lunedì 18 novembre 2013

Cina, dagli Usa consulenze d’oro milioni alla figlia di Wen Jiabao

PECHINO — I “principi rossi” ci-nesi ridotti a lobbysti dei capita-listi americani e i media Usa che
si auto-censurano per non irrita-re i leader della Cina. E’ il mondo
alla rovescia quello che emerge
dagli intrecci sempre più stretti
tra le prime due economie del
mondo.
Gli ultimi due scandali, rivela-ti dal New York Timesdenuncia-no che i poteri forti di Pechino e
Washington sfuggono ormai al
controllo sia del partito comuni-sta che del Congresso. Il primo
scoop torna e prendere di mira
l’ex premier cinese Wen Jiabao e
la banca d’affari JP Morgan: la fi-glia dell’uomo che per 10 anni ha
governato la Cina avrebbe incas-sato 1,8 milioni di dollari in due
anni per agevolare gli affari in pa-tria dell’istituto di credito statu-nitense. La seconda rivelazione
tocca invece l’icona Usa del-l’informazione finanziaria: l’a-genzia Bloombergdell’ex sinda-co di New York per non danneg-giare affari e immagine dell’azio-nista in Cina, ha bloccato un’in-chiesta che avrebbe svelato le
connessioni illegali tra un miliar-dario cinese e i vertici del regime.
Le due notizie, unite ad altri scan-dali recenti, rompono il silenzio
che in Cina avvolge i capitali mi-steriosamente accumulati dagli
alti dirigenti del partito e che ne-gli Usa protegge gli affari opachi
dei colossi di economia e finan-za, decisi a conquistare il merca-to oggi più ambito del pianeta.
Il quadro che emerge illumina
due livelli: sul primo governi e di-plomazie si attaccano pubblica-mente e minacciano scontri da
guerra fredda, sul secondo politi-ci, uomini d’affari e gruppi edito-riali che sostengono i due siste-mi, chiudono riservatamente
contratti miliardari illegali. Il
New York Timesha raccontato
così che Wen Richun, 40 anni, fi-glia di Wen Jiabao, tra il 2006 e il
2008 ha incassato 75mila dollari
al mese da JP Morgan per «pro-muovere le attività e la presenza»
della banca in Cina.
Nello scandalo Bloomberg a
finire sotto accusa è invece il di-rettore dell’agenzia, Matthew
Winkler. Alla vigilia del Plenum
del partito ha bloccato un’in-chiesta dei suoi corrispondenti
dalla Cina che svelava i «rapporti
inconfessabili tra un magnate di
Pechino e leader rossi di massi-mo livello». Winkler ha spiegato
di averlo fatto per evitare che i
suoi cronisti venissero espulsi
dal Paese, sorte che sempre più
spesso tocca ai corrispondenti
rei di disturbare il regime. Pecca-to che gli stessi giornalisti un an-no fa, avessero scoperto il “teso-ro segreto” della famiglia del pre-sidente Xi Jinping, che il gruppo
Bloomberg abbia interessi finan-ziari enormi in Cina e che il suo
potente proprietario sia atteso
nel Paese per conferenze e affar

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