D’
altra parte, se
vi togliessero
il computer e
Internet, co-sa fareste, in-vece? Quali sono le vittime del
tempo che Facebook e Google
rubano alle vostre serate? Nel-l’ordine: divertimenti in gene-re, soprattutto sceneggiati e
partite in tv, quelle pratiche
che vi eravate portati dall’uffi-cio con l’idea di dargli un’oc-chiata dopo mangiato e anche
un po’ di sonno in più. Con un
occhio a quello che significa
per i flussi di investimento del-la pubblicità, a fare la
classifica ci hanno
pensato gli
ame-ricani, sca-vando nei dati
dei censimenti. La ri-cerca, firmata da Scott Wal-lsten, appare fra i saggi del se-riosissimo National Bureau of
Economic Research, fra studi
sulle insidie della trappola del-la liquidità e indagini sugli zig
zag delle quotazioni azionarie.
Se ne ricava che gli america-ni godono, in media di cinque
ore di tempo libero al giorno
che, per metà, passano davan-ti alla tv. Una quota crescente,
però, preferisce Internet.
Quanti sono? Quelli che su In-ternet vanno per passare il
tempo e non solo per lavorare
o studiare non sono tantissimi
(i dati si fermano al 2011) circa
uno su sei, di più se con l’età
scendiamo agli anni dell’uni-versità e, soprattutto, del liceo.
Per gli studenti, il giro online è
un must, nel 20-30 per cento
dei casi. Comunque, chi sce-glie Internet per il proprio tem-po libero dedica alla rete circa
100 minuti al giorno, un terzo
dei 300 minuti di tempo libero
medio. Sono tanti, visto che, in
quei 100 minuti non rientrano
quelli passati su Internet per
motivi di lavoro o di studio, ma
neanche quelli dedicati a scri-vere o leggere le mail e neppu-re le intense sessioni di video-games. Di più, non contano
neanche quelli passati a vede-re i video nativi di Internet: i
programmi tv trasmessi in re-te, ma anche i video da scarica-re da YouTube. Anche questi
rientrano, nel censimento, nei
programmi televisivi, come i
libri e i giornali letti sul piccolo
schermo vengono comunque
catalogati come tempo speso a
leggere libri e giornali. Sono
cento minuti di vera e propria
vita in Rete. Senza il web, come
li avremmo passati? Be’, è tem-po libero e, dunque, soprattut-to a divertirci. Su 100 minuti,
29 sarebbero stati dedicati a
intrattenimenti di vario gene-re, il grosso (12 minuti) alla tv,
compresi YouTube e la tv su In-ternet. Altri 27 minuti, tuttavia,
sarebbero stati utilizzati, se
non fossimo stati ipnotizzati
da Facebook, per lavoricchia-re un po’ da casa. Dovremo re-cuperare domani mattina in
ufficio, ma, intanto, abbiamo
rinunciato anche a 12 minuti
di sonno. Abbiamo anche per-so sette minuti che avremmo,
altrimenti, dedicato a qualche
lavoretto casalingo e altri 6 che
potevano essere utilmente
spesi nello studiare una lingua
straniera. Per il resto, solo spic-cioli. Se il web non ci avesse
catturato, avremmo dedi-cato 4 di quei cento
minuti a rilassarci sul divano
ad occhi chiusi a pensare ai fat-ti nostri e altri 5 a chiacchiera-re con la vicina di pianerottolo
o a telefonare ad un amico.
Sono gli uomini più delle
donne a cercare rifugio online,
probabilmente anche perché
per le donne è più difficile sot-trarsi all’alternativa di aiutare
altri membri della famiglia, ti-po i bambini a fare i compiti.
Gli uomini, a quanto pare, sa-crificano invece l’istruzione.
Ma davvero il Facebook, Twit-ter, Google sono un magnete a
cui è così difficile resistere? Il
dubbio viene, guardando altri
dati, che non danno l’idea che
spendere online il proprio
tempo libero sia una scelta
particolarmente “trendy” o
“cool”. Il censimento Usa ci di-ce che quelli che più probabil-mente (al netto di tv, videoga-mes, e-mail) accendono il
computer per tirare la serata
sono i neri, seguiti dagli asiati-ci. Bianchi e ispanici vengono
dopo. Facile fiutare qui, alme-no nel primo caso, un proble-ma di soldi. Chi sceglie il com-puter invece della pizzeria o
della discoteca è più facile che
guadagni meno di 30 mila dol-lari l’anno. Sopra questa quo-ta, il ricorso al computer per
riempire il proprio tempo libe-ro scende drasticamente, qua-si alla metà. Chi può permet-tersi di spendere non la trova,
evidentemente, un’alternati-va molto eccitante. Al diavolo
Facebook, andiamo a ballare!
L’intrattenimento online sarà
anche il passepartout al diver-timento del futuro, ma, per il
momento, ha spesso l’aria di
ultima spiaggia.
domenica 8 dicembre 2013
mercoledì 4 dicembre 2013
SagadelBolshoi,ilverdetto Seiannialprimoballerino Avevafattosfregiareconl’acidoildirettoreFilin
MOSCA — Un clima torbido, con i
ballerini che sembravano più impe-gnati a combattersi in conflitti sot-terranei che a svolgere i loro compiti
in scena. Direttori dispotici, mana-ger accusati di usare le primedonne
come prostitute per otte-nere favori da personaggi
altolocati. E’ questa l’im-magine di quello che è uno
dei più famosi templi della
danza al mondo, il Bolshoi
Teatr, fondato nel 1776 e
mai caduto così in basso. Sì,
perché dal 17 gennaio di un
anno fa tutto quello che era
stato pettegolezzo, voce o
accusa sotterranea, è diven-tato di dominio pubblico
mentre il Bolshoi precipitava
a u n l i ve l l o c h e n ess u n o
avrebbe potuto prevedere:
l’attacco contro il direttore a r t i -stico Sergej Filin condotto da un
pregiudicato balordo che gli ha tira-to in faccia un flacone di acido, mar-candolo per tutta la vita. E questo su
ordine di una stella del balletto
mondiale, il primo ballerino Pavel
Dmitrichenko che voleva vendicarsi
delle angherie a suo dire inflitte a lui
e alla sua amichetta Angelina Voron-tsova. Mille e cinquecento euro per
rovinare per sempre Filin, che ha
perso la vista da un occhio, ha avuto
l’altro occhio danneggiato e ha su-bìto venti operazioni di microchi-rurgia e plastica facciale.
Non voleva l’acido Dmitrichenko,
chiedeva solo che il suo amico Yurij
Zarutskij desse al nemico «una bella
ripassata». Per questo aveva pagato i
mille e cinquecento euro; per questo
aveva detto a Zarutskij dove abitava
Filin e a che ora tornava a casa dal
Bolshoi.
Ma il criminale, sentendo dei torti
subìti dal suo amico ballerino
avrebbe deciso di testa sua di usare
la mano pesante nei confronti di
quel «prepotente» di Filin. Lo ha
aspettato nel parcheggio, poi, avvi-cinandosi con il cappuccio della fel-pa calato sulla faccia, lo ha chiamato
per farlo girare. Dopo che il liquido
corrosivo gli era arrivato in pieno
volto, Filin aveva afferrato l’assalito-re per una mano, ma questi si era di-vincolato ed era fuggito via, lascian-dolo a rantolare nella neve.
La condanna del tribunale di Mo-sca, dove tutti gli eventi sono stati
raccontati nei minimi dettagli, non
poteva essere quindi diversa: con-danna per Dmitrichenko, condanna
per Zarutskij e anche per Andrej Li-patov, il disoccupato che aveva gui-dato l’auto. Dieci anni di carcere
speciale per l’assalitore che aveva
già scontato in passato sette anni
per omicidio. Quattro anni per l’au-tista e sei anni di carcere duro per
Dmitrichenko: il fatto che avesse or-dinato «solamente» di picchiare Fi-lin non ha intenerito il giudice.
Il caso è chiuso, quindi, e al mas-simo potremo avere una revisione
delle condanne nell’appello. Rima-ne invece del tutto aperta la questio-ne del funzionamento del Bolshoi e
di quello che sembra continui ad ac-cadere nel grande teatro di Mosca,
da poco riaperto al pubblico dopo
un complesso e lungo lavoro di re-stauro. Ci sono state accuse riguar-danti proprio i lavori fatti per ripor-tare all’antico splendore il teatro. Si
è parlato di pacchianerie aggiunte
dove non erano state previste dagli
architetti originari. E naturalmente
sono circolate voci su possibili bu-starelle.
Man mano che nei mesi scorsi an-davano avanti le indagini, emergeva
il quadro dei rapporti tra i personag-gi più influenti del Bolshoi. La stella
Nikolaj Tsiskaridze ha testimoniato
a favore di Dmitrichenko, sostenen-do che Filin aveva instaurato un cli-ma malsano e affermando che le fe-rite riportate da questi non erano
poi così gravi. A giugno è stato li-cenziato, mentre il direttore del tea-tro Anatolj Iksanov quasi lo additava
come il vero mandante dell’attacco.
Ma poi, un mese dopo, è stato Iksa-nov a perdere il posto. E intanto pio-vevano altre accuse. Da una balleri-na americana che sostiene di essersi
vista richiedere diecimila dollari per
poter fare la solista. Da una ex prima
ballerina che ha parlato di colleghe
usate come prostitute d’alto bordo.
Fabrizio Dragos
ballerini che sembravano più impe-gnati a combattersi in conflitti sot-terranei che a svolgere i loro compiti
in scena. Direttori dispotici, mana-ger accusati di usare le primedonne
come prostitute per otte-nere favori da personaggi
altolocati. E’ questa l’im-magine di quello che è uno
dei più famosi templi della
danza al mondo, il Bolshoi
Teatr, fondato nel 1776 e
mai caduto così in basso. Sì,
perché dal 17 gennaio di un
anno fa tutto quello che era
stato pettegolezzo, voce o
accusa sotterranea, è diven-tato di dominio pubblico
mentre il Bolshoi precipitava
a u n l i ve l l o c h e n ess u n o
avrebbe potuto prevedere:
l’attacco contro il direttore a r t i -stico Sergej Filin condotto da un
pregiudicato balordo che gli ha tira-to in faccia un flacone di acido, mar-candolo per tutta la vita. E questo su
ordine di una stella del balletto
mondiale, il primo ballerino Pavel
Dmitrichenko che voleva vendicarsi
delle angherie a suo dire inflitte a lui
e alla sua amichetta Angelina Voron-tsova. Mille e cinquecento euro per
rovinare per sempre Filin, che ha
perso la vista da un occhio, ha avuto
l’altro occhio danneggiato e ha su-bìto venti operazioni di microchi-rurgia e plastica facciale.
Non voleva l’acido Dmitrichenko,
chiedeva solo che il suo amico Yurij
Zarutskij desse al nemico «una bella
ripassata». Per questo aveva pagato i
mille e cinquecento euro; per questo
aveva detto a Zarutskij dove abitava
Filin e a che ora tornava a casa dal
Bolshoi.
Ma il criminale, sentendo dei torti
subìti dal suo amico ballerino
avrebbe deciso di testa sua di usare
la mano pesante nei confronti di
quel «prepotente» di Filin. Lo ha
aspettato nel parcheggio, poi, avvi-cinandosi con il cappuccio della fel-pa calato sulla faccia, lo ha chiamato
per farlo girare. Dopo che il liquido
corrosivo gli era arrivato in pieno
volto, Filin aveva afferrato l’assalito-re per una mano, ma questi si era di-vincolato ed era fuggito via, lascian-dolo a rantolare nella neve.
La condanna del tribunale di Mo-sca, dove tutti gli eventi sono stati
raccontati nei minimi dettagli, non
poteva essere quindi diversa: con-danna per Dmitrichenko, condanna
per Zarutskij e anche per Andrej Li-patov, il disoccupato che aveva gui-dato l’auto. Dieci anni di carcere
speciale per l’assalitore che aveva
già scontato in passato sette anni
per omicidio. Quattro anni per l’au-tista e sei anni di carcere duro per
Dmitrichenko: il fatto che avesse or-dinato «solamente» di picchiare Fi-lin non ha intenerito il giudice.
Il caso è chiuso, quindi, e al mas-simo potremo avere una revisione
delle condanne nell’appello. Rima-ne invece del tutto aperta la questio-ne del funzionamento del Bolshoi e
di quello che sembra continui ad ac-cadere nel grande teatro di Mosca,
da poco riaperto al pubblico dopo
un complesso e lungo lavoro di re-stauro. Ci sono state accuse riguar-danti proprio i lavori fatti per ripor-tare all’antico splendore il teatro. Si
è parlato di pacchianerie aggiunte
dove non erano state previste dagli
architetti originari. E naturalmente
sono circolate voci su possibili bu-starelle.
Man mano che nei mesi scorsi an-davano avanti le indagini, emergeva
il quadro dei rapporti tra i personag-gi più influenti del Bolshoi. La stella
Nikolaj Tsiskaridze ha testimoniato
a favore di Dmitrichenko, sostenen-do che Filin aveva instaurato un cli-ma malsano e affermando che le fe-rite riportate da questi non erano
poi così gravi. A giugno è stato li-cenziato, mentre il direttore del tea-tro Anatolj Iksanov quasi lo additava
come il vero mandante dell’attacco.
Ma poi, un mese dopo, è stato Iksa-nov a perdere il posto. E intanto pio-vevano altre accuse. Da una balleri-na americana che sostiene di essersi
vista richiedere diecimila dollari per
poter fare la solista. Da una ex prima
ballerina che ha parlato di colleghe
usate come prostitute d’alto bordo.
Fabrizio Dragos
venerdì 29 novembre 2013
Noi, i sopravvissuti dell’Aids così abbiamo fermato il virus
D
IMOSTRÒ così all’Italia
terrorizzata (e razzista)
che l’Hiv non si trasmet-teva né con la saliva, né tanto-meno con una stretta di mano.
Oggi a 47 anni, sieropositiva
da quando ne aveva 18, Rosaria
Iardino è diventata mamma di
una bellissima bambina di no-me Anita, ed è insieme ad altri
centocinquantamila italiani,
una “long survivor”, una soprav-vissuta. Convive cioè da decenni
con la malattia tenendo sotto
controllo il virus, grazie ad un
cocktail di farmaci che hanno
cambiato per sempre il destino
delle persone sieropositive.
Espulsa a 22 anni dal ristorante
dove lavorava come maitre a
causa della sua malattia, Rosaria
Iardino, oggi consigliere comu-nale del Pd a Milano, ha spesso
raccontato quanto fossero forti
le discriminazioni negli anni in
cui l’Aids veniva considerato la
“peste bianca”, che si diffonde-va attraverso sangue e rapporti
sessuali.
«Nel 1986 i medici mi dissero
che sarei morta entro un anno...
Invece ero forte, e ce l’ho fatta a
sopravvivere fino a quando nel
1996 sono arrivati gli antiretro-virali, farmaci che hanno cam-biato l’esistenza di tutti noi. Og-gi se ti curi puoi guardare al di là
della malattia, lavorare, fare
progetti. Sono diventata insie-me alla mia compagna mamma
di Anita, la gravidanza l’ha fatta
lei, io ero un po’ troppo grande...
Certo non è facile dipendere dai
farmaci, il fegato si affatica, ma
l’alternativa è ammalarsi. E a me
la vita piace. Ma il vero problema
oggi è che di Aids non si parla
più». Rosaria, Margherita, Pao-lo, Alessandro. Come soldati
scampati ad una guerra dove sul
campo sono rimasti amici, com-pagni, mogli, fidanzati, oggi so-no loro, i survivors, a fare infor-mazione nelle scuole, nelle car-ceri.
Il paradosso della sopravvi-venza è proprio questo. Alla vigi-lia della giornata mondiale con-tro l’Aids, in Italia si contano
quattromila nuove infezioni
l’anno, una speranza di vita
sempre più lunga, ma anche un
muro di silenzio che ormai cir-conda l’Hiv. «Questo silenzio —
aggiunge Stefano Vella, infetti-vologo, uno dei più importanti
esperti di Aids del nostro paese
— sta portando a conseguenze
gravi. Il serbatoio del contagio
non diminuisce, aumenta il nu-mero dei sieropositivi, i giovani
ignorano il preservativo, nessu-no fa più il test. Chi contrae il vi-rus scopre la propria condizione
dopo anni, con il rischio di aver
infettato chissà quante altre per-sone. Di Aids non si muore qua-si più, è ormai una malattia cro-nica, ma è una malattia globale,
il maggior centro di contagio,
Africa a parte, è nei paesi dell’E-st, nel cuore dell’Europa, alle
porte dell’Italia. Non possiamo
abbassare la guardia».
Paolo P. ha 60 anni, di cui tren-ta vissuti da sieropositivo. Ma
anche due figli, una moglie, un
lavoro e una storia simile ad una
resurrezione. E c’è l’avventura
di una generazione nel suo rac-conto, che parte dall’incontro
con l’eroina, e passa per un viag-gio a Londra in una comunità
per disintossicarsi, dove Paolo
finisce all’ospedale per un her-pes e scopre, invece, di avere
l’Hiv. «Era il 1984, mi diedero un
foglietto e sopra c’era scritto pa-ziente con Aids, sei mesi di vita...
In quel momento ho chiuso con
la droga, a volte penso che sia
stato proprio l’Hiv ad avermi sal-vato la vita». Paolo torna a Mes-sina ed inizia a curarsi ma è una
stagione di lutti ciò che l’atten-de. «Uno dopo l’altro i miei ami-ci muoiono tutti, nel 1992 di-strutta dall’Aids se ne va anche
mia moglie. Resto solo, ancora
sano, e con un figlio di 12 anni.
Un cimitero intorno a me, ma
dovevo vivere a tutti i costi. Sco-pro di avere una carica virale
molto bassa, tengo duro fino a
quando gli antiretrovirali rivolu-zionano la mia vita». Ma la cosa
più bella è che Paolo incontra di
nuovo l’amore, lei sieronegativa
lo sposa, e Paolo diventa padre
per la seconda volta, attraverso il
lavaggio dello sperma e la fecon-dazione assistita. «Il Capodanno
del Duemila per noi sieropositi-vi era l’alba che non avremmo
visto mai. Invece sono qui».
Era il 1989 quando il ministe-ro della Sanità lanciò la martel-lante campagna “Aids, se lo co-nosci lo eviti, se lo conosci non ti
uccide”. Poi il silenzio. Ferdi-nando Aiuti, infettivologo e im-munologo è la memoria storica
della lotta all’Aids in Italia. «Era-no anni tremendi. Morivano
tutti. Il primo paziente infetto
arrivò nel mio istituto nel 1983.
Eravamo in trincea. C’era uno
spaventoso stigma sociale: i sie-ropositivi facevano paura, per
questo baciai Rosaria. I dentisti
si rifiutavano di curarli, i colleghi
medici pretendevano camere
operatorie separate, la gente li-cenziata, i bambini espulsi dalle
scuole. La cosa più dura era ve-der morire i bambini. Se pensia-mo che oggi di neonati positivi
non ne nascono più, che ho pa-zienti in vita infettati addirittura
nell’87, è evidente la rivoluzione
portata dai farmaci. Ma soprav-vivere non vuol dire che abbia-mo vinto. Si deve tornare al test
di massa, soltanto così fermere-mo il virus». Margherita Errico,
napoletana, ha 35 anni, è presi-dente di “Nps” Italia, il network
di persone sieropositive. Aveva
15 anni quando viene contagia-ta dal suo fidanzato. «Un’estate,
nel ‘93. Lui era uscito dalla co-munità, era un soggetto a ri-schio, ma io ero innamorata. Sì,
usavamo il preservativo, ma la
mia famiglia non approvava
quella relazione, ci nascondeva-mo, e deve essere accaduto così,
per un errore, una leggerezza». È
ancora una ragazzina del liceo
Margherita quando si accorge di
essere ammalata: febbri, linfo-nodi, il test non lascia dubbi. Il
mondo che ti crolla addosso. Di
nascosto, «i miei genitori sareb-bero stati capaci di ammazzarlo
il mio ex», inizia a curarsi, otte-nendo dai medici che la seguono
la garanzia di non coinvolgere i
genitori. «Mi sono laureata, so-no diventata interprete, ho avu-to amori e relazioni, e sono salva
grazie ai farmaci. Oggi mi occu-po del network e di fare informa-zione. I giovani dell’Aids n
IMOSTRÒ così all’Italia
terrorizzata (e razzista)
che l’Hiv non si trasmet-teva né con la saliva, né tanto-meno con una stretta di mano.
Oggi a 47 anni, sieropositiva
da quando ne aveva 18, Rosaria
Iardino è diventata mamma di
una bellissima bambina di no-me Anita, ed è insieme ad altri
centocinquantamila italiani,
una “long survivor”, una soprav-vissuta. Convive cioè da decenni
con la malattia tenendo sotto
controllo il virus, grazie ad un
cocktail di farmaci che hanno
cambiato per sempre il destino
delle persone sieropositive.
Espulsa a 22 anni dal ristorante
dove lavorava come maitre a
causa della sua malattia, Rosaria
Iardino, oggi consigliere comu-nale del Pd a Milano, ha spesso
raccontato quanto fossero forti
le discriminazioni negli anni in
cui l’Aids veniva considerato la
“peste bianca”, che si diffonde-va attraverso sangue e rapporti
sessuali.
«Nel 1986 i medici mi dissero
che sarei morta entro un anno...
Invece ero forte, e ce l’ho fatta a
sopravvivere fino a quando nel
1996 sono arrivati gli antiretro-virali, farmaci che hanno cam-biato l’esistenza di tutti noi. Og-gi se ti curi puoi guardare al di là
della malattia, lavorare, fare
progetti. Sono diventata insie-me alla mia compagna mamma
di Anita, la gravidanza l’ha fatta
lei, io ero un po’ troppo grande...
Certo non è facile dipendere dai
farmaci, il fegato si affatica, ma
l’alternativa è ammalarsi. E a me
la vita piace. Ma il vero problema
oggi è che di Aids non si parla
più». Rosaria, Margherita, Pao-lo, Alessandro. Come soldati
scampati ad una guerra dove sul
campo sono rimasti amici, com-pagni, mogli, fidanzati, oggi so-no loro, i survivors, a fare infor-mazione nelle scuole, nelle car-ceri.
Il paradosso della sopravvi-venza è proprio questo. Alla vigi-lia della giornata mondiale con-tro l’Aids, in Italia si contano
quattromila nuove infezioni
l’anno, una speranza di vita
sempre più lunga, ma anche un
muro di silenzio che ormai cir-conda l’Hiv. «Questo silenzio —
aggiunge Stefano Vella, infetti-vologo, uno dei più importanti
esperti di Aids del nostro paese
— sta portando a conseguenze
gravi. Il serbatoio del contagio
non diminuisce, aumenta il nu-mero dei sieropositivi, i giovani
ignorano il preservativo, nessu-no fa più il test. Chi contrae il vi-rus scopre la propria condizione
dopo anni, con il rischio di aver
infettato chissà quante altre per-sone. Di Aids non si muore qua-si più, è ormai una malattia cro-nica, ma è una malattia globale,
il maggior centro di contagio,
Africa a parte, è nei paesi dell’E-st, nel cuore dell’Europa, alle
porte dell’Italia. Non possiamo
abbassare la guardia».
Paolo P. ha 60 anni, di cui tren-ta vissuti da sieropositivo. Ma
anche due figli, una moglie, un
lavoro e una storia simile ad una
resurrezione. E c’è l’avventura
di una generazione nel suo rac-conto, che parte dall’incontro
con l’eroina, e passa per un viag-gio a Londra in una comunità
per disintossicarsi, dove Paolo
finisce all’ospedale per un her-pes e scopre, invece, di avere
l’Hiv. «Era il 1984, mi diedero un
foglietto e sopra c’era scritto pa-ziente con Aids, sei mesi di vita...
In quel momento ho chiuso con
la droga, a volte penso che sia
stato proprio l’Hiv ad avermi sal-vato la vita». Paolo torna a Mes-sina ed inizia a curarsi ma è una
stagione di lutti ciò che l’atten-de. «Uno dopo l’altro i miei ami-ci muoiono tutti, nel 1992 di-strutta dall’Aids se ne va anche
mia moglie. Resto solo, ancora
sano, e con un figlio di 12 anni.
