lunedì 2 settembre 2013

Cina, un tunnel sotto il mare per l’isola-campus senza censure

er la prima volta un’en-clave “straniera” occu-perà pacificamente un
pezzo di territorio cine-se. A partire dal prossi-mo anno accademico, l’Univer-sità di Macao si trasferirà a
Zhuhai, nella regione del Guang-dong, spingendo la Cina ben al di
là del modello “un Paese, due si-stemi”, che dal 1990 regola i rap-porti tra Pechino e le ex colonie
meridionali di Hong Kong e Ma-cao. La nuova sede dell’ateneo
fondato dai portoghesi nel 1700,
che vanta oggi un campus sulla fa-mosa isola di Coloane, sarà a tutti
gli effetti un pezzo di Stato tra-piantato lungo la costa di quella
che la popolazione chiama “Cina
continentale”.
All’interno dei 250 ettari di
Hengqin, isolotto cinese destina-to a ospitare aule e laboratori, var-ranno le norme democratiche
che regolano il paradiso asiatico
del gioco d’azzardo. Studenti e
professori avranno libero accesso
a internet e ai social network occi-dentali, come Facebook e YouTu-be. Internet sarà garantito grazie
3800 hotspot wifi, sottratti alle re-strizioni assicurate dalla censura
del partito comunista cinese. Si
potranno anche seguire via satel-lite le tivù del resto del mondo e
sarà riconosciuta la libertà d’e-spressione. Polizia e vigili del fuo-co saranno controllati dalle auto-rità di Macao, così come il sistema
giuridico, e i frequentatori delle
lezioni non avranno nemmeno
bisogno di passaporto e visto. Un
avveniristico tunnel sottomarino
collegherà direttamente l’ex co-lonia portoghese con la sua uni-versità delocalizzata nella regio-ne industriale più ricca della Cina
e gli iscritti potranno muoversi
come se restassero all’interno
della stessa nazione.
A indurre l’esperimento senza
precedenti, capace di abbattere
un “muro” resistito oltre ses-sant’anni, ragioni politiche, acca-demiche, ma soprattutto econo-miche. Con il ritorno di Macao
sotto il controllo indiretto di Pe-chino, 23 anni fa, l’isola ha regi-strato un boom commerciale su-periore anche a quello cinese. Il
prezzo della terra è salito alle stel-le, il valore degli immobili sfiora
quelli da capogiro che caratteriz-zano Hong Kong. Le autorità di
Macao da anni spingevano per
dotare l’università, 10 mila tra
studenti e docenti, di un campus
capace di ospitare secondo stan-dard occidentali oltre 300 labora-tori e una biblioteca ricca di 650
mila libri. La leadership di Pechi-no non attendeva invece che l’oc-casione più adatta per testare gli
effetti del ricongiungimento ef-fettivo di Macao alla madrepatria,
fissato nel 2049. L’incrocio degli
interessi accademici, politici e fi-nanziari, porterà la Cina post-maoista a sperimentare per la pri-ma volta il funzionamento di una
mini-comunità democratica al
proprio interno, regolata dal bad-ge universitario.
L’ex colonia portoghese, già
più integrata rispetto ad Hong
Kong, assaggerà in modo pro-gressivo la presa cinese su di sé. La
nuova università di Macao ospi-tata in Cina sarà infatti mista. Stu-denti, professori e personale po-tranno arrivare sia dall’ex colonia
che dalle regioni continentali. La
scommessa di Pechino è questa:
seguire l’influenza delle libertà ui giovani cinesi, ma nello stesso
tempo allenare le nuove genera-zioni di Macao a reggere il peso
della Cina, non ancora vista come
patria comune. L’obiettivo politi-co è dare vita ad una società na-zionale unita, attraverso cultura e
istruzione, affinando il modello
che dovrà presto essere applicato
anche alla più ribelle Hong Kong.
Il risultato più immediato è inve-ce che per la prima volta un siste-ma di diritto liberale e l’indipen-denza accademica verranno ap-plicati in una, pur piccola, parte
dello Stato cinese. Inedita anche
la soluzione che renderà possibi-le l’esperimento: il governo di
Macao, grazie a 150 milioni di dol-lari, ha affittato il campus di
Zhuhai fino al 2049, investendo-ne altri 10 per la costruzione di un
ateneo venti volte più vasto di
quello attuale, finanziato da pri-vati.
Per la Cina il test di un’istruzio-ne democratica in affitto vanta il
precedente dell’esperimento di
un’economia capitalista, varato
da Deng Xiaoping nel 1980 con l’i-stituzione della “zona economica
speciale” a Shenzhen, proprio al-le porte della nuova università. Il
virus capitalista seminato nel
Guangdong dall’erede di Mao ha
portato ai trent’anni d’oro della
crescita cinese e al boom della se-conda potenza globale. Impossi-bile, per gli analisti, dire se il con-tagio della libertà accademica
renderà più democratica Pechi-no, oppure meno ostili al suo au-toritarismo Macao, Hong Kong e, n prospettiva, Taiwan. Proprio
Hong Kong conta già due istituti
di ricerca dislocati sul territorio
cinese e nel marzo scorso ha fir-mato un accordo per aprire un
campus universitario a
Shenzhen. Sono i primi passi per
creare la più grande megalopoli
economica, finanziaria e accade-mica del pianeta, pronta a nasce-re nel Guangdong dalla fusione
tra Shenzhen, Hong Kong e Ma-cao e dal confronto tra l’unico co-munismo di successo della storia
e gli ultimi avamposti democrati-ci in Cina. «Resta da vedere cosa
succederà — ha detto Fu Hualing,
costituzionalista nell’università
dell’ex colonia di Londra — quan-do nel nuovo ateneo si dovrà af-frontare un tema davvero sensi-bile, o quando gli studenti chiede-ranno di manifestare per difende-re le loro opinioni. Costruire dove
costa meno è una soluzione,
iniettare la cultura dell’Occidente
in Oriente può essere un proble-ma». Gli istituti di Europa e Usa in-teressati al mercato cinese della
conoscenza sono già decine,
mentre per la prima volta Pechino
si appresta ad aprire un campus a
Londra. La Cina prova ad aprirsi,
ma non è affatto detto che sia di-sposta ad importare più idee di
quante sia decisa ad esportare.

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