n Luigi, il patriarca, vestiva con le fogge di un
eroe di frontiera e a sera, come nelle storie che
scriveva, offriva da bere a tutti sguainando me-tafore e pistole: “Tex sono io”. Sergio Bonelli, l’e-rede, guardava intimidito e scivolava dalla porta,
verso le praterie di una Milano ancora in divenire,
alla ricerca di un altro saloon.
Era giovane, Sergio, quando essere “fumettari”
somigliava a una vergogna e ai compagni di classe,
accendendo la scena con la fantasia, pane, tetto e
companatico di tutta la sua vita, raccontava che i
suoi genitori lavoravano in una ditta di im-port-export. Ora Sergio non c’è più, ma dietro la
porta dell’ufficio, un sacro antro ricoperto da
schizzi, ritagli di giornale, ap-punti, fumetti e romanzi russi, il
Palazzo d’Inverno è rimasto in-violato. Non entra nessuno e
tutto è rimasto a quel giorno di
fine settembre di due anni fa.
Con la scure di Za g o r e i viaggi
all’Isola di Pasqua di Mister No,a
perdersi nella memoria senza
colpi di scena, avventure o epi-fanie possibili. Giancarlo Soldi,
il regista che per primo traspose
gli incubi di Tiziano Sclavi al ci-nema, di Sergio Bonelli il “timo -niere dei sogni”, fu amico. Con qualche strana al-chimia, più probabilmente con qualche patto in-confessabile, Soldi aveva convinto uno dei più
originali, straordinari editori italiani del Dopo-guerra a raccontarsi. E a mostrarsi senza filtri alla
telecamera, togliendo una a una le molte masche-re (e gli pseudonimi) indossati nel corso dei de-cenni, per restituire il profilo d’un galantuomo
gentile, colto e tormentato. Una biografia per im-magini tra imprenditoria, conservatorismo e ri-voluzione che ora, in Come Tex nessuno mai, di-venta un film in edicola da giovedì con molti extra
e un bel libro in allegato.
FILM VIVO, distante dallo sciatto necrologio, im-preziosito da Luca Bigazzi e dalla musica di Franco
Piersanti. Operazione sottocosto “divulgativa”,
perché incasellati nella storia i numeri e forniti al
Guinness dei primati tirature da record, copie a
milioni e dati di longevità, anche questa volta, per
la casa editrice che mai cedette alla dittatura del
marketing o alle proposte indecenti dei creatori di
videogame (“Il computer mi fa paura”, diceva Ser-gio), il rispetto è valso più di una cifra. L’Adriano
Olivetti del fumetto che rispettava i suoi artigiani
aveva visto il mondo in calzoni corti. Partendo
dall’impresa a conduzione fami-liare. La madre Tea, già separata
dal marito, ma in tolda di co-mando nel tinello di casa. Gian
Luigi torvo, bellissimo, un po’
Jean Gabin un po’ Lino Ventura,
a immaginare Te x . Sergio in stra-da, in sella a una Lambretta, per
portare a Galep, l’artista con la
matita che per primo aveva di-segnato il tratto di un’epopea più
lunga dello stesso west, le tavole
del padre. Erano anni, quelli, in
cui le strisce erano viste con so-spetto e per un ragazzo, scorrere
di soppiatto le battute di Kit Car-son, equivaleva a maneggiare
una Colt 45. Ci si chiudeva in
una stanza, con le stagioni a dar-si la staffetta alla finestra, la col-lezione giusta per far trascorrere
il pomeriggio e le rifrazioni, po-tentissime e personali, a colorare
il giorno del giovane lettore. Se
per Bernardo Bertolucci che
rimpiange la scarsa considera-zione intellettuale del fumet-to: “Un errore gravissimo”
Te x era il pretesto per spro-fondare nel noir e rivedere
Belmondo, chi ha conosciuto Gian Luigi e
Sergio più in là della creazione, fatica a credere
che non ci siano più. E passa Sergio, che i nomi
dei sogni infantili li ricorda tutti. Rin tin tin,
Jumbo, Gim Toro, con Gian Luigi, “Il vecchio
Bonelli”, viscerale, emotivo, traversato da
lampi di improvvisa generosità che nel do-po scuola, come lo zuccherino dopo l’olio
di Ricino, non dimenticava mai di fermarsi
per regalargli un albo. E vedi Sergio, con i
jeans su una terrazza di Agades, in un al-bergo nel nulla: “Bellissimo e poverissimo”.
E PENSI A SERGIO, che una vita non comune,
mentre cercava posto ed equilibrio nelle canoe
brasiliane, l’aveva vissuta davvero. Poi li scorgi
tutti in fila nel film di Soldi, amici, collaboratori,
adepti e appassionati. Con la voglia di rivelarti il
Sergio meno noto, il genio con l’amore per il Jazz,
il Rythm and Blues e lo zaino in spalla. Il ragazzo
che andava in motoscafo, come alle soglie di un
ranch immaginario o in una vignetta di Te x , pre-levava bottiglie dalla cambusa per gettarle in aria e
colpirle in un duello d’acqua. Quello con l’esem -pio del padre, quasi concettuale, non si risolveva
per Sergio solo nel paragone forzato con l’iden -tificazione: “Papà mi considerava poco meno di
un buon dilettante”, ma aveva a che fare con i
limiti della fiaba. Se per Gian Luigi, Te x era
semplicemente invincibile, al figlio sembrava
strano che, dopo aver eliminato una ventina di ne-mici, “aTe x rimanessero ancora tre colpi in can-na”. Così, col tempo, con una cura mai smarrita
che oggi fa sorridere Milo Manara: “Ai tempi delle
operazioni alimentari di metà anni 70, i Bonelli
erano un tale punto di riferimento di maestria nel-la chiarezza della narrazione che ne plagiavamo
senza pudore i tratti, trasformando i cow boydi Te x
in discinte piratesse”, Sergio si spostò in territori
meno presidiati. Ai confini in cui abbracciato l’u-morismo, l’errore era tollerato e le debolezze, i
dubbi, le paure e persino le malinconie, ammesse.
Rispettoso con le inevitabili modifiche delle nuove
leve e fedele alla memoria, ma sempre bambino,
come dovrebbe essere un figlio d’arte eternamente
indisposto alla scrivania. Dei moschettieri del fu-metto italiano, tra alti e bassi, ritmo e silenzi, Ser-gio, l’ammiratore di Dumas a cui hanno dedicato
strade e musei, conservava in carrozza un lieto di-sordine sulle ali della libertà.
Non aveva la collezione di tutti i suoi figli: “Pur
amandoli da morire” e della valutazione della
1/29, una raccolta di Te x lievitata a cifre folli, 100
mila euro o giù di lì, se ne fregava. Lasciava, come
racconta in una rara intervista Tiziano Sclavi (che,
racconta Bonelli, per lavorare nei fumetti aveva
perso per strada una carriera da giornalista) al-l’inevitabile commozione per la morte di un suo
personaggio, lo spazio segreto del pudore. La sua
nazione preferita. Il posto delle fragole
domenica 29 settembre 2013
LA STRATEGIA DEI FRANCESI PER AVERE A L I TA L I A A DUE SOLDI IN ATTESA CHE LA COMPAGNIA COLLASSI AIR FRANCE PRENDE TEMPO PONENDO CONDIZIONI IMPOSSIBILI: SALIRE AL 50% SENZA ACCOLLARSI IL MILIARDO DI DEBITI
’
estate non ha fatto
bene a Gabriele
Del Torchio e l'au-tunno per lui si
presenta anche peggio. Quan-do arrivò, all'inizio della sta-gione calda, il nuovo ammini-stratore Alitalia era tutto sor-risi, entusiasmo e fiducia. Ora
sembra un altro: sorrisi pochi,
perplessità tante, preoccupa-zioni di più. C'è da capirlo:
non immaginava che il diavolo
fosse più brutto di come lo di-pingevano. Si sta accorgendo
che la ex compagnia di ban-diera non è una qualsiasi
azienda malmessa, di difficile
recupero per via degli 850 mi-lioni di perdite in 4 anni, il mi-liardo circa di debiti a breve,
medio e lungo termine e il ca-pitale di nuovo agli sgoccioli. Il
peggio è che Alitalia-Belzebù
si porta dietro un peccato ori-ginale e cioè di essere stata af-fidata 5 anni fa da Silvio Ber-lusconi a un caravanserraglio
di una ventina di azionisti di
solito d'accordo su nulla.
L ' A M M I N I ST R ATO R E Alitalia
ha bruciato l'estate rincorren-do due miraggi: la rinegozia-zione dei debiti con le banche e
l'individuazione di una com-pagnia partner che potesse ria-prire il cuore alla speranza. Ma
mentre sul primo punto gli
azionisti hanno avuto poco da
dividersi, sul secondo punto, le
alleanze, Del Torchio è come
in un frullatore. Sono almeno
quattro le fazioni Alitalia. La
prima è capitanata da Air
France che con il 25 per cento
del capitale è l'azionista più
azionista di tutti, con al traino
una bella fetta di manager della
compagnia italiana e una ple-tora di azionisti minori i quali
non vedono l'ora che tutto si
compia, cioè che i francesi en-trino da padroni, consentendo
a loro piccoli di farsi da parte
alla chetichella, contenendo i
danni con la vendita delle quo-te. Poi ci sono, o almeno c'e-rano fino a qualche giorno fa, i
filo-Etihad, la compagnia ara-ba di Abu Dhabi, considerata
come l'auspicabile cavaliere
bianco. Poi i pro Aeroflot e in-fine gli azionisti fuori gioco a
causa delle indagini della ma-gistratura: i Riva, bloccati dalle
inchieste sull'Ilva, i Ligresti agli
arresti domiciliari e infine Bel-lavista Caltagirone nei guai per
il porto di Fiumicino.