Un cimitero intorno a me, ma
dovevo vivere a tutti i costi. Sco-pro di avere una carica virale
molto bassa, tengo duro fino a
quando gli antiretrovirali rivolu-zionano la mia vita». Ma la cosa
più bella è che Paolo incontra di
nuovo l’amore, lei sieronegativa
lo sposa, e Paolo diventa padre
per la seconda volta, attraverso il
lavaggio dello sperma e la fecon-dazione assistita. «Il Capodanno
del Duemila per noi sieropositi-vi era l’alba che non avremmo
visto mai. Invece sono qui».
Era il 1989 quando il ministe-ro della Sanità lanciò la martel-lante campagna “Aids, se lo co-nosci lo eviti, se lo conosci non ti
uccide”. Poi il silenzio. Ferdi-nando Aiuti, infettivologo e im-munologo è la memoria storica
della lotta all’Aids in Italia. «Era-no anni tremendi. Morivano
tutti. Il primo paziente infetto
arrivò nel mio istituto nel 1983.
Eravamo in trincea. C’era uno
spaventoso stigma sociale: i sie-ropositivi facevano paura, per
questo baciai Rosaria. I dentisti
si rifiutavano di curarli, i colleghi
medici pretendevano camere
operatorie separate, la gente li-cenziata, i bambini espulsi dalle
scuole. La cosa più dura era ve-der morire i bambini. Se pensia-mo che oggi di neonati positivi
non ne nascono più, che ho pa-zienti in vita infettati addirittura
nell’87, è evidente la rivoluzione
portata dai farmaci. Ma soprav-vivere non vuol dire che abbia-mo vinto. Si deve tornare al test
di massa, soltanto così fermere-mo il virus». Margherita Errico,
napoletana, ha 35 anni, è presi-dente di “Nps” Italia, il network
di persone sieropositive. Aveva
15 anni quando viene contagia-ta dal suo fidanzato. «Un’estate,
nel ‘93. Lui era uscito dalla co-munità, era un soggetto a ri-schio, ma io ero innamorata. Sì,
usavamo il preservativo, ma la
mia famiglia non approvava
quella relazione, ci nascondeva-mo, e deve essere accaduto così,
per un errore, una leggerezza». È
ancora una ragazzina del liceo
Margherita quando si accorge di
essere ammalata: febbri, linfo-nodi, il test non lascia dubbi. Il
mondo che ti crolla addosso. Di
nascosto, «i miei genitori sareb-bero stati capaci di ammazzarlo
il mio ex», inizia a curarsi, otte-nendo dai medici che la seguono
la garanzia di non coinvolgere i
genitori. «Mi sono laureata, so-no diventata interprete, ho avu-to amori e relazioni, e sono salva
grazie ai farmaci. Oggi mi occu-po del network e di fare informa-zione. I giovani dell’Aids n
Zhang, il Kerouac cinese che insegna a mollare tutto
ove ti porta il cuo-re. Adesso si può, an-che nell’unico regi-me di successo della
storia. La propagan-da di Pechino impone il «sogno
cinese» del presidente Xi Jinping,
ma la massa dei cinesi, in quanto
a sogni, comincia a preferire i pro-pri. Sogno numero uno: andare
via, mollare tutto e seguire solo i
propri desideri, subito, per non
scoprire di aver buttato via il tem-po. In Europa e Usa «cambiare vi-ta» è stata l’icona della rivolta gio-vanile anni Settanta ed è il simbo-lo della resa contemporanea de-gli stessi adulti, nuovamente in
crisi. In Cina la rivolta della gene-razione «paga da fame» diventa
invece la sola forma di opposizio-ne che il partito-Stato non riesce
a punire: e il popolo delle «dimis-sioni nude», che in Occidente i
pessimisti definiscono «al buio»,
comincia a spaventare il partito
della grande urbanizzazione for-zata. Maestri nelle riproduzioni, i
cinesi hanno creato ora anche il
loro Jack Kerouac. Si chiama
Zhang Xinyu, non è uno scrittore
maledetto, ma è già una star del
web grazie al documentario «Sul-la strada», che dimostra come i
sogni «siano lì, delle realtà solo in
attesa di essere realizzate».
Messaggio dirompente, nella
Cina dei nuovi colletti bianchi
strappati ai villaggi rurali e rin-chiusi negli uffici metropolitani:
al punto che l’«On the Road» ma-de in China, sulla pur censurata
Rete, è stato visto cento milioni di
volte e sta collezionando i com-menti adoranti di stuoli di cinesi.
Il «metodo Zhang», ad un sociolo-go americano, potrebbe apparire
banalmente eccentrico: niente
India, ma un viaggio lungo un an-no, con la fidanzata, in luoghi re-moti del pianeta, preferibilmente
scossi da catastrofi. Al grande po-polo dell’esistenza pre-pianifica-ta dai funzionari post-maoisti,
dalla nascita alla morte, quella
trasgressione ingenua invece
piace e si trasforma nel manifesto
della ribellione dei figli unici del
mitizzato «operaio di Shenzhen».
Una storia che è un epoca, quel-la di Zhang Xinyu. Nato a Pechino,
non è riuscito a entrare all’univer-sità. Ha fatto il meccanico, il cuoco
dell’esercito, il venditore di kebab,
lo spazzino e infine il «manager» di
un cesso pubblico. A fine anni No-vanta, la folgorazione: i cinesi
mangiavano sempre di più e ha
messo in piedi un’officina di mac-chine per friggere il tofu, trasfor-mata presto in industria grazie al
boom del Pil nazionale a due cifre.
Nel 2002, a 25 anni, si è potuto per-mettere una catena di gioiellerie:
Zhang Xinyu ce l’aveva fatta, era
ricco, il perfetto capital-comuni-sta progettato dal partito. La vita
che sta sconvolgendo milioni di
suoi coetanei, prossimi alla mezza
età, comincia però qui, nel 2008,
dopo un viaggio nel Sichuan di-strutto dal terremoto. Il milionario
Kerouac del risorto Impero di
Mezzo affonda tra i cadaveri e rea-lizza che «ciò a cui pensavo tutto il
giorno era fare soldi, comprare ca-se, fare più soldi e comprare case
più grandi». È stato lì, nell’epicen-tro del fallimento cinese, dove le
case di cartone erano crollate per la
corruzione dei funzionari, che
Zhang decise di «seguire solo i
miei sogni». Il suo viaggio «sulla
strada», nel 2012, l’ha portato a
Mogadiscio, a Chernobyl, sul cra-tere di un vulcano attivo sull’isola
di Vanuatu e a Oymyakon, l’an-golo più gelido della Siberia russa.
Ora promette che sposerà Liang,
la compagna, al Polo Sud, ma non
è l’inaccessibile lontananza dei
luoghi scelti per la sua catarsi a
sconvolgere il popolo dei nuovi
turisti dello shopping forzato tra
Parigi e Via Condotti.
Il punto è, per milioni di inter-nauti cinesi, che Zhang Xinyu «un
giorno ha avuto coraggio, ha mol-lato tutto ed è andato via». In poche
settimane, «dimissioni nude», e
«seguire i propri sogni» sono di-ventate le espressioni più cliccate
sul web e la prima generazione del
«posto fisso», della «scrivania» e del
«mutuo per la macchina» minac-cia di seguire alla lettera il suo pro-feta «new age». Altro che «ultimi
schiavi dei consumi», come consi-gliano i «prìncipi rossi»: liberi piut-tosto, sia dal morbo della spesa ca-pitalista che dal virus dei doveri
socialisti, decisi a costruire la più
travolgente massa di «vagabondi
né di qua e né di là». Per la prima
volta in Cina spopolano così i dia-ri «scadenza zero» di chi una mat-tina ha mandato il capufficio a
quel paese ed è partito per «sco-prire la mia patria in autostop».
Al posto di Confucio, la classe
media segue le gesta di una fami-glia di Yanzhou, nello Shandong,
che si è venduta la casa, ha ritirato
un figlio dall’asilo e una figlia da
scuola ed è salpata per «un meravi-glioso giro del mondo su una barca
da 55 mila dollari». Non sarà la
«Route 66» americana, o la fuga
bordo oceano del motociclista
Che Guevara, ma per milioni di ci-nesi la terra promessa oggi è «ab-bandonare il lavoro, aprire un ba-retto, fare due yuan e partire in bi-cicletta da Lijiang verso la leggen-daria Lhasa». Strada «318», 1300
miglia fino a quota 5 mila, dallo
Yunnan al Tibet, «un posto ormai
più intasato di uno shopping cen-ter», secondo la Rete. La fucina
umana dell’ex «industria del mon-do» scopre così termini ignoti, co-me «anno sabbatico» e «biglietto
solo andata» e il potere fondato sul-la disciplina collettiva teme che le
tentazioni della noia occidentale
possano contagiare il suo esercito
di prossimi consumatori pro-grammati per la crescita infinita.
«Se non l’hai fatto adesso, non lo fa-rai mai»: tutta colpa di un vecchio
poeta ribelle ereditato dagli States,
che dopo mezzo secolo sbatte an-che i cinesi sulla strada e rischia di
infrangere il «sogno cinese» del lo-ro nuovo imperatore.
È diventato una star sul web grazie ad un video sulle sue avventure
Per la prima volta nel Paese spopolano i diari di chi lascia il posto fisso
Zhang, il Kerouac cinese
che insegna a mollare tutto
La scheda
DIMISSIONI NUDE
Il termine “nude
dimissioni”,
che indica la fuga
dal lavoro senza
cercarne altri,
è stato usato
600mila volte
su Weibo, il
Twitter cinese
“QUIT & TRAVEL”
La community
cinese online
“Quit & Travel”
conta oltre
200mila membri
Promuove una
rivista su iPad
e una canzone
sul tema
“ON THE ROAD”
Il documentario
in 15 parti
sul viaggio
di Zhang Xinyu
e Liang Hong
è stato visto più
di 100 milioni di
volte su YouKu, il
YouTube cinese
© RIPR
storia. La propagan-da di Pechino impone il «sogno
cinese» del presidente Xi Jinping,
ma la massa dei cinesi, in quanto
a sogni, comincia a preferire i pro-pri. Sogno numero uno: andare
via, mollare tutto e seguire solo i
propri desideri, subito, per non
scoprire di aver buttato via il tem-po. In Europa e Usa «cambiare vi-ta» è stata l’icona della rivolta gio-vanile anni Settanta ed è il simbo-lo della resa contemporanea de-gli stessi adulti, nuovamente in
crisi. In Cina la rivolta della gene-razione «paga da fame» diventa
invece la sola forma di opposizio-ne che il partito-Stato non riesce
a punire: e il popolo delle «dimis-sioni nude», che in Occidente i
pessimisti definiscono «al buio»,
comincia a spaventare il partito
della grande urbanizzazione for-zata. Maestri nelle riproduzioni, i
cinesi hanno creato ora anche il
loro Jack Kerouac. Si chiama
Zhang Xinyu, non è uno scrittore
maledetto, ma è già una star del
web grazie al documentario «Sul-la strada», che dimostra come i
sogni «siano lì, delle realtà solo in
attesa di essere realizzate».
Messaggio dirompente, nella
Cina dei nuovi colletti bianchi
strappati ai villaggi rurali e rin-chiusi negli uffici metropolitani:
al punto che l’«On the Road» ma-de in China, sulla pur censurata
Rete, è stato visto cento milioni di
volte e sta collezionando i com-menti adoranti di stuoli di cinesi.
Il «metodo Zhang», ad un sociolo-go americano, potrebbe apparire
banalmente eccentrico: niente
India, ma un viaggio lungo un an-no, con la fidanzata, in luoghi re-moti del pianeta, preferibilmente
scossi da catastrofi. Al grande po-polo dell’esistenza pre-pianifica-ta dai funzionari post-maoisti,
dalla nascita alla morte, quella
trasgressione ingenua invece
piace e si trasforma nel manifesto
della ribellione dei figli unici del
mitizzato «operaio di Shenzhen».
Una storia che è un epoca, quel-la di Zhang Xinyu. Nato a Pechino,
non è riuscito a entrare all’univer-sità. Ha fatto il meccanico, il cuoco
dell’esercito, il venditore di kebab,
lo spazzino e infine il «manager» di
un cesso pubblico. A fine anni No-vanta, la folgorazione: i cinesi
mangiavano sempre di più e ha
messo in piedi un’officina di mac-chine per friggere il tofu, trasfor-mata presto in industria grazie al
boom del Pil nazionale a due cifre.
Nel 2002, a 25 anni, si è potuto per-mettere una catena di gioiellerie:
Zhang Xinyu ce l’aveva fatta, era
ricco, il perfetto capital-comuni-sta progettato dal partito. La vita
che sta sconvolgendo milioni di
suoi coetanei, prossimi alla mezza
età, comincia però qui, nel 2008,
dopo un viaggio nel Sichuan di-strutto dal terremoto. Il milionario
Kerouac del risorto Impero di
Mezzo affonda tra i cadaveri e rea-lizza che «ciò a cui pensavo tutto il
giorno era fare soldi, comprare ca-se, fare più soldi e comprare case
più grandi». È stato lì, nell’epicen-tro del fallimento cinese, dove le
case di cartone erano crollate per la
corruzione dei funzionari, che
Zhang decise di «seguire solo i
miei sogni». Il suo viaggio «sulla
strada», nel 2012, l’ha portato a
Mogadiscio, a Chernobyl, sul cra-tere di un vulcano attivo sull’isola
di Vanuatu e a Oymyakon, l’an-golo più gelido della Siberia russa.
Ora promette che sposerà Liang,
la compagna, al Polo Sud, ma non
è l’inaccessibile lontananza dei
luoghi scelti per la sua catarsi a
sconvolgere il popolo dei nuovi
turisti dello shopping forzato tra
Parigi e Via Condotti.
Il punto è, per milioni di inter-nauti cinesi, che Zhang Xinyu «un
giorno ha avuto coraggio, ha mol-lato tutto ed è andato via». In poche
settimane, «dimissioni nude», e
«seguire i propri sogni» sono di-ventate le espressioni più cliccate
sul web e la prima generazione del
«posto fisso», della «scrivania» e del
«mutuo per la macchina» minac-cia di seguire alla lettera il suo pro-feta «new age». Altro che «ultimi
schiavi dei consumi», come consi-gliano i «prìncipi rossi»: liberi piut-tosto, sia dal morbo della spesa ca-pitalista che dal virus dei doveri
socialisti, decisi a costruire la più
travolgente massa di «vagabondi
né di qua e né di là». Per la prima
volta in Cina spopolano così i dia-ri «scadenza zero» di chi una mat-tina ha mandato il capufficio a
quel paese ed è partito per «sco-prire la mia patria in autostop».
Al posto di Confucio, la classe
media segue le gesta di una fami-glia di Yanzhou, nello Shandong,
che si è venduta la casa, ha ritirato
un figlio dall’asilo e una figlia da
scuola ed è salpata per «un meravi-glioso giro del mondo su una barca
da 55 mila dollari». Non sarà la
«Route 66» americana, o la fuga
bordo oceano del motociclista
Che Guevara, ma per milioni di ci-nesi la terra promessa oggi è «ab-bandonare il lavoro, aprire un ba-retto, fare due yuan e partire in bi-cicletta da Lijiang verso la leggen-daria Lhasa». Strada «318», 1300
miglia fino a quota 5 mila, dallo
Yunnan al Tibet, «un posto ormai
più intasato di uno shopping cen-ter», secondo la Rete. La fucina
umana dell’ex «industria del mon-do» scopre così termini ignoti, co-me «anno sabbatico» e «biglietto
solo andata» e il potere fondato sul-la disciplina collettiva teme che le
tentazioni della noia occidentale
possano contagiare il suo esercito
di prossimi consumatori pro-grammati per la crescita infinita.
«Se non l’hai fatto adesso, non lo fa-rai mai»: tutta colpa di un vecchio
poeta ribelle ereditato dagli States,
che dopo mezzo secolo sbatte an-che i cinesi sulla strada e rischia di
infrangere il «sogno cinese» del lo-ro nuovo imperatore.
È diventato una star sul web grazie ad un video sulle sue avventure
Per la prima volta nel Paese spopolano i diari di chi lascia il posto fisso
Zhang, il Kerouac cinese
che insegna a mollare tutto
La scheda
DIMISSIONI NUDE
Il termine “nude
dimissioni”,
che indica la fuga
dal lavoro senza
cercarne altri,
è stato usato
600mila volte
su Weibo, il
Twitter cinese
“QUIT & TRAVEL”
La community
cinese online
“Quit & Travel”
conta oltre
200mila membri
Promuove una
rivista su iPad
e una canzone
sul tema
“ON THE ROAD”
Il documentario
in 15 parti
sul viaggio
di Zhang Xinyu
e Liang Hong
è stato visto più
di 100 milioni di
volte su YouKu, il
YouTube cinese
© RIPR
lunedì 25 novembre 2013
Maturità sprint, il liceo si accorcia solo quattro anni per il diploma Il ministro accelera sulla sperimentazione, ecco le prime scuole pubbliche
A
L MOMENTO, gli isti-tuti statali che dal
prossimo anno — il
2014/2015 — potranno atti-vare percorsi quadriennali
per giungere al diploma sono
quattro: il liceo internaziona-le delle scienze applicate Car-lo Anti di Villafranca di Vero-na, l’istituto tecnico econo-mico Tosi di Busto Arsizio, l’i-stituto superiore Majorana di
Brindisi e il liceo classico Flac-co di Bari. Ma in attesa del be-nestare ministeriale ci sareb-bero altre tre scuole campane
e l’elenco potrebbe allungar-si.
Semplice sperimentazione
o preludio dell’ennesima
riforma scolastica a costo ze-ro? Basta infatti compattare in
quattro anni l’orario delle le-zioni previsto per il quin-quennio per diplomarsi a 18
anni o addirittura a 17 anni,
nei casi in cui si è sfruttato
l’anticipo. Un’eventualità
che metterebbe l’Italia al pas-so con quei Paesi europei do-ve l’intero percorso scolastico
termina un anno prima che
da noi. Il liceo internazionale
delle scienze applicate Carlo
Anti di Verona, in luogo delle
4.752 ore previste per l’attua-le percorso di cinque anni,
prevede 4.125 ore di lezione
spalmate in quattro anni e 200
ore di stage. Mentre gli stu-denti che vorranno frequen-tare il liceo classico interna-zionale Flacco di Bari dovran-no sobbarcarsi 4.752 ore in
quattro anni — 6 ore al giorno
per sei giorni a settimana —
più 233 ore di laboratorio e
stage.
«Le sperimentazioni ven-gono autorizzate senza nes-sun criterio, senza nessun pa-rere da parte degli organi
competenti, senza nessun ri-ferimento normativo e senza
nessun limite», tuonano dalla
Flc Cgil. «Basta alzarsi la mat-tina e chiedere l’autorizzazio-ne per ottenerla? E quante
scuole potranno averla: dieci,
venti, cento?», si chiede Do-menico Pantaleo che punta il
dito contro la ministra Maria
Chiara Carrozza. Ma non so-lo. «Tutti i progetti — spiega
Pantaleo — presentano tre
punti qualificanti: l’innova-zione della didattica, il cam-bio di denominazione dei
percorsi ordinamentali in
percorsi internazionali — con
lo studio di più ore di lingua
straniera — e una selezione in
ingresso per reclutare gli stu-denti più motivati e che han-no ottenuto ottimi risultati al-la scuola media. Selezione
che non è prevista dalla Costi-tuzione. Siamo ancora nella
scuola dell’obbligo e non può
esserci nessuno sbarramento
per l’accesso».
«In effetti, il problema della
riduzione da 13 a 12 anni del
percorso scolastico in Italia si
pone. Ma occorre capire —
spiega Ivan Lo Bello, vicepre-sidente di Confindustra, con
delega all’Educazione — co-me vanno distribuiti questi 12
anni. Non credo sia opportu-no ridurre il liceo a quattro an-ni: rischiamo di indebolirlo. E,
considerando le criticità del
nostro percorso, vediamo
meglio un primo ciclo di 7 an-ni e 5 anni di scuola superio-re».
La riduzione dell’intero
percorso scolastico di un an-no, per allinearlo agli stan-dard europei, è contenuto
nell’Atto di indirizzo sulle
priorità politiche per il 2013
che l’ex ministro Francesco
Profumo ha lasciato in eredità
al suo successore. Una opera-zione che, secondo Profumo,
serviva anche a trovare le ri-sorse da destinare al migliora-mento della qualità dell’offer-ta formativa in Italia. Ma i sin-dacati temono il taglio di
20mila cattedre, corrispon-denti ad un “risparmio” di
mezzo miliardo di euro.
Ma come funzionano le co-se in Europa? In alcuni Paesi
— Spagna, Francia, Portogal-lo, Inghilterra e Grecia — la
scuola termina a 18 anni. In al-tri — come l’Italia, la Germa-nia, la Finlandia, la Svezia, la
Norvegia e la Danimarca — gli
studenti si diplomano a 19 an-ni. Nazioni, soprattutto quel-le del nord Europa, che però
ottengono i migliori piazza-menti nei test Ocse-Pis
L MOMENTO, gli isti-tuti statali che dal
prossimo anno — il
2014/2015 — potranno atti-vare percorsi quadriennali
per giungere al diploma sono
quattro: il liceo internaziona-le delle scienze applicate Car-lo Anti di Villafranca di Vero-na, l’istituto tecnico econo-mico Tosi di Busto Arsizio, l’i-stituto superiore Majorana di
Brindisi e il liceo classico Flac-co di Bari. Ma in attesa del be-nestare ministeriale ci sareb-bero altre tre scuole campane
e l’elenco potrebbe allungar-si.
Semplice sperimentazione
o preludio dell’ennesima
riforma scolastica a costo ze-ro? Basta infatti compattare in
quattro anni l’orario delle le-zioni previsto per il quin-quennio per diplomarsi a 18
anni o addirittura a 17 anni,
nei casi in cui si è sfruttato
l’anticipo. Un’eventualità
che metterebbe l’Italia al pas-so con quei Paesi europei do-ve l’intero percorso scolastico
termina un anno prima che
da noi. Il liceo internazionale
delle scienze applicate Carlo
Anti di Verona, in luogo delle
4.752 ore previste per l’attua-le percorso di cinque anni,
prevede 4.125 ore di lezione
spalmate in quattro anni e 200
ore di stage. Mentre gli stu-denti che vorranno frequen-tare il liceo classico interna-zionale Flacco di Bari dovran-no sobbarcarsi 4.752 ore in
quattro anni — 6 ore al giorno
per sei giorni a settimana —
più 233 ore di laboratorio e
stage.
«Le sperimentazioni ven-gono autorizzate senza nes-sun criterio, senza nessun pa-rere da parte degli organi
competenti, senza nessun ri-ferimento normativo e senza
nessun limite», tuonano dalla
Flc Cgil. «Basta alzarsi la mat-tina e chiedere l’autorizzazio-ne per ottenerla? E quante
scuole potranno averla: dieci,
venti, cento?», si chiede Do-menico Pantaleo che punta il
dito contro la ministra Maria
Chiara Carrozza. Ma non so-lo. «Tutti i progetti — spiega
Pantaleo — presentano tre
punti qualificanti: l’innova-zione della didattica, il cam-bio di denominazione dei
percorsi ordinamentali in
percorsi internazionali — con
lo studio di più ore di lingua
straniera — e una selezione in
ingresso per reclutare gli stu-denti più motivati e che han-no ottenuto ottimi risultati al-la scuola media. Selezione
che non è prevista dalla Costi-tuzione. Siamo ancora nella
scuola dell’obbligo e non può
esserci nessuno sbarramento
per l’accesso».
«In effetti, il problema della
riduzione da 13 a 12 anni del
percorso scolastico in Italia si
pone. Ma occorre capire —
spiega Ivan Lo Bello, vicepre-sidente di Confindustra, con
delega all’Educazione — co-me vanno distribuiti questi 12
anni. Non credo sia opportu-no ridurre il liceo a quattro an-ni: rischiamo di indebolirlo. E,
considerando le criticità del
nostro percorso, vediamo
meglio un primo ciclo di 7 an-ni e 5 anni di scuola superio-re».
La riduzione dell’intero
percorso scolastico di un an-no, per allinearlo agli stan-dard europei, è contenuto
nell’Atto di indirizzo sulle
priorità politiche per il 2013
che l’ex ministro Francesco
Profumo ha lasciato in eredità
al suo successore. Una opera-zione che, secondo Profumo,
serviva anche a trovare le ri-sorse da destinare al migliora-mento della qualità dell’offer-ta formativa in Italia. Ma i sin-dacati temono il taglio di
20mila cattedre, corrispon-denti ad un “risparmio” di
mezzo miliardo di euro.
