Culle in crisi
La recessione sta facendo crollare anche
le nascite. Fino al dieci per cento l’anno.
Con picchi proprio al Sud, dove una
volta c’era il record di parti. Ecco come
cambia la famiglia italiana. Sempre più
anziana. Sempre più povera
N
apoli, Policlinico Federi-co II, reparto maternità.
Il gruppetto di donne che
si accinge a entrare nella
sala del corso pre-parto
ha in comune, oltre alla
pancia, parecchie cose: a
partire da un bel diploma di laurea, un’età
sopra i 35 anni e un lavoro temporaneo o
altrimenti precario. «Ormai anche da noi
l’età media al primo figlio si è alzata parec -chio. E qui arrivano le più consapevoli:
magari faranno un solo figlio ma vogliono
prepararsi bene», racconta Maria Vicario,
la responsabile del servizio. Un’ostetrica che
ha visto cambiare le cose sotto i suoi occhi,
e la regione-serbatoio della natalità italiana
- la Campania - prima imitare e poi guidare
la tendenza nazionale: meno figli per tutte.
Lo dicono i numeri: l’anno scorso sono
stati partoriti in Campania 55.394 bambi -ni, a fronte dei 61.800 del 2007, dice il Ce-dap. Meno 10 per cento. Un dato anche
peggiore di quello medio italiano, che regi-stra un calo del 7 per cento dall’inizio della
crisi economica: in numeri assoluti, sono
nati 42.473 bambini in meno, testimonia
secco il bilancio demografico dell’Istat. Non
siamo soli: in tutt’Europa il tasso di fertilità
ha imboccato la discesa e il censimento
delle nascite si è ridotto di oltre 200 mila
bambini in cinque anni. È un altro frutto,
triste, della crisi e dell’austerity? Finora, il
dibattito sulla recessione in culla è rimasto
confinato nelle stanze dei demografi. Ma
basta dare uno sguardo ai dati più recenti e
mettere in naso in qualcuno dei reparti più
rosei e graditi dei nostri grandi ospedali per
capire che qualcosa sta succedendo. Soprat-tutto tra i più giovani. La “lost generation”
che rischia di restare, oltre che senza lavoro,
anche senza figli.
Pillola e stage
«A volte ci provo, quando prescrivo
l’anticoncezionale a donne già sopra i 30.
“Si ricordi che il tempo passa, se in un futu-ro vuole un figlio...” Ma appena pronuncio
questa frase, viene giù un diluvio di tragedie
economiche: lo stage che scade, la casa che
manca, il lavoro a termine». Alessandra
Kustermann, primario ginecologo dell’o-spedale Mangiagalli, ha un osservatorio
privilegiato. La sua clinica fa un terzo dei
parti di tutta l’area milanese e da anni anti-cipa le tendenze che poi si vedono nelle
statistiche nazionali: negli anni scorsi, da lì
è partito il boom delle nascite da donne traniere, la ripresa delle gravidanze delle
donne italiane dopo il minimo storico del
’95, il progressivo aumento dell’età delle
neo-madri. Adesso, con una mezza giorna-ta nello studio di Kustermann si potrebbe
scrivere un trattato sul mercato del lavoro.
«Anche in Lombardia la disoccupazione
giovanile è al 35 per cento. E non si vendo-no più appartamenti. I giovani restano con
i genitori, si posticipa l’uscita dalla famiglia.
E come si fa a fare un figlio stando ancora
a casa con mamma e papà?». È per questo,
dice Kustermann, che le sale parto della
Mangiagalli registrano una recessione sec-ca: meno 9 per cento dal 2008 a oggi, da
6.800 a 6.200 bimbi all’anno. Parallela-mente, si è rimescolato il mix delle nascite:
meno straniere, meno giovani, più donne
mature. La fascia d’età nella quale si sono
“persi” più bambini è quella tra i 25 e i 35
anni: 507 nati in meno, dal 2008 al 2012.
Mentre è rimasto stabile il numero dei
parti delle donne italiane tra i 35 e i 45 anni,
che per la prima volta hanno sorpassato le
più giovani.
Il campanello d’allarme della Mangia -galli suona esattamente come quello lancia-to nell’estate da uno studio europeo del
Max Planck Institute, dedicato all’impatto
della crisi economica sulla fecondità del
Vecchio continente: sono i giovani, e in
particolare quelli dei paesi del Sud Europa,
i più colpiti dalla “baby recession”. La cosa
non stupisce, visto che «ancor più che nelle
crisi passate, sono soprattutto le generazio-ni più giovani a aver subito i contraccolpi
della grande recessione», ha scritto la demo-grafa Letizia Mencarini in un articolo su
inGenere.it. «Inoltre, proprio per le classi
più giovani è più facile modificare, rinvian-doli, i progetti di gravidanza». Diminuisco-no così le nascite in assoluto, e cala anche
quell’altro indicatore, che per i demografi è
più corretto guardare: il tasso di fertilità,
ossia il numero di figli per donna. In questo,
il calo italiano è di due punti percentuali,
contro il vero e proprio crollo - fino a 10
punti percentuali - che si vede in paesi vicini
a noi per durezza della crisi, come Grecia e
Spagna. Ma questi dati sono fermi al 2011
e i mesi più recenti potrebbero riservarci
brutte conferme. «Ora si vede l’impatto più
duro della recessione, che all’inizio in Italia
è stata ammortizzata dai risparmi delle fa-miglie», commenta Mencarini. «Dobbia-mo valutare i numeri con uno sguardo
lungo», dice Sabrina Prati, ricercatrice
dell’Istat, che nota come stavolta il calo è
stato più rapido di quello che ha seguìto la
fine del baby boom: «In pochi anni abbiamo
annullato quasi tutto l’aumento delle nasci-te che c’era stato dal 1995 al 2008»,. Se
quella ripresa era dovuta tutta alle straniere
e alle ragazze degli anni ’70 che avevano
rinviato la decisione sulla nascita del primo
figlio, adesso lo stop e la marcia indietro si
deve alla coorte dei più giovani. «Lo si vede
dai dati sui matrimoni, in crollo verticale: è
evidente che c’entrano nuovi stili di vita,
questioni culturali; ma c’è un impatto for-tissimo della crisi economica sulla nuziali -tà». Cosa che, secondo Prati, potrebbe far
prevedere peggioramenti ulteriori nella
desertificazione delle culle.
