lunedì 18 novembre 2013

Cina, stop all’obbligo del figlio unico la rivoluzione sociale di Xi Jinping Via a storiche riforme: freno a campi di lavoro e pena di morte

 NOSTRO CORRISPONDENTE
GIAMPAOLO VISETTI
PECHINO — Libertà di pro-creare tutti i figli che si deside-rano, chiusura dei campi di rie-ducazione attraverso il lavoro e
forte frenata su pena di morte e
tortura. A tre giorni dalla chiu-sura del Plenum del partito, ac-colta senza entusiasmo dalle
Borse a causa della vaghezza del
comunicato finale, il presiden-te Xi Jinping conferma che in Ci-na il “non detto” prevale sul “di-chiarato” e che la parola d’ordi-ne “riforme” può rivelarsi non
solo uno slogan. Comitato cen-trale e presidente, figura dive-nuta oggi mai tanto potente dai
tempi di Deng Xiaoping, oltre
che dal mercato sono partiti
dalla società, ribadendo l’assil-lo essenziale del nuovo leader
rosso: «Prima di tutto dobbia-mo tornare in contatto con il
popolo».
Tre delle decisioni approva-te e rese note ieri rispondono
infatti a pressioni che i cinesi
esercitano da anni, erano state
più volte annunciate e con at-tenzione ai malesseri interni. Si
rivolgono anche alla comunità
internazionale, che da decenni
accusava la Cina di violare i di-ritti umani con la pianificazio-ne di Stato delle nascite e il pri-mato delle pene capitali, som-mando lo spregio della libera
concorrenza con i lavori forzati.
La «rivoluzione del libero mer-cato», forse chiarita meglio già
lunedì, ha confermato ieri l’al-lentamento dei limiti agli inve-stimenti stranieri, anche nelle
112 aziende di Stato, l’apertura
internazionale dell’e-commer-ce e la creazione delle prime
banche private. Pechino ha vo-luto così indebolire la critica
fondamentale rivolta dall’e-sterno alla seconda potenza del
mondo, mostrando di volersi
incamminare verso uno Stato
di diritto, premessa di ogni rico-noscimento internazionale.
Tra i cinesi l’annuncio più at-teso era quello della fine della
famigerata legge del figlio uni-co, varata da Deng nel 1978. In
quasi 35 anni, secondo Pechi-no, «ha risparmiato al pianeta
quasi mezzo miliardo di indivi-dui», consentendo alla Cina di
affrancarsi dai milioni di morti
di fame del «Grande Balzo in
avanti». L’obbligo di non poter
mettere al mondo più di un fi-glio per coppia si è però rivelata
una tragedia, moltiplicando
aborti forzati, preselezione ses-suale, sterilizzazioni di massa,
stragi di neonate e mercato ne-ro dei bebè. Nelle famiglie servi-va il figlio maschio per assicura-re il sostentamento ai genitori
anziani, privi di welfare. Per de-cenni è stata una strage che ha
sconvolto la nazione, avvian-dola ad essere la più vecchia del
mondo: entro il 2050 oltre un
terzo dei cinesi avrà più di 60 an-ni, 500 milioni di anziani che le
autorità non sanno come gesti-re. Visto il fallimento, il partito
aveva già corretto la legge: mi-noranze etniche, contadini e fi-gli di figli unici, potevano dona-re fratelli e sorelle al primogeni-to. Era però scoppiato la scan-dalo dei ricchi, come il regista
Zhang Yimou, che di eredi ne ha
sette: chi aveva 20 mila euro per
pagare la multa, era sottratto al-la legge. Il potere si è mosso co-sì “alla cinese”, un passo alla
volta. La pianificazione di Stato
ufficialmente resta, ma potran-no concepire più di un figlio an-che le coppie in cui solo uno dei
partner è figlio unico. Visto che
la limitazione delle nascite ha
35 anni, è come dire che da ieri
tutti in Cina sono liberi di for-mare la famiglia che vogliono.
Rischio, o auspicio per il potere
che ha bisogno di un nuovo «ur-banizzato popolo di consuma-tori», per altro assai remoto:
nelle metropoli cinesi il costo
della vita è esploso, si vive in
monolocali e un sondaggio ha
rivelato che solo sei coppie su
cento possono permettersi di
mantenere più di un bambino.
Anche la chiusura dei
“laojiaio”, i campi di “rieduca-zione attraverso il lavoro”, da
non confondere con i criminali
“laogai”, i campi di “riforma at-traverso il lavoro”, era una deci-sione annunciata. Il sì di ieri re-sta però un evento storico, che
chiude il vulnus umano aperto
da Mao Zedong nel 1957. Le sti-me ufficiali parlano di 350 cam-pi di rieducazione ancora attivi
e di oltre 180 mila detenuti, ac-cusati di reati minori. Da doma-ni questa massa di schiavi, tra
cui sono scomparsi dissidenti
politici, avvocati, intellettuali e
attivisti per i diritti umani, do-vrebbero tornare liberi. È un’in-dubbia conquista: nei “laojiao”
si finiva senza processo, basta-va la decisione della polizia, o di
un funzionario del partito, e mi-lioni di cinesi sono stati, oltre
che torturati, arbitrariamente
sfruttati come mano d’opera a
costo zero. Per la potenza glo-bale che aspira a guidare il seco-lo era un’impresentabile vergo-gna, come l’abuso del ricorso
alla tortura, le confessioni
estorte con la violenza e il nu-mero di crimini passibili di
morte (per altro spesso già
commutata in ergastolo)
«L’impegno a migliorare la
situazione dei diritti umani e il
sistema giudiziario», assunto
ieri, può delineare il profilo di
una nazione diversa, più adatto
ad «aprirsi al mercato» con me-no imbarazzi. Restano i dram-mi dei “laogai”, oltre 1400 cam-pi che sfruttano il lavoro di oltre
10 milioni di detenuti-schiavi,
dell’“hukou”, l’apartheid del-l’assistenza che discrimina chi
è nato nei villaggi, della negata
libertà di espressione e di voto.
La Cina resta un regime: ma da
ieri ammette di temere l’ana-cronismo dei suoi autoritarismi
e di essere decisa, per salvare
crescita e partito, a muovere
passi che sembravano escl



