domenica 29 settembre 2013

Va c a n z e in Albania, l’ultimo p a ra d i s o dell’i t a l i an o medio

D
ov’è che vai?”, il primo motivo per cui
vale la pena di andare in Albania è il gu-sto di vedere le facce della gente, mentre
annunci la tua meta per le vacanze: uno
sguardo, e già hai capito tutto – rigurgiti leghisti,
imperituri pregiudizi. Sono passati più di ven-t’anni dall’apparizione della nave Vlora nel porto
di Bari; sedici, dall’anno dell’“anarchia albanese”
e dai pattugliamenti furiosi nel Canale d’Otranto;
dieci, almeno, da quando la presenza sempre più
massiccia di migranti di altre nazionalità ha re-legato gli albanesi a un gruppo minoritario sul
nostro territorio: eppure, l’albanese cattivo con-tinua ad aggirarsi, spettrale, negli incubi dell’ita -liano medio.
Ma siamo tutti italiani medi, lì, nell’hotel di Ti-rana: anzi, italiani medio-bassi, di quelli che, con
la crisi, proprio non ce la fanno a pagarsi trenta
euro al giorno per un ombrellone e due sdraio –
quindi, tanto vale fare il viaggio all’incontrario:
Brindisi o Ancona, e via, sul barcone, per raggiun-gere le coste più temute degli anni Novanta. Ci
sono i ragazzi milanesi che si sbafano quelle quat-tro portate di pesce che in Italia mai potrebbero
permettersi; e Florian, ventenne italoalbanese che
fa lo zio d’America e parla solo di macchine co-stose e di posti di lusso, anche se poi, scopro, a
Verona lavora al Pronto Pizza; c’è Fulvio, toscano
che a furia di fumare si deve rifare diciotto denti, e
“o fai un mutuo e te li rifai in Italia, o vai e vieni
dall’Albania e te la cavi con qualche migliaia d’eu -ro”; c’è Endri, trentenne che in Italia c’è cresciuto
ma poi è tornato qui, a godersi i soldi guadagnati e
a fare il gestore di un ristorante; c’è la professo-ressa del Nord con tre figli che viene ogni estate,
c’è il cuoco di Durazzo che ha fatto l’alberghiero a
Vicenza. E, mentre la tv passa Fantozzi sottoti-tolato in albanese, Tirana si rivela forse l’unica
città estera in cui un italiano può campare bene
senza conoscere una sola parola di una lingua che
non sia quella materna – il paradiso per l’italiano
medio, appunto, e morte ai pregiudizi.
Che poi, ad agosto, non ci sia molto da fare, po-tevamo aspettarcelo: puoi infilarti in una delle
mille sale slot che costeggiano le vie, o cercare di
azzeccare i fantasmatici orari di apertura dei mu-sei e scivolare nel realismo socialista, oppure
mangiare e bere, e tanto, e con piacere, e spen-dendo niente. Nel Blok – il quartiere dei ristoranti
– ci sono locali smaccatamente belli, curati, mo-daioli: quelli in cui in Italia magari non entreresti
perché troppo chic – ma, tanto, qui il cocktail che
ti arriva al tavolo lo paghi un euro, la cena cinque,
e crepi l’avarizia.
I furbetti dell’auto  Il sogno
proibito di avere l’autista
Poi, scoprirò che i più furbi, quelli che all’arrivo
avevano già programmato tutto (di solito grazie a
un vicino o a un collega albanese,  ndr), si sono presi
l’autista e si sono fatti scorrazzare lungo tutto il
paese a un prezzo assurdamente basso: però, vuoi
mettere l’avventura di guidare tra sorpassi a destra,
tir contromano, autostrade che finiscono nel nulla
e autobus che inchiodano in curva? Le città sono
piene dei nostri vecchi autobus arancioni, le strade
sono costellate di autolavaggi (Lavazho sarà l’unica
parola in albanese che vi rimarrà per sempre im-pressa), la costa è assediata di ombrelloni, sembra
di essere ad Ostia: ma, dopo Valona, la strada si
trasforma in un valico di montagna, all’improvviso
sei a mille metri, a picco sul mare, sul monte Llo-gara, fantastico. Osservi il panorama con un unico,
grande interrogativo: se in Albania vivono tre mi-lioni di persone e gli albanesi che stanno all’estero