Ma come funzionano le co-se in Europa? In alcuni Paesi
— Spagna, Francia, Portogal-lo, Inghilterra e Grecia — la
scuola termina a 18 anni. In al-tri — come l’Italia, la Germa-nia, la Finlandia, la Svezia, la
Norvegia e la Danimarca — gli
studenti si diplomano a 19 an-ni. Nazioni, soprattutto quel-le del nord Europa, che però
ottengono i migliori piazza-menti nei test Ocse-Pis
Addio alle luci rosse che ispirarono Manet Pigalle
L’
ultimo “bar ameri-cano” ha abbassato
la saracinesca qual-che mese fa, chiu-dendo un’epoca. Nella rue Fro-chot ormai si vedono solo ragaz-zi modaioli che ascoltano con-certi rock e sono in cerca di in-contri non mercenari. All’angolo
della mitica strada a luci rosse ha
aperto un supermercato biologi-co, il massimo della trasgressio-ne è comprare frutta e verdura
senza pesticidi. Anche i vecchi
sex shop stanno chiudendo op-pure si riconvertono in più fre-quentabili “love store” dove le
coppie arrivano per scegliere in-sieme lingerie e giocattoli erotici.
Addio a Pigalle, benvenuti a
SoPi, ovvero South Pigalle, il pe-rimetro del nono arrondisse-ment tra il boulevard Clichy, un
tempo via del peccato, e la Butte
Montmartre, che non è più la col-lina bohème degli artisti, e nem-meno quel crocevia tra sesso e
criminalità. Ci sono sempre le
carovane di turisti che scendono
dai pullman davanti al Moulin
Rouge ma di rosso è rimasto ben
poco. Nonostante il nome spor-caccione, i Dirty Dick è un locale
di tendenza per sorseggiare
cocktail hawaiani. A Le Scandal,
dove una volta le squillo allieta-vano le serate di inconsolabili
clienti, si viene per ballare e
tutt’al più è concesso fumare.
«Pigalle farà la fine del Ma-rais?», si domandava ieri il Jour-nal du Dimanche, ricordando
come la zona dei bassifondi in-torno alla place des Vosges sia
stata ripulita e trasformata in
quartiere ultrachic. La rapida
trasformazione di quella che
nell’Ottocento fu la Nouvelle
Athènes, laddove vissero innu-merevoli scrittori e artisti, è foto-grafata dal declino dei “bar ame-ricani”, i night club con accom-pagnatrici che avevano fatto la
felicità dei soldati statunitensi
durante la Liberazione. Le ragaz-ze erano chiamate “ bouchon-neuse” perché pagate in percen-tuale sui tappi, bouchons, di
champagne che riuscivano a far
stappare ai clienti. All’inizio de-gli anni Duemila c’erano ancora
un centinaio di questi “bar”, og-gi ne rimangono meno di venti e
quattro sono sotto sfratto. La
febbre immobiliare, con au-menti del 25 per cento nell’ulti-mo decennio, ha costretto molti
proprietari a traslocare verso gli
Champs-Elysées.
«Il quartiere si è gentrificato»,
racconta Antoine Fleury, ricer-catore al Cnrs e studioso dell’e-voluzione sociologica di Pigalle.
«Il business del sesso non piace
più ai residenti». È la fine di una
tradizione durata oltre un seco-lo, con i primi club aperti alla fine
dell’Ottocento, seguendo le tan-te evoluzioni del costume, dai
bordelli di inizio Novecento ai
peep show degli anni Settanta. Il
nightclub F’Exhib, in rue Fro-chot, che ha resistito alla gentri-ficazione fino all’estate scorsa,
adesso è stato sostituto da un lo-cale meno equivoco ma più
trendy, Le Glass. L’ex sala a luci
rosse Divan du Monde è diventa-ta un centro culturale. Il nuovo
Café Pigalle, boulevard Clichy,
ha mantenuto solo fotografie
vintage di ragazze discinte per ri-cordare il suo passato hard. Tra il
2007 e il 2011, un terzo dei sex
shop di Pigalle è scomparso. Agli
incorreggibili nostalgici rimane
solo il Sexodrome, su tre piani,
con sauna e bar “libertino”.
Le atmosfere depravate che
piacevano a Toulouse Lautrec,
Manet e tanti altri pittori sono
sempre più rarefatte. Pauline Vé-ron, la candidata socialista nel
nono arrondissement alle pros-sime elezioni di marzo, ha chie-sto di vincolare le nuove licenze
a SoPi per trasformare tutti i ni-ghtclub e sex shop in librerie e
boutique di moda. Ma non è solo
una questione di gentrificazio-ne, com’è accaduto in altre capi-tali. La vecchia Pigalle scompare
anche perché l’immaginario
sessuale è cambiato. «Molte per-sone non cercano più corpi ma
solo immagini, che trovano facil-mente online», spiega Alain Plu-mey, nato nel 1948 ai piedi della
Butte Montmartre, e fondatore
del Museo dell’Erotismo sul
boulevard Clichy. Il sesso, dice, si
consuma sempre più in solitudi-ne, davanti a uno schermo. E alla
fine la Buoncostume ha ceduto il
passo ai vigili che devono inter-venire per le proteste dei bobo,
bourgeois-bohémien, disturba-ti dal troppo rumore dei nuovi lo-cali notturni
ultimo “bar ameri-cano” ha abbassato
la saracinesca qual-che mese fa, chiu-dendo un’epoca. Nella rue Fro-chot ormai si vedono solo ragaz-zi modaioli che ascoltano con-certi rock e sono in cerca di in-contri non mercenari. All’angolo
della mitica strada a luci rosse ha
aperto un supermercato biologi-co, il massimo della trasgressio-ne è comprare frutta e verdura
senza pesticidi. Anche i vecchi
sex shop stanno chiudendo op-pure si riconvertono in più fre-quentabili “love store” dove le
coppie arrivano per scegliere in-sieme lingerie e giocattoli erotici.
Addio a Pigalle, benvenuti a
SoPi, ovvero South Pigalle, il pe-rimetro del nono arrondisse-ment tra il boulevard Clichy, un
tempo via del peccato, e la Butte
Montmartre, che non è più la col-lina bohème degli artisti, e nem-meno quel crocevia tra sesso e
criminalità. Ci sono sempre le
carovane di turisti che scendono
dai pullman davanti al Moulin
Rouge ma di rosso è rimasto ben
poco. Nonostante il nome spor-caccione, i Dirty Dick è un locale
di tendenza per sorseggiare
cocktail hawaiani. A Le Scandal,
dove una volta le squillo allieta-vano le serate di inconsolabili
clienti, si viene per ballare e
tutt’al più è concesso fumare.
«Pigalle farà la fine del Ma-rais?», si domandava ieri il Jour-nal du Dimanche, ricordando
come la zona dei bassifondi in-torno alla place des Vosges sia
stata ripulita e trasformata in
quartiere ultrachic. La rapida
trasformazione di quella che
nell’Ottocento fu la Nouvelle
Athènes, laddove vissero innu-merevoli scrittori e artisti, è foto-grafata dal declino dei “bar ame-ricani”, i night club con accom-pagnatrici che avevano fatto la
felicità dei soldati statunitensi
durante la Liberazione. Le ragaz-ze erano chiamate “ bouchon-neuse” perché pagate in percen-tuale sui tappi, bouchons, di
champagne che riuscivano a far
stappare ai clienti. All’inizio de-gli anni Duemila c’erano ancora
un centinaio di questi “bar”, og-gi ne rimangono meno di venti e
quattro sono sotto sfratto. La
febbre immobiliare, con au-menti del 25 per cento nell’ulti-mo decennio, ha costretto molti
proprietari a traslocare verso gli
Champs-Elysées.
«Il quartiere si è gentrificato»,
racconta Antoine Fleury, ricer-catore al Cnrs e studioso dell’e-voluzione sociologica di Pigalle.
«Il business del sesso non piace
più ai residenti». È la fine di una
tradizione durata oltre un seco-lo, con i primi club aperti alla fine
dell’Ottocento, seguendo le tan-te evoluzioni del costume, dai
bordelli di inizio Novecento ai
peep show degli anni Settanta. Il
nightclub F’Exhib, in rue Fro-chot, che ha resistito alla gentri-ficazione fino all’estate scorsa,
adesso è stato sostituto da un lo-cale meno equivoco ma più
trendy, Le Glass. L’ex sala a luci
rosse Divan du Monde è diventa-ta un centro culturale. Il nuovo
Café Pigalle, boulevard Clichy,
ha mantenuto solo fotografie
vintage di ragazze discinte per ri-cordare il suo passato hard. Tra il
2007 e il 2011, un terzo dei sex
shop di Pigalle è scomparso. Agli
incorreggibili nostalgici rimane
solo il Sexodrome, su tre piani,
con sauna e bar “libertino”.
Le atmosfere depravate che
piacevano a Toulouse Lautrec,
Manet e tanti altri pittori sono
sempre più rarefatte. Pauline Vé-ron, la candidata socialista nel
nono arrondissement alle pros-sime elezioni di marzo, ha chie-sto di vincolare le nuove licenze
a SoPi per trasformare tutti i ni-ghtclub e sex shop in librerie e
boutique di moda. Ma non è solo
una questione di gentrificazio-ne, com’è accaduto in altre capi-tali. La vecchia Pigalle scompare
anche perché l’immaginario
sessuale è cambiato. «Molte per-sone non cercano più corpi ma
solo immagini, che trovano facil-mente online», spiega Alain Plu-mey, nato nel 1948 ai piedi della
Butte Montmartre, e fondatore
del Museo dell’Erotismo sul
boulevard Clichy. Il sesso, dice, si
consuma sempre più in solitudi-ne, davanti a uno schermo. E alla
fine la Buoncostume ha ceduto il
passo ai vigili che devono inter-venire per le proteste dei bobo,
bourgeois-bohémien, disturba-ti dal troppo rumore dei nuovi lo-cali notturni
“Pechino è troppo inquinata” e l’ambasciatore Usa se ne va
IAMPAOLO VISETTI
PECHINO
S
mog e nostalgia. Otti-me ragioni per abban-donare una terra lonta-na. Non sufficienti
però, almeno non fino
ad oggi, se a porle sul piatto della
bilancia delle decisioni impegna-tive è il rappresentante diploma-tico della prima potenza del mon-do, inviato per controllare la cre-scita della seconda. Invece Gary
Locke, primo ambasciatore ame-ricano di origini cinesi ad essere
atterrato a Pechino, a sorpresa ha
annunciato al presidente Barack
Obama che con i primi mesi del
2014 considererà conclusa la sua
missione asiatica. Un addio anti-cipato, pur leggermente scortese,
non manca di precedenti. Il suo
predecessore, il repubblicano
Jon Huntsman, nella primavera
del 2011 fece rapidamente i baga-gli per correre alle primarie delle
presidenziali Usa. Casa Bianca:
«Ragioni di forza maggiore».
A far scoppiare il caso Locke,
non solo in Cina e negli States, in-tervengono invece ora “ragioni
personali” ufficiali e senza prece-denti, sul filo del bon ton diplo-matico: l’inquinamento record
che soffoca la capitale cinese, tale
da consigliare la fuga alla famiglia
dell’ambasciatore, innescando
la sua necessità di invocare il ri-congiungimento affettivo. È stata
proprio Mona Locke, moglie e di
Gary e madre dei loro tre figli, a
spiegare lo strappo. «I nostri
bambini – ha detto – devono po-ter uscire di casa e respirare senza
paura. E voglio che vadano in una
scuola pubblica, che si facciano
gli amici della vita, che imparino
a rispettare la comunità e ad aiu-tare gli altri». Nel nome di una vi-ta sostenibile, all’inizio dell’an-no, signora e bambini sono così
tornati a Seattle, dopo nemme-no due anni nella dorata prigio-ne pechinese, avvolta nei gas
tossici. Già allora, ha rivelato il
New York Times , la decisione era
presa: papà Gary li avrebbe se-guiti a ruota, nel segno della no-stalgia e di un amore famigliare
superiore alla ragion di Stato.
In Asia, come nel mondo sur-reale del business e dei maneggi
diplomatici, lo stupore è stato
grande. Scatenati gli analisti e il
popolo del web, uniti nel sospet-to che il cuore sia la ruota, non il
motore, dell’anticipato viaggio
di ritorno della stella dei demo-cratici, primo rappresentante
in Oriente di Barack Obama.
Domanda più comune sia a Pe-chino che a Washington: smog
e nostalgia, oppure attriti poli-tici e fallimenti commerciali?
«Un omogeneo impasto di mol-ti ingredienti», confida un alto
funzionario dell’ambasciata
Usa in Cina e i fatti degli ultimi
mesi lo confermano.
Gary Locke era arrivato nella
terra natale degli avi nell’agosto
del 2011. Ancora prima di mette-re piede a Pechino, per i cinesi
era già una star. Ex segretario
americano al commercio, due
volte governatore di Washing-ton, 63 anni, fu sorpreso in fila,
zaino in spalla e mano nella ma-no con la figlia, mentre attende-va il suo turno per un caffè in ae-roporto. Semplicità impensabi-le, per un funzionario del partito
comunista, antropologicamen-te incline alla “sindrome dell’im-peratore”. Locke poi ci mise su- bito del suo, fiondandosi a visita-re Taishan, il villaggio del Sud da
cui suo nonno prima e suo padre
poi erano emigrati per aprire una
bottega di alimentari a Washing-ton. «Un cinese in Cina», si spin-se a titolare il Quotidiano del po-polo,e tutto lasciava presagire,
se non uno storico matrimonio
del promesso G2, quantomeno
un trionfo personale.
Il clima invece, alla vigilia del-la decennale successione alla
guida della Città Proibita, cam-biò all’improvviso. L’“amba-sciatore qualunque” che piace-va alla gente si è trovato prima al-la prese con lo scandalo Bo Xilai,
l’ex leader neo-maoista tradito
dal braccio destro, riparato nel
consolato Usa di Chengdu. Poi è
stato investito dalla cinemato-grafica fuga del dissidente cieco
Chen Guangcheng, rifugiato
nell’ambasciata Usa di Pechino
mentre Hillary Clinton atterrava
nella capitale e le autorità cinesi,
per evitare lo strappo, furono co-strette a concedere un visto “di
studio” per New York.
La luna di miele era già dimen-ticata: Locke è stato infine travol-to dalle tensioni Cina-Giappone
per il controllo del Pacifico, dalle
inchieste cinesi contro le tangen-ti pagate dalla multinazionali
americane per conquistare il più
ricco mercato del pianeta e dalle
ultime rivelazioni sulla parento-poli sino-statunitense. «Le nostre
relazioni bilaterali – ha ammesso
ieri confermando l’addio – sono
decisamente complesse, ma il
mio rientro anticipato resta ispi-rato da opportunità strettamente
private». Voglia di cieli azzurri e di
weekend fuoriporta con la fami-glia, miraggi che già mettono in
fuga dalla Cina centinaia di ma-nager stranieri, spaventati per la
salute dei figli piccoli. Gary Locke
lo sapeva anche prima, ma ren-dere ufficiale che «Pechino oggi è
inadatta alla vita umana» pone la
l’emergenza su un livello di imba-razzo superiore pure per il parti-to-Stato. Anche perché la resa di
Locke, lasciando vacante la sede
estera più importante della Casa
Bianca, apre una stagione diplo-matica nuova in Asia: una Ken-nedy a Tokyo, trionfalmente pre-sentata all’imperatore Akihito
nel 50esimo anniversario dell’o-micidio del padre, e nessuno a Pe-chino, mentre Xi Jinping intima
agli Usa di «ripensare il rapporto
tra le due grandi potenze». Cerca-si dunque urgentemente amba-sciatore americano per la Cina:
preferibilmente dotato di ma-schera a gas e senza famiglia
PECHINO
S
mog e nostalgia. Otti-me ragioni per abban-donare una terra lonta-na. Non sufficienti
però, almeno non fino
ad oggi, se a porle sul piatto della
bilancia delle decisioni impegna-tive è il rappresentante diploma-tico della prima potenza del mon-do, inviato per controllare la cre-scita della seconda. Invece Gary
Locke, primo ambasciatore ame-ricano di origini cinesi ad essere
atterrato a Pechino, a sorpresa ha
annunciato al presidente Barack
Obama che con i primi mesi del
2014 considererà conclusa la sua
missione asiatica. Un addio anti-cipato, pur leggermente scortese,
non manca di precedenti. Il suo
predecessore, il repubblicano
Jon Huntsman, nella primavera
del 2011 fece rapidamente i baga-gli per correre alle primarie delle
presidenziali Usa. Casa Bianca:
«Ragioni di forza maggiore».
A far scoppiare il caso Locke,
non solo in Cina e negli States, in-tervengono invece ora “ragioni
personali” ufficiali e senza prece-denti, sul filo del bon ton diplo-matico: l’inquinamento record
che soffoca la capitale cinese, tale
da consigliare la fuga alla famiglia
dell’ambasciatore, innescando
la sua necessità di invocare il ri-congiungimento affettivo. È stata
proprio Mona Locke, moglie e di
Gary e madre dei loro tre figli, a
spiegare lo strappo. «I nostri
bambini – ha detto – devono po-ter uscire di casa e respirare senza
paura. E voglio che vadano in una
scuola pubblica, che si facciano
gli amici della vita, che imparino
a rispettare la comunità e ad aiu-tare gli altri». Nel nome di una vi-ta sostenibile, all’inizio dell’an-no, signora e bambini sono così
tornati a Seattle, dopo nemme-no due anni nella dorata prigio-ne pechinese, avvolta nei gas
tossici. Già allora, ha rivelato il
New York Times , la decisione era
presa: papà Gary li avrebbe se-guiti a ruota, nel segno della no-stalgia e di un amore famigliare
superiore alla ragion di Stato.
In Asia, come nel mondo sur-reale del business e dei maneggi
diplomatici, lo stupore è stato
grande. Scatenati gli analisti e il
popolo del web, uniti nel sospet-to che il cuore sia la ruota, non il
motore, dell’anticipato viaggio
di ritorno della stella dei demo-cratici, primo rappresentante
in Oriente di Barack Obama.
Domanda più comune sia a Pe-chino che a Washington: smog
e nostalgia, oppure attriti poli-tici e fallimenti commerciali?
«Un omogeneo impasto di mol-ti ingredienti», confida un alto
funzionario dell’ambasciata
Usa in Cina e i fatti degli ultimi
mesi lo confermano.
Gary Locke era arrivato nella
terra natale degli avi nell’agosto
del 2011. Ancora prima di mette-re piede a Pechino, per i cinesi
era già una star. Ex segretario
americano al commercio, due
volte governatore di Washing-ton, 63 anni, fu sorpreso in fila,
zaino in spalla e mano nella ma-no con la figlia, mentre attende-va il suo turno per un caffè in ae-roporto. Semplicità impensabi-le, per un funzionario del partito
comunista, antropologicamen-te incline alla “sindrome dell’im-peratore”. Locke poi ci mise su- bito del suo, fiondandosi a visita-re Taishan, il villaggio del Sud da
cui suo nonno prima e suo padre
poi erano emigrati per aprire una
bottega di alimentari a Washing-ton. «Un cinese in Cina», si spin-se a titolare il Quotidiano del po-polo,e tutto lasciava presagire,
se non uno storico matrimonio
del promesso G2, quantomeno
un trionfo personale.
Il clima invece, alla vigilia del-la decennale successione alla
guida della Città Proibita, cam-biò all’improvviso. L’“amba-sciatore qualunque” che piace-va alla gente si è trovato prima al-la prese con lo scandalo Bo Xilai,
l’ex leader neo-maoista tradito
dal braccio destro, riparato nel
consolato Usa di Chengdu. Poi è
stato investito dalla cinemato-grafica fuga del dissidente cieco
Chen Guangcheng, rifugiato
nell’ambasciata Usa di Pechino
mentre Hillary Clinton atterrava
nella capitale e le autorità cinesi,
per evitare lo strappo, furono co-strette a concedere un visto “di
studio” per New York.
La luna di miele era già dimen-ticata: Locke è stato infine travol-to dalle tensioni Cina-Giappone
per il controllo del Pacifico, dalle
inchieste cinesi contro le tangen-ti pagate dalla multinazionali
americane per conquistare il più
ricco mercato del pianeta e dalle
ultime rivelazioni sulla parento-poli sino-statunitense. «Le nostre
relazioni bilaterali – ha ammesso
ieri confermando l’addio – sono
decisamente complesse, ma il
mio rientro anticipato resta ispi-rato da opportunità strettamente
private». Voglia di cieli azzurri e di
weekend fuoriporta con la fami-glia, miraggi che già mettono in
fuga dalla Cina centinaia di ma-nager stranieri, spaventati per la
salute dei figli piccoli. Gary Locke
lo sapeva anche prima, ma ren-dere ufficiale che «Pechino oggi è
inadatta alla vita umana» pone la
l’emergenza su un livello di imba-razzo superiore pure per il parti-to-Stato. Anche perché la resa di
Locke, lasciando vacante la sede
estera più importante della Casa
Bianca, apre una stagione diplo-matica nuova in Asia: una Ken-nedy a Tokyo, trionfalmente pre-sentata all’imperatore Akihito
nel 50esimo anniversario dell’o-micidio del padre, e nessuno a Pe-chino, mentre Xi Jinping intima
agli Usa di «ripensare il rapporto
tra le due grandi potenze». Cerca-si dunque urgentemente amba-sciatore americano per la Cina:
preferibilmente dotato di ma-schera a gas e senza famiglia
lunedì 18 novembre 2013
Il volo degli sceicchi così i signori del petrolio hanno scalato il cielo Da Emirates a Etihad, maxicommessa da 140 miliardi per oltre 300 aerei
ORE LIVINI
L’
ULTIMO schiaffo alle
cariatidi del volo è fre-sco di ieri. Quando le
Big Three mediorientali hanno
staccato nel giro di poche ore un
assegno da 140 miliardi di dol-lari per ordinare a Boeing e Air-bus 322 nuovi aerei con cui con-tano di spostare definitivamen-te l’ombelico del mondo aero-nautico da Europa e Usa alla pe-nisola arabica.
La carica dei petrodollari
volanti è iniziata nello scetti-cismo generale 15 anni fa. Al-lora Emirates era una piccola
compagnia regionale che ini-ziava a muovere i suoi primi
passi. A Doha, capitale del Qa-tar, stazionavano solo quattro
jet, costosi giocattoli riservati
agli emiri locali. Ad Abu Dhabi
non esisteva una compagnia
di bandiera e l’unica cosa che
volava erano i rapaci dei falco-nieri. Oggi è cambiato tutto.
Le famiglie regnanti locali
hanno intuito che il trasporto
aereo poteva essere il Cavallo
di Troia per conquistare il
mondo e ridurre la propria di-pendenza dagli idrocarburi. E
visto che tutti e tre i paesi (chi
più chi meno) galleggiano su
un tesoro d’oro nero, non
hanno badato a spese per rea-lizzare il loro sogno. Come?
Comprando aerei come fos-sero figurine Panini — i soldi a
loro non mancano — e co-struendo una ragnatela di rot-te Est-Ovest il cui unico fil rou-ge è lo scalo nel Golfo Persico.
La ricetta sta funzionando
oltre ogni previsione. Nel lus-suosissimo aeroporto di Du-bai, base della Emirates, sono
passati lo scorso anno 57 mi-lioni di passeggeri, regalando-gli il terzo posto nella classifi-ca degli scali mondiali per
transiti internazionali. E 50
km più a nord la famiglia Al
Maktoum ha quasi completa-to il nuovo scalo che dal 2017
(prezzo 33 miliardi) sarà in
grado di ospitarne 150 milioni
l’anno. Etihad, nata appena
10 anni fa, si è vista regalare dai
suoi azionisti un aeroporto
più grande del Pentagono.
Come è successo pure a Qatar
Airways.
I rivali europei — in rosso di
un miliardo lo scorso anno —
e quelli Usa rosicano. Loro so-no costretti a ridurre gli spazi
tra i sedili per risparmiare, ta-gliare rotte, servizi di bordo e
personale. Le Meb3 (Middle
East Big Three) spendono co-me se non esistesse domani.
