domenica 29 settembre 2013

Sergio, come Tex nessuno mai

n Luigi, il patriarca, vestiva con le fogge di un
eroe di frontiera e a sera, come nelle storie che
scriveva, offriva da bere a tutti sguainando me-tafore e pistole: “Tex sono io”. Sergio Bonelli, l’e-rede, guardava intimidito e scivolava dalla porta,
verso le praterie di una Milano ancora in divenire,
alla ricerca di un altro saloon.
Era giovane, Sergio, quando essere “fumettari”
somigliava a una vergogna e ai compagni di classe,
accendendo la scena con la fantasia, pane, tetto e
companatico di tutta la sua vita, raccontava che i
suoi genitori lavoravano in una ditta di im-port-export. Ora Sergio non c’è più, ma dietro la
porta dell’ufficio, un sacro antro ricoperto da
schizzi, ritagli di giornale, ap-punti, fumetti e romanzi russi, il
Palazzo d’Inverno è rimasto in-violato. Non entra nessuno e
tutto è rimasto a quel giorno di
fine settembre di due anni fa.
Con la scure di Za g o r  e i viaggi
all’Isola di Pasqua di Mister No,a
perdersi nella memoria senza
colpi di scena, avventure o epi-fanie possibili. Giancarlo Soldi,
il regista che per primo traspose
gli incubi di Tiziano Sclavi al ci-nema, di Sergio Bonelli il “timo -niere dei sogni”, fu amico. Con qualche strana al-chimia, più probabilmente con qualche patto in-confessabile, Soldi aveva convinto uno dei più
originali, straordinari editori italiani del Dopo-guerra a raccontarsi. E a mostrarsi senza filtri alla
telecamera, togliendo una a una le molte masche-re (e gli pseudonimi) indossati nel corso dei de-cenni, per restituire il profilo d’un galantuomo
gentile, colto e tormentato. Una biografia per im-magini tra imprenditoria, conservatorismo e ri-voluzione che ora, in  Come Tex nessuno mai, di-venta un film in edicola da giovedì con molti extra
e un bel libro in allegato.
FILM VIVO, distante dallo sciatto necrologio, im-preziosito da Luca Bigazzi e dalla musica di Franco
Piersanti. Operazione sottocosto “divulgativa”,
perché incasellati nella storia i numeri e forniti al
Guinness dei primati tirature da record, copie a
milioni e dati di longevità, anche questa volta, per
la casa editrice che mai cedette alla dittatura del
marketing o alle proposte indecenti dei creatori di
videogame (“Il computer mi fa paura”, diceva Ser-gio), il rispetto è valso più di una cifra. L’Adriano
Olivetti del fumetto che rispettava i suoi artigiani
aveva visto il mondo in calzoni corti. Partendo
dall’impresa a conduzione fami-liare. La madre Tea, già separata
dal marito, ma in tolda di co-mando nel tinello di casa. Gian
Luigi torvo, bellissimo, un po’
Jean Gabin un po’ Lino Ventura,
a immaginare  Te x . Sergio in stra-da, in sella a una Lambretta, per
portare a Galep, l’artista con la
matita che per primo aveva di-segnato il tratto di un’epopea più
lunga dello stesso west, le tavole
del padre. Erano anni, quelli, in
cui le strisce erano viste con so-spetto e per un ragazzo, scorrere
di soppiatto le battute di Kit Car-son, equivaleva a maneggiare
una Colt 45. Ci si chiudeva in
una stanza, con le stagioni a dar-si la staffetta alla finestra, la col-lezione giusta per far trascorrere
il pomeriggio e le rifrazioni, po-tentissime e personali, a colorare
il giorno del giovane lettore. Se
per Bernardo Bertolucci che
rimpiange la scarsa considera-zione intellettuale del fumet-to: “Un errore gravissimo”
Te x  era il pretesto per spro-fondare nel noir e rivedere
Belmondo, chi ha conosciuto Gian Luigi e
Sergio più in là della creazione, fatica a credere
che non ci siano più. E passa Sergio, che i nomi
dei sogni infantili li ricorda tutti. Rin tin tin,
Jumbo, Gim Toro, con Gian Luigi, “Il vecchio
Bonelli”, viscerale, emotivo, traversato da
lampi di improvvisa generosità che nel do-po scuola, come lo zuccherino dopo l’olio
di Ricino, non dimenticava mai di fermarsi
per regalargli un albo. E vedi Sergio, con i
jeans su una terrazza di Agades, in un al-bergo nel nulla: “Bellissimo e poverissimo”.
E PENSI A SERGIO,  che una vita non comune,
mentre cercava posto ed equilibrio nelle canoe
brasiliane, l’aveva vissuta davvero. Poi li scorgi
tutti in fila nel film di Soldi, amici, collaboratori,
adepti e appassionati. Con la voglia di rivelarti il
Sergio meno noto, il genio con l’amore per il Jazz,
il Rythm and Blues e lo zaino in spalla. Il ragazzo
che andava in motoscafo, come alle soglie di un
ranch immaginario o in una vignetta di  Te x , pre-levava bottiglie dalla cambusa per gettarle in aria e
colpirle in un duello d’acqua. Quello con l’esem -pio del padre, quasi concettuale, non si risolveva
per Sergio solo nel paragone forzato con l’iden -tificazione: “Papà mi considerava poco meno di
un buon dilettante”, ma aveva a che fare con i
limiti della fiaba. Se per Gian Luigi,  Te x  era
semplicemente invincibile, al figlio sembrava
strano che, dopo aver eliminato una ventina di ne-mici, “aTe x  rimanessero ancora tre colpi in can-na”. Così, col tempo, con una cura mai smarrita
che oggi fa sorridere Milo Manara: “Ai tempi delle
operazioni alimentari di metà anni 70, i Bonelli
erano un tale punto di riferimento di maestria nel-la chiarezza della narrazione che ne plagiavamo
senza pudore i tratti, trasformando i cow boydi Te x
in discinte piratesse”, Sergio si spostò in territori
meno presidiati. Ai confini in cui abbracciato l’u-morismo, l’errore era tollerato e le debolezze, i
dubbi, le paure e persino le malinconie, ammesse.
Rispettoso con le inevitabili modifiche delle nuove
leve e fedele alla memoria, ma sempre bambino,
come dovrebbe essere un figlio d’arte eternamente
indisposto alla scrivania. Dei moschettieri del fu-metto italiano, tra alti e bassi, ritmo e silenzi, Ser-gio, l’ammiratore di Dumas a cui hanno dedicato
strade e musei, conservava in carrozza un lieto di-sordine sulle ali della libertà.
Non aveva la collezione di tutti i suoi figli: “Pur
amandoli da morire” e della valutazione della
1/29, una raccolta di Te x  lievitata a cifre folli, 100
mila euro o giù di lì, se ne fregava. Lasciava, come
racconta in una rara intervista Tiziano Sclavi (che,
racconta Bonelli, per lavorare nei fumetti aveva
perso per strada una carriera da giornalista) al-l’inevitabile commozione per la morte di un suo
personaggio, lo spazio segreto del pudore. La sua
nazione preferita. Il posto delle fragole

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