l dolore per la moglie scomparsa,
la paura di diventare troppo malato
per poter decidere liberamente: così
ha passato l’ultimo anno di vita a
pianificare la sua fine, poi avvenuta
in una piccola casa blu vicino a
Zurigo. A raccontare il percorso di
Roberto Gandolfi, un imprenditore
di 88 anni, è la figlia Donatella,
che lo ha accompagnato in Svizzera
per l’ultimo viaggio. Dall’annuncio
al congedo dai parenti, dalla
preparazione in clinica al sorriso
negli istanti prima di morire:
ecco il suo diario
++++
U
n sentiero stretto, a tratti fatico-so. Ma che consente a chi è de-terminato di cercare e trovare
una morte dignitosa, anche se
lontano da casa. Paul, musicista,
tre figlie, ha raccontato sulle pagine di Le
Mondel’eutanasia scelta dalla madre, ottan-taquattrenne, in una “piccola casa blu” a
Pfaffikon, vicino a Zurigo. Ma in quella stes-sa piccola casa blu sono morti anche alcuni
italiani, come Roberto Gandolfi, 88 anni, un
imprenditore e esponente del Partito libera-le che non voleva aspettare di essere troppo
malato per poter decidere liberamente. A
raccontare la sua scelta, il suo ultimo anno di
vita passato a pianificare meticolosamente
la morte e le ultime ore è la figlia Donatella
Turri Gandolfi, 68 anni, una vita che l’ha por-tata tra cinema e moda. Oggi Donatella è im-pegnata soprattutto a difendere animali ab-bandonati nella Sardegna dove suo padre si
era trasferito da Roma. Il dolore è ancora for-te, ma il ricordo è limpido, sereno M
arzo 2009. «Mia
madre Aldina, 8
anni più vecchia
di papà, si è spen-ta dopo un decli-no lungo e doloroso. Era stata
colpita dal Parkinson e dal-l’Alzheimer, e un incidente cir-colatorio le aveva compromesso
il cervello. Papà, che era del tut-to laico, non aveva voglia di vive-re senza di lei e cominciò a “sen-tire” la sua presenza nella gran-de casa di Roma dove avevano
abitato sempre insieme. Come
quel giorno in cui nel vaso ac-canto alla sua foto vennero mes-se per sbaglio dodici rose anzi-ché undici. Mamma non voleva
che i fiori fossero pari, mai, e mi-steriosamente una di quelle rose
si seccò in poco tempo mentre le
altre undici restavano bellissi-me. Papà ha chiuso la casa e si è
trasferito in Svizzera, con in ta-sca l’iscrizione a Dignitas (una
delle organizzazioni elvetiche
che aiutano chi cerca la morte,
ma che richiede un certo perio-do di residenza nel paese, ndr)».
GIUGNO 2009
«Papà e io torniamo insieme in
Val Badia, dove ha fatto per anni
bellissime vacanze. Se fosse viva,
la mamma avrebbe 95 anni e lui
vuole vedere il prato dove sono
state disperse le sue ceneri. Tutto
è fiorito, lui è contento, mi spiega
ancora una volta le ragioni della
sua scelta: cammina col bastone,
ha perso la vista da un occhio e fa-tica con l’altro, il pacemaker e il
cuore fanno i capricci. “Non po-trei sopportare di dover chiedere
per favore un bicchiere d’acqua o
di essere accompagnato in ba-gno”. Gli ripeto che io sarei sem-pre al suo fianco, e che comunque
rispetterò la sua scelta».
SETTEMBRE 2009
«Papà vive sul lago, vicino a Lu-gano, e continua a incontrare i
medici dell’organizzazione. Ser-vono documenti, certificati, capi-sco che non è una cosa che si fa co-me una passeggiata. Ma lui non
vacilla. Continua a viaggiare per
quello che può, dipinge, conduce
una vita normale. Ha messo tutto
a posto, regalato tanti oggetti,
non lascia nulla al caso. Certa-mente io sono più triste di lui».
ESTATE 2010
«Papà si trasferisce ad Ascona.
Fa amicizia con la gente del posto,
fotografa le cose più belle, si di-verte a fare il turista. Cammina
con fatica, ha lasciato giacche e
cravatte per un abbigliamento
più rilassato, è sempre elegante.