AIR FRANCE non ha alcuna
fretta e gioca al tanto peggio
tanto meglio, sicura che prima
o poi Alitalia le cadrà nel cesto
come una pera matura, consu-mata dai debiti. Ora i francesi
si dicono pronti (lo rivela il
giornale francese La Tribune,
non smentito) a raddoppiare la
quota di possesso dal 25 al 50
per cento. Ma a condizioni che
appaiono impossibili, cioè che
nel frattempo Alitalia rinegozi
il debito, ristrutturi l'azienda e
ridisegni le rotte. In sostanza
Air France ribadisce il suo in-teresse per Alitalia, a patto di
prenderla ripulita e con un toz-zo di pane. Per spezzare questo
che considerano il transalpino
gioco al massacro al rallenta-tore, un'altra fazione di Alita-lia, a cui lo stesso Del Torchio
si era iscritto, ha fatto per tutta
l'estate il filo a Etihad. La com-pagnia araba aveva dimostrato
l'intenzione di voler entrare
nel mercato europeo e Alitalia
sembrava il veicolo adatto. Già
ora tra la compagnia degli
Emirati e quella italiana c'è una
collaborazione avviata, un ac-cordo commerciale per cui i jet
italiani trasportano ad Abu
Dhabi i viaggiatori che poi
proseguono per l'Australia con
aerei arabi. Alcune settimane
fa Del Torchio e il suo staff so-no volati nella capitale araba
proprio con l'intenzione di raf-forzare l'intesa per poi even-tualmente concretizzarla in
una partecipazione azionaria. I
francesi hanno però reagito
stizziti.
All'inizio pare siano addirittu-ra riusciti a fare inviare dal loro
governo una nota al governo
italiano, mentre ora ribadisco-no la loro manomorta su Ali-talia facendo balenare la pos-sibilità di un improbabile rad-doppio azionario che in so-stanza è un modo per mandare
un segnale agli arabi, un mes-saggio che suona più o meno
così: l'Alitalia è roba nostra, pa-zientate un po' e poi tratterete
eventuali accordi con noi. Gli
arabi hanno dimostrato di aver
capito l'antifona emettendo un
comunicato per dire che non
pensano ad Alitalia, ma nei lo-ro piani piuttosto c'è l'India.
Non è finita perché tra filo
francesi e filo arabi si intromet-tono anche i filo russi, i Benet-ton che fanno il tifo per Ae-roflot da quando hanno sentito
dire che come hub del Medi-terraneo la compagnia di Mo-sca punterebbe su Roma, cioè
sullo scalo Benetton. Stratto-nato da tutte le parti, Del Tor-chio nel consiglio di ammini-strazione di giovedì 26 cerche-rà di convincere la maggioran-za dei soci a tirare stoicamente
avanti sottoscrivendo almeno
quei 55 milioni di euro di pre-stito-ponte non sottoscritti al-cuni mesi fa e proverà anche a
mettere nel piatto l'ipotesi di
un altro aumento di capitale.
Nella speranza che, nel frat-tempo, sulla compagnia co-minci a brillare lo stellone d'I-talia sotto forma di diminuzio-ne del prezzo del petrolio
estate non ha fatto
bene a Gabriele
Del Torchio e l'au-tunno per lui si
presenta anche peggio. Quan-do arrivò, all'inizio della sta-gione calda, il nuovo ammini-stratore Alitalia era tutto sor-risi, entusiasmo e fiducia. Ora
sembra un altro: sorrisi pochi,
perplessità tante, preoccupa-zioni di più. C'è da capirlo:
non immaginava che il diavolo
fosse più brutto di come lo di-pingevano. Si sta accorgendo
che la ex compagnia di ban-diera non è una qualsiasi
azienda malmessa, di difficile
recupero per via degli 850 mi-lioni di perdite in 4 anni, il mi-liardo circa di debiti a breve,
medio e lungo termine e il ca-pitale di nuovo agli sgoccioli. Il
peggio è che Alitalia-Belzebù
si porta dietro un peccato ori-ginale e cioè di essere stata af-fidata 5 anni fa da Silvio Ber-lusconi a un caravanserraglio
di una ventina di azionisti di
solito d'accordo su nulla.
L ' A M M I N I ST R ATO R E Alitalia
ha bruciato l'estate rincorren-do due miraggi: la rinegozia-zione dei debiti con le banche e
l'individuazione di una com-pagnia partner che potesse ria-prire il cuore alla speranza. Ma
mentre sul primo punto gli
azionisti hanno avuto poco da
dividersi, sul secondo punto, le
alleanze, Del Torchio è come
in un frullatore. Sono almeno
quattro le fazioni Alitalia. La
prima è capitanata da Air
France che con il 25 per cento
del capitale è l'azionista più
azionista di tutti, con al traino
una bella fetta di manager della
compagnia italiana e una ple-tora di azionisti minori i quali
non vedono l'ora che tutto si
compia, cioè che i francesi en-trino da padroni, consentendo
a loro piccoli di farsi da parte
alla chetichella, contenendo i
danni con la vendita delle quo-te. Poi ci sono, o almeno c'e-rano fino a qualche giorno fa, i
filo-Etihad, la compagnia ara-ba di Abu Dhabi, considerata
come l'auspicabile cavaliere
bianco. Poi i pro Aeroflot e in-fine gli azionisti fuori gioco a
causa delle indagini della ma-gistratura: i Riva, bloccati dalle
inchieste sull'Ilva, i Ligresti agli
arresti domiciliari e infine Bel-lavista Caltagirone nei guai per
il porto di Fiumicino.
AIR FRANCE non ha alcuna
fretta e gioca al tanto peggio
tanto meglio, sicura che prima
o poi Alitalia le cadrà nel cesto
come una pera matura, consu-mata dai debiti. Ora i francesi
si dicono pronti (lo rivela il
giornale francese La Tribune,
non smentito) a raddoppiare la
quota di possesso dal 25 al 50
per cento. Ma a condizioni che
appaiono impossibili, cioè che
nel frattempo Alitalia rinegozi
il debito, ristrutturi l'azienda e
ridisegni le rotte. In sostanza
Air France ribadisce il suo in-teresse per Alitalia, a patto di
prenderla ripulita e con un toz-zo di pane. Per spezzare questo
che considerano il transalpino
gioco al massacro al rallenta-tore, un'altra fazione di Alita-lia, a cui lo stesso Del Torchio
si era iscritto, ha fatto per tutta
l'estate il filo a Etihad. La com-pagnia araba aveva dimostrato
l'intenzione di voler entrare
nel mercato europeo e Alitalia
sembrava il veicolo adatto. Già
ora tra la compagnia degli
Emirati e quella italiana c'è una
collaborazione avviata, un ac-cordo commerciale per cui i jet
italiani trasportano ad Abu
Dhabi i viaggiatori che poi
proseguono per l'Australia con
aerei arabi. Alcune settimane
fa Del Torchio e il suo staff so-no volati nella capitale araba
proprio con l'intenzione di raf-forzare l'intesa per poi even-tualmente concretizzarla in
una partecipazione azionaria. I
francesi hanno però reagito
stizziti.
All'inizio pare siano addirittu-ra riusciti a fare inviare dal loro
governo una nota al governo
italiano, mentre ora ribadisco-no la loro manomorta su Ali-talia facendo balenare la pos-sibilità di un improbabile rad-doppio azionario che in so-stanza è un modo per mandare
un segnale agli arabi, un mes-saggio che suona più o meno
così: l'Alitalia è roba nostra, pa-zientate un po' e poi tratterete
eventuali accordi con noi. Gli
arabi hanno dimostrato di aver
capito l'antifona emettendo un
comunicato per dire che non
pensano ad Alitalia, ma nei lo-ro piani piuttosto c'è l'India.
Non è finita perché tra filo
francesi e filo arabi si intromet-tono anche i filo russi, i Benet-ton che fanno il tifo per Ae-roflot da quando hanno sentito
dire che come hub del Medi-terraneo la compagnia di Mo-sca punterebbe su Roma, cioè
sullo scalo Benetton. Stratto-nato da tutte le parti, Del Tor-chio nel consiglio di ammini-strazione di giovedì 26 cerche-rà di convincere la maggioran-za dei soci a tirare stoicamente
avanti sottoscrivendo almeno
quei 55 milioni di euro di pre-stito-ponte non sottoscritti al-cuni mesi fa e proverà anche a
mettere nel piatto l'ipotesi di
un altro aumento di capitale.
