lunedì 25 novembre 2013

“Pechino è troppo inquinata” e l’ambasciatore Usa se ne va

IAMPAOLO VISETTI
PECHINO
S
mog e nostalgia. Otti-me ragioni per abban-donare una terra lonta-na. Non sufficienti
però, almeno non fino
ad oggi, se a porle sul piatto della
bilancia delle decisioni impegna-tive è il rappresentante diploma-tico della prima potenza del mon-do, inviato per controllare la cre-scita della seconda. Invece Gary
Locke, primo ambasciatore ame-ricano di origini cinesi ad essere
atterrato a Pechino, a sorpresa ha
annunciato al presidente Barack
Obama che con i primi mesi del
2014 considererà conclusa la sua
missione asiatica. Un addio anti-cipato, pur leggermente scortese,
non manca di precedenti. Il suo
predecessore, il repubblicano
Jon Huntsman, nella primavera
del 2011 fece rapidamente i baga-gli per correre alle primarie delle
presidenziali Usa. Casa Bianca:
«Ragioni di forza maggiore».
A far scoppiare il caso Locke,
non solo in Cina e negli States, in-tervengono invece ora “ragioni
personali” ufficiali e senza prece-denti, sul filo del bon ton diplo-matico: l’inquinamento record
che soffoca la capitale cinese, tale
da consigliare la fuga alla famiglia
dell’ambasciatore, innescando
la sua necessità di invocare il ri-congiungimento affettivo. È stata
proprio Mona Locke, moglie e di
Gary e madre dei loro tre figli, a
spiegare lo strappo. «I nostri
bambini – ha detto – devono po-ter uscire di casa e respirare senza
paura. E voglio che vadano in una
scuola pubblica, che si facciano
gli amici della vita, che imparino
a rispettare la comunità e ad aiu-tare gli altri». Nel nome di una vi-ta sostenibile, all’inizio dell’an-no, signora e bambini sono così
tornati a Seattle, dopo nemme-no due anni nella dorata prigio-ne pechinese, avvolta nei gas
tossici. Già allora, ha rivelato il
New York Times , la decisione era
presa: papà Gary li avrebbe se-guiti a ruota, nel segno della no-stalgia e di un amore famigliare
superiore alla ragion di Stato.
In Asia, come nel mondo sur-reale del business e dei maneggi
diplomatici, lo stupore è stato
grande. Scatenati gli analisti e il
popolo del web, uniti nel sospet-to che il cuore sia la ruota, non il
motore, dell’anticipato viaggio
di ritorno della stella dei demo-cratici, primo rappresentante
in Oriente di Barack Obama.
Domanda più comune sia a Pe-chino che a Washington: smog
e nostalgia, oppure attriti poli-tici e fallimenti commerciali?
«Un omogeneo impasto di mol-ti ingredienti», confida un alto
funzionario dell’ambasciata
Usa in Cina e i fatti degli ultimi
mesi lo confermano.
Gary Locke era arrivato nella
terra natale degli avi nell’agosto
del 2011. Ancora prima di mette-re piede a Pechino, per i cinesi
era già una star. Ex segretario
americano al commercio, due
volte governatore di Washing-ton, 63 anni, fu sorpreso in fila,
zaino in spalla e mano nella ma-no con la figlia, mentre attende-va il suo turno per un caffè in ae-roporto. Semplicità impensabi-le, per un funzionario del partito
comunista, antropologicamen-te incline alla “sindrome dell’im-peratore”. Locke poi ci mise su- bito del suo, fiondandosi a visita-re Taishan, il villaggio del Sud da
cui suo nonno prima e suo padre
poi erano emigrati per aprire una
bottega di alimentari a Washing-ton. «Un cinese in Cina», si spin-se a titolare il  Quotidiano del po-polo,e tutto lasciava presagire,
se non uno storico matrimonio
del promesso G2, quantomeno
un trionfo personale.
Il clima invece, alla vigilia del-la decennale successione alla
guida della Città Proibita, cam-biò all’improvviso. L’“amba-sciatore qualunque” che piace-va alla gente si è trovato prima al-la prese con lo scandalo Bo Xilai,
l’ex leader neo-maoista tradito
dal braccio destro, riparato nel
consolato Usa di Chengdu. Poi è
stato investito dalla cinemato-grafica fuga del dissidente cieco
Chen Guangcheng, rifugiato
nell’ambasciata Usa di Pechino
mentre Hillary Clinton atterrava
nella capitale e le autorità cinesi,
per evitare lo strappo, furono co-strette a concedere un visto “di
studio” per New York.
La luna di miele era già dimen-ticata: Locke è stato infine travol-to dalle tensioni Cina-Giappone
per il controllo del Pacifico, dalle
inchieste cinesi contro le tangen-ti pagate dalla multinazionali
americane per conquistare il più
ricco mercato del pianeta e dalle
ultime rivelazioni sulla parento-poli sino-statunitense. «Le nostre
relazioni bilaterali – ha ammesso
ieri confermando l’addio – sono
decisamente complesse, ma il
mio rientro anticipato resta ispi-rato da opportunità strettamente
private». Voglia di cieli azzurri e di
weekend fuoriporta con la fami-glia, miraggi che già mettono in
fuga dalla Cina centinaia di ma-nager stranieri, spaventati per la
salute dei figli piccoli. Gary Locke
lo sapeva anche prima, ma ren-dere ufficiale che «Pechino oggi è
inadatta alla vita umana» pone la
l’emergenza su un livello di imba-razzo superiore pure per il parti-to-Stato. Anche perché la resa di
Locke, lasciando vacante la sede
estera più importante della Casa
Bianca, apre una stagione diplo-matica nuova in Asia: una Ken-nedy a Tokyo, trionfalmente pre-sentata all’imperatore Akihito
nel 50esimo anniversario dell’o-micidio del padre, e nessuno a Pe-chino, mentre Xi Jinping intima
agli Usa di «ripensare il rapporto
tra le due grandi potenze». Cerca-si dunque urgentemente amba-sciatore americano per la Cina:
preferibilmente dotato di ma-schera a gas e senza famiglia

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