Madri Precarie
Tornando a Napoli, troviamo un altro
segnale della crisi. Da qualche anno, è stato
messo su un ambulatorio per le gravidanze
fisiologiche, gratis per tutte, destinato alle
donne con maggiori bisogni economici,
spesso giovani e straniere. All’inizio ha atti -rato solo le immigrate, poi si sono affaccia -te un po’ di italiane in difficoltà con i costi
di ecografie, analisi e ticket vari. «Adesso le
italiane superano le straniere», racconta
Maria Vicario. Stessa storia al Cannizzaro
di Catania: all’ambulatorio solidale, aperto
qualche anno fa per l’emergenza delle im-migrate, adesso bussano tante ragazze ita-liane. «Da noi le nascite tengono, al contra -rio che nel resto dell’area», racconta Paolo
Scollo, primario di ostetricia e ginecologia,
«sia perché siamo un centro specializzato
sulle gravidanze a rischio, che per la cresci -ta della domanda per il servizio gratuito».
Al quale qualche mese fa si è rivolta, dispe-rata, una coppia catanese: tutti e due appe -na licenziati, senza casa e con una gravidan-za all’inizio. Quando hanno cominciato a
frequentare l’ambulatorio avevano appena
avuto lo sfratto, dormivano addirittura in
macchina. Al momento del parto, un pezzo
di corredino è arrivato da una colletta del
personale dell’ospedale.
Ma più ancora della povertà presente,
incide sul calo della natalità italiana l’incer -tezza sul futuro. Diversi demografi ed eco - Foto: pag 32-33 Gettyimages, pag 34-35 Gallerystock/Contrasto
da 1,2 a 1,6
da 1,6 a 2,0
da 2,0 a 2,4
Svezia
113.177
Germania
671.000
Grecia*
106.428
Europa
5.271.010
Italia
534.186
Spagna
456.778
Francia
822.884
Portogallo
89.841
Irlanda
72.225
Gran Bretagna
812.970
Numero di nascite nei vari Paesi europei, dati 2012
Tasso di fert ilità 2011
*P er la Grecia il dato sulle nascite è aggiornato al 2011. Il tasso
di fer tilità è rappresentato dal n. di gli per donna. Fonte Eurostat
Si frena anche in Europa
14 novembre 2013 |
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nomisti si sono esercitati sulla relazione tra
la precarietà del lavoro e fecondità. Daniele
Vignoli, ricercatore dell’università di Firen-ze, ha messo insieme dei focus group, per
aggiungere ai numeri le valutazioni derivan-ti dalle testimonianze dirette. «Più ancora
del matrimonio, la decisione di fare figli è
vista come una scelta di vita permanente,
che si può fare solo se si ha almeno una
prospettiva di lavoro permanente», dice
Vignoli. È la condizione di una generazione,
arrivata all’età matura nel gelo della reces-sione e che ora oltre alle occasioni di lavo -ro rischia di perdersi anche maternità e
paternità. Alessandra Kustermann, da gi-necologa, richiama l’attenzione sull’orolo-gio biologico: «Quando si rinvia, col pas-sare degli anni, il prezzo da pagare è un
aumento della sterilità». In una situazione
del genere, anche le tradizionali risposte
che si cercano - come un aumento dei
servizi sociali - sono insufficienti, secondo
Kustermann: «I nidi sono importanti, ma
se mi manca anche il lavoro e la casa, non
sarà il posto all’asilo nido a farmi decidere
a fare un figlio. Guardiamo a cosa hanno
fatto i francesi: sostegni per far uscire i
giovani di casa».
Già, la Francia. Con le sue famigliole
numerose e un tasso di fecondità superiore
ai due figli per donna, non sfiorato dalla
crisi. E i paesi nordici, poco colpiti sia dalla
recessione sia dal calo delle nascite. Che
invece affligge la Germania, passata inden -ne attraverso la tempesta economica. «Il
punto è che la relazione tra fecondità e crisi
non è univoca, varia da paese a paese»,
commenta Arnstein Aasve, demografo
norvegese che insegna alla Bocconi. Aasve
riflette sui dati europei e invita a guardare
anche alla situazione che c’era prima della
Grande Recessione. «Certo, nei paesi dove
la crisi ha colpito di più e più a lungo i gio -vani, c’è un impatto maggiore sulle nascite.
Ma non dimentichiamo quel che succedeva
prima e il fatto che c’è un tasso di fertilità
strutturalmente basso: in tutt’Europa e
soprattutto in alcuni paesi, come l’Italia.
Paesi che hanno adeguato molto lenta-mente le loro istituzioni ai grandi cambia-menti del secolo scorso, primo tra tutti
quello dell’ingresso in massa delle donne
nel mondo del lavoro, nell’istruzione, nel-le carriere. La crisi economica ha peggio -rato una situazione già poco favorevole».
Insomma, non è che se domani miracolo -samente l’economia si rimette in marcia,
riprendiamo a fare figli. Ma se desideriamo
farlo, meglio non aspettare troppo
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