Nel Golfo, per dire, si sono già
trasferiti 150 piloti dell’Alitalia
passati dalla cassa integrazio-ne di casa nostra a stipendi da
9mila dollari il mese che rad-doppiano con i premi, oltre a
benefit come villa con piscina,
scuola per i figli e assistenza
sanitaria gratuita. Il marchio
Emirates e quello Etihad cam-peggiano sulle magliette di
Milan, Arsenal e Manchester
City. Non c’è grande torneo di
golf o gran premio di Formula
1 che non abbia una sponso-rizzazione di Qatar & C.. E il
bello è che spendere paga:
Emirates ha appena chiuso il
primo semestre dell’anno con
quasi 500 milioni di profitti e
anche le sue due concorrenti
nel derby a tre mediorientale
sono largamente in nero. I nu-meri, oltretutto, continuano a
crescere in un circolo virtuo-so. Il perché, in questo caso, è
chiaro: le “top class” delle tre
sorelle rivali del Golfo sono,
merito dei petrodollari, tra le
più lussuose del settore. E i
prezzi della classe economy
— basta aprire un qualsiasi
portale di comparazione di ta-riffe tra compagnie aeree per
verificare — sono spesso i più
bassi grazie alle economie di
scala e alle bassissime tasse
aziendali e aeroportuali degli
emirati.
Durerà questa Cuccagna? Il
maxi-ordine di ieri suggeri-rebbe di sì. Il mercato asiatico
cresce a ritmi elevati e Emira-tes, Etihad e Qatar (destinate
secondo Boeing a ordinare
nei prossimi 20 anni 2.160
nuovi aerei per un valore di
550 miliardi) hanno già messo
più di un un piedino anche in
Africa anticipando la concor-renza. Le tre aerolinee sem-brano però aver scelto tre stra-tegie differenti per garantirsi
un domani ricco come l’oggi.
Qatar, la più piccola, ha deci-so di non essere in grado di far
tutto da sé ed è entrata nell’al-leanza Oneworld assieme a
British Airways, Iberia e Ame-rican Airlines. Etihad ha ini-ziato invece una sorta di shop-ping compulsivo di quote
azionarie in altre aerolinee: è
entrata in Aer Lingus, Air Ber-lin, nell’indiana Jet Airways, in
Virgin Australia, nella Jat (Ser-bia) e in Seychelles Airlines.
Proprio ieri ha preso il 33%
nella svizzera Darwin e in que-sti giorni sta studiando l’in-gresso in Alitalia. Emirates in-vece tira dritto per la sua stra-da. Rafforza le rotte — solo da
e per l’Italia offre 49 voli alla
settimana — e sperimenta
nuove strategie come il lancio
del nuovo volo tra Milano
Malpensa e New York, partito
a inizio ottobre, che ha co-stretto molti dei rivali sulla
rotta transatlantica a lanciare
forti sconti per contenere l’ar-rembante offensiva della
compagnia del Dubai. Il
Golfo-style avanza nei cieli
mondiali. I passeggeri, per
fortuna, per ora hanno solo da
festeggiar
L’
ULTIMO schiaffo alle
cariatidi del volo è fre-sco di ieri. Quando le
Big Three mediorientali hanno
staccato nel giro di poche ore un
assegno da 140 miliardi di dol-lari per ordinare a Boeing e Air-bus 322 nuovi aerei con cui con-tano di spostare definitivamen-te l’ombelico del mondo aero-nautico da Europa e Usa alla pe-nisola arabica.
La carica dei petrodollari
volanti è iniziata nello scetti-cismo generale 15 anni fa. Al-lora Emirates era una piccola
compagnia regionale che ini-ziava a muovere i suoi primi
passi. A Doha, capitale del Qa-tar, stazionavano solo quattro
jet, costosi giocattoli riservati
agli emiri locali. Ad Abu Dhabi
non esisteva una compagnia
di bandiera e l’unica cosa che
volava erano i rapaci dei falco-nieri. Oggi è cambiato tutto.
Le famiglie regnanti locali
hanno intuito che il trasporto
aereo poteva essere il Cavallo
di Troia per conquistare il
mondo e ridurre la propria di-pendenza dagli idrocarburi. E
visto che tutti e tre i paesi (chi
più chi meno) galleggiano su
un tesoro d’oro nero, non
hanno badato a spese per rea-lizzare il loro sogno. Come?
Comprando aerei come fos-sero figurine Panini — i soldi a
loro non mancano — e co-struendo una ragnatela di rot-te Est-Ovest il cui unico fil rou-ge è lo scalo nel Golfo Persico.
La ricetta sta funzionando
oltre ogni previsione. Nel lus-suosissimo aeroporto di Du-bai, base della Emirates, sono
passati lo scorso anno 57 mi-lioni di passeggeri, regalando-gli il terzo posto nella classifi-ca degli scali mondiali per
transiti internazionali. E 50
km più a nord la famiglia Al
Maktoum ha quasi completa-to il nuovo scalo che dal 2017
(prezzo 33 miliardi) sarà in
grado di ospitarne 150 milioni
l’anno. Etihad, nata appena
10 anni fa, si è vista regalare dai
suoi azionisti un aeroporto
più grande del Pentagono.
Come è successo pure a Qatar
Airways.
I rivali europei — in rosso di
un miliardo lo scorso anno —
e quelli Usa rosicano. Loro so-no costretti a ridurre gli spazi
tra i sedili per risparmiare, ta-gliare rotte, servizi di bordo e
personale. Le Meb3 (Middle
East Big Three) spendono co-me se non esistesse domani.
Nel Golfo, per dire, si sono già
trasferiti 150 piloti dell’Alitalia
passati dalla cassa integrazio-ne di casa nostra a stipendi da
9mila dollari il mese che rad-doppiano con i premi, oltre a
benefit come villa con piscina,
scuola per i figli e assistenza
sanitaria gratuita. Il marchio
Emirates e quello Etihad cam-peggiano sulle magliette di
Milan, Arsenal e Manchester
City. Non c’è grande torneo di
golf o gran premio di Formula
1 che non abbia una sponso-rizzazione di Qatar & C.. E il
bello è che spendere paga:
Emirates ha appena chiuso il
primo semestre dell’anno con
quasi 500 milioni di profitti e
anche le sue due concorrenti
nel derby a tre mediorientale
sono largamente in nero. I nu-meri, oltretutto, continuano a
crescere in un circolo virtuo-so. Il perché, in questo caso, è
chiaro: le “top class” delle tre
sorelle rivali del Golfo sono,
merito dei petrodollari, tra le
più lussuose del settore. E i
prezzi della classe economy
— basta aprire un qualsiasi
portale di comparazione di ta-riffe tra compagnie aeree per
verificare — sono spesso i più
bassi grazie alle economie di
scala e alle bassissime tasse
aziendali e aeroportuali degli
emirati.
Durerà questa Cuccagna? Il
maxi-ordine di ieri suggeri-rebbe di sì. Il mercato asiatico
cresce a ritmi elevati e Emira-tes, Etihad e Qatar (destinate
secondo Boeing a ordinare
nei prossimi 20 anni 2.160
nuovi aerei per un valore di
550 miliardi) hanno già messo
più di un un piedino anche in
Africa anticipando la concor-renza. Le tre aerolinee sem-brano però aver scelto tre stra-tegie differenti per garantirsi
un domani ricco come l’oggi.
Qatar, la più piccola, ha deci-so di non essere in grado di far
tutto da sé ed è entrata nell’al-leanza Oneworld assieme a
British Airways, Iberia e Ame-rican Airlines. Etihad ha ini-ziato invece una sorta di shop-ping compulsivo di quote
azionarie in altre aerolinee: è
entrata in Aer Lingus, Air Ber-lin, nell’indiana Jet Airways, in
Virgin Australia, nella Jat (Ser-bia) e in Seychelles Airlines.
Proprio ieri ha preso il 33%
nella svizzera Darwin e in que-sti giorni sta studiando l’in-gresso in Alitalia. Emirates in-vece tira dritto per la sua stra-da. Rafforza le rotte — solo da
e per l’Italia offre 49 voli alla
settimana — e sperimenta
nuove strategie come il lancio
del nuovo volo tra Milano
Malpensa e New York, partito
a inizio ottobre, che ha co-stretto molti dei rivali sulla
rotta transatlantica a lanciare
forti sconti per contenere l’ar-rembante offensiva della
compagnia del Dubai. Il
Golfo-style avanza nei cieli
mondiali. I passeggeri, per
fortuna, per ora hanno solo da
festeggiar
bonus facili ai funzionari 30mila euro se usano l’email
’
EFFICIENZA è massi-ma, a giudicare dai ri-sultati. Due anni fa il
98% dei dirigenti di prima fa-scia della Presidenza del Consi-glio ha conseguito il premio di
rendimento: una somma che in
genere varia fra i 26.600 euro e i
31.600. L’anno successivo, la si-tuazione è migliorata ancora: il
bonus per aver centrato gli
obiettivi è andato al 99% dei più
alti funzionari di Palazzo Chigi G
LI esempi sporadici di
mancato versamento
della cosiddetta “reditri-buzione di risultato” riguardano
in realtà quasi solo dirigenti spo-stati da altre amministrazioni,
da cui continuano a ricevere lo
stipendio. Per gli altri invece il
bonus va a rafforzare un com-penso che in media, per i 104 di-rigenti di prima fascia di Palazzo
Chigi, vale 188 mila euro. Qual-cosa però sta per cambiare. La
presidenza del Consiglio ha fat-to sapere venerdì che rivedrà gli
obiettivi sui quali i funzionari
vengono premiati. In realtà è
stato solo l’annuncio di un an-nuncio, perché i contenuti non
sono stati resi noti: ci sta lavo-rando Alessandra Gasparri, ca-po dipartimento per l’ufficio del
controllo interno. Per ora si sa
solo che la pianificazione dei bo-nus sarà “collegata in maniera
stringente al ciclo di bilancio”
(dal che si apprende che finora,
chissà perché, non lo era). Palaz-zo Chigi spiega poi che ci saran-no criteri “oggettivi” per i premi.
Se è un’ammissione implicita
che finora sono stati dati sulla
base di criteri poco chiari, c’è da
capirlo. Per l’anno 2013 per
esempio, i parametri sono elen-cati in una “direttiva generale” di
102 pagine. Peccato però che al-la lunghezza non corrisponda
pari precisione. La direttiva
elenca sì quattro “aree strategi-che” per giudicare il lavoro dei
grand commis del premier: «Im-pegno per il contenimento della
spesa» (non compare la parola
“riduzione”), «per la crescita
della produttività», «per la buo-na amministrazione» e «per la
qualificazione delle competen-ze».
Ma in cento pagine non un so-lo obiettivo risulta misurabile.
Passi per l’oscuro proposito di
«riorganizzare e reingegnerizza-re i processi di lavoro e creare in-terscambiabilità di talune atti-vità di supporto» (punto 2.1). E
passi anche il «miglioramento
della qualità delle attività del-l’Amministrazione nel contesto
internazionale» (obiettivo 4.1).
Ma che dire di certe strategie per
la “produttività”? Il punto 2.3 per
esempio prevede il «migliora-mento dell’organizzazione del
lavoro, riduzione dei tempi di la-vorazione e diminuzione del
flusso cartaceo». Forse si poteva
scrivere lo stesso concetto anche
più in fretta, ma il punto 2.4 chia-risce tutto: «Ampliamento del-l’uso delle tecnologie della co-municazione». Due articoli, in
verità rivolti a uffici diversi, che
in sostanza dicono: bonus ai di-rigenti se mandano meno lette-re e più email. Ed è vero che Pa-lazzo Chigi non mira al profitto
come un’impresa. Ma chi im-magina i manager di Fiat, Uni-credit o anche di gruppi control-lati dallo Stato come Eni e Enel
prendere soldi perché mandano
più messaggi su Windows, Sky-pe o Whattsapp? A ruota, fra i cri-teri, nel campo “buona ammini-strazione” segue un obiettivo ri-velatore: «Riconoscere e valoriz-zare le capacità individuali dei
dirigenti». A qualcuno parrà la
scoperta dell’acqua calda: in
qualunque organizzazione che
desideri sopravvivere, promuo-vere chi vale davvero è normale.
Il fatto stesso di offrire un premio
a chi lo fa, neanche fosse la taglia
su un pericoloso fuggitivo, fa
pensare che a Palazzo Chigi pra-ticare la meritocrazia resti un
evento eccezionale e come tale
da remunerare. Impressioni
senz’altro errate. Stranezze che
ora — sembra — si risolveranno.
Sarebbe forse troppo legare i
premi dei dirigenti alla liquida-zione dei 90 miliardi di debiti ar-retrati dello Stato alle imprese o
della cassa integrazione ai 350
mila a cui è stata assegnata, ma
non pagata. Resta però un pun-to: questa sarà l’autoriforma di
un’amministrazione che sceglie
di farla. Ma Palazzo Chigi è solo
la punta dell’iceberg di centinaia
di burocrazie decentrate dove i
premi ai dirigenti vengono con-cessi in base a “risultati” anche
più vaghi e autoreferenziali. A
giudicare dai bonus di rendi-mento, l’Italia ha l’amministra-zione migliore d’Europa. Forse è
tempo di chiederle di più
EFFICIENZA è massi-ma, a giudicare dai ri-sultati. Due anni fa il
98% dei dirigenti di prima fa-scia della Presidenza del Consi-glio ha conseguito il premio di
rendimento: una somma che in
genere varia fra i 26.600 euro e i
31.600. L’anno successivo, la si-tuazione è migliorata ancora: il
bonus per aver centrato gli
obiettivi è andato al 99% dei più
alti funzionari di Palazzo Chigi G
LI esempi sporadici di
mancato versamento
della cosiddetta “reditri-buzione di risultato” riguardano
in realtà quasi solo dirigenti spo-stati da altre amministrazioni,
da cui continuano a ricevere lo
stipendio. Per gli altri invece il
bonus va a rafforzare un com-penso che in media, per i 104 di-rigenti di prima fascia di Palazzo
Chigi, vale 188 mila euro. Qual-cosa però sta per cambiare. La
presidenza del Consiglio ha fat-to sapere venerdì che rivedrà gli
obiettivi sui quali i funzionari
vengono premiati. In realtà è
stato solo l’annuncio di un an-nuncio, perché i contenuti non
sono stati resi noti: ci sta lavo-rando Alessandra Gasparri, ca-po dipartimento per l’ufficio del
controllo interno. Per ora si sa
solo che la pianificazione dei bo-nus sarà “collegata in maniera
stringente al ciclo di bilancio”
(dal che si apprende che finora,
chissà perché, non lo era). Palaz-zo Chigi spiega poi che ci saran-no criteri “oggettivi” per i premi.
Se è un’ammissione implicita
che finora sono stati dati sulla
base di criteri poco chiari, c’è da
capirlo. Per l’anno 2013 per
esempio, i parametri sono elen-cati in una “direttiva generale” di
102 pagine. Peccato però che al-la lunghezza non corrisponda
pari precisione. La direttiva
elenca sì quattro “aree strategi-che” per giudicare il lavoro dei
grand commis del premier: «Im-pegno per il contenimento della
spesa» (non compare la parola
“riduzione”), «per la crescita
della produttività», «per la buo-na amministrazione» e «per la
qualificazione delle competen-ze».
Ma in cento pagine non un so-lo obiettivo risulta misurabile.
Passi per l’oscuro proposito di
«riorganizzare e reingegnerizza-re i processi di lavoro e creare in-terscambiabilità di talune atti-vità di supporto» (punto 2.1). E
passi anche il «miglioramento
della qualità delle attività del-l’Amministrazione nel contesto
internazionale» (obiettivo 4.1).
Ma che dire di certe strategie per
la “produttività”? Il punto 2.3 per
esempio prevede il «migliora-mento dell’organizzazione del
lavoro, riduzione dei tempi di la-vorazione e diminuzione del
flusso cartaceo». Forse si poteva
scrivere lo stesso concetto anche
più in fretta, ma il punto 2.4 chia-risce tutto: «Ampliamento del-l’uso delle tecnologie della co-municazione». Due articoli, in
verità rivolti a uffici diversi, che
in sostanza dicono: bonus ai di-rigenti se mandano meno lette-re e più email. Ed è vero che Pa-lazzo Chigi non mira al profitto
come un’impresa. Ma chi im-magina i manager di Fiat, Uni-credit o anche di gruppi control-lati dallo Stato come Eni e Enel
prendere soldi perché mandano
più messaggi su Windows, Sky-pe o Whattsapp? A ruota, fra i cri-teri, nel campo “buona ammini-strazione” segue un obiettivo ri-velatore: «Riconoscere e valoriz-zare le capacità individuali dei
dirigenti». A qualcuno parrà la
scoperta dell’acqua calda: in
qualunque organizzazione che
desideri sopravvivere, promuo-vere chi vale davvero è normale.
Il fatto stesso di offrire un premio
a chi lo fa, neanche fosse la taglia
su un pericoloso fuggitivo, fa
pensare che a Palazzo Chigi pra-ticare la meritocrazia resti un
evento eccezionale e come tale
da remunerare. Impressioni
senz’altro errate. Stranezze che
ora — sembra — si risolveranno.
Sarebbe forse troppo legare i
premi dei dirigenti alla liquida-zione dei 90 miliardi di debiti ar-retrati dello Stato alle imprese o
della cassa integrazione ai 350
mila a cui è stata assegnata, ma
non pagata. Resta però un pun-to: questa sarà l’autoriforma di
un’amministrazione che sceglie
di farla. Ma Palazzo Chigi è solo
la punta dell’iceberg di centinaia
di burocrazie decentrate dove i
premi ai dirigenti vengono con-cessi in base a “risultati” anche
più vaghi e autoreferenziali. A
giudicare dai bonus di rendi-mento, l’Italia ha l’amministra-zione migliore d’Europa. Forse è
tempo di chiederle di più
Cile, nelle urne i fantasmi della dittatura presidenza contesa nel nome del padre Matthei lasciò torturare Bachelet: oggi le figlie si sfidano
ER il generale Fernando
Matthei, già comandante in
capo dell’Aeronautica cilena,
domenica 17 novembre sarà un
giorno eccezionale, perché avrà
l’opportunità unica di votare sua
figlia Evelyn come candidata alla
presidenza. Un giorno in cui spera
di non essere circondato da rimor-si e fantasmi. Evelyn Matthei, che
rappresenta l’alleanza di destra at-tualmente al potere, avrà bisogno
anche del voto di suo padre, poiché
appare certa una sua travolgente
sconfitta per mano della ex presi-dente Michelle Bachelet, un risul-tato umiliante che potrebbe scate-nare una crisi letale nella destra ci-lena. Mi chiedo che cosa proverà il
generale Matthei quando vedrà
sulla scheda elettorale, accanto al
suo cognome, quello di Bachelet.
Si ricorderà che c’è un cileno, un
suo amico intimo, compagno di
tutta la vita, un generale dell’Aero-nautica che non potrà esprimere il
suo voto in queste elezioni? Pen-serà Fernando Matthei ad Alberto
Bachelet, padre di Michelle, che
non avrà la possibilità di votare per
sua figlia perché nel marzo del 1974
morì di arresto cardiaco a causa
delle torture a cui fu sottoposto per
sei mesi da militari come lui?
Fernando Matthei era distacca-to presso l’ambasciata cilena a
Londra in rappresentanza dell’Ae-ronautica cilena al momento del
golpe dell’11 settembre 1973, e non
poté far nulla per aiutare il suo ca-rissimo amico. Ma la sua inazione
cessò di essere giustificabile nel
momento in cui fece ritorno a San-tiago, nel gennaio del 1974, e ven-ne nominato direttore dell’Acca-demia militare dell’aeronautica,
proprio dov’era detenuto e sareb-be morto due mesi più tardi l’uomo
che sua figlia Evelyn conosceva co-me «zio Beto». In diversi processi
posteriori la giustizia cilena ha sta-bilito che Matthei non ebbe re-sponsabilità penali nella morte del
generale Bachelet, ma la responsa-bilità morale è un’altra cosa. E
quella ancora gli pesa e lo fa vergo-gnare, secondo quanto confessa
lui stesso in un libro del 2003: «La
prudenza», scrisse, «prevalse sul
coraggio».
Neanche il romanziere più deli-rante avrebbe potuto immaginare
una storia così inusitata, di due
amici dai destini tanto opposti.
Uno che muore per aver avuto il co-raggio, ma forse non la prudenza,
di accettare un incarico nell’esecu-tivo di Allende. E l’altro che vive
con eccessiva prudenza e senza co-raggio, diventando parte integran-te della Giunta militare. La figlia di
Alberto che sarebbe arrivata a es-sere ministra della Sanità, e poi del-la Difesa, nel Governo di centrosi-nistra di Ricardo Lagos, e la figlia di
Fernando che sarebbe diventata
senatrice e poi ministra del Lavoro
nel Governo conservatore di Seba-stián Piñera. La socialista che è sta-ta presidente del Cile e la destrorsa
che aspira a diventarlo.
Nessun romanziere si sarebbe
immaginato una storia di due ami-ci dai destini tanto opposti. Ed è qui
che la storia del Cile ci offre un’al-tra sorpresa, con Marco Enríquez,
figlio di Miguel Enríquez, leader
del Mir (Movimento di sinistra ri-voluzionaria) ammazzato dalla
polizia segreta in una strada di San-tiago il 5 ottobre del 1974. Lasciò un
figlio di un anno e mezzo che ora,
quasi quarant’anni dopo, sta tallo-nando nei sondaggi Evelyn
Matthei. Se Marco riuscirà a ricon-quistare quel 20 per cento di voti
che ottenne con la sua candidatu-ra alla presidenza nelle elezioni del
2009 potrà scavalcare la figlia del
generale Matthei e affrontare Mi-chelle Bachelet in un eventuale se-condo turno, consentendo al po-polo cileno di scegliere fra due can-didati progressisti. Che direbbe
oggi Miguel Enríquez se vedesse
suo figlio sostenere la necessità di
trasformare il Cile con mezzi paci-fici, se lo osservasse rigettare la vio-lenza in cui lui credeva con fervore?
Molti altri rivoluzionari latinoa-mericani sono sopravvissuti alla
repressione delle dittature e sono
arrivati a capire che la democrazia,
lungi dall’essere la camicia di forza
dei popoli, è una condizione es-senziale per qualsiasi cambiamen-to profondo. Penso che anche Mi-guel avrebbe avuto questa evolu-zione, lui che fu così imprudente
nelle sue idee e nelle sue azioni e al
tempo stesso così pieno di corag-gio nella sua vita, così animato da
una sete di liberazione dell’uma-nità che ancora mi emoziona.
Se c’è un accenno di giustizia di-vina nella sconfitta che subirà
Evelyn per mano di Michelle, se è
un fatto meravigliosamente sim-bolico che la figlia di Alberto trion-fi sopra la figlia dell’uomo che ab-bandonò suo padre, non sarebbe
ancora più giusto e divino che il fi-glio del guerrigliero Miguel Enrí-quez mettesse fuori gioco la candi-data del pinochettismo? Se il figlio
di una delle vittime sconfiggesse la
figlia di uno dei complici di quella
politica di sterminio sarebbe la di-mostrazione definitiva che il Cile
ha voltato le spalle per sempre al-l’eredità di Pinochet. Ma c’è anco-ra un altro giro di vite storico in
questo racconto inverosimile di
fantasmi, genitori e stirpi. Perché è
stato lo stesso generale Matthei ad
aver reso più facile lo svolgimento
di elezioni libere oggi nel Cile: du-rante il plebiscito del 1988, quando
Pinochet decise di non riconosce-re la sconfitta e organizzare un au-togolpe, fu Matthei a impedire
quella manovra riconoscendo
pubblicamente la vittoria del «no».
Voglio pensare che quella sera
Matthei stesse pagando un debito
con il suo vecchio amico Alberto.
Ma è un debito che non è stato sal-dato per intero. Al generale
Matthei, a 88 anni di età, rimane un
altro gesto di redenzione con cui
segnalare un reale pentimento,
per scacciare finalmente i fantasmi
che lo tormentano. Dovrebbe vo-tare per Michelle, visto che pur-troppo il suo papà non potrà farlo,
né ora né mai.
(Copyright El Pais-la Repubbli-ca. Tr
Matthei, già comandante in
capo dell’Aeronautica cilena,
domenica 17 novembre sarà un
giorno eccezionale, perché avrà
l’opportunità unica di votare sua
figlia Evelyn come candidata alla
presidenza. Un giorno in cui spera
di non essere circondato da rimor-si e fantasmi. Evelyn Matthei, che
rappresenta l’alleanza di destra at-tualmente al potere, avrà bisogno
anche del voto di suo padre, poiché
appare certa una sua travolgente
sconfitta per mano della ex presi-dente Michelle Bachelet, un risul-tato umiliante che potrebbe scate-nare una crisi letale nella destra ci-lena. Mi chiedo che cosa proverà il
generale Matthei quando vedrà
sulla scheda elettorale, accanto al
suo cognome, quello di Bachelet.
