domenica 10 novembre 2013

Polonio, il killer invisibile che piace ai complottisti

omito, diarrea, cefa-lea e dolori addomi-nali. Sono questi i
primi effetti dell’av -velenamento da polonio 210.
Seguono la perdita di capelli e il
danneggiamento di fegato, reni,
polmoni e midollo osseo.
Quando si arriva alla morte,
questa assomiglia a quella pro-vocata da un tumore fulminan-te. Secondo la Royal Society of
Chemistry , in tutto il mondo,
vengono prodotti pochi etti di
polonio l’anno, quasi tutti sulle
rive del Volga, a 700 chilometri
da Mosca. Per uccidere un uo-mo adulto però ne basta l’equi -valente di un grano di sale. E
l’incubo polonio è riapparso in
questi giorni: così sarebbe stato
avvelenato Arafat secondo gli
ultimi esami effettuati dall’isti -tuto di radiofisica di Losanna.
Dalla fabbricazione di ordigni
nucleari agli attentati, il polonio
210 è uno degli elementi chimi-ci che ricorre più di frequente
nei libri di storia contempora-nea. La sua scoperta si deve a
Maria Skodlowska, meglio nota
come Marie Curie, che insieme
al marito Pierre dedicherà una
vita allo studio di questo semi-metallo altamente radioattivo.
Il nome polonio è scelto proprio
da Marie, nata a Varsavia ma
esule in Francia, che vuole por-tare all’attenzione internazio-nale le istanze nazionalistiche
della sua patria. Il polonio deve
ancora trovare il suo primo uti-lizzo, ma è già entrato nello
scontro politico tra le cancelle-rie. La prima vittima nel 1927,
quando il ricercatore giappone-se Nobus Yamada, che collabo-ra con Curie, muore in seguito
all’esposizione alle sue radia-zioni. La ricerca sulle proprietà
del polonio prosegue negli Stati
Uniti, dove gli scienziati del
“progetto Manhattan“  – tra cui
Enrico Fermi – scoprono le sue
potenzialità nell’industria belli-ca. Un nocciolo di polonio e be-rillio sarà l’innesco di Fat Man, la
bomba atomica sganciata nel
1945 a Nagasaki. Anche Irène
Joliot-Curie, figlia di Marie, si
dedica al suo studio. È lei a scri-vere la voce Polonio nell’Enci -clopedia britannica. Nel 1947,
mentre lavora all’Istituto del ra-dio di Parigi, una provetta di
polonio le esplode vicino. Mo-rirà di leucemia 9 anni dopo,
probabilmente a causa dell'e-sposizione alle radiazioni.
NEGLI ANNI 60 l’industria del
tabacco trova tracce di polonio
210 nelle sigarette. Invece di
pubblicare gli studi, le multina-zionali cercano, invano, un ri-medio. In un carteggio del 1978
tra un impiegato e i dirigenti
Philip Morris si spiega che, ri-velare la presenza di elementi
radioattivi, equivarrebbe a “sve -gliare un gigante che dorme”.
Si torna a parlare di polonio nel
novembre 2006. Alexander Lit-vinenko, un’ex spia russa del
Fsb, pranza con il faccendiere ed
esperto di rifiuti radioattivi Ma-rio Scaramella in un sushi-bar
londinese. Litvinenko è la fonte
di Scaramella per la commissio-ne Mitrokhin che, su mandato
di Paolo Guzzanti, deve dimo-strare i legami tra Romano Pro-di e il Kgb. Poche ore dopo il
pranzo Litvinenko viene ricove-rato d’urgenza al College Hospi-tal, sul suo corpo ingenti quan-tità di polonio. È la prima volta
che viene provata la correlazio-ne tra l’uso dell’elemento ra-dioattivo e un attentato politico.
Litvinenko accusa Scaramella,
ma le indagini inglesi si concen-trano su due ex agenti del Kgb
che la spia aveva incontrato in
precedenza. Litvinenko muore
il 23 novembre e, pochi giorni
dopo, anche Scaramella viene
internato per avvelenamento da
polonio. Ne uscirà però indenne
e verrà dimesso poco dopo.
Due anni prima, era morto in un
ospedale parigino il leader del-l’Olp Yasser Arafat. I medici so-stengono che si sia trattato di un
ictus, ma subito si fa largo l’ipo -tesi di avvelenamento. Il veleno
delle spie ormai è famoso, e il
suo nome ricorre ogni volta che
muore un leader politico. Come
nel caso del leader ucraino ribel-le (alla Russia) Yushenko (nel
2004 forse intossicato da polo-nio, più probabilmente da dios-sina). Come in marzo quando
muore Hugo Chavez: ancora
prima dell’autopsia c’è chi è
convinto sia stato il polonio

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