Nella speranza che, nel frat-tempo, sulla compagnia co-minci a brillare lo stellone d'I-talia sotto forma di diminuzio-ne del prezzo del petrolio
IL RETTORE FRATI VA IN PENSIONE MA PRETENDE DI TENERSI LA POLTRONA INDAGATO PER LESIONI COLPOSE E COLPITO DALL’ENNESIMO SCANDALO NON MOLLA
L
o scorso agosto Sere-nella Bendia, 55 anni,
è morta. Era malata
di cancro, ma la pri-ma volta che ha pensato di non
farcela davvero è stato quando
le hanno somministrato un far-maco cui solo dieci giorni prima
era risultata allergica. Succede-va nel reparto di oncologia del-l’ospedale Umberto I, a Roma.
La signora fu salvata per mira-colo, il primario e la sua assi-stente vennero indagati per le-sioni colpose.
Il primario era Luigi Frati, ret-tore della Sapienza e ivi docen-te, direttore scientifico all'Irccs
Neuromed di Pozzilli (istituto
accreditato al sistema sanitario
nazionale della regione Molise),
nonché presidente dell'Accade-mia nazionale di medicina. Uno
che, dissero all’epoca i testimo-ni, nel reparto di oncologia non
si vedeva mai pur incassando
regolarmente lo stipendio.
Oggi la notizia è che Luigi Frati
andrà in pensione il primo no-vembre, ma ha già chiesto al mi-nistro dell’Istruzione di poter
restare lì al suo posto, a fare il
rettore anche da pensionato.
L’ha scritto in una mail inviata a
tutti i dipendenti: “Responsa -bilmente, ho firmato il decreto
rettorale che ha disposto il mio
pensionamento definitivo (da
professore) con il prossimo 31
ottobre (rimanendo in carica
come Rettore, a norma di legge,
per un ulteriore anno)”.
A NORMA DI LEGGE mica tan-to, dice il sindacato dei medici
Csa Cisal che ha chiesto al mi-nistro Maria Chiara Carrozza di
evitare l’occupazione a vita della
poltrona. Certo, per Frati, stare
alla Sapienza è come stare a casa:
ha tantissimi amici entusiasti
della sua gestione e soprattutto
l’intera famiglia arruolata in se-de (moglie docente, figlia do-cente, figlio diventato primario
in cardiochiurgia). Poco conta
se la gestione dell’ateneo conti-nua a collezionare tonfi clamo-rosi: come rivelato ieri da Repub -b l i ca , l’ultimo concorso a cardio-chirugia ha promosso i soliti no-ti, fra cui un giovane che s’era
adattato a far da autista al suo
prof pur di ben figurare.
Ebbene, nemmeno stavolta il
Magnifico rettore dell’universi - à più grande d’Europa ha fatto
una piega. Neanche due righe
dettate alle agenzie di stampa
per dire che verranno accertate
tutte le responsabilità. Perché
vergognarsi? Le ultime uscite
pubbliche di Frati sono state
splendide, cioè l’annuncio del-l’iscrizione gratis per le famiglie
il cui secondo figlio frequenti la
Sapienza, e poi un interessante
incontro con il ministro della
Salute, Beatrice Lorenzin, sul
femminicidio.
Dunque, rapporti istituzionali
ottimi con il governo in carica
nonostante i fardelli giudiziari.
L’accusa di lesioni colpose ai
danni di Serenella Bendia, finita
in coma per un medicinale sba-gliato, pende sull’onore di Frati:
la procura di Roma non ha mai
chiesto l’archiviazione, l’Ordine
dei medici ha sospeso il prof. E
anche se Frati, quando parla con
i colleghi, si dice sicuro di uscire
indenne dalla vicenda, c’è chi è
convinto che le accuse possano
virare sull’omicidio colposo.
“IO SO SOLO CHE ho presentato
esposti a raffica e nessuno mi ha
ancora chiamato” spiega Anto-nio Sili Scavalli, remautologo e
sindacalista Fials appena licen-ziato dall’Umberto I “per aver
screditato la struttura” denun -ciando ai giornali inefficienze e
irregolarità. Ad esempio quella
sul già ricercator e - a 28 anni - e
poi primario - a 35 anni - Gia-como Frati, figlio di Luigi. Espo-sti a Procura e Corte dei Conti
per sapere se esista o no incom-patibilità tra il ruolo di rettore e
quello di primario nella stessa
struttura; e se sia stata davvero
una buona idea, per i costi della
sanità pubblica, creare un’unità
tutta nuova a cardiochirurgia,
quella affidata al giovane Frati,
addestrato nella struttura peri-ferica di Latina.
Il fatto è che quando ti chiami
Frati il coraggio non ti manca,
nè perdi tempo frequentando
prestigiose università all’estero:
dalla giovinezza all’età pensio-nabile, il posto giusto per te è La
Sapienza di Roma. Alla faccia
del ministro Carrozza che setti-mana scorsa, inaugurando l’an -no scolastico, incitava i giovani:
“Siate ribelli e rivoluzionari!”
Se vuoi un posto
devi aiutare il prof
pure col bucato
T
utti sanno come funzio-na. Se vuoi entrare in
una specializzazione devi
darti da fare in ogni modo.
Studiare non basta” dice una
studentessa di Medicina del-l'università La Sapienza di
Roma.
Per esempio cosa devi fare?
Si inizia già al terzo anno. Pri-ma di deci-dere che me-dico vuoi di-ventare, devi
individuare
un professo-re abbastan-za impor-tante e dedi-cargli i pros-simi anni
della tua vita,
24 ore su 24.
I passaggi in
macchina solo il minimo. C'è
anche chi è costretto a ritirare
in lavanderia la biancheria del
professore di turno.
Come ha fatto il ragazzo che
accompagnava il professor
Fedele con la sua macchina.
Sì. Questo ragazzo ha tentato
per due anni il concorso. Poi
al terzo tentativo è entrato.
Poverino, non so quanto ab-bia speso di benzina! Non conta quanto studi, conta per
quanto tempo lavori gratis in
reparto.Tutti i giorni, anche
di domenica o durante le fe-ste, anche la notte. Senza nes-sun rimborso spese. È un ri-catto. Loro ti prometto: “Al
prossimo concorso tocca a
te” e tu speri. A cardiologia,
pediatria e ginecologia si
aspettano in media 3 anni. Se
smetti di lavorare perchè in-tanto sei diventato un medi-co e vorresti anche vedere 10
euro a fine mese, hai perso il
tuo posto in fila.
È già tutto deciso prima del
co n co rs o?
Teoricamente quando cor-reggono il compito non san-no a quale candidato appar-tiene. Ma il punto è questo:
hanno un modo per saperlo.
Non credo che ci sia un
pre-accordo tra commissio-ne e candidato, penso piut-tosto che dopo l'esame la
commissione contatti l'aspi-rante specializzando che gli
comunica l'argomento della
sua prova. In questo modo gli
assagnano il puntaggio più
alto. Queste sono cose che
tutti sanno, ma nessuno ha le
prove. Basta però vedere i ri-sultati degli ammessi: i voti
sono assegnati con il bilanci-no.
Chi si è laureato in un'altra
università e vuole fare la spe-cializzazione a La Sapienza
non ha speranze?
Non entrerà mai. Puoi pas-sare solo in due modi: o gra-zie a una raccomandazione o
per anzianità. Quest'ultima è
considerata un giusto crite-rio. Sappiamo che è la prassi,
sappiamo che funziona così e
ormai ci sta anche quasi be-ne. I test sono una farsa.
Co m ’è la giornata di un aspi-rante specializzando?
Inizi la mattina alle 8 e finisci
la sera alle 20. Non hai orari
perchè in reparto non ci do-vresti essere. Sei solo un me-dico frequentatore esterno,
quindi paghi di tasca tua
un'assicurazione, 300 euro
all'anno. Poi c'è da pagare
l'Empam, ente nazionale di
previdenza ed assistenza dei
medici, altri 200 euro. Le en-trate sono zero, a meno ché
non sei disposto a farti in
quattro e finisci a fare il turno
di guardia medica la notte.
Per entrare in una specializ-zazione non c'è altra via.
o scorso agosto Sere-nella Bendia, 55 anni,
è morta. Era malata
di cancro, ma la pri-ma volta che ha pensato di non
farcela davvero è stato quando
le hanno somministrato un far-maco cui solo dieci giorni prima
era risultata allergica. Succede-va nel reparto di oncologia del-l’ospedale Umberto I, a Roma.
La signora fu salvata per mira-colo, il primario e la sua assi-stente vennero indagati per le-sioni colpose.
Il primario era Luigi Frati, ret-tore della Sapienza e ivi docen-te, direttore scientifico all'Irccs
Neuromed di Pozzilli (istituto
accreditato al sistema sanitario
nazionale della regione Molise),
nonché presidente dell'Accade-mia nazionale di medicina. Uno
che, dissero all’epoca i testimo-ni, nel reparto di oncologia non
si vedeva mai pur incassando
regolarmente lo stipendio.
Oggi la notizia è che Luigi Frati
andrà in pensione il primo no-vembre, ma ha già chiesto al mi-nistro dell’Istruzione di poter
restare lì al suo posto, a fare il
rettore anche da pensionato.
L’ha scritto in una mail inviata a
tutti i dipendenti: “Responsa -bilmente, ho firmato il decreto
rettorale che ha disposto il mio
pensionamento definitivo (da
professore) con il prossimo 31
ottobre (rimanendo in carica
come Rettore, a norma di legge,
per un ulteriore anno)”.
