lunedì 2 settembre 2013

Cina, la madre coraggio salvata dal web Vuole puniti gli stupratori della figlia, la internano. Ma la Rete si mobilita e la fa vincere

ECHINO — Nemmeno tremila
yuan. Per la Cina il coraggio di
una madre, colpevole di aver
chiesto giustizia per la figlia stu-prata, non vale che 311 euro. La
sentenza-beffa emessa ieri dal
tribunale di Changsha, che ha
respinto la richiesta di scuse
scritte da parte del capo della po-lizia, apre però una breccia nel-l’autoritarismo di Pechino: per
la prima volta le autorità, pressa-te dalla rivolta del popolo del
web, ammettono un errore dello
Stato nei confronti di un indivi-duo, aboliscono una condanna
e confermano che la soppressio-ne del sistema di rieducazione
attraverso il lavoro può non es-sere solo una speranza.
A contare, nel caso di Tang
Hui, non è infatti la vergogna del
risarcimento economico. La
donna che ha costretto il partito-Stato a riconoscere la propria
non-infallibilità sta facendo di-scutere tutta la nazione, avvici-na la fine dei laojiaoe aumenta il
panico tra i funzionari corrotti,
ufficialmente nel mirino della
nuova leadership. È l’ultima sto-ria-icona della propaganda
riformista di Pechino, capace di
spingere il  Quotidiano del Popo-lo a scrivere che la sentenza
«ispira una nuova e profonda fi-ducia nella giustizia». Dietro le
apparenze, la violenza-shock
contro la figlia di Tang Hui, 11
anni, sequestrata, violentata e
costretta a prostituirsi per tre
mesi. Solo la testardaggine di sua
madre, capace di mobilitare la
Rete, nel 2006 costrinse la polizia
dello Hunan ad arrestare la ban-da dei sequestratori, attiva nel
fiorente e tollerato mercato ci-nese dei bambini. Due gli “or-chi” condannati a morte, quat-tro all’ergastolo, uno a quindici
anni di prigione. Troppo poco,
per Tang Hui, che riavuta la figlia
tornò a chiedere il sostegno di in-ternet affinché fossero puniti
anche i mandanti del sequestro e coloro che accettarono di arric-chirsi per girarsi dall’altra parte.
Cominciò così la caccia della po-lizia dello Hunan, decisa a non
perdere la faccia con Pechino.
La madre-coraggio venne ar-restata per «disturbo alla quiete
pubblica», reato comunemente
associato ai dissidenti politici, e
lo scorso anno fu addirittura
condannata a 18 mesi di  laojiao
per «influenza sociale negativa».
E’ stata questa, complice l’indi-gnazione della Rete e la rivolta
popolare contro l’arroganza dei
funzionari, la goccia che ha fatto
traboccare il vaso. La donna im-prigionata per aver difeso la fi-glia stuprata venne liberata do-po soli otto giorni dal campo di
Yongzhou, ma le autorità si rese-ro conto che la sua lotta per af-fermare i diritti individuali nella
seconda economia del mondo
non era finita. Tang Hui chiese
scuse formali scritte dai suoi car-cerieri, accusati di violenze, e
dallo stesso capo della polizia
della contea, Jiang Jianxiang. In
aula, altro caso senza preceden-ti, l’alto funzionario fu costretto
ad ammettere pubblicamente
gli abusi, scusandosi a nome del
governo. Per questo la corte ha
negato a Tang Hui l’onore del
documento scritto. Non ha po-tuto però evitare di riconoscere
che anche in Cina l’ingiusta pri-vazione della libertà, consentita
anche in assenza di accuse, ha
un valore e che i campi di riedu-cazione si sono trasformati nella
prigione segreta in cui rinchiu-dere le persone che infastidisco-no un qualsiasi potere.
L’insediamento della nuova
leadership, nel marzo scorso, ha
riacceso i riflettori sulla più volte
annunciata fine dei  laojiao. Al-cuni sono già stati riconvertiti in
comunità terapeutiche, altri in
centri di salute mentale, altri
semplicemente chiusi per «ina-gibilità». Una decisione ufficiale
del governo è attesa entro l’au-tunno, ma la pressione dell’ala
conservatrice del partito po-trebbe costringere il Politburo
ad aggiornare l’agenda delle
riforme ad alta carica emotiva.

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