Si ricorderà che c’è un cileno, un
suo amico intimo, compagno di
tutta la vita, un generale dell’Aero-nautica che non potrà esprimere il
suo voto in queste elezioni? Pen-serà Fernando Matthei ad Alberto
Bachelet, padre di Michelle, che
non avrà la possibilità di votare per
sua figlia perché nel marzo del 1974
morì di arresto cardiaco a causa
delle torture a cui fu sottoposto per
sei mesi da militari come lui?
Fernando Matthei era distacca-to presso l’ambasciata cilena a
Londra in rappresentanza dell’Ae-ronautica cilena al momento del
golpe dell’11 settembre 1973, e non
poté far nulla per aiutare il suo ca-rissimo amico. Ma la sua inazione
cessò di essere giustificabile nel
momento in cui fece ritorno a San-tiago, nel gennaio del 1974, e ven-ne nominato direttore dell’Acca-demia militare dell’aeronautica,
proprio dov’era detenuto e sareb-be morto due mesi più tardi l’uomo
che sua figlia Evelyn conosceva co-me «zio Beto». In diversi processi
posteriori la giustizia cilena ha sta-bilito che Matthei non ebbe re-sponsabilità penali nella morte del
generale Bachelet, ma la responsa-bilità morale è un’altra cosa. E
quella ancora gli pesa e lo fa vergo-gnare, secondo quanto confessa
lui stesso in un libro del 2003: «La
prudenza», scrisse, «prevalse sul
coraggio».
Neanche il romanziere più deli-rante avrebbe potuto immaginare
una storia così inusitata, di due
amici dai destini tanto opposti.
Uno che muore per aver avuto il co-raggio, ma forse non la prudenza,
di accettare un incarico nell’esecu-tivo di Allende. E l’altro che vive
con eccessiva prudenza e senza co-raggio, diventando parte integran-te della Giunta militare. La figlia di
Alberto che sarebbe arrivata a es-sere ministra della Sanità, e poi del-la Difesa, nel Governo di centrosi-nistra di Ricardo Lagos, e la figlia di
Fernando che sarebbe diventata
senatrice e poi ministra del Lavoro
nel Governo conservatore di Seba-stián Piñera. La socialista che è sta-ta presidente del Cile e la destrorsa
che aspira a diventarlo.
Nessun romanziere si sarebbe
immaginato una storia di due ami-ci dai destini tanto opposti. Ed è qui
che la storia del Cile ci offre un’al-tra sorpresa, con Marco Enríquez,
figlio di Miguel Enríquez, leader
del Mir (Movimento di sinistra ri-voluzionaria) ammazzato dalla
polizia segreta in una strada di San-tiago il 5 ottobre del 1974. Lasciò un
figlio di un anno e mezzo che ora,
quasi quarant’anni dopo, sta tallo-nando nei sondaggi Evelyn
Matthei. Se Marco riuscirà a ricon-quistare quel 20 per cento di voti
che ottenne con la sua candidatu-ra alla presidenza nelle elezioni del
2009 potrà scavalcare la figlia del
generale Matthei e affrontare Mi-chelle Bachelet in un eventuale se-condo turno, consentendo al po-polo cileno di scegliere fra due can-didati progressisti. Che direbbe
oggi Miguel Enríquez se vedesse
suo figlio sostenere la necessità di
trasformare il Cile con mezzi paci-fici, se lo osservasse rigettare la vio-lenza in cui lui credeva con fervore?
Molti altri rivoluzionari latinoa-mericani sono sopravvissuti alla
repressione delle dittature e sono
arrivati a capire che la democrazia,
lungi dall’essere la camicia di forza
dei popoli, è una condizione es-senziale per qualsiasi cambiamen-to profondo. Penso che anche Mi-guel avrebbe avuto questa evolu-zione, lui che fu così imprudente
nelle sue idee e nelle sue azioni e al
tempo stesso così pieno di corag-gio nella sua vita, così animato da
una sete di liberazione dell’uma-nità che ancora mi emoziona.
Se c’è un accenno di giustizia di-vina nella sconfitta che subirà
Evelyn per mano di Michelle, se è
un fatto meravigliosamente sim-bolico che la figlia di Alberto trion-fi sopra la figlia dell’uomo che ab-bandonò suo padre, non sarebbe
ancora più giusto e divino che il fi-glio del guerrigliero Miguel Enrí-quez mettesse fuori gioco la candi-data del pinochettismo? Se il figlio
di una delle vittime sconfiggesse la
figlia di uno dei complici di quella
politica di sterminio sarebbe la di-mostrazione definitiva che il Cile
ha voltato le spalle per sempre al-l’eredità di Pinochet. Ma c’è anco-ra un altro giro di vite storico in
questo racconto inverosimile di
fantasmi, genitori e stirpi. Perché è
stato lo stesso generale Matthei ad
aver reso più facile lo svolgimento
di elezioni libere oggi nel Cile: du-rante il plebiscito del 1988, quando
Pinochet decise di non riconosce-re la sconfitta e organizzare un au-togolpe, fu Matthei a impedire
quella manovra riconoscendo
pubblicamente la vittoria del «no».
Voglio pensare che quella sera
Matthei stesse pagando un debito
con il suo vecchio amico Alberto.
Ma è un debito che non è stato sal-dato per intero. Al generale
Matthei, a 88 anni di età, rimane un
altro gesto di redenzione con cui
segnalare un reale pentimento,
per scacciare finalmente i fantasmi
che lo tormentano. Dovrebbe vo-tare per Michelle, visto che pur-troppo il suo papà non potrà farlo,
né ora né mai.
(Copyright El Pais-la Repubbli-ca. Tr
Cina, stop all’obbligo del figlio unico la rivoluzione sociale di Xi Jinping Via a storiche riforme: freno a campi di lavoro e pena di morte
NOSTRO CORRISPONDENTE
GIAMPAOLO VISETTI
PECHINO — Libertà di pro-creare tutti i figli che si deside-rano, chiusura dei campi di rie-ducazione attraverso il lavoro e
forte frenata su pena di morte e
tortura. A tre giorni dalla chiu-sura del Plenum del partito, ac-colta senza entusiasmo dalle
Borse a causa della vaghezza del
comunicato finale, il presiden-te Xi Jinping conferma che in Ci-na il “non detto” prevale sul “di-chiarato” e che la parola d’ordi-ne “riforme” può rivelarsi non
solo uno slogan. Comitato cen-trale e presidente, figura dive-nuta oggi mai tanto potente dai
tempi di Deng Xiaoping, oltre
che dal mercato sono partiti
dalla società, ribadendo l’assil-lo essenziale del nuovo leader
rosso: «Prima di tutto dobbia-mo tornare in contatto con il
popolo».
Tre delle decisioni approva-te e rese note ieri rispondono
infatti a pressioni che i cinesi
esercitano da anni, erano state
più volte annunciate e con at-tenzione ai malesseri interni. Si
rivolgono anche alla comunità
internazionale, che da decenni
accusava la Cina di violare i di-ritti umani con la pianificazio-ne di Stato delle nascite e il pri-mato delle pene capitali, som-mando lo spregio della libera
concorrenza con i lavori forzati.
La «rivoluzione del libero mer-cato», forse chiarita meglio già
lunedì, ha confermato ieri l’al-lentamento dei limiti agli inve-stimenti stranieri, anche nelle
112 aziende di Stato, l’apertura
internazionale dell’e-commer-ce e la creazione delle prime
banche private. Pechino ha vo-luto così indebolire la critica
fondamentale rivolta dall’e-sterno alla seconda potenza del
mondo, mostrando di volersi
incamminare verso uno Stato
di diritto, premessa di ogni rico-noscimento internazionale.
Tra i cinesi l’annuncio più at-teso era quello della fine della
famigerata legge del figlio uni-co, varata da Deng nel 1978. In
quasi 35 anni, secondo Pechi-no, «ha risparmiato al pianeta
quasi mezzo miliardo di indivi-dui», consentendo alla Cina di
affrancarsi dai milioni di morti
di fame del «Grande Balzo in
avanti». L’obbligo di non poter
mettere al mondo più di un fi-glio per coppia si è però rivelata
una tragedia, moltiplicando
aborti forzati, preselezione ses-suale, sterilizzazioni di massa,
stragi di neonate e mercato ne-ro dei bebè. Nelle famiglie servi-va il figlio maschio per assicura-re il sostentamento ai genitori
anziani, privi di welfare. Per de-cenni è stata una strage che ha
sconvolto la nazione, avvian-dola ad essere la più vecchia del
mondo: entro il 2050 oltre un
terzo dei cinesi avrà più di 60 an-ni, 500 milioni di anziani che le
autorità non sanno come gesti-re. Visto il fallimento, il partito
aveva già corretto la legge: mi-noranze etniche, contadini e fi-gli di figli unici, potevano dona-re fratelli e sorelle al primogeni-to. Era però scoppiato la scan-dalo dei ricchi, come il regista
Zhang Yimou, che di eredi ne ha
sette: chi aveva 20 mila euro per
pagare la multa, era sottratto al-la legge. Il potere si è mosso co-sì “alla cinese”, un passo alla
volta. La pianificazione di Stato
ufficialmente resta, ma potran-no concepire più di un figlio an-che le coppie in cui solo uno dei
partner è figlio unico. Visto che
la limitazione delle nascite ha
35 anni, è come dire che da ieri
tutti in Cina sono liberi di for-mare la famiglia che vogliono.
Rischio, o auspicio per il potere
che ha bisogno di un nuovo «ur-banizzato popolo di consuma-tori», per altro assai remoto:
nelle metropoli cinesi il costo
della vita è esploso, si vive in
monolocali e un sondaggio ha
rivelato che solo sei coppie su
cento possono permettersi di
mantenere più di un bambino.
Anche la chiusura dei
“laojiaio”, i campi di “rieduca-zione attraverso il lavoro”, da
non confondere con i criminali
“laogai”, i campi di “riforma at-traverso il lavoro”, era una deci-sione annunciata. Il sì di ieri re-sta però un evento storico, che
chiude il vulnus umano aperto
da Mao Zedong nel 1957. Le sti-me ufficiali parlano di 350 cam-pi di rieducazione ancora attivi
e di oltre 180 mila detenuti, ac-cusati di reati minori. Da doma-ni questa massa di schiavi, tra
cui sono scomparsi dissidenti
politici, avvocati, intellettuali e
attivisti per i diritti umani, do-vrebbero tornare liberi. È un’in-dubbia conquista: nei “laojiao”
si finiva senza processo, basta-va la decisione della polizia, o di
un funzionario del partito, e mi-lioni di cinesi sono stati, oltre
che torturati, arbitrariamente
sfruttati come mano d’opera a
costo zero. Per la potenza glo-bale che aspira a guidare il seco-lo era un’impresentabile vergo-gna, come l’abuso del ricorso
alla tortura, le confessioni
estorte con la violenza e il nu-mero di crimini passibili di
morte (per altro spesso già
commutata in ergastolo)
«L’impegno a migliorare la
situazione dei diritti umani e il
sistema giudiziario», assunto
ieri, può delineare il profilo di
una nazione diversa, più adatto
ad «aprirsi al mercato» con me-no imbarazzi. Restano i dram-mi dei “laogai”, oltre 1400 cam-pi che sfruttano il lavoro di oltre
10 milioni di detenuti-schiavi,
dell’“hukou”, l’apartheid del-l’assistenza che discrimina chi
è nato nei villaggi, della negata
libertà di espressione e di voto.
La Cina resta un regime: ma da
ieri ammette di temere l’ana-cronismo dei suoi autoritarismi
e di essere decisa, per salvare
crescita e partito, a muovere
passi che sembravano escl
DA 35 ANNI UN TRIBUTO DI SANGUE
CHE ORA LASCIA UN PAESE DI VECCHI
G
IÀ correva voce, già si spe-rava che la politica del fi-glio unico sarebbe stata
abbandonata quando milioni di
coppie formate da figli unici, sa-rebbero giunte all’età in cui si pen-sa di mettere su famiglia. Così è
stato, almeno per loro il divieto a
mettere al mondo più di un figlio è
venuto meno e, in pratica, la mi-sura si estenderà anche alle cop-pie non formate da figli unici che
sono tantissime, più di quante i
pianificatori statali avessero mai
previsto. Infatti, nessuna legge è
mai stata tanto invisa come que-sta che colpiva nella sua più inti-ma trama il tessuto della società
cinese e negava il diritto a perpe-tuarsi giudicato inalienabile an-che da chi di diritti ne aveva assai
pochi. Sono così nati illegalmente
milioni di bambini chiamati “ne-ri”, oggi diventate persone nere
non iscritte all’anagrafe, fantasmi
che si aggirano negli interstizi di
un mondo che per modernizzarsi
ha pagato il prezzo più alto, quel-lo della propria carne e del proprio
sangue. Sono forse quaranta i mi-lioni di bambine mai nate, altret-tanti se non di più i maschi sacrifi-cati in modo crudele. Come ciò
avvenisse ce lo racconta in “Le Ra-ne” Mo Yan, premio Nobel per la
letteratura: una donna al nono
mese di gravidanza vien fatta
abortire poche ore prima del par-to perché se il bambino venisse al-la luce naturalmente e emettesse
anche un solo vagito, dovrebbe
essere considerato un cittadino e
eliminarlo sarebbe un omicidio,
ma se lo si strappa dal ventre di
una madre colpevole di aver già
messo al mondo un altro figlio, al-lora si agisce secondo la legge.
Oggi che viene abbandonata la
politica tanto osteggiata del figlio
unico che è stata imposta con se-vere sanzioni, ci si domanda se sia
servita anche solo parzialmente a
frenare la crescita della popolazio-ne, una questione che in Cina si
pose quando a metà dell’Ottocen-to si raggiunsero i 420 milioni di
abitanti, sette volte più di quella
che in passato aveva assicurato l’e-quilibrio. Mao però di controllo
delle nascite non voleva neanche
sentir parlare. Scriveva: è un bene
che la Cina sia così popolata…le
persone che nascono non sono
bocche da sfamare, sono anche
nuove braccia per il lavoro.
Che dire, era una sua opinione e
chi la osteggiò come il demografo
Ma Yinchu fu messo alla gogna co-me seguace di Malthus e fu una
delle prime vittime della Rivolu-zione culturale. Poi vi fu la virata,
divenne impellente controllare la
crescita della popolazione e fu al-lora, nel 1978, che la Cina adottò
una politica tanto restrittiva che
avrebbe dovuto portarla, intorno
al 2100, a una decrescita felice del-la popolazione stabilizzata sui 700
milioni di abitanti. Sarà mai possi-bile?
Oggi come oggi, chi ha voluto
giocare all’apprendista stregone
suscitando forze che mai l’uomo
aveva di propria volontà evocato
lasciando invece fare alla natura, si
trova a dover fare i conti con una
realtà sociale stravolta che forse
non aveva messo in conto. Maschi
che superano di numero le femmi-ne, cosicché sono molti coloro de-stinati a non trovare moglie, a me-no che non la comprino. Fiorisce
infatti il mercato delle ragazze da
marito, spesso rapite nelle loro
provincie natali e messe all’asta
lontanissimo da casa. Anziani la-sciati senza nessuna assistenza dai
loro figli unici mentre un tempo
era nell’ambito della famiglia che
ci si prendeva cura delle loro esi-genze. Ma, si dice in Cina: «Siamo
il primo paese che è diventato vec-chio prima di diventare ricco».
Una virtù, quella confuciana della
pietà filiale, che sta scomparendo
per forza di cose mentre i figli uni-ci danno fondo a tutte le risorse fa-miliari convinti come sono che il
mondo gli appartenga, viziati e
coccolati da quattro nonni tutti
per loro. Ancora, bambini prima e
ora giovani uomini e donne di se-rie A, quelli pianificati, senza sorel-le e senza fratelli. Bambini e adulti
di serie B che non hanno accesso a
nessun privilegio, spesso migranti
clandestini nelle grandi città. E in-fine l’impoverimento di tutta una
terminologia familiare che rende-va stabile e gerarchicamente orga-nizzato l’universo della famiglia,
dove ci si rivolgeva ai congiunti
con un ventaglio di termini di ri-spetto e di affetto: fratello maggio-re, fratello minore, zia sorella della
madre distinta da zia come sorella
del padre, e così il nonno materno
si chiama diversamente da quello
paterno, con i cugini e le cugine poi
non si rischia di confondersi per-ché tanti sono i gradi di parentela
tanti i termini usati. La lingua si im-poverisce come si impoverisce la
ragnatela degli affetti in un paese
che si è avviato a modo suo sulla
strada di una non ancora non rag-giunta modernit
GIAMPAOLO VISETTI
PECHINO — Libertà di pro-creare tutti i figli che si deside-rano, chiusura dei campi di rie-ducazione attraverso il lavoro e
forte frenata su pena di morte e
tortura. A tre giorni dalla chiu-sura del Plenum del partito, ac-colta senza entusiasmo dalle
Borse a causa della vaghezza del
comunicato finale, il presiden-te Xi Jinping conferma che in Ci-na il “non detto” prevale sul “di-chiarato” e che la parola d’ordi-ne “riforme” può rivelarsi non
solo uno slogan. Comitato cen-trale e presidente, figura dive-nuta oggi mai tanto potente dai
tempi di Deng Xiaoping, oltre
che dal mercato sono partiti
dalla società, ribadendo l’assil-lo essenziale del nuovo leader
rosso: «Prima di tutto dobbia-mo tornare in contatto con il
popolo».
Tre delle decisioni approva-te e rese note ieri rispondono
infatti a pressioni che i cinesi
esercitano da anni, erano state
più volte annunciate e con at-tenzione ai malesseri interni. Si
rivolgono anche alla comunità
internazionale, che da decenni
accusava la Cina di violare i di-ritti umani con la pianificazio-ne di Stato delle nascite e il pri-mato delle pene capitali, som-mando lo spregio della libera
concorrenza con i lavori forzati.
La «rivoluzione del libero mer-cato», forse chiarita meglio già
lunedì, ha confermato ieri l’al-lentamento dei limiti agli inve-stimenti stranieri, anche nelle
112 aziende di Stato, l’apertura
internazionale dell’e-commer-ce e la creazione delle prime
banche private. Pechino ha vo-luto così indebolire la critica
fondamentale rivolta dall’e-sterno alla seconda potenza del
mondo, mostrando di volersi
incamminare verso uno Stato
di diritto, premessa di ogni rico-noscimento internazionale.
Tra i cinesi l’annuncio più at-teso era quello della fine della
famigerata legge del figlio uni-co, varata da Deng nel 1978. In
quasi 35 anni, secondo Pechi-no, «ha risparmiato al pianeta
quasi mezzo miliardo di indivi-dui», consentendo alla Cina di
affrancarsi dai milioni di morti
di fame del «Grande Balzo in
avanti». L’obbligo di non poter
mettere al mondo più di un fi-glio per coppia si è però rivelata
una tragedia, moltiplicando
aborti forzati, preselezione ses-suale, sterilizzazioni di massa,
stragi di neonate e mercato ne-ro dei bebè. Nelle famiglie servi-va il figlio maschio per assicura-re il sostentamento ai genitori
anziani, privi di welfare. Per de-cenni è stata una strage che ha
sconvolto la nazione, avvian-dola ad essere la più vecchia del
mondo: entro il 2050 oltre un
terzo dei cinesi avrà più di 60 an-ni, 500 milioni di anziani che le
autorità non sanno come gesti-re. Visto il fallimento, il partito
aveva già corretto la legge: mi-noranze etniche, contadini e fi-gli di figli unici, potevano dona-re fratelli e sorelle al primogeni-to. Era però scoppiato la scan-dalo dei ricchi, come il regista
Zhang Yimou, che di eredi ne ha
sette: chi aveva 20 mila euro per
pagare la multa, era sottratto al-la legge. Il potere si è mosso co-sì “alla cinese”, un passo alla
volta. La pianificazione di Stato
ufficialmente resta, ma potran-no concepire più di un figlio an-che le coppie in cui solo uno dei
partner è figlio unico. Visto che
la limitazione delle nascite ha
35 anni, è come dire che da ieri
tutti in Cina sono liberi di for-mare la famiglia che vogliono.
Rischio, o auspicio per il potere
che ha bisogno di un nuovo «ur-banizzato popolo di consuma-tori», per altro assai remoto:
nelle metropoli cinesi il costo
della vita è esploso, si vive in
monolocali e un sondaggio ha
rivelato che solo sei coppie su
cento possono permettersi di
mantenere più di un bambino.
Anche la chiusura dei
“laojiaio”, i campi di “rieduca-zione attraverso il lavoro”, da
non confondere con i criminali
“laogai”, i campi di “riforma at-traverso il lavoro”, era una deci-sione annunciata. Il sì di ieri re-sta però un evento storico, che
chiude il vulnus umano aperto
da Mao Zedong nel 1957. Le sti-me ufficiali parlano di 350 cam-pi di rieducazione ancora attivi
e di oltre 180 mila detenuti, ac-cusati di reati minori. Da doma-ni questa massa di schiavi, tra
cui sono scomparsi dissidenti
politici, avvocati, intellettuali e
attivisti per i diritti umani, do-vrebbero tornare liberi. È un’in-dubbia conquista: nei “laojiao”
si finiva senza processo, basta-va la decisione della polizia, o di
un funzionario del partito, e mi-lioni di cinesi sono stati, oltre
che torturati, arbitrariamente
sfruttati come mano d’opera a
costo zero. Per la potenza glo-bale che aspira a guidare il seco-lo era un’impresentabile vergo-gna, come l’abuso del ricorso
alla tortura, le confessioni
estorte con la violenza e il nu-mero di crimini passibili di
morte (per altro spesso già
commutata in ergastolo)
«L’impegno a migliorare la
situazione dei diritti umani e il
sistema giudiziario», assunto
ieri, può delineare il profilo di
una nazione diversa, più adatto
ad «aprirsi al mercato» con me-no imbarazzi. Restano i dram-mi dei “laogai”, oltre 1400 cam-pi che sfruttano il lavoro di oltre
10 milioni di detenuti-schiavi,
dell’“hukou”, l’apartheid del-l’assistenza che discrimina chi
è nato nei villaggi, della negata
libertà di espressione e di voto.
La Cina resta un regime: ma da
ieri ammette di temere l’ana-cronismo dei suoi autoritarismi
e di essere decisa, per salvare
crescita e partito, a muovere
passi che sembravano escl
DA 35 ANNI UN TRIBUTO DI SANGUE
CHE ORA LASCIA UN PAESE DI VECCHI
G
IÀ correva voce, già si spe-rava che la politica del fi-glio unico sarebbe stata
abbandonata quando milioni di
coppie formate da figli unici, sa-rebbero giunte all’età in cui si pen-sa di mettere su famiglia. Così è
stato, almeno per loro il divieto a
mettere al mondo più di un figlio è
venuto meno e, in pratica, la mi-sura si estenderà anche alle cop-pie non formate da figli unici che
sono tantissime, più di quante i
pianificatori statali avessero mai
previsto. Infatti, nessuna legge è
mai stata tanto invisa come que-sta che colpiva nella sua più inti-ma trama il tessuto della società
cinese e negava il diritto a perpe-tuarsi giudicato inalienabile an-che da chi di diritti ne aveva assai
pochi. Sono così nati illegalmente
milioni di bambini chiamati “ne-ri”, oggi diventate persone nere
non iscritte all’anagrafe, fantasmi
che si aggirano negli interstizi di
un mondo che per modernizzarsi
ha pagato il prezzo più alto, quel-lo della propria carne e del proprio
sangue. Sono forse quaranta i mi-lioni di bambine mai nate, altret-tanti se non di più i maschi sacrifi-cati in modo crudele. Come ciò
avvenisse ce lo racconta in “Le Ra-ne” Mo Yan, premio Nobel per la
letteratura: una donna al nono
mese di gravidanza vien fatta
abortire poche ore prima del par-to perché se il bambino venisse al-la luce naturalmente e emettesse
anche un solo vagito, dovrebbe
essere considerato un cittadino e
eliminarlo sarebbe un omicidio,
ma se lo si strappa dal ventre di
una madre colpevole di aver già
messo al mondo un altro figlio, al-lora si agisce secondo la legge.
