OMA — La più grande azienda di traspor-to pubblico locale in Italia e una delle più
grandi in Europa, l’Atac, è il perno di un Si-stema che, da dieci anni almeno, finanzia la
politica a Roma. Fonti e documenti interni
all’Azienda indicano l’esistenza di una dop-pia contabilità cresciuta all’ombra di una
truffa di cui Atac è oggettivamente vittima,
ma, si scopre ora, anche architetto.
La Procura di Roma e la Guardia di Finan-za, da tempo, indagano sull’azienda e, nel
marzo scorso, hanno notificato tre avvisi di
garanzia per una vicenda nota come “la truf-fa dei biglietti clonati”. Un flusso incontrol-lato di “titoli di viaggio” falsi, stampati da
Atac e girati ai rivenditori ufficiali, consenti-rebbe infatti di accantonare fuori bilancio
circa 70 milioni di euro all’anno. Di questa
truffa la Finanza e la Procura avevano sin qui
svelato l’esistenza, ma ignoti ne restavano
gli artefici e i beneficiari. Repubblica è riu-scita a fare qualche passo avanti (sollecita-to, l’attuale ad di Atac ha garbatamente ri-fiutato qualsiasi intervista), ricostruendo
una storia che comincia nella primavera di
cinque anni fa.
“L’ACCORDO”
È il 29 aprile 2008. Gianni Alemanno è il
nuovo sindaco di Roma. Il senatore Pdl (e fu-turo vicesindaco) Mauro Cutrufo presenta
un’interrogazione. Attacca la gestione “vel-troniana” delle aziende comunali, denun-cia appalti truccati, disservizi, e sprechi. Ma
la verve polemica della Destra è un fuoco fa-tuo, che si spegne in un’estate. «Nel settem-bre 2008 — racconta un ex manager dei tra-sporti — partecipai ad una cena a casa di
Riccardo Mancini in cui si parlò dei vertici
delle aziende del trasporto pubblico». Man-cini è l’asso di briscola del nuovo sindaco.
Ha un passato neofascista in Avanguardia
Nazionale e un presente da tesoriere della
campagna elettorale di Alemanno (finirà in
galera per le tangenti sugli appalti per i filo-bus). Per la “politica dei trasporti” è dunque
da lui che bisogna passare.
Quella sera, intorno al tavolo di casa Man-cini, oltre al senatore Pdl Vincenzo Piso, so-no seduti alcuni top manager. «Fu l’occasio-ne — racconta la fonte — per parlare di un
accordo politico bipartisan, siglato ad alti li-velli, che avrebbe imposto pacificazione e
continuità sulle aziende del trasporto pub-blico nel passaggio dal centrosinistra al cen-trodestra. Il messaggio era chiaro a tutti: il si-stema andava preservato». Lo spoil system
promesso da Alemanno si risolve dunque in
un’operazione di facciata. Tutti, manager e
dirigenti, vengono cooptati al nuovo “pat-to”.
LA CONTINUITÀ DEL SISTEMA
Estate 2013, Ignazio Marino è in Campi-doglio. Il 27 luglio, Danilo Broggi arriva in
Atac come nuovo ad. Arriva da Consip. Mol-ti, con enfasi, parlano di «rivoluzione».
In realtà, Broggi mette piede in una fore-sta pietrificata. Il presidente dell’azienda,
Roberto Grappelli, confermato da Marino, è
stato infatti nominato da Gianni Alemanno
nel dicembre del 2012. Antonio Cassano, il
potente ex direttore generale di Atac viene
messo «a disposizione» dell’ad Broggi con
uno stipendio di quasi 280mila euro. Gioac-chino Gabbuti, dopo aver guidato l’Atac dal
2005 al 2009, prima con Veltroni poi con Ale-manno, viene accomodato sulla poltrona di
amministratore delegato di Atac Patrimo-nio, con uno stipendio, tra indennità e bo-nus, di quasi 600mila euro. Il direttore ac-quisti, Franco Middei, nonostante le inchie-ste in corso su alcuni appalti sospetti, rima-ne saldamente ancorato alla sua poltrona.
“BIGLIETTI FALSI”
L’inossidabilità del Sistema Atac ha una
ratio. Che una qualificata fonte interna al-l’Azienda racconta così.
