NAPOLI — Cristian ha telefonato a
casamercoledì,daquandoèincarce-re è solo la seconda volta. «Mamma
non piangere altrimenti perdiamo
tempo e già ne abbiamo poco», ha
detto scherzando alla madre, accor-gendosi che lei si stava commuoven-do. «Mio figlio è un ragazzo forte, si
preoccupa per noi come se quello in
difficoltà non fosse invece lui, chiuso
ingiustamentedaunmeseemezzoin
quel carcere russo», dice la signora
Raffaella. Pure lei e suo marito sono
forti. E fieri del loro ragazzo che è fi-nito in carcere perché «nella vita ha
scelto di fare e non di stare a guarda-re».
Cristian D’Alessandro è uno dei
trenta attivisti di Greenpeace accusa-ti di vandalismo e pirateria dalle au-torità russe per il tentativo di assalto
del 18 settembre scorso a una piatta-forma di Gazprom che sta facendo
trivellazioni nel Mare Artico. È l’uni-co italiano (napoletano), e come i
suoi compagni dovrà restare in cella
almeno fino al 24 novembre, quando
scadranno i due mesi di custodia
cautelare stabiliti dal tribunale di
Murmansk,lacittàsettentrionaledo-ve gli attivisti sono stati portati e in-carceratidopochelaGuardiacostiera
russa abbordò la loro nave rompi-ghiaccio, la Arctic Sunrise, seque-strandola nonostante fosse in acque
internazionali.
Dopo il 24 novembre nessuno può
al momento prevedere che cosa acca-drà. Cristian e gli altri potrebbero
tornare liberi, ma anche uscire e es-sereobbligatianonlasciarelaRussia,
oppure — l’ipotesi peggiore — ve-dersi prorogare la detenzione in car-cere. La mamma di Cristian lo sa:
«Quando questa storia è cominciata
non credevo che saremmo arrivati fi-no a questo punto, invece mi sono
dovuta ricredere. E non se ne vede
ancora la fine». Hanno molte paure,
la signora Raffaella e suo marito, ma
una in particolare: «Non vorrei che la
vicenda di mio figlio venisse dimen-ticata, che qui si facesse l’abitudine
all’idea che un italiano sia chiuso in
un carcere russo solo per aver parte-cipato a una azione di protesta am-bientalista. Li accusano di pirateria:
ma quali pirati? Si erano avvicinati
con il gommone, e che può fare un
gommone contro una piattaforma
petrolifera? Al massimo avrebbero
attaccato uno striscione, e tra l’altro
non ci sono nemmeno riusciti».
La mamma di Cristian non sa nulla
di come si sta muovendo la Farnesi-na. «Posso solo sperare che ci stiano
tenendoall’oscurodeipassicheladi-plomazia sta facendo, per una que-stionediriservatezzacheovviamente
capirei. Purché le trattative ci siano,
però. Io ho saputo dell’appello del
dottor Paolo Scaroni (l’amministra-tore delegato di Eni aveva invitato il
suoomologodiGazpromadichiarar-si favorevole alla scarcerazione dei
trenta dell’Arctic Sunrise, ndr) ma
pare che purtroppo sia caduto nel
vuoto. In ogni caso lo ringrazio, ha
fattoungestoimportante.Eringrazio
anche il nostro console che ha incon-trato due volte mio figlio e ci sta dan-do notizie rassicuranti, almeno sulla
sua situazione psicologica».
Anche Cristian è stato rassicuran-te, l’altro giorno al telefono: «Tran-quilli, mi sono organizzato, ora
aspettiamo il 24, poi vedremo». Sta
studiando il russo, da Greenpeace gli
hanno mandato un vocabolario, oltre
a tanti libri («ne legge anche due al
giorno, se sono piccoli», racconta la
mamma). Lui dà lezioni di inglese al
compagno di cella, e quello gli inse-gna il russo: «Così almeno riusciamo
a comunicare, altrimenti starei pro-prio zitto», ha raccontato ai genitori.
Gli altri ambientalisti arrestati li vede
solo al passeggio, e nemmeno sem-pre. «Fossero stati insieme si sareb-bero sentiti tutti meglio, avrebbero
avuto una valvola di sfogo», si ram-marica la signora Raffaella. Ma la leg-ge russa vieta contatti tra coimputati,
e quindi in carcere i trenta ambienta-listi sono stati tutti separati.
La questione più grave, però, ri-mane quella dell’accusa: pirateria e
vandalismo (ad alcuni è contestata
anche la resistenza alle autorità di
polizia, ma non è chiaro se tra questi
ci sia anche D’Alessandro) prevedo-no condanne pesanti, e la prima, si-curamente la più grave, sta ancora in
piedi, nonostante esperti di mezzo
mondo concordino che giuridica-mente è una totale forzatura. Angela
Merkel ha già telefonato a Putin chie-dendogli di intervenire perché sia ri-considerata l’accusa, e Greenpeace si
augura che presto faccia altrettanto il
presidente Letta. Mentre gli appelli si
moltiplicano: a Putin hanno scritto le
madri di Plaza de Mayo e undici pre-mi Nobel, tra i quali l’arcivescovo su-dafricano Desmond Tutu e la guatel-mateca Rigoberta Menchu. Il com-missario europeo Janez Potocnik si è
detto preoccupato per gli attivisti in
carcere e anche per le trivellazioni
nell’Artico. E per il 22 novembre è
prevista la sentenza del Tribunale in-ternazionale del mare sulla legittimi-tà del sequestro della Arctic Sunrise.
«Siamo ottimisti», dice la mamma di
Cristian. «E a quel punto, mi auguro
che la Russia, da nazione democrati-ca, rispetti la sentenza e insieme alla
nave rilasci anche l’equipaggio. Altri-menti che nazione democratica sa-rebbe, no?»
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