Oggi che viene abbandonata la
politica tanto osteggiata del figlio
unico che è stata imposta con se-vere sanzioni, ci si domanda se sia
servita anche solo parzialmente a
frenare la crescita della popolazio-ne, una questione che in Cina si
pose quando a metà dell’Ottocen-to si raggiunsero i 420 milioni di
abitanti, sette volte più di quella
che in passato aveva assicurato l’e-quilibrio. Mao però di controllo
delle nascite non voleva neanche
sentir parlare. Scriveva: è un bene
che la Cina sia così popolata…le
persone che nascono non sono
bocche da sfamare, sono anche
nuove braccia per il lavoro.
Che dire, era una sua opinione e
chi la osteggiò come il demografo
Ma Yinchu fu messo alla gogna co-me seguace di Malthus e fu una
delle prime vittime della Rivolu-zione culturale. Poi vi fu la virata,
divenne impellente controllare la
crescita della popolazione e fu al-lora, nel 1978, che la Cina adottò
una politica tanto restrittiva che
avrebbe dovuto portarla, intorno
al 2100, a una decrescita felice del-la popolazione stabilizzata sui 700
milioni di abitanti. Sarà mai possi-bile?
Oggi come oggi, chi ha voluto
giocare all’apprendista stregone
suscitando forze che mai l’uomo
aveva di propria volontà evocato
lasciando invece fare alla natura, si
trova a dover fare i conti con una
realtà sociale stravolta che forse
non aveva messo in conto. Maschi
che superano di numero le femmi-ne, cosicché sono molti coloro de-stinati a non trovare moglie, a me-no che non la comprino. Fiorisce
infatti il mercato delle ragazze da
marito, spesso rapite nelle loro
provincie natali e messe all’asta
lontanissimo da casa. Anziani la-sciati senza nessuna assistenza dai
loro figli unici mentre un tempo
era nell’ambito della famiglia che
ci si prendeva cura delle loro esi-genze. Ma, si dice in Cina: «Siamo
il primo paese che è diventato vec-chio prima di diventare ricco».
Una virtù, quella confuciana della
pietà filiale, che sta scomparendo
per forza di cose mentre i figli uni-ci danno fondo a tutte le risorse fa-miliari convinti come sono che il
mondo gli appartenga, viziati e
coccolati da quattro nonni tutti
per loro. Ancora, bambini prima e
ora giovani uomini e donne di se-rie A, quelli pianificati, senza sorel-le e senza fratelli. Bambini e adulti
di serie B che non hanno accesso a
nessun privilegio, spesso migranti
clandestini nelle grandi città. E in-fine l’impoverimento di tutta una
terminologia familiare che rende-va stabile e gerarchicamente orga-nizzato l’universo della famiglia,
dove ci si rivolgeva ai congiunti
con un ventaglio di termini di ri-spetto e di affetto: fratello maggio-re, fratello minore, zia sorella della
madre distinta da zia come sorella
del padre, e così il nonno materno
si chiama diversamente da quello
paterno, con i cugini e le cugine poi
non si rischia di confondersi per-ché tanti sono i gradi di parentela
tanti i termini usati. La lingua si im-poverisce come si impoverisce la
ragnatela degli affetti in un paese
che si è avviato a modo suo sulla
strada di una non ancora non rag-giunta modernit
Il satellite guida l’aereo e il volo diventa più verde
L’
OPERAZIONE “rotte
pulite” restringe la
mappa d’Europa e avvi-cina da oggi Milano e Parigi di 55
chilometri. Gli aerei Alitalia e Air
France in volo tra la capitale fran-cese e otto aeroporti italiani spe-rimenteranno da questa mattina
(per due weekend consecutivi) il
nuovo sistema di navigazione che
tra 12-24 mesi segnerà la nascita
del cielo unico europeo A RIVOLUZIONE in ca-bina di pilotaggio è co-pernicana: per decenni
i jet hanno viaggiato guidati
da terra dai radiofari. Prende-vano un punto di riferimento,
lo raggiungevano e poi ne ag-ganciavano un altro, trasfor-mando ogni viaggio in una
lunga serie a zig-zag di rette
spezzate. Ora il satellite ha
cambiato tutto. I nuovi siste-mi di posizionamento satelli-tare come Egnos (quello tar-gato Ue cui lavorano Enav e
Telespazio) hanno ridotto ai
due metri il margine di errore
della rilevazione di un velivo-lo. E da oggi prenderanno in
consegna come “Tom-Tom”
dei cieli la cloche dei voli tra
Francia e Italia, “rettificando”
— come dicono i tecnici — i
loro percorsi in un’unica li-nea dritta. Con un risparmio
significativo di tempo, chilo-metri, carburante e di CO2
scaricata nell’aria.
I numeri parlano chiaro: il
Parigi Charles De Gaulle-Mi-lano Linate (che fino a ieri era
costretto a raggiungere Tori-no, sorvolare Voghera e poi
raggiungere da Sud la pista del
Forlanini) scavalcherà diret-tamente il Monte Bianco a
trentunomila piedi d’altezza
— oltre diecimila metri — per
poi scendere dritto sopra Sa-ronno e atterrare all’Idrosca-lo. Risultato: il volo sarà più
corto di trenta miglia (55 chi-lometri circa), più breve di
cinque minuti e consumerà
180 chilogrammi di carburan-te in meno. Stesso discorso
per la tratta dalla Senna a Ro-ma: ieri i piloti viaggiavano
rimbalzando tra i radiofari di
Torino, Genova e Pisa. Oggi
seguiranno un percorso trac-ciato con il righello che pas-serà sopra Lurag in Svizzera
per poi proseguire dritto fino
a Tarquinia dove inizieranno
le procedure d’atterraggio. Il
risparmio in questo caso sarà
di 60 chilometri, 6 minuti e
200 chilogrammi. Cifre che
spalmate su uno spazio aereo
dove ogni giorno volano tren-tatremila aerei si tradurranno
in miliardi di euro risparmiati
ogni anno.
A disegnare le nuove rotte in
vigore da oggi (rivedendo an-che i confini dei cieli naziona-li per semplificare le procedu-re) sono state l’Ente naziona-le per l’assistenza al volo ita-liano con i suoi omologhi sviz-zero e transalpino. Bruxelles
ha affidato loro la sperimen-tazione per un motivo molto
semplice: Italia (una volta
tanto) e Francia sono i paesi
europei più avanti tecnologi-camente su questo fronte.
L’Enav ha già rivoluzionato
affidandole in buona parte al
satellite le nostre rotte dome-stiche. Le novità hi-tech le
hanno consentito di alzare da
27mila piedi (novemila metri)
a 37mila (12 chilometri) il li-mite d’altezza delle rotte, con
un deciso miglioramento dei
consumi. La “rettificazione”
delle tratte nazionali ha
permesso, per dire, di tagliare
di 3 minuti il tempo di percor-renza sulla Roma-Milano (- 6
per cento) di ridurre di 750mi-la km. il “volato” — qualcosa
come diciotto volte il giro del-la terra all’altezza dell’Equa-tore — e di risparmiare 4.200
tonnellate di kerosene e
13.500 tonnellate di emissioni
di CO
2
nei cieli italian
OPERAZIONE “rotte
pulite” restringe la
mappa d’Europa e avvi-cina da oggi Milano e Parigi di 55
chilometri. Gli aerei Alitalia e Air
France in volo tra la capitale fran-cese e otto aeroporti italiani spe-rimenteranno da questa mattina
(per due weekend consecutivi) il
nuovo sistema di navigazione che
tra 12-24 mesi segnerà la nascita
del cielo unico europeo A RIVOLUZIONE in ca-bina di pilotaggio è co-pernicana: per decenni
i jet hanno viaggiato guidati
da terra dai radiofari. Prende-vano un punto di riferimento,
lo raggiungevano e poi ne ag-ganciavano un altro, trasfor-mando ogni viaggio in una
lunga serie a zig-zag di rette
spezzate. Ora il satellite ha
cambiato tutto. I nuovi siste-mi di posizionamento satelli-tare come Egnos (quello tar-gato Ue cui lavorano Enav e
Telespazio) hanno ridotto ai
due metri il margine di errore
della rilevazione di un velivo-lo. E da oggi prenderanno in
consegna come “Tom-Tom”
dei cieli la cloche dei voli tra
Francia e Italia, “rettificando”
— come dicono i tecnici — i
loro percorsi in un’unica li-nea dritta. Con un risparmio
significativo di tempo, chilo-metri, carburante e di CO2
scaricata nell’aria.
I numeri parlano chiaro: il
Parigi Charles De Gaulle-Mi-lano Linate (che fino a ieri era
costretto a raggiungere Tori-no, sorvolare Voghera e poi
raggiungere da Sud la pista del
Forlanini) scavalcherà diret-tamente il Monte Bianco a
trentunomila piedi d’altezza
— oltre diecimila metri — per
poi scendere dritto sopra Sa-ronno e atterrare all’Idrosca-lo. Risultato: il volo sarà più
corto di trenta miglia (55 chi-lometri circa), più breve di
cinque minuti e consumerà
180 chilogrammi di carburan-te in meno. Stesso discorso
per la tratta dalla Senna a Ro-ma: ieri i piloti viaggiavano
rimbalzando tra i radiofari di
Torino, Genova e Pisa. Oggi
seguiranno un percorso trac-ciato con il righello che pas-serà sopra Lurag in Svizzera
per poi proseguire dritto fino
a Tarquinia dove inizieranno
le procedure d’atterraggio. Il
risparmio in questo caso sarà
di 60 chilometri, 6 minuti e
200 chilogrammi. Cifre che
spalmate su uno spazio aereo
dove ogni giorno volano tren-tatremila aerei si tradurranno
in miliardi di euro risparmiati
ogni anno.
A disegnare le nuove rotte in
vigore da oggi (rivedendo an-che i confini dei cieli naziona-li per semplificare le procedu-re) sono state l’Ente naziona-le per l’assistenza al volo ita-liano con i suoi omologhi sviz-zero e transalpino. Bruxelles
ha affidato loro la sperimen-tazione per un motivo molto
semplice: Italia (una volta
tanto) e Francia sono i paesi
europei più avanti tecnologi-camente su questo fronte.
L’Enav ha già rivoluzionato
affidandole in buona parte al
satellite le nostre rotte dome-stiche. Le novità hi-tech le
hanno consentito di alzare da
27mila piedi (novemila metri)
a 37mila (12 chilometri) il li-mite d’altezza delle rotte, con
un deciso miglioramento dei
consumi. La “rettificazione”
delle tratte nazionali ha
permesso, per dire, di tagliare
di 3 minuti il tempo di percor-renza sulla Roma-Milano (- 6
per cento) di ridurre di 750mi-la km. il “volato” — qualcosa
come diciotto volte il giro del-la terra all’altezza dell’Equa-tore — e di risparmiare 4.200
tonnellate di kerosene e
13.500 tonnellate di emissioni
di CO
2
nei cieli italian
Bimbo di un anno e mezzo tolto ai genitori dal giudice “Nato con l’utero in affitto” Crema, l’avevano avuto in Ucraina. E il Dna rivela: il seme non è del papà
DAL NOSTRO INVIATO
PAOLO BERIZZI
CREMONA — Madre certa ma in
affitto, padre incerto, incerti anche
i documenti. Le uniche cose sicure,
in questa storia surreale, sono due
(forse): la prima, i biglietti aerei per
Kiev; la seconda, un bambino sot-tratto ai genitori. Genitori legali.
Perché credevano di esserlo diven-tati.
Siccome però il codice di diritto
ucraino non è il codice di diritto ita-liano, e siccome Ricengo, 1.700
abitanti in provincia di Cremona,
non è una metropoli e la gente
mormora, la storia è venuta fuori.
Poi è sprofondata nella palude di
un pasticcio legislativo. Risultato:
non solo i genitori sono rimasti
senza il bambino — per decisione
del Tribunale dei minori di Brescia
— ma sono anche imputati per “al-terazione di stato”.
Premessa: la pratica dell’utero
in affitto in Italia è vietata. È il mo-tivo che spinge ogni anno centi-naia di coppie ad andare all’estero
per sottoporsi alla fecondazione
eterologa. La coppia di Crema —
mezza età, «persone normalissi-me e per bene», li descrive Cecilia
Rizzica, uno dei legali — opta per
questa soluzione. È dicembre del
2010. La maternità surrogata in
Ucraina, come in altri Paesi dive-nuti mete del “turismo procreati-vo”, è riconosciuta. La speranza
della coppia cremasca si chiama
BioTexCom - Center for reproduc-tive medicine di Kiev. I medici met-tono a disposizione la madre sur-rogata, che sarà fecondata con lo
sperma dell’aspirante padre. Co-sto dell’operazione: 30 mila euro.
A gennaio 2011, il primo viaggio
a Kiev, dove viene prelevato lo
sperma dell’uomo. Ma attenzione:
il BioTexCom center spiega adesso
sul suo sito che «il kit con il seme
congelato è stato spedito dall’Ita-lia. E tutta la documentazione,
contratto compreso, trasmessa via
mail». Passi la documentazione:
ma lo sperma spedito dall’Italia al-l’Ucraina? Possibile? «E nel caso
come, con una raccomandata...?!»,
butta lì l’avvocato Rizzica, secondo
il quale si tratta di affermazioni
«curiose».
Andiamo avanti. Passano due
mesi. A marzo di due anni fa la cop-pia viene avvertita che l’impianto
ha attecchito. La madre in affitto
aspetta due gemelli. Altro volo a
Kiev. Per conoscere la ragazza e
saldare quanto pattuito. Il parto,
previsto per novembre, viene anti-cipato di un mese. Terzo volo a
Kiev. Nel parto uno dei due gemel-li non ce la fa, l’altro viene al mon-do. Arriva, a questo punto, il tim-bro della legge ucraina. Alla coppia
viene rilasciato un certificato di pa-ternità e maternità. Tutto in regola
visto che in Ucraina la legge per-mette di iscrivere come proprio il
figlio nato da una madre surrogata.
I problemi iniziano in Italia,
quando i genitori si presentano al-l’anagrafe di Ricengo per trascrive-re i documenti ucraini e iscrivere il
figlio. L’ufficiale non ricorda di
avere mai visto in giro la donna col
pancione. La voce arriva in tribu-nale, e da Crema, dove è stato ac-corpato a Cremona, rimbalza al tri-bunale dei minori di Brescia. In Ita-lia il certificato ucraino è illegale.
Se ti scoprono, per la legge sei col-pevole. Quando il bambino ha un
anno e mezzo Brescia stabilisce
che papà e mamma hanno falsifi-cato i documenti, e il piccolo viene
affidato a una casa famiglia. Ulti-mo colpo di scena. Il test del Dna
conferma che l’aspirante padre
non è in realtà il padre del bambi-no. «Sembra incredibile — ragiona
Cecilia Rizzica — . Tutto ruota in-torno a una carenza legislativa del
nostro sistema giuridico. Il 14 gen-naio, prossima udienza, chiedere-mo l’assoluzione della coppia. Per
quanto riguarda il processo civile,
il provvedimento del tribunale di
Brescia non è definitivo. Mi augu-ro che si decida di riunire la fami-glia
PAOLO BERIZZI
CREMONA — Madre certa ma in
affitto, padre incerto, incerti anche
i documenti. Le uniche cose sicure,
in questa storia surreale, sono due
(forse): la prima, i biglietti aerei per
Kiev; la seconda, un bambino sot-tratto ai genitori. Genitori legali.
Perché credevano di esserlo diven-tati.
Siccome però il codice di diritto
ucraino non è il codice di diritto ita-liano, e siccome Ricengo, 1.700
abitanti in provincia di Cremona,
non è una metropoli e la gente
mormora, la storia è venuta fuori.
Poi è sprofondata nella palude di
un pasticcio legislativo. Risultato:
non solo i genitori sono rimasti
senza il bambino — per decisione
del Tribunale dei minori di Brescia
— ma sono anche imputati per “al-terazione di stato”.
Premessa: la pratica dell’utero
in affitto in Italia è vietata. È il mo-tivo che spinge ogni anno centi-naia di coppie ad andare all’estero
per sottoporsi alla fecondazione
eterologa. La coppia di Crema —
mezza età, «persone normalissi-me e per bene», li descrive Cecilia
Rizzica, uno dei legali — opta per
questa soluzione. È dicembre del
2010. La maternità surrogata in
Ucraina, come in altri Paesi dive-nuti mete del “turismo procreati-vo”, è riconosciuta. La speranza
della coppia cremasca si chiama
BioTexCom - Center for reproduc-tive medicine di Kiev. I medici met-tono a disposizione la madre sur-rogata, che sarà fecondata con lo
sperma dell’aspirante padre. Co-sto dell’operazione: 30 mila euro.
A gennaio 2011, il primo viaggio
a Kiev, dove viene prelevato lo
sperma dell’uomo. Ma attenzione:
il BioTexCom center spiega adesso
sul suo sito che «il kit con il seme
congelato è stato spedito dall’Ita-lia. E tutta la documentazione,
contratto compreso, trasmessa via
mail». Passi la documentazione:
ma lo sperma spedito dall’Italia al-l’Ucraina? Possibile? «E nel caso
come, con una raccomandata...?!»,
butta lì l’avvocato Rizzica, secondo
il quale si tratta di affermazioni
«curiose».
Andiamo avanti. Passano due
mesi. A marzo di due anni fa la cop-pia viene avvertita che l’impianto
ha attecchito. La madre in affitto
aspetta due gemelli. Altro volo a
Kiev. Per conoscere la ragazza e
saldare quanto pattuito. Il parto,
previsto per novembre, viene anti-cipato di un mese. Terzo volo a
Kiev. Nel parto uno dei due gemel-li non ce la fa, l’altro viene al mon-do. Arriva, a questo punto, il tim-bro della legge ucraina. Alla coppia
viene rilasciato un certificato di pa-ternità e maternità. Tutto in regola
visto che in Ucraina la legge per-mette di iscrivere come proprio il
figlio nato da una madre surrogata.
I problemi iniziano in Italia,
quando i genitori si presentano al-l’anagrafe di Ricengo per trascrive-re i documenti ucraini e iscrivere il
figlio. L’ufficiale non ricorda di
avere mai visto in giro la donna col
pancione. La voce arriva in tribu-nale, e da Crema, dove è stato ac-corpato a Cremona, rimbalza al tri-bunale dei minori di Brescia. In Ita-lia il certificato ucraino è illegale.
Se ti scoprono, per la legge sei col-pevole. Quando il bambino ha un
anno e mezzo Brescia stabilisce
che papà e mamma hanno falsifi-cato i documenti, e il piccolo viene
affidato a una casa famiglia. Ulti-mo colpo di scena. Il test del Dna
conferma che l’aspirante padre
non è in realtà il padre del bambi-no. «Sembra incredibile — ragiona
Cecilia Rizzica — . Tutto ruota in-torno a una carenza legislativa del
nostro sistema giuridico. Il 14 gen-naio, prossima udienza, chiedere-mo l’assoluzione della coppia. Per
quanto riguarda il processo civile,
il provvedimento del tribunale di
Brescia non è definitivo. Mi augu-ro che si decida di riunire la fami-glia
Cina, dagli Usa consulenze d’oro milioni alla figlia di Wen Jiabao
PECHINO — I “principi rossi” ci-nesi ridotti a lobbysti dei capita-listi americani e i media Usa che
si auto-censurano per non irrita-re i leader della Cina. E’ il mondo
alla rovescia quello che emerge
dagli intrecci sempre più stretti
tra le prime due economie del
mondo.
Gli ultimi due scandali, rivela-ti dal New York Timesdenuncia-no che i poteri forti di Pechino e
Washington sfuggono ormai al
controllo sia del partito comuni-sta che del Congresso. Il primo
scoop torna e prendere di mira
l’ex premier cinese Wen Jiabao e
la banca d’affari JP Morgan: la fi-glia dell’uomo che per 10 anni ha
governato la Cina avrebbe incas-sato 1,8 milioni di dollari in due
anni per agevolare gli affari in pa-tria dell’istituto di credito statu-nitense. La seconda rivelazione
tocca invece l’icona Usa del-l’informazione finanziaria: l’a-genzia Bloombergdell’ex sinda-co di New York per non danneg-giare affari e immagine dell’azio-nista in Cina, ha bloccato un’in-chiesta che avrebbe svelato le
connessioni illegali tra un miliar-dario cinese e i vertici del regime.
Le due notizie, unite ad altri scan-dali recenti, rompono il silenzio
che in Cina avvolge i capitali mi-steriosamente accumulati dagli
alti dirigenti del partito e che ne-gli Usa protegge gli affari opachi
dei colossi di economia e finan-za, decisi a conquistare il merca-to oggi più ambito del pianeta.
Il quadro che emerge illumina
due livelli: sul primo governi e di-plomazie si attaccano pubblica-mente e minacciano scontri da
guerra fredda, sul secondo politi-ci, uomini d’affari e gruppi edito-riali che sostengono i due siste-mi, chiudono riservatamente
contratti miliardari illegali. Il
New York Timesha raccontato
così che Wen Richun, 40 anni, fi-glia di Wen Jiabao, tra il 2006 e il
2008 ha incassato 75mila dollari
al mese da JP Morgan per «pro-muovere le attività e la presenza»
della banca in Cina.
Nello scandalo Bloomberg a
finire sotto accusa è invece il di-rettore dell’agenzia, Matthew
Winkler. Alla vigilia del Plenum
del partito ha bloccato un’in-chiesta dei suoi corrispondenti
dalla Cina che svelava i «rapporti
inconfessabili tra un magnate di
Pechino e leader rossi di massi-mo livello». Winkler ha spiegato
di averlo fatto per evitare che i
suoi cronisti venissero espulsi
dal Paese, sorte che sempre più
spesso tocca ai corrispondenti
rei di disturbare il regime. Pecca-to che gli stessi giornalisti un an-no fa, avessero scoperto il “teso-ro segreto” della famiglia del pre-sidente Xi Jinping, che il gruppo
Bloomberg abbia interessi finan-ziari enormi in Cina e che il suo
potente proprietario sia atteso
nel Paese per conferenze e affar
si auto-censurano per non irrita-re i leader della Cina. E’ il mondo
alla rovescia quello che emerge
dagli intrecci sempre più stretti
tra le prime due economie del
mondo.
Gli ultimi due scandali, rivela-ti dal New York Timesdenuncia-no che i poteri forti di Pechino e
Washington sfuggono ormai al
controllo sia del partito comuni-sta che del Congresso. Il primo
scoop torna e prendere di mira
l’ex premier cinese Wen Jiabao e
la banca d’affari JP Morgan: la fi-glia dell’uomo che per 10 anni ha
governato la Cina avrebbe incas-sato 1,8 milioni di dollari in due
anni per agevolare gli affari in pa-tria dell’istituto di credito statu-nitense. La seconda rivelazione
tocca invece l’icona Usa del-l’informazione finanziaria: l’a-genzia Bloombergdell’ex sinda-co di New York per non danneg-giare affari e immagine dell’azio-nista in Cina, ha bloccato un’in-chiesta che avrebbe svelato le
connessioni illegali tra un miliar-dario cinese e i vertici del regime.
Le due notizie, unite ad altri scan-dali recenti, rompono il silenzio
che in Cina avvolge i capitali mi-steriosamente accumulati dagli
alti dirigenti del partito e che ne-gli Usa protegge gli affari opachi
dei colossi di economia e finan-za, decisi a conquistare il merca-to oggi più ambito del pianeta.
Il quadro che emerge illumina
due livelli: sul primo governi e di-plomazie si attaccano pubblica-mente e minacciano scontri da
guerra fredda, sul secondo politi-ci, uomini d’affari e gruppi edito-riali che sostengono i due siste-mi, chiudono riservatamente
contratti miliardari illegali. Il
New York Timesha raccontato
così che Wen Richun, 40 anni, fi-glia di Wen Jiabao, tra il 2006 e il
2008 ha incassato 75mila dollari
al mese da JP Morgan per «pro-muovere le attività e la presenza»
della banca in Cina.