A NORMA DI LEGGE mica tan-to, dice il sindacato dei medici
Csa Cisal che ha chiesto al mi-nistro Maria Chiara Carrozza di
evitare l’occupazione a vita della
poltrona. Certo, per Frati, stare
alla Sapienza è come stare a casa:
ha tantissimi amici entusiasti
della sua gestione e soprattutto
l’intera famiglia arruolata in se-de (moglie docente, figlia do-cente, figlio diventato primario
in cardiochiurgia). Poco conta
se la gestione dell’ateneo conti-nua a collezionare tonfi clamo-rosi: come rivelato ieri da Repub -b l i ca , l’ultimo concorso a cardio-chirugia ha promosso i soliti no-ti, fra cui un giovane che s’era
adattato a far da autista al suo
prof pur di ben figurare.
Ebbene, nemmeno stavolta il
Magnifico rettore dell’universi - à più grande d’Europa ha fatto
una piega. Neanche due righe
dettate alle agenzie di stampa
per dire che verranno accertate
tutte le responsabilità. Perché
vergognarsi? Le ultime uscite
pubbliche di Frati sono state
splendide, cioè l’annuncio del-l’iscrizione gratis per le famiglie
il cui secondo figlio frequenti la
Sapienza, e poi un interessante
incontro con il ministro della
Salute, Beatrice Lorenzin, sul
femminicidio.
Dunque, rapporti istituzionali
ottimi con il governo in carica
nonostante i fardelli giudiziari.
L’accusa di lesioni colpose ai
danni di Serenella Bendia, finita
in coma per un medicinale sba-gliato, pende sull’onore di Frati:
la procura di Roma non ha mai
chiesto l’archiviazione, l’Ordine
dei medici ha sospeso il prof. E
anche se Frati, quando parla con
i colleghi, si dice sicuro di uscire
indenne dalla vicenda, c’è chi è
convinto che le accuse possano
virare sull’omicidio colposo.
“IO SO SOLO CHE ho presentato
esposti a raffica e nessuno mi ha
ancora chiamato” spiega Anto-nio Sili Scavalli, remautologo e
sindacalista Fials appena licen-ziato dall’Umberto I “per aver
screditato la struttura” denun -ciando ai giornali inefficienze e
irregolarità. Ad esempio quella
sul già ricercator e - a 28 anni - e
poi primario - a 35 anni - Gia-como Frati, figlio di Luigi. Espo-sti a Procura e Corte dei Conti
per sapere se esista o no incom-patibilità tra il ruolo di rettore e
quello di primario nella stessa
struttura; e se sia stata davvero
una buona idea, per i costi della
sanità pubblica, creare un’unità
tutta nuova a cardiochirurgia,
quella affidata al giovane Frati,
addestrato nella struttura peri-ferica di Latina.
Il fatto è che quando ti chiami
Frati il coraggio non ti manca,
nè perdi tempo frequentando
prestigiose università all’estero:
dalla giovinezza all’età pensio-nabile, il posto giusto per te è La
Sapienza di Roma. Alla faccia
del ministro Carrozza che setti-mana scorsa, inaugurando l’an -no scolastico, incitava i giovani:
“Siate ribelli e rivoluzionari!”
Se vuoi un posto
devi aiutare il prof
pure col bucato
T
utti sanno come funzio-na. Se vuoi entrare in
una specializzazione devi
darti da fare in ogni modo.
Studiare non basta” dice una
studentessa di Medicina del-l'università La Sapienza di
Roma.
Per esempio cosa devi fare?
Si inizia già al terzo anno. Pri-ma di deci-dere che me-dico vuoi di-ventare, devi
individuare
un professo-re abbastan-za impor-tante e dedi-cargli i pros-simi anni
della tua vita,
24 ore su 24.
I passaggi in
macchina solo il minimo. C'è
anche chi è costretto a ritirare
in lavanderia la biancheria del
professore di turno.
Come ha fatto il ragazzo che
accompagnava il professor
Fedele con la sua macchina.
Sì. Questo ragazzo ha tentato
per due anni il concorso. Poi
al terzo tentativo è entrato.
Poverino, non so quanto ab-bia speso di benzina! Non conta quanto studi, conta per
quanto tempo lavori gratis in
reparto.Tutti i giorni, anche
di domenica o durante le fe-ste, anche la notte. Senza nes-sun rimborso spese. È un ri-catto. Loro ti prometto: “Al
prossimo concorso tocca a
te” e tu speri. A cardiologia,
pediatria e ginecologia si
aspettano in media 3 anni. Se
smetti di lavorare perchè in-tanto sei diventato un medi-co e vorresti anche vedere 10
euro a fine mese, hai perso il
tuo posto in fila.
È già tutto deciso prima del
co n co rs o?
Teoricamente quando cor-reggono il compito non san-no a quale candidato appar-tiene. Ma il punto è questo:
hanno un modo per saperlo.
Non credo che ci sia un
pre-accordo tra commissio-ne e candidato, penso piut-tosto che dopo l'esame la
commissione contatti l'aspi-rante specializzando che gli
comunica l'argomento della
sua prova. In questo modo gli
assagnano il puntaggio più
alto. Queste sono cose che
tutti sanno, ma nessuno ha le
prove. Basta però vedere i ri-sultati degli ammessi: i voti
sono assegnati con il bilanci-no.
Chi si è laureato in un'altra
università e vuole fare la spe-cializzazione a La Sapienza
non ha speranze?
Non entrerà mai. Puoi pas-sare solo in due modi: o gra-zie a una raccomandazione o
per anzianità. Quest'ultima è
considerata un giusto crite-rio. Sappiamo che è la prassi,
sappiamo che funziona così e
ormai ci sta anche quasi be-ne. I test sono una farsa.
Co m ’è la giornata di un aspi-rante specializzando?
Inizi la mattina alle 8 e finisci
la sera alle 20. Non hai orari
perchè in reparto non ci do-vresti essere. Sei solo un me-dico frequentatore esterno,
quindi paghi di tasca tua
un'assicurazione, 300 euro
all'anno. Poi c'è da pagare
l'Empam, ente nazionale di
previdenza ed assistenza dei
medici, altri 200 euro. Le en-trate sono zero, a meno ché
non sei disposto a farti in
quattro e finisci a fare il turno
di guardia medica la notte.
Per entrare in una specializ-zazione non c'è altra via.
DA SUORE E PRELATI BONIFICI MILIONARI SUI CONTI DELLO IOR NELLA RELAZIONE JPMORGAN, I MOVIMENTI DEGLI ECCLESIASTICI: DA L L’EX VESCOVO DI URBINO CHE VERSA AI PARENTI 1 MILIONE DI EURO, ALLA MONACA CHE DEPOSITA 150 MILA DOLLARI di marco lillo
S
uore che depositano
migliaia di banconote
da 100 dollari, arcive-scovi che fanno bonifi-ci milionari ai parenti e poi tan-te altre operazioni sulle quali la
Procura non ha ritenuto di apri-re indagini ma che aprono uno
spaccato interessante sul rap-porto tra la Chiesa e la ‘roba’ at -traverso la lente dei conti IOR.
Le operazioni talvolta sono sta-te considerate ‘sospette’ dalle
autorità bancarie o poco traspa-renti dagli stessi istituti di cre-dito che gestiscono le finanze
dello IOR in Italia. Ma non sono
state contestate dalla Procura di
Roma nell’avviso chiusura in-dagini per i dirigenti della banca
vaticana. Le mazzette di dollari
e i bonifici emergono dalle carte
dell’inchiesta appena chiusa
con la contestazione della vio-lazione della normativa anti-ri-ciclaggio (un reato formale pu-nito con una pena minima) nei
confronti di Massimo Tulli e
Paolo Cipriani, rispettivamente
vicedirettore e direttore dello
IOR, Istituto per le Opere di Re-ligione. Agli atti dell’indagine
dei pm Nello Rossi e Stefano Fa-va c’è per esempio la nota del-l’UIF che sviluppa la ‘segnala -zione dell’operazione sospetta’,
dove l’operazione in questione
è quella effettuata da una suora
alla Banca Prossima, filiale di
via Aurelia in Roma, il 5 ottobre
2010. Quel giorno suor Graziel-la L. si presenta allo sportello
con 15 mazzette con timbro Ior
e le versa sul conto dell’Istituto
delle Suore Francescane Ange-line per il quale suor Graziella è
delegata. Nella segnalazione
della banca, poi sviluppata dal-l’Ufficio Informazione Finan-ziaria UIF, l’anti-riciclaggio di
Bankitalia, si legge: “Il sospetto
nasce dall’entità e dall’origine
non adeguatamente giustificata
delle somme.
