità nazionale,
al triplice grido di Banzai. Un gesto
che ha fatto correre brividi in tutta
l’Asia. Tanto al di sopra delle parti,
in quel rigurgito di nazionalismo,
sua maestà non era stato

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