Nello scandalo Bloomberg a
finire sotto accusa è invece il di-rettore dell’agenzia, Matthew
Winkler. Alla vigilia del Plenum
del partito ha bloccato un’in-chiesta dei suoi corrispondenti
dalla Cina che svelava i «rapporti
inconfessabili tra un magnate di
Pechino e leader rossi di massi-mo livello». Winkler ha spiegato
di averlo fatto per evitare che i
suoi cronisti venissero espulsi
dal Paese, sorte che sempre più
spesso tocca ai corrispondenti
rei di disturbare il regime. Pecca-to che gli stessi giornalisti un an-no fa, avessero scoperto il “teso-ro segreto” della famiglia del pre-sidente Xi Jinping, che il gruppo
Bloomberg abbia interessi finan-ziari enormi in Cina e che il suo
potente proprietario sia atteso
nel Paese per conferenze e affar
“In Campania avvelenata anche l’acqua” il rapporto-shock dei militari americani L’Espresso svela il documento. Ma a Napoli scoppia la polemica
DARIO DEL PORTO
NAPOLI — «Bevi Napoli e poi
muori. Acqua contaminata
ovunque... Nessuna zona è sicu-ra», titola l’Espressonel numero
in edicola questa mattina. In un
lungo reportage, il settimanale
ricostruisce nei dettagli lo stu-dio sull’inquinamento nelle
province di Napoli e Caserta
realizzato dal comando della Us
Navy del capoluogo campano
tra il 2009 e il 2011. Un lavoro co-stato 30 milioni di dollari che ha
prodotto risultati definiti «ine-diti e sconvolgenti» sui quali,
adesso, esplode la polemica. Se-condo gli esperti americani, in
tutta la regione si dovrebbe usa-re acqua minerale «per bere, cu-cinare, fare il ghiaccio e anche
lavarsi i denti». Le istituzioni lo-cali però insorgono. Il Comune
di Napoli replica che l’acqua
erogata in città «risulta control-lata e potabile, i dati delle anali-si sono pubblici e consultabili
sul sito dell’azienda Abc», men-tre la Regione difende la qualità
dei prodotti locali e si dice pron-ta ad azioni legali a tutela «dei
cittadini, dei produttori e delle
istituzioni».
Gli esami sono stati effettuati
su acqua, aria e terreno in un’a-rea di mille chilometri quadrati,
con riferimento a 543 case e die-ci basi statunitensi. Si parla di ri-schi per la salute legati soprat-tutto all’acqua, non solo in tre
“zone rosse” intorno a Casal di
Principe, Villa Literno, (il terri-torio dominato dal clan camor-ristico dei Casalesi) Marcianise,
Casoria e Arzano, dove i rubi-netti pescherebbero da pozzi
contaminati. Presenterebbero
forti criticità anche il 57 per cen-to degli acquedotti esaminati
nel centro di Napoli e il 16 per
cento nel quartiere Bagnoli, non
a causa delle sorgenti ma delle
cattive condizioni delle tubatu-re.
Annuncia un esposto alla ma-gistratura il consigliere regiona-© RIPRO e del Pse Corrado Gabriele, che
chiede se sussistano le condi-zioni per ipotizzare il reato di
procurato allarme e vietare l’u-scita del settimanale. «Legga
l’inchiesta prima di esprimere
giudizi e addirittura chiedere
l’intervento della magistratu-ra», replica la direzione dell’E-spresso, che poi aggiunge: «Il
rapporto conclusivo è stato tra-smesso da diversi mesi alle au-torità italiane ma finora mai re-so pubblico. Pensiamo che far
finta di niente, prendersela con
chi fa informazione invece che
con chi dovrebbe impedire il
traffico di rifiuti tossici gestito
dalla criminalità organizzata
può solo peggiorare la vita di chi
vive in quelle zone e da anni sop-porta le terribili conseguenze
dell’inquinamento». Gli asses-sori regionali Giovanni Romano
(Ambiente) e Daniela Nugnes
(Agricoltura) argomentano:
«Tutte le inchieste sono utili, al-tra cosa è l’uso che si presta a
strumentalizzazioni contro una
terra ricca di prodotti di qualità,
risorse naturali e paesaggisti-che».
Sulla qualità dell’acqua a Na-poli spende parole rassicuranti
l’amministrazione comunale di
Napoli guidata dal sindaco Lui-gi de Magistris, che sabato po-trebbe partecipare alla manife-stazione sulla Terra dei fuochi,
l’area avvelenata dalle ecomafie
dai roghi di rifiuti tossici. L’a-zienda Abc, spiega il Comune,
«effettua quotidiani e numerosi
controlli in diversi punti di pre-lievo del sistema idrico nelle di-verse zone della città che avven-gono parallelamente a quelli ef-fettuati dall’Asl Napoli 1. I con-tatti tra Abd e Asl garantiscono
quindi le cittadine e i cittadini in
merito alla potabilità dell’ac-qua. La tutela della salute e del-l’ambiente è una priorità di que-sta amministrazione», ricorda il
Comune. Non entra nel merito
dell’articolo dell’Espressoil go-vernatore Stefano Caldoro, che
però da Bruxelles ricorda «l’ope-razione trasparenza della Cam-pania sulla Terra dei Fuochi: so-no previsti controlli continui sui
prodotti e faremo protocolli sul-l’assisten
NAPOLI — «Bevi Napoli e poi
muori. Acqua contaminata
ovunque... Nessuna zona è sicu-ra», titola l’Espressonel numero
in edicola questa mattina. In un
lungo reportage, il settimanale
ricostruisce nei dettagli lo stu-dio sull’inquinamento nelle
province di Napoli e Caserta
realizzato dal comando della Us
Navy del capoluogo campano
tra il 2009 e il 2011. Un lavoro co-stato 30 milioni di dollari che ha
prodotto risultati definiti «ine-diti e sconvolgenti» sui quali,
adesso, esplode la polemica. Se-condo gli esperti americani, in
tutta la regione si dovrebbe usa-re acqua minerale «per bere, cu-cinare, fare il ghiaccio e anche
lavarsi i denti». Le istituzioni lo-cali però insorgono. Il Comune
di Napoli replica che l’acqua
erogata in città «risulta control-lata e potabile, i dati delle anali-si sono pubblici e consultabili
sul sito dell’azienda Abc», men-tre la Regione difende la qualità
dei prodotti locali e si dice pron-ta ad azioni legali a tutela «dei
cittadini, dei produttori e delle
istituzioni».
Gli esami sono stati effettuati
su acqua, aria e terreno in un’a-rea di mille chilometri quadrati,
con riferimento a 543 case e die-ci basi statunitensi. Si parla di ri-schi per la salute legati soprat-tutto all’acqua, non solo in tre
“zone rosse” intorno a Casal di
Principe, Villa Literno, (il terri-torio dominato dal clan camor-ristico dei Casalesi) Marcianise,
Casoria e Arzano, dove i rubi-netti pescherebbero da pozzi
contaminati. Presenterebbero
forti criticità anche il 57 per cen-to degli acquedotti esaminati
nel centro di Napoli e il 16 per
cento nel quartiere Bagnoli, non
a causa delle sorgenti ma delle
cattive condizioni delle tubatu-re.
Annuncia un esposto alla ma-gistratura il consigliere regiona-© RIPRO e del Pse Corrado Gabriele, che
chiede se sussistano le condi-zioni per ipotizzare il reato di
procurato allarme e vietare l’u-scita del settimanale. «Legga
l’inchiesta prima di esprimere
giudizi e addirittura chiedere
l’intervento della magistratu-ra», replica la direzione dell’E-spresso, che poi aggiunge: «Il
rapporto conclusivo è stato tra-smesso da diversi mesi alle au-torità italiane ma finora mai re-so pubblico. Pensiamo che far
finta di niente, prendersela con
chi fa informazione invece che
con chi dovrebbe impedire il
traffico di rifiuti tossici gestito
dalla criminalità organizzata
può solo peggiorare la vita di chi
vive in quelle zone e da anni sop-porta le terribili conseguenze
dell’inquinamento». Gli asses-sori regionali Giovanni Romano
(Ambiente) e Daniela Nugnes
(Agricoltura) argomentano:
«Tutte le inchieste sono utili, al-tra cosa è l’uso che si presta a
strumentalizzazioni contro una
terra ricca di prodotti di qualità,
risorse naturali e paesaggisti-che».
Sulla qualità dell’acqua a Na-poli spende parole rassicuranti
l’amministrazione comunale di
Napoli guidata dal sindaco Lui-gi de Magistris, che sabato po-trebbe partecipare alla manife-stazione sulla Terra dei fuochi,
l’area avvelenata dalle ecomafie
dai roghi di rifiuti tossici. L’a-zienda Abc, spiega il Comune,
«effettua quotidiani e numerosi
controlli in diversi punti di pre-lievo del sistema idrico nelle di-verse zone della città che avven-gono parallelamente a quelli ef-fettuati dall’Asl Napoli 1. I con-tatti tra Abd e Asl garantiscono
quindi le cittadine e i cittadini in
merito alla potabilità dell’ac-qua. La tutela della salute e del-l’ambiente è una priorità di que-sta amministrazione», ricorda il
Comune. Non entra nel merito
dell’articolo dell’Espressoil go-vernatore Stefano Caldoro, che
però da Bruxelles ricorda «l’ope-razione trasparenza della Cam-pania sulla Terra dei Fuochi: so-no previsti controlli continui sui
prodotti e faremo protocolli sul-l’assisten
Il quartiere anti-crisi con i palazzi di legno
L
A RIPRESA del mercato
dell’edilizia? Potrebbe
arrivare da abitazioni
realizzate in legno, da affitta-re a canoni dimezzati rispetto
alla media degli affitti. E, per
di più, con un risparmio di al-meno un terzo sui costi di co-struzione tradizionali. Una
piccola “bomba” sta per
scoppiare nell’asfittico mer-cato immobiliare italiano S
OTTO forma di un condo-minio formato da quattro
edifici di nove piani, per un
totale di 123 appartamenti, sorto
in soli 18 mesi nel quartiere San
Siro di Milano, non lontano dallo
stadio. Domani, con l’ingresso
degli ultimi inquilini, ci sarà una
sorta di cerimonia ufficiale per
l’ultimo atto di un progetto in cui
pochi credevano quattro anni fa,
quando partì l’iter burocratico.
Perché l’obiettivo era ambi-zioso: dare in affitto a
prezzi calmierati
abitazioni in edilizia
convenzionata ab-battendo i costi di
edificazione e allo
stesso tempo otte-nendo un prodotto
di qualità in classe
energetica A. Un
progetto, firmato
dallo studio Rossi
Prodi di Firenze, molto
particolare: una struttura por-tante in legname sovrapposto
(abeti e larici provenienti da fore-ste sostenibili austriache), rico-perto da uno strato di cartonges-so ad elevate prestazioni, tenuta
insieme da viti lunghe 40 centi-metri. Tanto che nell’ambiente
già si scherza definendolo come
“il modello Ikea delle costruzio-ni”.
Tutto questo, a canoni di loca-zione “fuori mercato”: per un bi-locale di 75 metri quadrati si paga
un affitto di 450 euro al mese.
Quando la media per la stessa me-tratura nel nostro Paese si aggira
sui mille euro. Tutto questo ga-rantendo comunque un profitto
alla società che ha curato l’opera-zione.
Il privato che ha realizzato il
progetto, la Polaris Real Estate, si
è rifatta a realtà che in Europa esi-stono da almeno vent’anni. E ri-spondono al nome di “housing
sociale”, un settore che fa parte
del più vasto mondo dell’econo-mia e della finanza etica e che
vuole dare risposte abitative a chi
non si potrebbe permettere i
prezzi di mercato. In pratica, qua-si più nessuno: perché se è vero
che i prezzi degli affitti in Italia so-no in media con l’Europa, gli sti-pendi sono molto al di sotto.
Progetti che per avere gambe
devono far convivere in modo vir-tuoso pubblico e privato: le case
di San Siro - il progetto social più
grande d’Europa - è stato realiz-zato con un finanziamento del
Fondo Immobiliare di Lombar-dia, promosso da Fondazione Ca-riplo e Regione, ma i cui sotto-scrittori sono banche come Inte-sa e Bpm, assicurazioni come Ge-nerali, la Cassa Italiana geometri
e la Cassa Depositi Prestiti.
E poi c’è il ruolo dell’ammini-strazione. «Il Comune di Milano,
che si è anche occupato anche dei
bandi per l’assegnazione degli al-loggi tramite avvisi pubblici -spiega l’amministratore delegato
di Polaris Fabio Carlozzo - ha ce-duto i terreni in diritto di superfi-cie per 90 anni consi-derandoli come stan-dard, come se fossero destina-ti a opere come ospedali o scuole,
proprio per la rilevanza sociale
del progetto». Questo ha permes-so di abbattere una delle compo-nenti di costo dei progetti edilizi.
Sempre Carlozzo: «A Milano all’a-pice della bolla si è arrivati a paga-re fino a 700-800 euro al metri
quadrato il terreno, a noi è costa-to 150 euro. Così, alla fine, il costo
di costruzione è arrivato a 1.100
euro al metro qua-drato contro 1.500».
Come detto, è bastato co-piare quanto già accade nel resto
d’Europa. Pochi giorni fa, in un
convegno sul tema organizzato a
Torino, la società di consulenza
Scenari Immobiliari ha presenta-to uno studio che evidenzia lo
scarso peso dell'housing sociale:
a Roma e Milano incide per il 4 e il
7 per cento sul totale delle loca-zioni. A Londra raggiunge il 26, a
Copenaghen il 20, a Parigi il 17,
mentre la media europea è del 15.
Ecco perché, potrebbe essere una
risposta sia alla crisi dell'immobi-liare (prezzi crollati del 30 per cen-to in 7 anni e compravendite sce-se del 20 solo nell'ultimo anno e
del 50 in un decennio) sia dell’edi-lizia (i permessi di costruzione nel
2012 sono calati di un altro 22 per
cento, ai minimi dal dopoguerra).
L’housing sociale diventa così
una strada su cui si potrebbero
avviare in tanti. Proprio la Cassa
Depositi Prestiti, la spa controlla-ta del Tesoro che si occupa di met-tere a frutto il risparmio postale
degli italiani, ha destinato nell’ul-timo bilancio un miliardo di euro
per progetti edilizi con locazioni
calmierate. E il caso di San Siro a
Milano potrebbe fare da model
A RIPRESA del mercato
dell’edilizia? Potrebbe
arrivare da abitazioni
realizzate in legno, da affitta-re a canoni dimezzati rispetto
alla media degli affitti. E, per
di più, con un risparmio di al-meno un terzo sui costi di co-struzione tradizionali. Una
piccola “bomba” sta per
scoppiare nell’asfittico mer-cato immobiliare italiano S
OTTO forma di un condo-minio formato da quattro
edifici di nove piani, per un
totale di 123 appartamenti, sorto
in soli 18 mesi nel quartiere San
Siro di Milano, non lontano dallo
stadio. Domani, con l’ingresso
degli ultimi inquilini, ci sarà una
sorta di cerimonia ufficiale per
l’ultimo atto di un progetto in cui
pochi credevano quattro anni fa,
quando partì l’iter burocratico.
Perché l’obiettivo era ambi-zioso: dare in affitto a
prezzi calmierati
abitazioni in edilizia
convenzionata ab-battendo i costi di
edificazione e allo
stesso tempo otte-nendo un prodotto
di qualità in classe
energetica A. Un
progetto, firmato
dallo studio Rossi
Prodi di Firenze, molto
particolare: una struttura por-tante in legname sovrapposto
(abeti e larici provenienti da fore-ste sostenibili austriache), rico-perto da uno strato di cartonges-so ad elevate prestazioni, tenuta
insieme da viti lunghe 40 centi-metri. Tanto che nell’ambiente
già si scherza definendolo come
“il modello Ikea delle costruzio-ni”.
Tutto questo, a canoni di loca-zione “fuori mercato”: per un bi-locale di 75 metri quadrati si paga
un affitto di 450 euro al mese.
Quando la media per la stessa me-tratura nel nostro Paese si aggira
sui mille euro. Tutto questo ga-rantendo comunque un profitto
alla società che ha curato l’opera-zione.
Il privato che ha realizzato il
progetto, la Polaris Real Estate, si
è rifatta a realtà che in Europa esi-stono da almeno vent’anni. E ri-spondono al nome di “housing
sociale”, un settore che fa parte
del più vasto mondo dell’econo-mia e della finanza etica e che
vuole dare risposte abitative a chi
non si potrebbe permettere i
prezzi di mercato. In pratica, qua-si più nessuno: perché se è vero
che i prezzi degli affitti in Italia so-no in media con l’Europa, gli sti-pendi sono molto al di sotto.
Progetti che per avere gambe
devono far convivere in modo vir-tuoso pubblico e privato: le case
di San Siro - il progetto social più
grande d’Europa - è stato realiz-zato con un finanziamento del
Fondo Immobiliare di Lombar-dia, promosso da Fondazione Ca-riplo e Regione, ma i cui sotto-scrittori sono banche come Inte-sa e Bpm, assicurazioni come Ge-nerali, la Cassa Italiana geometri
e la Cassa Depositi Prestiti.
E poi c’è il ruolo dell’ammini-strazione. «Il Comune di Milano,
che si è anche occupato anche dei
bandi per l’assegnazione degli al-loggi tramite avvisi pubblici -spiega l’amministratore delegato
di Polaris Fabio Carlozzo - ha ce-duto i terreni in diritto di superfi-cie per 90 anni consi-derandoli come stan-dard, come se fossero destina-ti a opere come ospedali o scuole,
proprio per la rilevanza sociale
del progetto». Questo ha permes-so di abbattere una delle compo-nenti di costo dei progetti edilizi.
Sempre Carlozzo: «A Milano all’a-pice della bolla si è arrivati a paga-re fino a 700-800 euro al metri
quadrato il terreno, a noi è costa-to 150 euro. Così, alla fine, il costo
di costruzione è arrivato a 1.100
euro al metro qua-drato contro 1.500».
Come detto, è bastato co-piare quanto già accade nel resto
d’Europa. Pochi giorni fa, in un
convegno sul tema organizzato a
Torino, la società di consulenza
Scenari Immobiliari ha presenta-to uno studio che evidenzia lo
scarso peso dell'housing sociale:
a Roma e Milano incide per il 4 e il
7 per cento sul totale delle loca-zioni. A Londra raggiunge il 26, a
Copenaghen il 20, a Parigi il 17,
mentre la media europea è del 15.
Ecco perché, potrebbe essere una
risposta sia alla crisi dell'immobi-liare (prezzi crollati del 30 per cen-to in 7 anni e compravendite sce-se del 20 solo nell'ultimo anno e
del 50 in un decennio) sia dell’edi-lizia (i permessi di costruzione nel
2012 sono calati di un altro 22 per
cento, ai minimi dal dopoguerra).
L’housing sociale diventa così
una strada su cui si potrebbero
avviare in tanti. Proprio la Cassa
Depositi Prestiti, la spa controlla-ta del Tesoro che si occupa di met-tere a frutto il risparmio postale
degli italiani, ha destinato nell’ul-timo bilancio un miliardo di euro
per progetti edilizi con locazioni
calmierate. E il caso di San Siro a
Milano potrebbe fare da model
giovedì 14 novembre 2013
Castagne
STEL DEL RIO (Bologna)
N
ei sussidiari di tanti
anni fa c’erano anche
gli indovinelli. «Son
dura, tondetta, color
del caffè. Sto chiusa in
un riccio ma non per capriccio…».
«Mi mangiano cotta, bruciata, bal-lotta. Mi trovi in montagna, mi
chiamo…». La castagna, allora, era
la regina del bosco. «L’italico albe-ro del pane», secondo Giovanni Pa-scoli. Purtroppo i proverbi non ba-stano più. La castagna che scende-va dalla montagna adesso arriva da
mezzo mondo e per vie traverse.
Per la prima volta, in questo 2013,
castagne e marroni stranieri supe-rano il prodotto nostrano, crollato
del 70% rispetto al 2005, quando in
Italia si è diffuso l’insetto killer del
castagno, il «cinipide galligeno» ar-rivato dalla Cina. E sempre dalla Ci-na arriva un nuovo imbroglio: si
tratta di un «castagnone» più gros-so del marrone italiano ma senza
consistenza e sapore. Però può in-gannare chi lo trova arrostito nelle
bancarelle e viene attirato dal pro-fumo delle griglie. «Si tratta — dice
Lorenzo Bazzana, responsabile
economico della
Coldiretti — della
“Castanea mollissi-ma” che in Italia
non si potrebbe
vendere né come
castagna né come
marrone, non essendo “Castanea
sativa”. Ma con la crisi del prodot-to, c’è chi la spaccia come un’eccel-lenza. Questa è una vera e propria
frode».
Sergio Rontini e la figlia Monia,
titolari del «Regno del marrone» a
Castel del Rio, sono molto arrab-biati. «Abbiamo fatto un giro dei
mercati — raccontano — e abbia-mo visto di tutto. Ci sono castagne
arrivate dalla Spagna e dalla Tur-chia con il cartello che annuncia
“marroni”. E ci sono marroni arri-vati da chissà dove e accanto c’è un
cartello con la fotocopia ingrandi-ta del nostro marchio “Consorzio
castanicoltori Castel del Rio”, che
nel 1996 — primo in Italia — ha ot-tenuto il marchio Igp, Indicazione
geografica protetta. Il risultato di
queste truffe? Il consumatore pa-gherà caro un prodotto scarso, si
arrabbierà e non comprerà più i
marroni buoni e nostrani. E sare-mo rovinati anche noi, che produ-ciamo frutti biologici e sotto i ca-stagni mandiamo le nostre pecore,
che tolgono l’erba senza bisogno di
trattori a gasolio e concimano in
modo naturale».
Sembrano pettinati, i boschi sul-le colline imolesi. «Sotto le piante
— dice Ernesto Bisi, presidente del
Consorzio — facciamo crescere il
muschio, così i frutti non toccano il
terreno e non prendono muffe. Ab-biamo regole precise: una media d 100 piante per ettaro, non più di 15
chili per pianta. I boschi debbono
essere esposti a nord — nord est,
così sono riparati dallo scirocco e i
ricci maturano più lentamente.
Siamo 70 soci, con 600 ettari di bo-sco. Prima del cancro del castagno
e della vespa cinese producevamo
5.500 quintali di marroni a stagio-ne, quest’anno arriveremo a mille.
È per questo che i prezzi sono alti,
fino a 15 euro per un chilo di mar-roni Igp. Ci mancava solo il “casta-gnone” cinese… Le truffe purtrop-po non sono una novità. Secondo
una ricerca fatta per una tesi di lau-rea, si è scoperto che a fronte della
nostra produzione massima di
5.500 quintali sui mercati si trova-no in media 50.000 quintali di
“marroni di Castel del Rio”».
Quest’anno — secondo la stima
della Coldiretti — verranno pro-dotti 18 milioni di chili, fra castagne
e marroni. Prima dell’infestazione
ne venivano raccolti oltre 50 milio-ni. Nel 1911 — quando quasi tutti i boschi erano curati e la castagna
era davvero il pane dei montanari
— si arrivava a 829 milioni di chili.
«Il bosco che non dà reddito — di-ce Lorenzo Bazzana — viene ab-bandonato. E così spariscono non
solo le castagne ma un habitat na-turale per la selvaggina, per la pro-duzione di un miele tipico, per la
raccolta dei funghi e dei piccoli
frutti. Un bosco abbandonato vie-ne poi aggredito subito dalle infe-zioni e dalle malattie».
Preoccupano soprattutto, se-condo la Coldiretti, le importazio-ni massicce dalla Cina e dalla Tur-chia, ma i Tir arrivano anche dalla
Spagna, dal Portogallo e dalla Slo-venia. «Bisogna evitare, con con-trolli attenti, che ogni castagna che
arriva in Italia venga presentata co-me italiana. Il consumatore deve
essere informato dell’origine, solo
così potrà scegliere». Un tempo le
ricette erano semplici. Le castagne
venivano bollite o seccate per di-ventare farina. I marroni erano ar-rostiti sulle braci del camino. Il ca-stagnaccio di Castel del Rio, ad
esempio, ha un sapore davvero an-tico. Farina di marroni, acqua di
fonte, sale e olio. Sulla strada che da
Imola porta a Firenze viaggiavano i
commercianti romagnoli che por-tavano nella città di Dante sale e ca-napa e quelli toscani che in direzio-ne opposta trasportavano olio e ta-bacco. Ai mercanti che si fermava-no nelle locande del paese si offri-vano marroni e farina e in cambio si
prendevano olio e sale. Un tempo
tutti conoscevano davvero le casta-gne. Solo nelle montagne di Cuneo
si contano ancora oggi 21 varietà,
dalla Ciapastra alla Tempuriva,
dalla Contessa alla Gentile, dalla
Bracalla alla Castagna della Ma-donna. Cento sono le varietà in tut-ta Italia. Ma comprando al merca-to o facendosi tentare dal profumo
delle caldarroste oggi si rischia di
imbattersi in castagne turche o
«castagnoni» cinesi. Unica difesa è
l’acquisto nelle sagre di paese, che
difendono i prodotti della loro ter-ra. O direttamente dai produttori.