NELLO SPECIFICO, la somma
versata è costituita da denaro
contante in biglietti da 100 dol-lari USA con mazzette da 100
pezzi regolarmente fascettate
con timbro dello IOR. A tal pro-posito il soggetto esecutore del-l’operazione, una religiosa di-chiarava per iscritto e su carta
intestata dell’Istituto di avere
prelevato allo IOR in data odier-ma 150 mila dollari USA e di
aver versato la somma sul conto
di apertura presso Banca Pros-sima. Tra l’altro la religiosa
preannunciava, per le vie brevi,
l’esecuzione di ulteriori future
operazioni similari. L’entità de-le somme versate e l’impossibi -lità di accertare l’effettiva prove-nienza hanno indotto l’interme -diario a inoltrare la segnalazio-ne. L’Istituto delle Suore Fran-cescane Angeline è una scuola e
con il medesimo codice fiscale
risulta censita in Cerved (banca
dati delle camere di commercio,
Ndr) anche la Casa Mater Dei
che invece è una struttura alber-ghiera”.
Agli atti c’è poi il carteggio tra la
filiale italiana della banca ame-ricana JP Morgan e lo IOR. Nel
novembre del 2011 l’UIF della
Banca d’Italia mette sotto pres-sione la banca americana. Più di
un anno prima, a settembre del
2010, la Procura di Roma aveva
sequestrato 23 milioni allo IOR
(sui conti accesi presso il Credi-to Artigiano e la Banca del Fu-cino) per il mancato rispetto
delle normative anti-riciclaggio.
Lo IOR opera in Italia scher-mando i reali intestatari dei fon-di giacenti sui suoi conti calde-rone che celano sotto-rapporti
bancari conosciuti solo da alcu-ni funzionari di alto grado come
il direttore Paolo Cipriani.
Quando la Banca d’Italia e la
Procura di Roma hanno impo-sto un cambiamento di regime
alle banche italiane, il Vaticano
ha spostato gran parte della sua
operatività sulla Jp Morgan di
Francoforte, usando la sponda
della filiale di Milano. Nel no-vembre 2011 l’UIF arriva anche
lì e chiede informazioni su 150
operazioni effettuate sul conto
JP Morgan da molti soggetti
che avevano il conto allo IOR. La
banca gira le richieste allo IOR
che risponde con informazioni
considerate insufficienti da Jp
Morgan. La banca americana al-lora scrive ancora al ‘complian -ce department’ di IOR il 19 gen-naio del 2012, “al fine di ottem-perare più compiutamente alle
Nostre responsabilità in materia
di anti-riciclaggio” e chiede “ul -teriori informazioni in riferi-mento ai seguenti pagamenti e
incassi”. Segue una lista di 11
operazioni effettuate da soggetti
diversi. Il 13 febbraio IOR ri-sponde picche e Jp Morgan il 30
marzo 2012 chiude il conto.
Molte operazioni per le quali lo
IOR si è rifiutato di rispondere
alla Jp Morgan sono poi conflui-te nell’accusa contro
i vertici dello IOR,
Paolo Cipriani e
Massimo Tulli, che
poi si sono dimessi
nel luglio scorso.
Altre operazioni,
invece, pur essen-do oggetto delle ri-chieste di deluci-dazioni di Jp Morgan e pur es-sendo rimaste senza spiegazio-ne compiuta da parte dello IOR,
non sono finite nei capi di ac-cusa. Tra queste ce ne è una in-teressante per la sua dimensione
economica e perché coinvolge
l’arcivescovo emerito di Urbi-no. “Marinelli Francesco” (alto
prelato) come lo definisce Jp
Morgan ha eseguito tra il 27
aprile e il 18 maggio 2010 sei bo-nifici per complessivi un milio-ne e 100 mila euro a beneficio
dei suoi parenti Gianluca, Giu-seppe, Dino Gabriele e France-sco Marinelli. Jp Morgan chiede
le seguenti informazioni allo
IOR sui bonifici di Marinelli dal
conto dell’arcivescovo a quelli
dei parenti: “Origine dei fondi e
congruità con l’attività svolta ed
eventuale provenienza da sog-getti terzi (in caso positivo a
quale titolo)”.
LO IORnon risponde (per tutte
le operazioni) e Jp Morgan chiu-de il conto. Non c’è’ nulla di ma-le a donare un milione a fratello
e nipoti. I prelati hanno diritto
ad avere un conto allo IOR.
Quindi la Procura ha ritenuto di
non contestare alla dirigenza
IOR alcun reato per i bonifici di
Marinelli. Certo la curiosità del-la Jp Morgan sull’origine dei
fondi e sulla loro congruità con
l’attività del prelato, resta ineva-sa. Monsignor Francesco Mari-nelli allora era Arcivescovo di
Urbino, carica che ha lasciato
nel 2011. Al Fa t to che gli chiede
se ricorda i bonifici, l’arcivesco -vo emerito risponde: “No, non
so nulla di tutto quest
uore che depositano
migliaia di banconote
da 100 dollari, arcive-scovi che fanno bonifi-ci milionari ai parenti e poi tan-te altre operazioni sulle quali la
Procura non ha ritenuto di apri-re indagini ma che aprono uno
spaccato interessante sul rap-porto tra la Chiesa e la ‘roba’ at -traverso la lente dei conti IOR.
Le operazioni talvolta sono sta-te considerate ‘sospette’ dalle
autorità bancarie o poco traspa-renti dagli stessi istituti di cre-dito che gestiscono le finanze
dello IOR in Italia. Ma non sono
state contestate dalla Procura di
Roma nell’avviso chiusura in-dagini per i dirigenti della banca
vaticana. Le mazzette di dollari
e i bonifici emergono dalle carte
dell’inchiesta appena chiusa
con la contestazione della vio-lazione della normativa anti-ri-ciclaggio (un reato formale pu-nito con una pena minima) nei
confronti di Massimo Tulli e
Paolo Cipriani, rispettivamente
vicedirettore e direttore dello
IOR, Istituto per le Opere di Re-ligione. Agli atti dell’indagine
dei pm Nello Rossi e Stefano Fa-va c’è per esempio la nota del-l’UIF che sviluppa la ‘segnala -zione dell’operazione sospetta’,
dove l’operazione in questione
è quella effettuata da una suora
alla Banca Prossima, filiale di
via Aurelia in Roma, il 5 ottobre
2010. Quel giorno suor Graziel-la L. si presenta allo sportello
con 15 mazzette con timbro Ior
e le versa sul conto dell’Istituto
delle Suore Francescane Ange-line per il quale suor Graziella è
delegata. Nella segnalazione
della banca, poi sviluppata dal-l’Ufficio Informazione Finan-ziaria UIF, l’anti-riciclaggio di
Bankitalia, si legge: “Il sospetto
nasce dall’entità e dall’origine
non adeguatamente giustificata
delle somme.
NELLO SPECIFICO, la somma
versata è costituita da denaro
contante in biglietti da 100 dol-lari USA con mazzette da 100
pezzi regolarmente fascettate
con timbro dello IOR. A tal pro-posito il soggetto esecutore del-l’operazione, una religiosa di-chiarava per iscritto e su carta
intestata dell’Istituto di avere
prelevato allo IOR in data odier-ma 150 mila dollari USA e di
aver versato la somma sul conto
di apertura presso Banca Pros-sima. Tra l’altro la religiosa
preannunciava, per le vie brevi,
l’esecuzione di ulteriori future
operazioni similari. L’entità de-le somme versate e l’impossibi -lità di accertare l’effettiva prove-nienza hanno indotto l’interme -diario a inoltrare la segnalazio-ne. L’Istituto delle Suore Fran-cescane Angeline è una scuola e
con il medesimo codice fiscale
risulta censita in Cerved (banca
dati delle camere di commercio,
Ndr) anche la Casa Mater Dei
che invece è una struttura alber-ghiera”.
Agli atti c’è poi il carteggio tra la
filiale italiana della banca ame-ricana JP Morgan e lo IOR. Nel
novembre del 2011 l’UIF della
Banca d’Italia mette sotto pres-sione la banca americana. Più di
un anno prima, a settembre del
2010, la Procura di Roma aveva
sequestrato 23 milioni allo IOR
(sui conti accesi presso il Credi-to Artigiano e la Banca del Fu-cino) per il mancato rispetto
delle normative anti-riciclaggio.
Lo IOR opera in Italia scher-mando i reali intestatari dei fon-di giacenti sui suoi conti calde-rone che celano sotto-rapporti
bancari conosciuti solo da alcu-ni funzionari di alto grado come
il direttore Paolo Cipriani.
Quando la Banca d’Italia e la
Procura di Roma hanno impo-sto un cambiamento di regime
alle banche italiane, il Vaticano
ha spostato gran parte della sua
operatività sulla Jp Morgan di
Francoforte, usando la sponda
della filiale di Milano. Nel no-vembre 2011 l’UIF arriva anche
lì e chiede informazioni su 150
operazioni effettuate sul conto
JP Morgan da molti soggetti
che avevano il conto allo IOR. La
banca gira le richieste allo IOR
che risponde con informazioni
considerate insufficienti da Jp
Morgan. La banca americana al-lora scrive ancora al ‘complian -ce department’ di IOR il 19 gen-naio del 2012, “al fine di ottem-perare più compiutamente alle
Nostre responsabilità in materia
di anti-riciclaggio” e chiede “ul -teriori informazioni in riferi-mento ai seguenti pagamenti e
incassi”. Segue una lista di 11
operazioni effettuate da soggetti
diversi. Il 13 febbraio IOR ri-sponde picche e Jp Morgan il 30
marzo 2012 chiude il conto.
