mercoledì 18 settembre 2013

Il poliziotto spara al nero un film scuote l’America

IMO VINCENZI
NEW YORK
I
l primo sussulto collettivo,
«Oh my God», è dopo una
manciata di secondi. Sullo
schermo scorrono le imma-gini di un video amatoriale
(vero) girato con un cellulare: un
ragazzo è per terra, la faccia
schiacciata contro il cemento,
due agenti di polizia sopra di lui.
Poi uno dei due estrae la pistola e
gli spara nella schiena, sembra
un’esecuzione: «Oh, my God».
L’Angelika Film Center, un’istitu-zione downtown a New York, è
pieno. Sono pieni tutti gli altri ci-nema dove viene proiettato in
questi giorni  Fruitvale Station, il
film premiato al Sundance Festi-val che racconta la storia del 22en-ne afroamericano Oscar Grant. E’
lui quello con la bocca piena di
sangue che si sente dire con un fi-lo di voce, quasi sorpreso: «Mi hai
sparato, ho una figlia di quattro
anni». Nel primo week end, la pel-licola fa subito il record di incassi.
Sono i giorni nei quali la guardia
giurata George Zimmerman vie-ne assolta da tutte le accuse dopo
aver sparato a Trayvon Martin, un
17enne di colore disarmato. Il  Wa-shington Post titola in prima pagi-na: «Può un film guarire una na-zione?». Forse no, ma la fa pensa-re. Riflessi nello specchio dell’arte
gli americani guardano in bilico
tra rabbia ed emozione come è an-cora difficile essere neri in questo
Paese.
La vicenda di Oscar quasi rical-ca quella di Trayvon. Lui viene uc-ciso all’alba della notte di Capo-danno del 2009 nella metropolita-na tra Oakland e San Francisco
dopo una rissa sul treno. L’agente
che spara, Johannes Mehserle,
giura che pensava di aver in mano
la sua pistola elettrica, non quella
vera. Viene condannato per omi-cidio colposo e dopo solo 11 mesi
torna in libertà, scatenando una
rivolta per le strade della Califor-nia.
Tiara ha 33 anni, abita nel
Bronx, insegna in una scuola su-periore. Quando legge la recen-sione sul New York Timesdecide
di consigliarlo ai suoi studenti.
Adesso è qui, in fila a comprare i
popcorn con due di loro. Hanno
l’età di Trayvon: «Lo so, lo so per
voi sembra incredibile. Pensate
che con Obama alla Casa Bianca
sia tutto facile adesso. Invece non
lo è per niente. L’uomo che ha spa-rato ad Oscar è libero, Zimmer-man è libero: noi almeno abbiamo
il dovere di non dimenticare». Ed
è proprio per ricordare, per «aiu-tare a riflettere», che Ryan Coogler
ha scritto e diretto questo film:
«Sono cresciuto nelle stesse stra-de. Quella notte ero anch’io in gi-ro con gli amici a fare festa. Quan-do ho sentito la notizia, non ci po-tevo credere. E adesso ricapita,
uguale ad allora», spiega al  Wa-shington Post .
Sullo schermo l’ultimo giorno
di Oscar è appena iniziato. E’ mat-tina presto, lui coccola la fidanza-ta a letto, tra di loro c’è la figlia pic-cola. Sembra un giorno come tan-ti: il compleanno della mamma da
organizzare, le difficoltà di un la-voro che va e viene, le battute con
una ragazza dentro un negozio:
«Subito dopo la sua morte hanno
costruito due immagini opposte:
un santo o un criminale. Io ho cer-cato di raccontarlo come era vera-mente. Sono stato a lungo con la
sua famiglia: era un ragazzo come
ce ne sono tanti, era stato in pri-gione, aveva dei problemi, ma sta-va cambiando vita», racconta
Coogler.
Nia è seduta in prima fila. Va al-la New York University. Poco pri-ma della fine — quando nei titoli
di coda si legge l’epilogo giudizia-rio: l’agente responsabile è in li-bertà dopo undici mesi di deten-zione — come quasi tutti non rie-sce a star zitta: «Fuck». Ora sta co-me sospesa in questa bolla di aria
condizionata assieme al suo ami-co Marquis, gli occhi lucidi. Prima
dice solo: «E’ così triste, è tutto co-sì assurdo». Poi prova a spiegarsi:
«I miei genitori giurano che per lo-ro era tutto più difficile, che per
noi la situazione è migliorata. Ma
se è così migliorata perché sono
morti questi due ragazzi e non c’è
alcun colpevole? Perché se il mio
ragazzo gira per strada fianco a
fianco con un bianco
la polizia chiede i do-cumenti a lui e non
all’altro?». Non
aspetta le risposte.
Non ci sono.
Sybrina, la madre
di Trayvon, alla tele-visione racconta:
«Sono scioccata dal-la sentenza, ma so-prattutto sono
preoccupata. E’ un
messaggio negativo
per i nostri ragazzi,
che non si sentiranno più al sicuro
da nessuna parte. Dovranno an-dare veloci o lenti, dovranno urla-re o parlare piano per non correre
rischi?». Il New York Timesscrive
che in Florida molti genitori afroa-mericani iniziano a dare indica-zioni ai figli su come vestirsi per
evitare di attirare l’attenzione del-la polizia: niente jeans larghi cala-ti sotto il sedere, soprattutto nien-te felpe scure con il cappuccio.
Come quella che indossa Oscar
mentre è a terra nell’ultima scena
del film, nell’ultimo istante della
sua vita. Il treno è fermo, le porte
aperte. Centinaia di persone guar-dano la scena, riprendono con i te-lefonini. La tensione sale. Oscar si
alza, reagisce. Lo picchiano. Lo
immobilizzano. Non è un giallo,
gli spettatori sanno cosa sta per
succedere, eppure molti si copro-no gli occhi con le mani. Il finale è
un colpo secco, quasi impercetti-bile. La gente esce dal cinema, co-me in processione. Lacrime e voci
basse. «E’ tutto così triste, è tutto
così assurdo», ripete Nia.

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