DA 35 ANNI UN TRIBUTO DI SANGUE
CHE ORA LASCIA UN PAESE DI VECCHI


 G
IÀ correva voce, già si spe-rava che la politica del fi-glio unico sarebbe stata
abbandonata quando milioni di
coppie formate da figli unici, sa-rebbero giunte all’età in cui si pen-sa di mettere su famiglia. Così è
stato, almeno per loro il divieto a
mettere al mondo più di un figlio è
venuto meno e, in pratica, la mi-sura si estenderà anche alle cop-pie non formate da figli unici che
sono tantissime, più di quante i
pianificatori statali avessero mai
previsto. Infatti, nessuna legge è
mai stata tanto invisa come que-sta che colpiva nella sua più inti-ma trama il tessuto della società
cinese e negava il diritto a perpe-tuarsi giudicato inalienabile an-che da chi di diritti ne aveva assai
pochi. Sono così nati illegalmente
milioni di bambini chiamati “ne-ri”, oggi diventate persone nere
non iscritte all’anagrafe, fantasmi
che si aggirano negli interstizi di
un mondo che per modernizzarsi
ha pagato il prezzo più alto, quel-lo della propria carne e del proprio
sangue. Sono forse quaranta i mi-lioni di bambine mai nate, altret-tanti se non di più i maschi sacrifi-cati in modo crudele. Come ciò
avvenisse ce lo racconta in “Le Ra-ne” Mo Yan, premio Nobel per la
letteratura: una donna al nono
mese di gravidanza vien fatta
abortire poche ore prima del par-to perché se il bambino venisse al-la luce naturalmente e emettesse
anche un solo vagito, dovrebbe
essere considerato un cittadino e
eliminarlo sarebbe un omicidio,
ma se lo si strappa dal ventre di
una madre colpevole di aver già
messo al mondo un altro figlio, al-lora si agisce secondo la legge.
Oggi che viene abbandonata la
politica tanto osteggiata del figlio
unico che è stata imposta con se-vere sanzioni, ci si domanda se sia
servita anche solo parzialmente a
frenare la crescita della popolazio-ne, una questione che in Cina si
pose quando a metà dell’Ottocen-to si raggiunsero i 420 milioni di
abitanti, sette volte più di quella
che in passato aveva assicurato l’e-quilibrio. Mao però di controllo
delle nascite non voleva neanche
sentir parlare. Scriveva: è un bene
che la Cina sia così popolata…le
persone che nascono non sono
bocche da sfamare, sono anche
nuove braccia per il lavoro.
Che dire, era una sua opinione e
chi la osteggiò come il demografo
Ma Yinchu fu messo alla gogna co-me seguace di Malthus e fu una
delle prime vittime della Rivolu-zione culturale. Poi vi fu la virata,
divenne impellente controllare la
crescita della popolazione e fu al-lora, nel 1978, che la Cina adottò
una politica tanto restrittiva che
avrebbe dovuto portarla, intorno
al 2100, a una decrescita felice del-la popolazione stabilizzata sui 700
milioni di abitanti. Sarà mai possi-bile?
Oggi come oggi, chi ha voluto
giocare all’apprendista stregone
suscitando forze che mai l’uomo
aveva di propria volontà evocato
lasciando invece fare alla natura, si
trova a dover fare i conti con una
realtà sociale stravolta che forse
non aveva messo in conto. Maschi
che superano di numero le femmi-ne, cosicché sono molti coloro de-stinati a non trovare moglie, a me-no che non la comprino. Fiorisce
infatti il mercato delle ragazze da
marito, spesso rapite nelle loro
provincie natali e messe all’asta
lontanissimo da casa. Anziani la-sciati senza nessuna assistenza dai
loro figli unici mentre un tempo
era nell’ambito della famiglia che
ci si prendeva cura delle loro esi-genze. Ma, si dice in Cina: «Siamo
il primo paese che è diventato vec-chio prima di diventare ricco».
Una virtù, quella confuciana della
pietà filiale, che sta scomparendo
per forza di cose mentre i figli uni-ci danno fondo a tutte le risorse fa-miliari convinti come sono che il
mondo gli appartenga, viziati e
coccolati da quattro nonni tutti
per loro. Ancora, bambini prima e
ora giovani uomini e donne di se-rie A, quelli pianificati, senza sorel-le e senza fratelli. Bambini e adulti
di serie B che non hanno accesso a
nessun privilegio, spesso migranti
clandestini nelle grandi città. E in-fine l’impoverimento di tutta una
terminologia familiare che rende-va stabile e gerarchicamente orga-nizzato l’universo della famiglia,
dove ci si rivolgeva ai congiunti
con un ventaglio di termini di ri-spetto e di affetto: fratello maggio-re, fratello minore, zia sorella della
madre distinta da zia come sorella
del padre, e così il nonno materno
si chiama diversamente da quello
paterno, con i cugini e le cugine poi
non si rischia di confondersi per-ché tanti sono i gradi di parentela
tanti i termini usati. La lingua si im-poverisce come si impoverisce la
ragnatela degli affetti in un paese
che si è avviato a modo suo sulla
strada di una non ancora non rag-giunta modernit


 

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