Molte operazioni per le quali lo
IOR si è rifiutato di rispondere
alla Jp Morgan sono poi conflui-te nell’accusa contro
i vertici dello IOR,
Paolo Cipriani e
Massimo Tulli, che
poi si sono dimessi
nel luglio scorso.
Altre operazioni,
invece, pur essen-do oggetto delle ri-chieste di deluci-dazioni di Jp Morgan e pur es-sendo rimaste senza spiegazio-ne compiuta da parte dello IOR,
non sono finite nei capi di ac-cusa. Tra queste ce ne è una in-teressante per la sua dimensione
economica e perché coinvolge
l’arcivescovo emerito di Urbi-no. “Marinelli Francesco” (alto
prelato) come lo definisce Jp
Morgan ha eseguito tra il 27
aprile e il 18 maggio 2010 sei bo-nifici per complessivi un milio-ne e 100 mila euro a beneficio
dei suoi parenti Gianluca, Giu-seppe, Dino Gabriele e France-sco Marinelli. Jp Morgan chiede
le seguenti informazioni allo
IOR sui bonifici di Marinelli dal
conto dell’arcivescovo a quelli
dei parenti: “Origine dei fondi e
congruità con l’attività svolta ed
eventuale provenienza da sog-getti terzi (in caso positivo a
quale titolo)”.
LO IORnon risponde (per tutte
le operazioni) e Jp Morgan chiu-de il conto. Non c’è’ nulla di ma-le a donare un milione a fratello
e nipoti. I prelati hanno diritto
ad avere un conto allo IOR.
Quindi la Procura ha ritenuto di
non contestare alla dirigenza
IOR alcun reato per i bonifici di
Marinelli. Certo la curiosità del-la Jp Morgan sull’origine dei
fondi e sulla loro congruità con
l’attività del prelato, resta ineva-sa. Monsignor Francesco Mari-nelli allora era Arcivescovo di
Urbino, carica che ha lasciato
nel 2011. Al Fa t to che gli chiede
se ricorda i bonifici, l’arcivesco -vo emerito risponde: “No, non
so nulla di tutto quest
Va c a n z e in Albania, l’ultimo p a ra d i s o dell’i t a l i an o medio
D
ov’è che vai?”, il primo motivo per cui
vale la pena di andare in Albania è il gu-sto di vedere le facce della gente, mentre
annunci la tua meta per le vacanze: uno
sguardo, e già hai capito tutto – rigurgiti leghisti,
imperituri pregiudizi. Sono passati più di ven-t’anni dall’apparizione della nave Vlora nel porto
di Bari; sedici, dall’anno dell’“anarchia albanese”
e dai pattugliamenti furiosi nel Canale d’Otranto;
dieci, almeno, da quando la presenza sempre più
massiccia di migranti di altre nazionalità ha re-legato gli albanesi a un gruppo minoritario sul
nostro territorio: eppure, l’albanese cattivo con-tinua ad aggirarsi, spettrale, negli incubi dell’ita -liano medio.
Ma siamo tutti italiani medi, lì, nell’hotel di Ti-rana: anzi, italiani medio-bassi, di quelli che, con
la crisi, proprio non ce la fanno a pagarsi trenta
euro al giorno per un ombrellone e due sdraio –
quindi, tanto vale fare il viaggio all’incontrario:
Brindisi o Ancona, e via, sul barcone, per raggiun-gere le coste più temute degli anni Novanta. Ci
sono i ragazzi milanesi che si sbafano quelle quat-tro portate di pesce che in Italia mai potrebbero
permettersi; e Florian, ventenne italoalbanese che
fa lo zio d’America e parla solo di macchine co-stose e di posti di lusso, anche se poi, scopro, a
Verona lavora al Pronto Pizza; c’è Fulvio, toscano
che a furia di fumare si deve rifare diciotto denti, e
“o fai un mutuo e te li rifai in Italia, o vai e vieni
dall’Albania e te la cavi con qualche migliaia d’eu -ro”; c’è Endri, trentenne che in Italia c’è cresciuto
ma poi è tornato qui, a godersi i soldi guadagnati e
a fare il gestore di un ristorante; c’è la professo-ressa del Nord con tre figli che viene ogni estate,
c’è il cuoco di Durazzo che ha fatto l’alberghiero a
Vicenza. E, mentre la tv passa Fantozzi sottoti-tolato in albanese, Tirana si rivela forse l’unica
città estera in cui un italiano può campare bene
senza conoscere una sola parola di una lingua che
non sia quella materna – il paradiso per l’italiano
medio, appunto, e morte ai pregiudizi.
Che poi, ad agosto, non ci sia molto da fare, po-tevamo aspettarcelo: puoi infilarti in una delle
mille sale slot che costeggiano le vie, o cercare di
azzeccare i fantasmatici orari di apertura dei mu-sei e scivolare nel realismo socialista, oppure
mangiare e bere, e tanto, e con piacere, e spen-dendo niente. Nel Blok – il quartiere dei ristoranti
– ci sono locali smaccatamente belli, curati, mo-daioli: quelli in cui in Italia magari non entreresti
perché troppo chic – ma, tanto, qui il cocktail che
ti arriva al tavolo lo paghi un euro, la cena cinque,
e crepi l’avarizia.
I furbetti dell’auto Il sogno
proibito di avere l’autista
Poi, scoprirò che i più furbi, quelli che all’arrivo
avevano già programmato tutto (di solito grazie a
un vicino o a un collega albanese, ndr), si sono presi
l’autista e si sono fatti scorrazzare lungo tutto il
paese a un prezzo assurdamente basso: però, vuoi
mettere l’avventura di guidare tra sorpassi a destra,
tir contromano, autostrade che finiscono nel nulla
e autobus che inchiodano in curva? Le città sono
piene dei nostri vecchi autobus arancioni, le strade
sono costellate di autolavaggi (Lavazho sarà l’unica
parola in albanese che vi rimarrà per sempre im-pressa), la costa è assediata di ombrelloni, sembra
di essere ad Ostia: ma, dopo Valona, la strada si
trasforma in un valico di montagna, all’improvviso
sei a mille metri, a picco sul mare, sul monte Llo-gara, fantastico. Osservi il panorama con un unico,
grande interrogativo: se in Albania vivono tre mi-lioni di persone e gli albanesi che stanno all’estero
sono più del doppio, non è che ad agosto si saranno
dati appuntamento tutti qui, su queste coste?
Tra Valona e Saranda, però, ci sono i piccoli gioielli
della costa: Qeparo, Borsch, Lukova, con l’acqua tra-sparente, le calette nascoste, le spiagge semivuote -cosa fondamentale, questa, visto che, non appena c’è
qualcuno, questo qualcuno affitterà una moto d’ac -qua e passerà la giornata a fare le sgommate a tre
centimetri dalla riva - e voi li maledirete tirando fuori
i pregiudizi di una prozia leghista, prima di scoprire
che parlano greco, o italiano. Ma anche albanese, eh:
stessa faccia stessa razza, e pazienza.
Ksamil, invece, nell’estremo Sud, unanimamente
considerato il “gioiello d’Albania” si abbatte su di
noi con la stessa forza devastante con cui mani
umane sembrano essersi dedicate a distruggerlo:
una spianata di ecomostri terminati, non terminati,
Il compito
sarà mio,
il potere vostro
di Edi Rama*
LA RESPONSABILITÀ Ci sono
poche altre responsabilità per un
uomo che sono più grandi della
responsabilità di guidare il
Paese. Oggi, il popolo
dell’Albania, ha deciso di affidare
a me e alla mia squadra il carico di
guidare il nostro Rinascimento
nazionale... Accettiamo la re-sponsabilità con un profondo
senso di umiltà verso ciascu-no di voi... Noi governeremo. Ma
né io, né gli altri eletti possiamo
portare da soli il Rinascimento
che abbiamo promesso. É per
questo che vogliamo che voi, la
gente di questo paese, iniziate a
far parte della nostra squadra del
R i n a s c i m e n to.
VALONA, DAI BARCONI AI TRAGHETTI
Per condividere le aspirazioni, le
sfide e gli sforzi per ripristinare
l’economia attraverso la libertà e
la tassazione di concorrenza lea-le... Una nuova società dove l’i-struzione e la sanità siano devo-luti seconda necessità, e non se-QUINDICI ANNI FA
ARRIVAVANO CON
I BARCONI. OGGI
TOCCA A NOI CON
TRAGHETTI PIENI
DI TURISTI. E
TROVIAMO UN
PAESE CHE UN PO’
CI SOMIGLIA
o lasciati crollare, semplicemente. Qui l’italiano
non lo sanno, ma c’è la rampante generazione dei
dieci-quindicenni che gestisce la comunicazione
nei locali, con un inglese perfetto che merita un
complimento alle scuole dove, a sentir loro, hanno
potuto impararlo. Le spiagge potrebbero essere bel-le, ma non in agosto, quando ci sono milioni di
persone disseminate in quattro metri per quattro: e
il gesto di raccogliere i mozziconi di sigaretta per
non inquinare, che noi abbiamo imparato da un
paio di anni, è tenero, quasi struggente, davanti alle
bottiglie che galleggiano in acqua e a una mamma
che lascia a riva il pannolino sporco di suo figlio. Lì
vicino, però, c’è il sito archeologico di Butrinto, Gi-rocastro e, con un’avventurosa deviazione nelle
strade dell’interno, Berat - una città-fortezza incon-taminata, con tante case bianche che le valgono il
nome di “città dalle mille finestre”. È lì che conosco
Jonida, un’operatrice di uno dei tanti call center ita-liani dislocati in Albania, una di quelle che, quando
ci chiamano per proporci un’offerta, ci fa pensare
“che strano accento”: qualcuno, quando al telefono
rivela di dov’è, ancora ci rimane male, mi dice, ma
lei, laureata in Giornalismo, coi suoi quattrocento
euro di stipendio, è la prima della sua famiglia che
può permettersi di restare in patria, senza emigrare,
come tutti i suoi, nella bassa lombarda.
