lunedì 18 novembre 2013

Bimbo di un anno e mezzo tolto ai genitori dal giudice “Nato con l’utero in affitto” Crema, l’avevano avuto in Ucraina. E il Dna rivela: il seme non è del papà

DAL NOSTRO INVIATO
PAOLO BERIZZI
CREMONA — Madre certa ma in
affitto, padre incerto, incerti anche
i documenti. Le uniche cose sicure,
in questa storia surreale, sono due
(forse): la prima, i biglietti aerei per
Kiev; la seconda, un bambino sot-tratto ai genitori. Genitori legali.
Perché credevano di esserlo diven-tati.
Siccome però il codice di diritto
ucraino non è il codice di diritto ita-liano, e siccome Ricengo, 1.700
abitanti in provincia di Cremona,
non è una metropoli e la gente
mormora, la storia è venuta fuori.
Poi è sprofondata nella palude di
un pasticcio legislativo. Risultato:
non solo i genitori sono rimasti
senza il bambino — per decisione
del Tribunale dei minori di Brescia
— ma sono anche imputati per “al-terazione di stato”.
Premessa: la pratica dell’utero
in affitto in Italia è vietata. È il mo-tivo che spinge ogni anno centi-naia di coppie ad andare all’estero
per sottoporsi alla fecondazione
eterologa. La coppia di Crema —
mezza età, «persone normalissi-me e per bene», li descrive Cecilia
Rizzica, uno dei legali — opta per
questa soluzione. È dicembre del
2010. La maternità surrogata in
Ucraina, come in altri Paesi dive-nuti mete del “turismo procreati-vo”, è riconosciuta. La speranza
della coppia cremasca si chiama
BioTexCom - Center for reproduc-tive medicine di Kiev. I medici met-tono a disposizione la madre sur-rogata, che sarà fecondata con lo
sperma dell’aspirante padre. Co-sto dell’operazione: 30 mila euro.
A gennaio 2011, il primo viaggio
a Kiev, dove viene prelevato lo
sperma dell’uomo. Ma attenzione:
il BioTexCom center spiega adesso
sul suo sito che «il kit con il seme
congelato è stato spedito dall’Ita-lia. E tutta la documentazione,
contratto compreso, trasmessa via
mail». Passi la documentazione:
ma lo sperma spedito dall’Italia al-l’Ucraina? Possibile? «E nel caso
come, con una raccomandata...?!»,
butta lì l’avvocato Rizzica, secondo
il quale si tratta di affermazioni
«curiose».
Andiamo avanti. Passano due
mesi. A marzo di due anni fa la cop-pia viene avvertita che l’impianto
ha attecchito. La madre in affitto
aspetta due gemelli. Altro volo a
Kiev. Per conoscere la ragazza e
saldare quanto pattuito. Il parto,
previsto per novembre, viene anti-cipato di un mese. Terzo volo a
Kiev. Nel parto uno dei due gemel-li non ce la fa, l’altro viene al mon-do. Arriva, a questo punto, il tim-bro della legge ucraina. Alla coppia
viene rilasciato un certificato di pa-ternità e maternità. Tutto in regola
visto che in Ucraina la legge per-mette di iscrivere come proprio il
figlio nato da una madre surrogata.
I problemi iniziano in Italia,
quando i genitori si presentano al-l’anagrafe di Ricengo per trascrive-re i documenti ucraini e iscrivere il
figlio. L’ufficiale non ricorda di
avere mai visto in giro la donna col
pancione. La voce arriva in tribu-nale, e da Crema, dove è stato ac-corpato a Cremona, rimbalza al tri-bunale dei minori di Brescia. In Ita-lia il certificato ucraino è illegale.
Se ti scoprono, per la legge sei col-pevole. Quando il bambino ha un
anno e mezzo Brescia stabilisce
che papà e mamma hanno falsifi-cato i documenti, e il piccolo viene
affidato a una casa famiglia. Ulti-mo colpo di scena. Il test del Dna
conferma che l’aspirante padre
non è in realtà il padre del bambi-no. «Sembra incredibile — ragiona
Cecilia Rizzica — . Tutto ruota in-torno a una carenza legislativa del
nostro sistema giuridico. Il 14 gen-naio, prossima udienza, chiedere-mo l’assoluzione della coppia. Per
quanto riguarda il processo civile,
il provvedimento del tribunale di
Brescia non è definitivo. Mi augu-ro che si decida di riunire la fami-glia

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