sono più del doppio, non è che ad agosto si saranno
dati appuntamento tutti qui, su queste coste?
Tra Valona e Saranda, però, ci sono i piccoli gioielli
della costa: Qeparo, Borsch, Lukova, con l’acqua tra-sparente, le calette nascoste, le spiagge semivuote -cosa fondamentale, questa, visto che, non appena c’è
qualcuno, questo qualcuno affitterà una moto d’ac -qua e passerà la giornata a fare le sgommate a tre
centimetri dalla riva - e voi li maledirete tirando fuori
i pregiudizi di una prozia leghista, prima di scoprire
che parlano greco, o italiano. Ma anche albanese, eh:
stessa faccia stessa razza, e pazienza.
Ksamil, invece, nell’estremo Sud, unanimamente
considerato il “gioiello d’Albania” si abbatte su di
noi con la stessa forza devastante con cui mani
umane sembrano essersi dedicate a distruggerlo:
una spianata di ecomostri terminati, non terminati,
Il compito
sarà mio,
il potere vostro
di  Edi Rama*
LA RESPONSABILITÀ Ci sono
poche altre responsabilità per un
uomo che sono più grandi della
responsabilità di guidare il
Paese. Oggi, il popolo
dell’Albania, ha deciso di affidare
a me e alla mia squadra il carico di
guidare il nostro Rinascimento
nazionale... Accettiamo la re-sponsabilità con un profondo
senso di umiltà verso ciascu-no di voi... Noi governeremo. Ma
né io, né gli altri eletti possiamo
portare da soli il Rinascimento
che abbiamo promesso. É per
questo che vogliamo che voi, la
gente di questo paese, iniziate a
far parte della nostra squadra del
R i n a s c i m e n to.
VALONA, DAI BARCONI AI TRAGHETTI
Per condividere le aspirazioni, le
sfide e gli sforzi per ripristinare
l’economia attraverso la libertà e
la tassazione di concorrenza lea-le... Una nuova società dove l’i-struzione e la sanità siano devo-luti seconda necessità, e non se-QUINDICI ANNI FA
ARRIVAVANO CON
I BARCONI. OGGI
TOCCA A NOI CON
TRAGHETTI PIENI
DI TURISTI. E
TROVIAMO UN
PAESE CHE UN PO’
CI SOMIGLIA
o lasciati crollare, semplicemente. Qui l’italiano
non lo sanno, ma c’è la rampante generazione dei
dieci-quindicenni che gestisce la comunicazione
nei locali, con un inglese perfetto che merita un
complimento alle scuole dove, a sentir loro, hanno
potuto impararlo. Le spiagge potrebbero essere bel-le, ma non in agosto, quando ci sono milioni di
persone disseminate in quattro metri per quattro: e
il gesto di raccogliere i mozziconi di sigaretta per
non inquinare, che noi abbiamo imparato da un
paio di anni, è tenero, quasi struggente, davanti alle
bottiglie che galleggiano in acqua e a una mamma
che lascia a riva il pannolino sporco di suo figlio. Lì
vicino, però, c’è il sito archeologico di Butrinto, Gi-rocastro e, con un’avventurosa deviazione nelle
strade dell’interno, Berat - una città-fortezza incon-taminata, con tante case bianche che le valgono il
nome di “città dalle mille finestre”. È lì che conosco
Jonida, un’operatrice di uno dei tanti call center ita-liani dislocati in Albania, una di quelle che, quando
ci chiamano per proporci un’offerta, ci fa pensare
“che strano accento”: qualcuno, quando al telefono
rivela di dov’è, ancora ci rimane male, mi dice, ma
lei, laureata in Giornalismo, coi suoi quattrocento
euro di stipendio, è la prima della sua famiglia che
può permettersi di restare in patria, senza emigrare,
come tutti i suoi, nella bassa lombarda.
Tornando a Tirana, tra Suv tirati a lucido nei La-vazho e vecchietti col carretto trainato dagli asini,
incrociamo due moto contromano in autostrada,
che procedono tranquille. Prima di partire, esprimo
l’ultimo desiderio: cinque portate di pesce a quindici
euro - e il cuoco che ha fatto l’alberghiero a Vicenza,
come dolce, mi prepara pure focaccia e Nutella

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