Tornando a Tirana, tra Suv tirati a lucido nei La-vazho e vecchietti col carretto trainato dagli asini,
incrociamo due moto contromano in autostrada,
che procedono tranquille. Prima di partire, esprimo
l’ultimo desiderio: cinque portate di pesce a quindici
euro - e il cuoco che ha fatto l’alberghiero a Vicenza,
come dolce, mi prepara pure focaccia e Nutella
ov’è che vai?”, il primo motivo per cui
vale la pena di andare in Albania è il gu-sto di vedere le facce della gente, mentre
annunci la tua meta per le vacanze: uno
sguardo, e già hai capito tutto – rigurgiti leghisti,
imperituri pregiudizi. Sono passati più di ven-t’anni dall’apparizione della nave Vlora nel porto
di Bari; sedici, dall’anno dell’“anarchia albanese”
e dai pattugliamenti furiosi nel Canale d’Otranto;
dieci, almeno, da quando la presenza sempre più
massiccia di migranti di altre nazionalità ha re-legato gli albanesi a un gruppo minoritario sul
nostro territorio: eppure, l’albanese cattivo con-tinua ad aggirarsi, spettrale, negli incubi dell’ita -liano medio.
Ma siamo tutti italiani medi, lì, nell’hotel di Ti-rana: anzi, italiani medio-bassi, di quelli che, con
la crisi, proprio non ce la fanno a pagarsi trenta
euro al giorno per un ombrellone e due sdraio –
quindi, tanto vale fare il viaggio all’incontrario:
Brindisi o Ancona, e via, sul barcone, per raggiun-gere le coste più temute degli anni Novanta. Ci
sono i ragazzi milanesi che si sbafano quelle quat-tro portate di pesce che in Italia mai potrebbero
permettersi; e Florian, ventenne italoalbanese che
fa lo zio d’America e parla solo di macchine co-stose e di posti di lusso, anche se poi, scopro, a
Verona lavora al Pronto Pizza; c’è Fulvio, toscano
che a furia di fumare si deve rifare diciotto denti, e
“o fai un mutuo e te li rifai in Italia, o vai e vieni
dall’Albania e te la cavi con qualche migliaia d’eu -ro”; c’è Endri, trentenne che in Italia c’è cresciuto
ma poi è tornato qui, a godersi i soldi guadagnati e
a fare il gestore di un ristorante; c’è la professo-ressa del Nord con tre figli che viene ogni estate,
c’è il cuoco di Durazzo che ha fatto l’alberghiero a
Vicenza. E, mentre la tv passa Fantozzi sottoti-tolato in albanese, Tirana si rivela forse l’unica
città estera in cui un italiano può campare bene
senza conoscere una sola parola di una lingua che
non sia quella materna – il paradiso per l’italiano
medio, appunto, e morte ai pregiudizi.
Che poi, ad agosto, non ci sia molto da fare, po-tevamo aspettarcelo: puoi infilarti in una delle
mille sale slot che costeggiano le vie, o cercare di
azzeccare i fantasmatici orari di apertura dei mu-sei e scivolare nel realismo socialista, oppure
mangiare e bere, e tanto, e con piacere, e spen-dendo niente. Nel Blok – il quartiere dei ristoranti
– ci sono locali smaccatamente belli, curati, mo-daioli: quelli in cui in Italia magari non entreresti
perché troppo chic – ma, tanto, qui il cocktail che
ti arriva al tavolo lo paghi un euro, la cena cinque,
e crepi l’avarizia.
I furbetti dell’auto Il sogno
proibito di avere l’autista
Poi, scoprirò che i più furbi, quelli che all’arrivo
avevano già programmato tutto (di solito grazie a
un vicino o a un collega albanese, ndr), si sono presi
l’autista e si sono fatti scorrazzare lungo tutto il
paese a un prezzo assurdamente basso: però, vuoi
mettere l’avventura di guidare tra sorpassi a destra,
tir contromano, autostrade che finiscono nel nulla
e autobus che inchiodano in curva? Le città sono
piene dei nostri vecchi autobus arancioni, le strade
sono costellate di autolavaggi (Lavazho sarà l’unica
parola in albanese che vi rimarrà per sempre im-pressa), la costa è assediata di ombrelloni, sembra
di essere ad Ostia: ma, dopo Valona, la strada si
trasforma in un valico di montagna, all’improvviso
sei a mille metri, a picco sul mare, sul monte Llo-gara, fantastico. Osservi il panorama con un unico,
grande interrogativo: se in Albania vivono tre mi-lioni di persone e gli albanesi che stanno all’estero
sono più del doppio, non è che ad agosto si saranno
dati appuntamento tutti qui, su queste coste?
Tra Valona e Saranda, però, ci sono i piccoli gioielli
della costa: Qeparo, Borsch, Lukova, con l’acqua tra-sparente, le calette nascoste, le spiagge semivuote -cosa fondamentale, questa, visto che, non appena c’è
qualcuno, questo qualcuno affitterà una moto d’ac -qua e passerà la giornata a fare le sgommate a tre
centimetri dalla riva - e voi li maledirete tirando fuori
i pregiudizi di una prozia leghista, prima di scoprire
che parlano greco, o italiano. Ma anche albanese, eh:
stessa faccia stessa razza, e pazienza.
Ksamil, invece, nell’estremo Sud, unanimamente
considerato il “gioiello d’Albania” si abbatte su di
noi con la stessa forza devastante con cui mani
umane sembrano essersi dedicate a distruggerlo:
una spianata di ecomostri terminati, non terminati,
Il compito
sarà mio,
il potere vostro
di Edi Rama*
LA RESPONSABILITÀ Ci sono
poche altre responsabilità per un
uomo che sono più grandi della
responsabilità di guidare il
Paese. Oggi, il popolo
dell’Albania, ha deciso di affidare
a me e alla mia squadra il carico di
guidare il nostro Rinascimento
nazionale... Accettiamo la re-sponsabilità con un profondo
senso di umiltà verso ciascu-no di voi... Noi governeremo. Ma
né io, né gli altri eletti possiamo
portare da soli il Rinascimento
che abbiamo promesso. É per
questo che vogliamo che voi, la
gente di questo paese, iniziate a
far parte della nostra squadra del
R i n a s c i m e n to.
VALONA, DAI BARCONI AI TRAGHETTI
Per condividere le aspirazioni, le
sfide e gli sforzi per ripristinare
l’economia attraverso la libertà e
la tassazione di concorrenza lea-le... Una nuova società dove l’i-struzione e la sanità siano devo-luti seconda necessità, e non se-QUINDICI ANNI FA
ARRIVAVANO CON
I BARCONI. OGGI
TOCCA A NOI CON
TRAGHETTI PIENI
DI TURISTI. E
TROVIAMO UN
PAESE CHE UN PO’
CI SOMIGLIA
o lasciati crollare, semplicemente. Qui l’italiano
non lo sanno, ma c’è la rampante generazione dei
dieci-quindicenni che gestisce la comunicazione
nei locali, con un inglese perfetto che merita un
complimento alle scuole dove, a sentir loro, hanno
potuto impararlo. Le spiagge potrebbero essere bel-le, ma non in agosto, quando ci sono milioni di
persone disseminate in quattro metri per quattro: e
il gesto di raccogliere i mozziconi di sigaretta per
non inquinare, che noi abbiamo imparato da un
paio di anni, è tenero, quasi struggente, davanti alle
bottiglie che galleggiano in acqua e a una mamma
che lascia a riva il pannolino sporco di suo figlio. Lì
vicino, però, c’è il sito archeologico di Butrinto, Gi-rocastro e, con un’avventurosa deviazione nelle
strade dell’interno, Berat - una città-fortezza incon-taminata, con tante case bianche che le valgono il
nome di “città dalle mille finestre”. È lì che conosco
Jonida, un’operatrice di uno dei tanti call center ita-liani dislocati in Albania, una di quelle che, quando
ci chiamano per proporci un’offerta, ci fa pensare
“che strano accento”: qualcuno, quando al telefono
rivela di dov’è, ancora ci rimane male, mi dice, ma
lei, laureata in Giornalismo, coi suoi quattrocento
euro di stipendio, è la prima della sua famiglia che
può permettersi di restare in patria, senza emigrare,
come tutti i suoi, nella bassa lombarda.
