giovedì 14 novembre 2013

Castagne

STEL DEL RIO (Bologna)
N
ei sussidiari di tanti
anni fa c’erano anche
gli indovinelli. «Son
dura, tondetta, color
del caffè. Sto chiusa in
un riccio ma non per capriccio…».
«Mi mangiano cotta, bruciata, bal-lotta. Mi trovi in montagna, mi
chiamo…». La castagna, allora, era
la regina del bosco. «L’italico albe-ro del pane», secondo Giovanni Pa-scoli. Purtroppo i proverbi non ba-stano più. La castagna che scende-va dalla montagna adesso arriva da
mezzo mondo e per vie traverse.
Per la prima volta, in questo 2013,
castagne e marroni stranieri supe-rano il prodotto nostrano, crollato
del 70% rispetto al 2005, quando in
Italia si è diffuso l’insetto killer del
castagno, il «cinipide galligeno» ar-rivato dalla Cina. E sempre dalla Ci-na arriva un nuovo imbroglio: si
tratta di un «castagnone» più gros-so del marrone italiano ma senza
consistenza e sapore. Però può in-gannare chi lo trova arrostito nelle
bancarelle e viene attirato dal pro-fumo delle griglie. «Si tratta — dice
Lorenzo Bazzana, responsabile
economico della
Coldiretti — della
“Castanea mollissi-ma” che in Italia
non si potrebbe
vendere né come
castagna né come
marrone, non essendo “Castanea
sativa”. Ma con la crisi del prodot-to, c’è chi la spaccia come un’eccel-lenza. Questa è una vera e propria
frode».
Sergio Rontini e la figlia Monia,
titolari del «Regno del marrone» a
Castel del Rio, sono molto arrab-biati. «Abbiamo fatto un giro dei
mercati — raccontano — e abbia-mo visto di tutto. Ci sono castagne
arrivate dalla Spagna e dalla Tur-chia con il cartello che annuncia
“marroni”. E ci sono marroni arri-vati da chissà dove e accanto c’è un
cartello con la fotocopia ingrandi-ta del nostro marchio “Consorzio
castanicoltori Castel del Rio”, che
nel 1996 — primo in Italia — ha ot-tenuto il marchio Igp, Indicazione
geografica protetta. Il risultato di
queste truffe? Il consumatore pa-gherà caro un prodotto scarso, si
arrabbierà e non comprerà più i
marroni buoni e nostrani. E sare-mo rovinati anche noi, che produ-ciamo frutti biologici e sotto i ca-stagni mandiamo le nostre pecore,
che tolgono l’erba senza bisogno di
trattori a gasolio e concimano in
modo naturale».
Sembrano pettinati, i boschi sul-le colline imolesi. «Sotto le piante
— dice Ernesto Bisi, presidente del
Consorzio — facciamo crescere il
muschio, così i frutti non toccano il
terreno e non prendono muffe. Ab-biamo regole precise: una media d 100 piante per ettaro, non più di 15
chili per pianta. I boschi debbono
essere esposti a nord — nord est,
così sono riparati dallo scirocco e i
ricci maturano più lentamente.
Siamo 70 soci, con 600 ettari di bo-sco. Prima del cancro del castagno
e della vespa cinese producevamo
5.500 quintali di marroni a stagio-ne, quest’anno arriveremo a mille.
È per questo che i prezzi sono alti,
fino a 15 euro per un chilo di mar-roni Igp. Ci mancava solo il “casta-gnone” cinese… Le truffe purtrop-po non sono una novità. Secondo
una ricerca fatta per una tesi di lau-rea, si è scoperto che a fronte della
nostra produzione massima di
5.500 quintali sui mercati si trova-no in media 50.000 quintali di
“marroni di Castel del Rio”».
Quest’anno — secondo la stima
della Coldiretti — verranno pro-dotti 18 milioni di chili, fra castagne
e marroni. Prima dell’infestazione
ne venivano raccolti oltre 50 milio-ni. Nel 1911 — quando quasi tutti i boschi erano curati e la castagna
era davvero il pane dei montanari
— si arrivava a 829 milioni di chili.
«Il bosco che non dà reddito — di-ce Lorenzo Bazzana — viene ab-bandonato. E così spariscono non
solo le castagne ma un habitat na-turale per la selvaggina, per la pro-duzione di un miele tipico, per la
raccolta dei funghi e dei piccoli
frutti. Un bosco abbandonato vie-ne poi aggredito subito dalle infe-zioni e dalle malattie».
Preoccupano soprattutto, se-condo la Coldiretti, le importazio-ni massicce dalla Cina e dalla Tur-chia, ma i Tir arrivano anche dalla
Spagna, dal Portogallo e dalla Slo-venia. «Bisogna evitare, con con-trolli attenti, che ogni castagna che
arriva in Italia venga presentata co-me italiana. Il consumatore deve
essere informato dell’origine, solo
così potrà scegliere». Un tempo le
ricette erano semplici. Le castagne
venivano bollite o seccate per di-ventare farina. I marroni erano ar-rostiti sulle braci del camino. Il ca-stagnaccio di Castel del Rio, ad
esempio, ha un sapore davvero an-tico. Farina di marroni, acqua di
fonte, sale e olio. Sulla strada che da
Imola porta a Firenze viaggiavano i
commercianti romagnoli che por-tavano nella città di Dante sale e ca-napa e quelli toscani che in direzio-ne opposta trasportavano olio e ta-bacco. Ai mercanti che si fermava-no nelle locande del paese si offri-vano marroni e farina e in cambio si
prendevano olio e sale. Un tempo
tutti conoscevano davvero le casta-gne. Solo nelle montagne di Cuneo
si contano ancora oggi 21 varietà,
dalla Ciapastra alla Tempuriva,
dalla Contessa alla Gentile, dalla
Bracalla alla Castagna della Ma-donna. Cento sono le varietà in tut-ta Italia. Ma comprando al merca-to o facendosi tentare dal profumo
delle caldarroste oggi si rischia di
imbattersi in castagne turche o
«castagnoni» cinesi. Unica difesa è
l’acquisto nelle sagre di paese, che
difendono i prodotti della loro ter-ra. O direttamente dai produttori.
Quelli che possono mostrare i bo-schi dove castagne e marroni sono
stati raccolti

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