Quelli che possono mostrare i bo-schi dove castagne e marroni sono
stati raccolti
N
ei sussidiari di tanti
anni fa c’erano anche
gli indovinelli. «Son
dura, tondetta, color
del caffè. Sto chiusa in
un riccio ma non per capriccio…».
«Mi mangiano cotta, bruciata, bal-lotta. Mi trovi in montagna, mi
chiamo…». La castagna, allora, era
la regina del bosco. «L’italico albe-ro del pane», secondo Giovanni Pa-scoli. Purtroppo i proverbi non ba-stano più. La castagna che scende-va dalla montagna adesso arriva da
mezzo mondo e per vie traverse.
Per la prima volta, in questo 2013,
castagne e marroni stranieri supe-rano il prodotto nostrano, crollato
del 70% rispetto al 2005, quando in
Italia si è diffuso l’insetto killer del
castagno, il «cinipide galligeno» ar-rivato dalla Cina. E sempre dalla Ci-na arriva un nuovo imbroglio: si
tratta di un «castagnone» più gros-so del marrone italiano ma senza
consistenza e sapore. Però può in-gannare chi lo trova arrostito nelle
bancarelle e viene attirato dal pro-fumo delle griglie. «Si tratta — dice
Lorenzo Bazzana, responsabile
economico della
Coldiretti — della
“Castanea mollissi-ma” che in Italia
non si potrebbe
vendere né come
castagna né come
marrone, non essendo “Castanea
sativa”. Ma con la crisi del prodot-to, c’è chi la spaccia come un’eccel-lenza. Questa è una vera e propria
frode».
Sergio Rontini e la figlia Monia,
titolari del «Regno del marrone» a
Castel del Rio, sono molto arrab-biati. «Abbiamo fatto un giro dei
mercati — raccontano — e abbia-mo visto di tutto. Ci sono castagne
arrivate dalla Spagna e dalla Tur-chia con il cartello che annuncia
“marroni”. E ci sono marroni arri-vati da chissà dove e accanto c’è un
cartello con la fotocopia ingrandi-ta del nostro marchio “Consorzio
castanicoltori Castel del Rio”, che
nel 1996 — primo in Italia — ha ot-tenuto il marchio Igp, Indicazione
geografica protetta. Il risultato di
queste truffe? Il consumatore pa-gherà caro un prodotto scarso, si
arrabbierà e non comprerà più i
marroni buoni e nostrani. E sare-mo rovinati anche noi, che produ-ciamo frutti biologici e sotto i ca-stagni mandiamo le nostre pecore,
che tolgono l’erba senza bisogno di
trattori a gasolio e concimano in
modo naturale».
Sembrano pettinati, i boschi sul-le colline imolesi. «Sotto le piante
— dice Ernesto Bisi, presidente del
Consorzio — facciamo crescere il
muschio, così i frutti non toccano il
terreno e non prendono muffe. Ab-biamo regole precise: una media d 100 piante per ettaro, non più di 15
chili per pianta. I boschi debbono
essere esposti a nord — nord est,
così sono riparati dallo scirocco e i
ricci maturano più lentamente.
Siamo 70 soci, con 600 ettari di bo-sco. Prima del cancro del castagno
e della vespa cinese producevamo
5.500 quintali di marroni a stagio-ne, quest’anno arriveremo a mille.
È per questo che i prezzi sono alti,
fino a 15 euro per un chilo di mar-roni Igp. Ci mancava solo il “casta-gnone” cinese… Le truffe purtrop-po non sono una novità. Secondo
una ricerca fatta per una tesi di lau-rea, si è scoperto che a fronte della
nostra produzione massima di
5.500 quintali sui mercati si trova-no in media 50.000 quintali di
“marroni di Castel del Rio”».
Quest’anno — secondo la stima
della Coldiretti — verranno pro-dotti 18 milioni di chili, fra castagne
e marroni. Prima dell’infestazione
ne venivano raccolti oltre 50 milio-ni. Nel 1911 — quando quasi tutti i boschi erano curati e la castagna
era davvero il pane dei montanari
— si arrivava a 829 milioni di chili.
«Il bosco che non dà reddito — di-ce Lorenzo Bazzana — viene ab-bandonato. E così spariscono non
solo le castagne ma un habitat na-turale per la selvaggina, per la pro-duzione di un miele tipico, per la
raccolta dei funghi e dei piccoli
frutti. Un bosco abbandonato vie-ne poi aggredito subito dalle infe-zioni e dalle malattie».
Preoccupano soprattutto, se-condo la Coldiretti, le importazio-ni massicce dalla Cina e dalla Tur-chia, ma i Tir arrivano anche dalla
Spagna, dal Portogallo e dalla Slo-venia. «Bisogna evitare, con con-trolli attenti, che ogni castagna che
arriva in Italia venga presentata co-me italiana. Il consumatore deve
essere informato dell’origine, solo
così potrà scegliere». Un tempo le
ricette erano semplici. Le castagne
venivano bollite o seccate per di-ventare farina. I marroni erano ar-rostiti sulle braci del camino. Il ca-stagnaccio di Castel del Rio, ad
esempio, ha un sapore davvero an-tico. Farina di marroni, acqua di
fonte, sale e olio. Sulla strada che da
Imola porta a Firenze viaggiavano i
commercianti romagnoli che por-tavano nella città di Dante sale e ca-napa e quelli toscani che in direzio-ne opposta trasportavano olio e ta-bacco. Ai mercanti che si fermava-no nelle locande del paese si offri-vano marroni e farina e in cambio si
prendevano olio e sale. Un tempo
tutti conoscevano davvero le casta-gne. Solo nelle montagne di Cuneo
si contano ancora oggi 21 varietà,
dalla Ciapastra alla Tempuriva,
dalla Contessa alla Gentile, dalla
Bracalla alla Castagna della Ma-donna. Cento sono le varietà in tut-ta Italia. Ma comprando al merca-to o facendosi tentare dal profumo
delle caldarroste oggi si rischia di
imbattersi in castagne turche o
«castagnoni» cinesi. Unica difesa è
l’acquisto nelle sagre di paese, che
difendono i prodotti della loro ter-ra. O direttamente dai produttori.
Quelli che possono mostrare i bo-schi dove castagne e marroni sono
stati raccolti
l mistero della nostra stella senza più macchie né tempeste
D
ovrebbe ruggire e ri-bollire. Invece il So-le, al culmine del suo
ciclo di attività, se ne
sta sorprendente-mente tranquillo. Poche le tem-peste e le macchie solari. Eppure
per l’autunno 2013 era previsto
quel picco di turbolenza che la
stella tocca ogni 11 anni. «L’at-tuale massimo è particolarmen-te debole» conferma Alessandro
Bemporad, ricercatore dell’Isti-tuto Nazionale di Astrofisica
presso l’osservatorio di Torino.
I massimi non così massimi e i
minimi sempre più minimi si
succedono da qualche decennio,
come se in generale l’attività del
Sole si stesse attenuando. In
realtà la presenza di macchie e
tempeste non ha nulla a che fare
con l’energia che si crea nella for-nace della stella e ci riscalda, ma
dipende dall’intensità del suo
campo magnetico. «I dati del
passato — continua Bemporad
— mostrano che una serie di
massimi deboli ha preceduto il
cosiddetto “minimo di Maun-der”. Ovvero un periodo di circa
70 anni alla metà del 1.600 nel
corso del quale non sono state os-servate macchie sul Sole».
In parziale coincidenza con il
minimo di Maunder — ma nes-suna relazione di causa ed effetto
è stata dimostrata — in Europa si
verificò la piccola era glaciale. La
temperatura media nell’emisfe-ro nord si abbassò di 0,4 gradi e la
laguna di Venezia divenne attra-versabile a piedi. Di minimi simi-li se ne sono contati circa 24 negli
ultimi 10mila anni. Ma affidarsi ai
capricci della stella per pensare
di risolvere il problema del riscal-damento climatico (che ha fatto
aumentare di 1,5 gradi la tempe-ratura media della Terra) è pro-babilmente inopportuno. «È ve-ro che le nostre simulazioni per
prevedere l’attività del Sole sono
diventate accurate» prosegue
Bemporad. «Ma non è possibile
anticipare il comportamento
della stella, che ci ha abituato a
molte irregolarità. Il ciclo di atti-vità dura 11 anni in media, ma si
sono registrati anche cicli di 6 an-ni e di 13 anni».
Se oggi macchie e tempeste so-lari sono tenute sotto controllo
dai satelliti e il “meteo spaziale”
può essere seguito grazie a siti in-ternet e app per cellulari, l’attività
storica della stella è stata rico-struita osservando gli anelli degli
alberi e gli strati di ghiaccio ai po-li. Più l’attività solare è intensa,
infatti, più i raggi cosmici che
spazzano costantemente l’uni-verso vengono deviati dall’atmo-sfera terrestre. Nei periodi di atti-vità solare minima, le particelle
elettricamente cariche che for-mano questo “vento cosmico” si
accumulano in maggiori quan-tità nei tronchi o nel ghiaccio.
Ogni 11 anni tra l’altro, in coin-cidenza con il massimo di atti-vità, il campo magnetico del Sole
si inverte. I primi segnali di que-sto salto di 180 gradi sono appar-si lo scorso agosto, con l’inversio-ne del polo nord. Quello sud do-vrebbe seguire a breve, ma biso-gnerà aspettare il prossimo mini-mo perché la carambola si con-cluda e diventi ben nitida.
Dall’inizio della vita della stella
questo fenomeno è già avvenuto
circa 418 milioni di volte, senza
problemi. Anche sulla Terra sud e
nord cambiano periodicamente
posto. Ma nel caso del nostro pia-neta l’attesa del salto dura 11 mi-lioni di anni.
Le macchie che si formano sul-la superficie del Sole, e che pos-sono essere estese più della stes-sa Terra, sono aree scure perché
più fredde di quelle circostanti
(4.200 gradi invece dei normali
6mila). In un periodo di massi-mo, possono formarsene centi-naia in poche ore. Durante i mi-nimi invece la superficie resta
immacolata anche per giorni in-teri. Nel 2008 la stella è rimasta
senza macchie per 266 giorni (il
record dell’ultimo mezzo seco-lo). L’anno successivo la stella
avrebbe dovuto uscire dal cavo
dell’onda e riprendere la sua atti-vità. Invece la sequenza di gior-nate tranquille raggiunse quota
260. Il 2010 e il 2011 sono stati più
vivaci. Ma anziché continuare a
risvegliarsi, dal 2012 il Sole è tor-nato in una fase di semi-letargo.
Macchie ed eruzioni di parti-celle cariche elettricamente — se
eccezionalmente intense — pos-sono disturbare satelliti in cielo,
gps e comunicazioni radio e linee
di trasmissione dell’elettricità
sulla Terra. Ma per gli amanti del-le aurore boreali, più intensa è
l’attività della stella, più emozio-nante lo spettacolo
ovrebbe ruggire e ri-bollire. Invece il So-le, al culmine del suo
ciclo di attività, se ne
sta sorprendente-mente tranquillo. Poche le tem-peste e le macchie solari. Eppure
per l’autunno 2013 era previsto
quel picco di turbolenza che la
stella tocca ogni 11 anni. «L’at-tuale massimo è particolarmen-te debole» conferma Alessandro
Bemporad, ricercatore dell’Isti-tuto Nazionale di Astrofisica
presso l’osservatorio di Torino.
I massimi non così massimi e i
minimi sempre più minimi si
succedono da qualche decennio,
come se in generale l’attività del
Sole si stesse attenuando. In
realtà la presenza di macchie e
tempeste non ha nulla a che fare
con l’energia che si crea nella for-nace della stella e ci riscalda, ma
dipende dall’intensità del suo
campo magnetico. «I dati del
passato — continua Bemporad
— mostrano che una serie di
massimi deboli ha preceduto il
cosiddetto “minimo di Maun-der”. Ovvero un periodo di circa
70 anni alla metà del 1.600 nel
corso del quale non sono state os-servate macchie sul Sole».
In parziale coincidenza con il
minimo di Maunder — ma nes-suna relazione di causa ed effetto
è stata dimostrata — in Europa si
verificò la piccola era glaciale. La
temperatura media nell’emisfe-ro nord si abbassò di 0,4 gradi e la
laguna di Venezia divenne attra-versabile a piedi. Di minimi simi-li se ne sono contati circa 24 negli
ultimi 10mila anni. Ma affidarsi ai
capricci della stella per pensare
di risolvere il problema del riscal-damento climatico (che ha fatto
aumentare di 1,5 gradi la tempe-ratura media della Terra) è pro-babilmente inopportuno. «È ve-ro che le nostre simulazioni per
prevedere l’attività del Sole sono
diventate accurate» prosegue
Bemporad. «Ma non è possibile
anticipare il comportamento
della stella, che ci ha abituato a
molte irregolarità. Il ciclo di atti-vità dura 11 anni in media, ma si
sono registrati anche cicli di 6 an-ni e di 13 anni».
Se oggi macchie e tempeste so-lari sono tenute sotto controllo
dai satelliti e il “meteo spaziale”
può essere seguito grazie a siti in-ternet e app per cellulari, l’attività
storica della stella è stata rico-struita osservando gli anelli degli
alberi e gli strati di ghiaccio ai po-li. Più l’attività solare è intensa,
infatti, più i raggi cosmici che
spazzano costantemente l’uni-verso vengono deviati dall’atmo-sfera terrestre. Nei periodi di atti-vità solare minima, le particelle
elettricamente cariche che for-mano questo “vento cosmico” si
accumulano in maggiori quan-tità nei tronchi o nel ghiaccio.
Ogni 11 anni tra l’altro, in coin-cidenza con il massimo di atti-vità, il campo magnetico del Sole
si inverte. I primi segnali di que-sto salto di 180 gradi sono appar-si lo scorso agosto, con l’inversio-ne del polo nord. Quello sud do-vrebbe seguire a breve, ma biso-gnerà aspettare il prossimo mini-mo perché la carambola si con-cluda e diventi ben nitida.
Dall’inizio della vita della stella
questo fenomeno è già avvenuto
circa 418 milioni di volte, senza
problemi. Anche sulla Terra sud e
nord cambiano periodicamente
posto. Ma nel caso del nostro pia-neta l’attesa del salto dura 11 mi-lioni di anni.
Le macchie che si formano sul-la superficie del Sole, e che pos-sono essere estese più della stes-sa Terra, sono aree scure perché
più fredde di quelle circostanti
(4.200 gradi invece dei normali
6mila). In un periodo di massi-mo, possono formarsene centi-naia in poche ore. Durante i mi-nimi invece la superficie resta
immacolata anche per giorni in-teri. Nel 2008 la stella è rimasta
senza macchie per 266 giorni (il
record dell’ultimo mezzo seco-lo). L’anno successivo la stella
avrebbe dovuto uscire dal cavo
dell’onda e riprendere la sua atti-vità. Invece la sequenza di gior-nate tranquille raggiunse quota
260. Il 2010 e il 2011 sono stati più
vivaci. Ma anziché continuare a
risvegliarsi, dal 2012 il Sole è tor-nato in una fase di semi-letargo.
Macchie ed eruzioni di parti-celle cariche elettricamente — se
eccezionalmente intense — pos-sono disturbare satelliti in cielo,
gps e comunicazioni radio e linee
di trasmissione dell’elettricità
sulla Terra. Ma per gli amanti del-le aurore boreali, più intensa è
l’attività della stella, più emozio-nante lo spettacolo
martedì 12 novembre 2013
ESPRESSO - E l’antimafia si divise in DISCARICA Confindustria e giunta Crocetta separate dai rifiuti. E l’ex pm diventato assessore denuncia: attacchi per interessi personali
eleni, insinuazioni, minacce o
peggio: si aspettava attacchi di
ogni tipo, il pm antimafia Nico-lò Marino, quando ha accettato
un posto da tecnico nella giunta
di Rosario Crocetta, che dal novembre 2012
governa la Sicilia. «Fare l’assessore ai rifiuti,
acqua ed energia in questa regione può es -sere pericoloso come indagare sulle stragi di
mafia», gli dicevano i poliziotti con cui
aveva condiviso anni di inchieste ad altissi -mo rischio nella procura di Caltanissetta.
Quello che non poteva immaginare, l’ex
magistrato, era di ritrovarsi bersaglio di un
pezzo nobile e importante del nuovo fronte
antimafia a cui lui stesso si sentiva vicino:
una parte di Confindustria Sicilia.
«È in corso una manovra che mira a iso -lare Crocetta attaccando me, anzi la nostra
gestione dell’emergenza rifiuti, che il gover-natore condivide e difende», spiega Marino,
soppesando le parole, nel suo ufficio-bunker
con computer e telefonini che non danno
tregua. «Con la riorganizzazione dell’intero
sistema di raccolta e smaltimento stiamo
toccando interessi enormi. Le nostre scelte si
possono sempre discutere, criticare e miglio -rare. Ma il nostro lavoro va giudicato dai
fatti: le delibere, i dati, i risultati sono pubbli -ci. Io non accetto che il mio assessorato
venga additato come succube di una “logica
dell’emergenza” che sarebbe funzionale a
“interessi mafiosi”. Gli interessi mafiosi noi
li stiamo combattendo, e non solo a parole.
Ciò che deve emergere, ora, sono gli interessi
privati di chi pensa di poterci insultare impu -nemente riparandosi dietro lo scudo di Con -findustria Sicilia».
Brutta storia, le polemiche tra persone
oneste che dovrebbero restare unite per
combattere i sistemi criminali e le loro rami -ficazioni economiche e politiche. In Sicilia il
fronte contro Cosa Nostra è sempre stato
diviso, dai tempi in cui toccò a Falcone e
Borsellino sentirsi dare dei professionisti
dell’antimafia. Ma certe ferite della storia
non si rimarginano e la coazione a ripetere
gli errori del passato sembra ancora oggi ir-E l’antimafia si divise in
DISCARICA
Confindustria e giunta Crocetta separate dai rifiuti. E l’ex pm
diventato assessore denuncia: attacchi per interessi personali
Di paolo bionDani
14 novembre 2013 |
|
55
resistibile. Per misurare la carica di veleni di
cui si sente vittima Nicolò Marino, al punto
da denunciarlo a “l’Espresso”, basta citare
una sola inchiesta: via D’Amelio. Si deve alla
squadra antimafia guidata da questo magi -strato, ora prestato alla pubblica ammini -strazione («Non alla politica», ci tiene a dire),
se la giustizia italiana ha potuto smascherare
vent’anni di menzogne di Stato, falsi pentiti
e condanne di innocenti per la strage che è
costata la vita a Paolo Borsellino e alla sua
scorta. Diventato assessore regionale con i
poteri che il governo siciliano aveva già dai
tempi di Totò Cuffaro, perché i rifiuti in Sici -lia sono sempre stati un’emergenza da sfrut -tare, Marino da un anno sta provando a
usarli «per cambiare il sistema».
La Sicilia non ha inceneritori e fa pochis -sima raccolta differenziata: più del 90 per
cento dei rifiuti finiscono nelle discariche;
gli enti delegati (Ato) erano carrozzoni
clientelari indebitatissimi; l’Amia di Paler-mo è addirittura fallita lasciando l’immon -dizia nelle strade. «Con i nostri tecnici ab -biamo smaltito 70 mila tonnellate di perco -lato altamente inquinante e messo in sicu -rezza la discarica di Bellolampo a Palermo,
che dal 9 agosto ha l’Aia, l’Autorizzazione
integrata ambientale, per la prima volta
nella sua storia. Poi abbiamo sciolto gli Ato
e imposto ai comuni un crono-programma
per la raccolta differenziata sotto minaccia
di commissariamento». L’assessore Marino
si sbraccia tra grafici, tabelle, direttive e
circolari. «Abbiamo trovato le prove degli
accordi illeciti tra i raggruppamenti di im -prese che si erano spartiti i giganteschi ince -neritori da 5,5 miliardi, assegnati nel 2002
senza gara e quindi annullati dalla Corte
europea. E ora abbia-mo vinto il processo:
questa sentenza del Tar
certifica che aziende del
Nord controllate da
gruppi Enel e Falck ave-vano stretto patti anti-concorrenza che coin-volgevano anche im-prese infiltrate dalla
mafia. Era il nuovo
“tavolino degli appal-ti”, come lo chiamano i
giudici: abbiamo trova-to gli stessi documenti,
con testi identici, firma-ti lo stesso giorno da-vanti allo stesso nota-io... Ciò significa che la Regione Sicilia non
deve più rimborsare 330 milioni di euro a
queste aziende private, ma può chiedere i
danni e costruire impianti più moderni di
pirolisi. È chiaro, adesso, che livello di inte -ressi sta toccando la giunta Crocetta?».
Il governatore ha bisogno di una mag -gioranza politica: è sicuro del suo appog -gio? «Crocetta è schierato con chi vuole
fare pulizia». Marino non dice di più. È un
suo collaboratore, più tardi, a spiegare
quanto sia forte il rapporto: «Quando era
sindaco di Gela, una sua inchiesta gli ha
salvato la vita: Cosa Nostra voleva uccide -re Crocetta. Non erano solo parole, la
polizia ha trovato le armi».
A Marino sembra che la giunta Crocetta
possa continuare, tra mille difficoltà politiche
e di bilancio, la stessa battaglia delle procure
antimafia. Eppure la critica più aspra è venu -ta proprio da Confindustria Sicilia, che nel
2007 ha deciso la storica svolta della legalità:
espulsione per gli imprenditori che pagano il
pizzo e non denunciano il racket mafioso.
Come si spiega un attacco così pesante sui
rifiuti? «Il problema è questa circolare», ri -sponde Marino, mostrando una specie di
ultimatum ai gestori delle uniche quattro
discariche siciliane: grazie ai poteri d’emer-genza, l’assessorato impone ai privati di co -struire moderni (e costosi) impianti di tratta -mento, altrimenti scatta il commissariamen -to o la chiusura. «Vada a vedere chi ci conte -sta a nome di Confindustria Sicilia».
A firmare l’attacco è uno dei vicepresiden -ti, Giuseppe Catanzaro. Un grande impren -ditore dei rifiuti, che con il fratello Lorenzo è
titolare della discarica di Siculiana (Agrigen -to): 2 milioni di metri cubi di capacità residua,
un business da 100 milioni di euro.
Difficile, a questo punto, non pensare a un
attacco politico mosso da un interesse priva -to. A “l’Espresso” risulta che i vertici di
Confindustria nazionale, informati dell’ac -caduto, abbiano già sottoposto il vicepresi -dente siciliano a una severa reprimenda.
Forse sarebbe stato opportuno renderla
pubblica per evitare che l’attacco a Marino
potesse essere strumentalizzato. Fonti giudi -ziarie, d’altra parte, avvertono che Catanza -ro ha una storia che merita il massimo rispet -to: taglieggiato da un boss sanguinario, è
stato uno dei primi imprenditori siciliani che
hanno avuto il coraggio di denunciare Cosa
Nostra. E la sua discarica, come riconosce
l’assessore Marino, ha le tariffe più basse
della regione: 66 euro a tonnellata (di cui 6,2
da girare ai comuni), mentre le due catanesi
ne incassano da 81 a 108.
Prima di dichiarare chiarito l’incidente sui
rifiuti, però, bisogna allargare il quadro:
Marino non è l’unico della squadra di Cro-cetta a sentirsi in bilico tra attacchi politici e
manovre gattopardesche. In Sicilia, in questi
mesi di cambiamento, sta ricevendo «conti -nue minacce di morte» - confermate da
procuratori e prefetti nel vertice d’urgenza
del 21 ottobre - un super-tecnico, Alfonso
Cicero, che sta liquidando il sistema delle Asi
(Aree di sviluppo industriale): una macchina
di potere clientelare, a forte infiltrazione
mafiosa, che in trent’anni ha accumulato
debiti per 400 milioni di euro. Confindustria
Sicilia appoggia questa riforma varata dalla
giunta Crocetta, che però si scontra con
violente resistenze. Secondo i vertici dell’as -sociazione, non è un caso che proprio ora i
boss mafiosi siano tornati a pretendere il
pizzo, reclamando addirittura «gli arretrati
a partire dal 2007», come hanno già denun -ciato tre grandi industriali siciliani. «Dobbia -mo restare uniti e sostenere il cambiamento»,
riassume un dirigente di Confindustria:
«Spezzare il fronte antimafia significa perpe -tuare il blocco di potere di Cosa Nostra»
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