lunedì 2 settembre 2013

Zambia, la trincea d’Africa della guerra al Dragone

o “Shaft 3” della Collum
è una fossa ripida e
stretta, scavata sotto un
tetto di lamiera: da qui
al ventre della Terra so-no più di mille passi. L’unico ba-gliore che s’intravede dal pertugio
proviene dalla lampada di un mi-natore, che sta risalendo l’intesti-no bollente di questa miniera di
carbone a 325 chilometri da Lu-saka. Da quando nel 2003 Xu
Jianxue, un uomo d’affari del Sud
Est della Cina, ne ha preso il con-trollo, la Collum Coal Mine è di-ventata la prima linea di un’aspra
battaglia che oppone i lavoratori
dello Zambia agli abusi degli im-prenditori cinesi. Proprio davanti
a questo varco, le tensioni latenti
nel Paese hanno raggiunto un
punto di rottura. È successo tre
anni fa: assiepati attorno alla can-cellata, i lavoratori chiedevano sa-lari adeguati. Due supervisori ci-nesi aprirono il fuoco contro i ma-nifestanti. «C’è chi, sotto la cicatri-ce, ha ancora in corpo il proiettile,
eppure le incriminazioni contro i
due responsabili sono state ri-mosse», racconta Leonard Kwa-pizi, padre del più giovane fra gli
11 feriti. L’anno scorso, l’amara ri-valsa: durante una nuova protesta
in un pozzo vicino, lo “Shaft 5”, un
minatore spinge un vagoncino
carico di carbone contro i dirigen-ti cinesi. Uno muore, altri due re-stano feriti.
Come in molte altre nazioni
africane, i cinesi sono un’impor-tante presenza economica in que-sto Stato dell’Africa centromeri-dionale sin da quando, tra il 1970
e il 1975, questi costruirono la fer-rovia che collegò il Paese, privo di
sbocchi sul mare, alla città por-tuale di Dar es Salaam in Tanza-nia. Oggi lo Zambia è terzo al mon-do per investimenti da Pechino:
oltre due miliardi di dollari, per
l’89 per cento concentrati nel set-tore minerario. I 50mila posti di la-voro creati sono una manna in
una nazione di quasi 13 milioni di
abitanti dove l’80 per cento non ha
un impiego. Però i frequenti inci-denti, le paghe sotto il minimo sa-lariale nazionale e la costante vio-lazione dei diritti della manodo-pera hanno convinto gli zambiani
a vedere i cinesi non come bene-fattori, bensì come nuovi “domi-natori”, più intenti a saccheggiare
che a promuovere la loro patria.
«Abbiamo un disperato bisogno
di lavoro, è vero», inveisce un mi-natore. «Ciò non vuol dire che
possono sfruttarci come schiavi».
La rabbia contro il Dragone ha
determinato l’esito delle presi-denziali due anni fa. A vincerle è
stato il presidente del Fronte pa-triottico Michael Sata: in campa-gna elettorale aveva equiparato il
lavoro nelle miniere controllate
da Pechino allo schiavismo, e mi-nacciato di deportare gli investi-tori che ignoravano le norme lo-cali, guadagnandosi il sopranno-me di “Re Cobra” per le sue ta-glienti invettive. Conquistato il
potere, però, il “Cobra” ha affida-to ai cinesi la costruzione di strade
e ferrovie, e ha incontrato il presi-dente Xi Jinping a Pechino in apri-le.
«Il presidente Sata ha portato
avanti una campagna populista
per proteggere i lavoratori, perciò
la mancanza di progressi signifi-cativi nel settore minerario è de-ludente», commenta Daniel
Bekele, direttore della divisione
africana di Human Rights Watch.
L’associazione nel 2011 ha diffuso
un rapporto sulle miniere della
provincia di Copperbelt — lette-ralmente “cintura del rame”. Qui
giacciono le riserve che fanno del-lo Zambia il terzo produttore al
mondo di rame, e il primo in Afri-ca. Benché quelle risorse contri-buiscano al 75 per cento delle
esportazioni nazionali e sino ai
due terzi delle entrate governati-ve, la popolazione non ne vede i
benefici. Colpa del sistema fisca-le, che permette alle multinazio-nali di non pagare tasse in Zam-bia. E della privatizzazione delle
industrie minerarie imposta negli
Anni ‘90 dalla Banca mondiale e
dal Fondo monetario internazio-nale in cambio della parziale can-cellazione del debito.
Ora quasi tutte le miniere di ra-me sono in mano a compagnie ci-nesi sussidiarie della “Non-fer-rous metals mining corporation”
(Cnmc), un’impresa sotto l’auto-rità del governo di Pechino. A
Chambishi è ancora vivo il ricordo
della tragedia di Bgrimm: il 20
aprile 2005 un’esplosione nella
fabbrica di dinamite di proprietà
della cinese Nfc provocò la morte
di 52 zambiani. Anni dopo, ha ac-certato Human Rights Watch, i
pericoli restano. I dipendenti la-vorano per 12 o persino 18 ore
consecutive senza elmetti di pro-tezione, e la ventilazione nei tun-nel sotterranei è insufficiente.
«Respiriamo agenti chimici», rac-conta un dipendente della Sino
Metals. «Se ti trovi in un punto pe-ricoloso, ti dicono di continuare a
lavorare. Pensano solo alla pro-duzione, non alla sicurezza. Se
qualcuno muore, potrà essere
rimpiazzato l’indomani. Se de-nunci un problema, vieni licen-ziato».
Recriminazioni a cui, in un de-licato esercizio di equilibrismo, il
governo di Lusaka, pur bisognoso
di investimenti stranieri, cerca di
dare risposta. Lo scorso febbraio,
raccogliendo il malumore dei la-voratori per i frequenti incidenti
alla Collum, ha revocato le licenze
a Jianxue. A rilevarle sarà un’a-zienda sussidiaria della compa-gnia mineraria statale (Zccm-Ih)
le cui priorità, assicura Richwell
Siamunene, vice ministro per il
Commercio e l’Industria, saranno
«la sicurezza e la salute dei dipen-denti». Questo precedente fa spe-rare ai lavoratori locali che “Lo
Zambia agli zambiani”, gridato
più volte dal presidente Sata du-rante i comizi due anni fa, non re-sti un vuoto slogan elettorale.

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