giovedì 12 settembre 2013

DISTRUTTO PER SEMPRE IL GESSO DI C A N O VA IN UNA MOSTRA INUTILE DOVEVA ESSERE TRASPORTATO DA PERUGIA AD ASSISI IN UN’ESPOSIZIONE DELLA FONDAZIONE DI GALAN, LA STESSA CHE USÒ LE OPERE DEL MAESTRO COME SPOT PER LA LINGERIE

maso Montanari
P
rima o poi doveva
succedere: il mo-strificio italico ha
fatto una vittima
illustre. Il 2 agosto un bas-sorilievo in gesso di Antonio
Canova è stato staccato dal
muro dell'Accademia d'Arte
di Perugia per essere spedito
a soli 24 chilometri di distan-za, a una trascurabile mostra
di Assisi intitolata semplice-mente  “Canova”.  L’o p e r a-zione, affidata alla ditta di
trasporti Alessandro Maggi
di Pietrasanta, è stata fatale:
il gesso, cadendo, si è ridotto
in mille pezzi. E non c'è re-stauro che tenga.
L’opera era uno dei pochi
esemplari noti dell'Uccisione
di Priamo, episodio omerico
che insieme ad altre famose
scene della letteratura clas-sica ispirarono a Canova una
delle sue più celebri serie di
bassorilievi. Proprio come il
bronzo, il gesso consente di
moltiplicare gli originali, e in
questi casi l'importanza del-l'esemplare è legata alle cir-costanze della creazione: e
quello di Perugia aveva tutte
le carte in regola, perché era
stato donato all'Accademia
dagli eredi dello stesso Ca-nova. L’assicurazione do-vrebbe ripagare 700.000 eu-ro. Magra consolazione: la
nostra generazione ha di-strutto qualcosa di unico e
irripetibile, che non passere-mo ai nostri figli.
DELITTO NEL DELITTO, su
questo episodio clamoroso è
scesa una coltre di silenzio: la
notizia non è riuscita a eva-dere da scarne cronache lo-cali, e i grandi giornali (che
vivono anche del business
delle mostre) si sono ben
guardati dal raccontare il di-sastro perugino. Né il sito
dell'Accademia né quello del
ministero per i Beni Culturali
ne danno notizia. L'unico che
ha messo il dito nella piaga è
lo storico dell'arte Francesco
Federico Mancini, in una
bella intervista al  Corriere del-l'Umbria . Mancini chiarisce
assai bene la costellazione
strumentale e commerciale
sotto la quale è nata la mostra
che è all'origine di quella che
definisce una “gravissima
perdita per il nostro patrimo-nio” che suscita “sconcerto e
indignazione”.
La mostra di Assisi è una spe-cie di franchising della Gip-soteca Canoviana di Possa-gno, l'istituzione che racco-glie l'eredità dell'artista, e che
oggi è stata trasformata in
una fondazione, e dunque
immancabilmente canniba-lizzata dalla politica. Il suo
presidente, infatti, è il solito
Giancarlo Galan, l'ex mini-stro pdl per i Beni Culturali il
cui consigliere saccheggiò la
Biblioteca dei Girolamini a
Napoli. Il rapporto culturale
tra Galan e Canova è ben
chiarito dalla scelta di far rea-lizzare (nel novembre 2012)
un catalogo di Intimissimi
nella Gipsoteca: una galleria
fotografica in cui tombe pa-pali, santi e eroi classici ser-vono a vendere mutande e
reggicalze. Una scelta bene-detta dall'allora sottosegreta-rio ai Beni Culturali Roberto
Cecchi (governo Monti), il
quale dichiarò sottilmente
che “economia e cultura sono
un tutt'uno, non a caso siamo
il Bel Paese”.
La mostra di Assisi è l'esatta
attuazione di questa linea:
non ha un progetto scienti-fico (anche se ha un comitato
merciale del San Giovannino
di Michelangelo alla Galleria
Borghese. Ma è tutto il siste-ma a dover essere profonda-mente innovato. E non è il
caso di aspettare altri cocci

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