L’Atac stampa biglietti per autobus e
metro. E i biglietti sono denaro. Chi ha le
mani sui biglietti, ha le mani sulla cassa. E
se quella cassa è in parte in chiaro e in par-te in nero, perché quei biglietti sono in par-te veri e in parte falsi, chi ha le mani sull’A-tac ha di fatto le mani su una banca che bat-te moneta.
È un fatto che, a fronte di 1 miliardo di
passeggeri annui, i ricavi da biglietti si fer-mano a 249 milioni di euro (bilancio 2012).
Ed è un fatto che la Guardia di Finanza ha
lavorato a lungo sulla «falsa bigliettazione
Atac», arrivando alla conclusione — come
riferiscono fonti investigative — che si trat-ta di «un sistema oliatissimo capace di
creare una contabilità parallela» dell’a-zienda. 70 milioni si è detto. A beneficio di
chi?
Sentiamo la fonte interna ad Atac: «Tut-ti i biglietti emessi da Atac hanno un nume-ro. Quando il biglietto viene ceduto ai ri-venditori ufficiali entra automaticamente
in una white list. Una volta acquistato e
obliterato, finisce invece in una black list.
Così quando il ciclo si conclude, white list e
black list si ricongiungono e i biglietti ven-duti e utilizzati vengono cancellati. Que-st’ultimo passaggio nel sistema di Atac non
c’è. La black list non è mai ricongiunta con
la white list e un ipotetico biglietto clonato
può passare anche dieci volte senza che le
macchinette lo riconoscano. Atac è come la
Banca d’Italia: ha la carta moneta, vende e
rendiconta. Il tutto senza alcun controllo
esterno».
La frode, a quanto pare, va avanti da 13
anni. Ancora la fonte: «Dal 2000 in avanti, gli
uomini che gestiscono il servizio biglietti so-no gli stessi da sempre. Sono una ventina:
l’intelligenza del sistema di bigliettazione.
Lavorano in via Sondrio, dove ci sono uffici
Atac. In un’area blindata cui si accede solo
se abilitati. In Azienda quel posto è cono-sciuto come “ i tre scalini ”». Quindi, la chio-sa. Decisiva. «È un sistema che dura da anni,
un tram che ha arricchito tanti. Manager,
prima di tutto, e poi la Politica. Istituzioni lo-cali, ma anche alcuni parlamentari. Il salto
fu nel 2006 quando si capì che al tavolo
avrebbero dovuto sedersi tutti, centrosini-stra e centrodestra. Il modo migliore per as-sicurarsi che nessuno lo avrebbe ribaltato».
L’AUDIT INTERNO E LE “CHIESETTE”
Eppure l’Atac non ignora cosa accade al
suo interno. Il 3 agosto 2012 consegna alla
Procura di Roma una Relazione tecnico in-vestigativa sui titoli di viaggio dell’Atac spa,
report coperto da segreto cui ha lavorato
un team di specialisti. «La maggior parte
degli illeciti attinenti i titoli di viaggio — si
legge nella Relazione — sono avvenuti a
mezzo complicità interne all’azienda (…).
Ciò perché il settore dei titoli di viaggio Atac
è vasto e complesso, il personale impiega-to è numeroso, i compartimenti sono sta-gni e se ciò evita le comunicazioni e le asso-ciazioni, viene favorita invece la formazio-ne di “chiesette ” consolidate sulle quali il
controllo diventa difficile (...) Il sistema di
bigliettazione elettronica dell’azienda è
completamente indifeso». Un secondo re-port, frutto del lavoro di una commissione
interna di manager Atac, non è mai uscito
dagli uffici di via Prenestina. Troppo, e
troppo gravi, a quanto pare, le scoperte.
Troppo netta l’indicazione della Politica
capitolina come beneficiaria della conta-bilità nera.
Il 7 marzo scorso la Procura ha inviato
avvisi di garanzia a tre alti dirigenti dell’A-zienda (l’allora direttore commerciale, il
responsabile della bigliettazione elettroni-ca e il dirigente del settore informatico).
Nulla è accaduto. Un sasso nello stagno. Le
“chiesette ” di Atac sanno che il silenzio aiu-ta a dimenticar
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