Le sue pratiche mediche sono ter-minate, sento che il momento si
avvicina».
15 SETTEMBRE 2010
«Ultimo volo estivo in par-tenza da Lugano per la Sarde-gna, papà non vuole perderlo.
Viene a salutare la mia casa e l’i-sola che ha amato tanto, andia-mo in un ristorante che ci piace,
saluta gli amici e a qualcuno fa
una battuta, “arrivederci il più
tardi possibile”. Ma pochissimi
sanno, oltre a me».
10 OTTOBRE 2010
«Il momento è arrivato. Papà
ha prenotato un albergo a Zurigo,
mi chiede ancora una volta se me
la sento di accompagnarlo, mi ri-pete che devo farlo solo se sono si-cura e che lui non lo pretende, che
mi vorrà sempre bene in ogni ca-so. Io piango, ma non posso la-sciarlo solo, e mi preparo a rag-giungerlo».
16 OTTOBRE 2010
«Lo raggiungo a Zurigo, cenia-mo con amici ed è lui a tenerci al-legri. Poco prima ha congedato il
fratello minore e il nipote, venuti
da Napoli per dissuaderlo. Mi
spiega che parte per morire con lo
spirito che avrebbe in un viaggio
verso un luogo sconosciuto. Non
è credente e non sa se e che cosa
troverà, “sono curiosissimo”, mi
dice sorridendo».
17 OTTOBRE 2010
«Facciamo colazione in alber-go: prendi questi dolci, sono i mi-gliori — mi dice — e mangia, non are quella faccia, dai… Io ho pau-ra, temo che finiremo in una cli-nica squallida e triste. Invece il
posto dove arriviamo è una villet-ta bifamiliare, assomiglia a una
casa per le vacanze».
ORE 11
«L’équipe ci accoglie. Sono
persone gentilissime, vestite co-me noi, senza camici, parlano un
perfetto italiano, capisco che il
più anziano dirige tutto, con lui ci
sono un medico e un’altra volon-taria. Ci offrono il caffè in una pic-cola cucina. Ci spiegano che ora
daranno a papà un blando farma-co che serve per ciò che verrà do-po (è un antiemetico, ndr). Siamo
seduti vicino su un divano, papà
sa già che le sue ultime volontà
dovranno essere documentate
con un video, per evitare ogni
complicazione legale all’associa-zione. Docilmente, ripete quello
che deve davanti alla telecamera:
“Ho deciso volontariamente e in
piena consapevolezza di prende-re il medicinale che verrà lasciato
in un bicchiere accanto a me…”.
Non siamo gli unici in casa, c’è
un’altra famiglia, sento qualcuno
che parla spagnolo. Passiamo
mezz’ora da soli, mi dà gli ultimi
consigli, come se fossi ancora la
sua bambina, e probabilmente
per lui è proprio così. L’équipe ci
ha precisato che loro non hanno
alcuna fretta. Rientrano, chiedo-no a papà se è pronto, lui si accer-ta che sia pronta anch’io, mettono
accanto a lui un bicchiere e del
cioccolato: il farmaco che deve
bere (pentobarbital, un potente
anestetico utilizzato anche a que-sto scopo, ndr) potrebbe essere
molto amaro, ci avvisano. Lui
scherza e butta giù tutto: “Gli
amari che bevevo in montagna
erano peggio”. Fa un grande sba-diglio e un sorriso, poi si assopi-sce, la testa un po’ di lato, nello
stesso modo in cui dormiva sul di-vano di casa al terzo giro di Gran
Premio, nell’ilarità di mia madre».
ORE 11,30
«Sono uscita per camminare,
non potevo resistere vicino a lui.
Vedo il dottore affacciarsi e farmi
un cenno, lo raggiungo, prendo i
vestiti di papà, un maglione di ca-chemire che continuo a mettere,
la coppola che portava, il suo ba-stone. Torno a casa, e pochi gior-ni dopo mi arrivano le ceneri».
NOVEMBRE 2010
«Di nuovo in Val Badia. Questa
volta i miei amici del posto devo-no portarmi col gatto delle nevi su
quel prato. Liberano uno spazio,
e le ceneri di papà vanno a rag-giungere quelle della mamma.
Vorrei pagarli per il trasporto, ma
non ce n’è bisogno: papà lo aveva
già fatto l’anno scorso».
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