Tornando a Tirana, tra Suv tirati a lucido nei La-vazho e vecchietti col carretto trainato dagli asini,
incrociamo due moto contromano in autostrada,
che procedono tranquille. Prima di partire, esprimo
l’ultimo desiderio: cinque portate di pesce a quindici
euro - e il cuoco che ha fatto l’alberghiero a Vicenza,
come dolce, mi prepara pure focaccia e Nutella
lunedì 23 settembre 2013
L’ultima avventura delle guide turistiche “Minacciati dalle app” A rischio chiusura Lonely Planet: vendite crollate del 30 per cento
ERA, anzi è, la guida di intere gene-razioni di viaggiatori: Lonely Pla-net, pochi soldi, zaino in spalla, la
passione per le strade meno battu-te e il contatto con le popolazioni
locali. Casa madre australiana, pri-ma edizione nel 1972, poi un suc-cesso a cascata che forse ha contri-buito alla crisi. E ieri, puntualmen-te anche il Guardianha ripreso la
notizia di agenzia secondo la quale
il rischio-chiusura per Lonely Pla-net sarebbe imminente, a seguito
di un crollo nelle
vendite a livello
mondiale tra il
20 e il 30 per cen-to. Seguito da
smentite diffuse
da Londra ma
anche da Tori-no, dove ha sede
EDT, l’editore
italiano, e dalla
constatazione
che Lp è appena sbarcata sui mer-cati cinese, russo e brasiliano. Ma
sullo sfondo c’è tutt’altro: quale fu-turo hanno il Baedeker e i suoi ere-di, il volumetto cartaceo sul quale
trovare le informazioni sugli Uffizi
o sul Louvre che ha fatto la felicità
di migliaia di inglesi impegnati nel
Grand Tour? Perché pagare per un
libro quando esistono app che
consentono di spedire una foto e
avere in tempo reale le notizie su
ciò che passa sotto i propri occhi?
La risposta arriva proprio da Lo-nely, e da Angelo Pittro, direttore
commerciale per l’Italia: «Ogni an-no in questa stagione ci troviamo a
dover smentire voci catastrofiche.
All’inizio si trattava dell’incidente
mortale di cui sarebbe stato vitti-ma il nostro fondatore, poi del pre-sunto appoggio ai regimi comuni-sti quando la nostra edizione tibe-tana è vietata nel paese, in seguito
del fatto che la Bbc (che ha acqui-stato e poi ceduto il marchio, ndr)
avrebbe snaturato la nostra filoso-fia. Ora si annuncia la chiusura.
Non è così: sforniamo nuovi titoli,
risentiamo come tutti della crisi
ma in Italia abbiamo continuato a
crescere, per quota di mercato,
perfino nel 2012». Carta o digitale?
«Lavoriamo su entrambi, ma l’on-line per ora viaggia sotto il 5 per
cento, a esclusione dei mercati di
lingua anglosassone. Ciò non si-gnifica non scommetterci. Un li-bro, se lo perdi o lo dimentichi in
aereo, non è una tragedia. Un
iPhone o un ipad dipendono dal
collegamento, e possono essere fa-cilmente rubati».
Nell’attesa di sapere che ne sarà
di Lonely Planet, e dei suoi 70 di-pendenti italiani tra i quali diversi
autori locali (“perché per raccon-tare un luogo sensibilità e linguag-gio sono importanti”), il panorama
degli altri editori mostra luci e om-bre. Michelin continua a viaggiare
sui grandi numeri, ma ha dovuto
ammettere oltre ai ristoranti stella-ti le buone trattorie da 25 euro, e av-viare un restyling delle sue guides
vertes che ha coinvolto sei titoli in
Italia. Il concorrente più importa te di Lonely, però, è la Guide du
Routard, e soprattutto il Touring
Club, entrambi partner di Giunti.
«Abbiamo investito con decisione
sul digitale – spiega Bruno Mari, vi-ce presidente di Giunti, l’uomo
che ha salvato le guide made in
Italy – e ci siamo strutturati su tre
diversi livelli: la preparazione al
viaggio, che è una lettura e può av-venire anche su carta, le app da sca-ricare direttamente sul proprio te-lefono, gratis per le mete italiane e
a pochi soldi per quelle straniere,
infine il web dove prenotare anche
albergo e ristorante o leggere il me-teo. I risultati sono incoraggianti
ma abbiamo dovuto tagliare un
buon terzo delle destinazioni, tito-li che non avrebbero mai potuto
pareggiare i conti. Abbiamo alle
spalle un’associazione come il
Touring Club che conta 300.000 so-ci in Italia, e nuovi soci come Slow
Food che ci danno una freschezza
difficile da ottenere altrimenti».
«Come si fa a partire senza libri?
– si chiede Antonio Politano, diret-tore del Festival della letteratura di
viaggio, sesta edizione in program-ma a Roma, in settembre – Perso-nalmente, il coast to coast negli
Stati Uniti lo affronto con “Lo Zen e
l’arte della manutenzione della
motocicletta”, di Robert Pirsig».
Sarà. Ma intanto sull’hashtag #lp-memories, racconta il Guardian, è
partito ieri un flusso ininterrotto di
lamentele dei fedelissimi di Lo-nely. «Che somiglia a un necrolo-gio», scrive il quotidiano ingles
passione per le strade meno battu-te e il contatto con le popolazioni
locali. Casa madre australiana, pri-ma edizione nel 1972, poi un suc-cesso a cascata che forse ha contri-buito alla crisi. E ieri, puntualmen-te anche il Guardianha ripreso la
notizia di agenzia secondo la quale
il rischio-chiusura per Lonely Pla-net sarebbe imminente, a seguito
di un crollo nelle
vendite a livello
mondiale tra il
20 e il 30 per cen-to. Seguito da
smentite diffuse
da Londra ma
anche da Tori-no, dove ha sede
EDT, l’editore
italiano, e dalla
constatazione
che Lp è appena sbarcata sui mer-cati cinese, russo e brasiliano. Ma
sullo sfondo c’è tutt’altro: quale fu-turo hanno il Baedeker e i suoi ere-di, il volumetto cartaceo sul quale
trovare le informazioni sugli Uffizi
o sul Louvre che ha fatto la felicità
di migliaia di inglesi impegnati nel
Grand Tour? Perché pagare per un
libro quando esistono app che
consentono di spedire una foto e
avere in tempo reale le notizie su
ciò che passa sotto i propri occhi?
La risposta arriva proprio da Lo-nely, e da Angelo Pittro, direttore
commerciale per l’Italia: «Ogni an-no in questa stagione ci troviamo a
dover smentire voci catastrofiche.
All’inizio si trattava dell’incidente
mortale di cui sarebbe stato vitti-ma il nostro fondatore, poi del pre-sunto appoggio ai regimi comuni-sti quando la nostra edizione tibe-tana è vietata nel paese, in seguito
del fatto che la Bbc (che ha acqui-stato e poi ceduto il marchio, ndr)
avrebbe snaturato la nostra filoso-fia. Ora si annuncia la chiusura.
Non è così: sforniamo nuovi titoli,
risentiamo come tutti della crisi
ma in Italia abbiamo continuato a
crescere, per quota di mercato,
perfino nel 2012». Carta o digitale?
«Lavoriamo su entrambi, ma l’on-line per ora viaggia sotto il 5 per
cento, a esclusione dei mercati di
lingua anglosassone. Ciò non si-gnifica non scommetterci. Un li-bro, se lo perdi o lo dimentichi in
aereo, non è una tragedia. Un
iPhone o un ipad dipendono dal
collegamento, e possono essere fa-cilmente rubati».
Nell’attesa di sapere che ne sarà
di Lonely Planet, e dei suoi 70 di-pendenti italiani tra i quali diversi
autori locali (“perché per raccon-tare un luogo sensibilità e linguag-gio sono importanti”), il panorama
degli altri editori mostra luci e om-bre. Michelin continua a viaggiare
sui grandi numeri, ma ha dovuto
ammettere oltre ai ristoranti stella-ti le buone trattorie da 25 euro, e av-viare un restyling delle sue guides
vertes che ha coinvolto sei titoli in
Italia. Il concorrente più importa te di Lonely, però, è la Guide du
Routard, e soprattutto il Touring
Club, entrambi partner di Giunti.
«Abbiamo investito con decisione
sul digitale – spiega Bruno Mari, vi-ce presidente di Giunti, l’uomo
che ha salvato le guide made in
Italy – e ci siamo strutturati su tre
diversi livelli: la preparazione al
viaggio, che è una lettura e può av-venire anche su carta, le app da sca-ricare direttamente sul proprio te-lefono, gratis per le mete italiane e
a pochi soldi per quelle straniere,
infine il web dove prenotare anche
albergo e ristorante o leggere il me-teo. I risultati sono incoraggianti
ma abbiamo dovuto tagliare un
buon terzo delle destinazioni, tito-li che non avrebbero mai potuto
pareggiare i conti. Abbiamo alle
spalle un’associazione come il
Touring Club che conta 300.000 so-ci in Italia, e nuovi soci come Slow
Food che ci danno una freschezza
difficile da ottenere altrimenti».
«Come si fa a partire senza libri?
– si chiede Antonio Politano, diret-tore del Festival della letteratura di
viaggio, sesta edizione in program-ma a Roma, in settembre – Perso-nalmente, il coast to coast negli
Stati Uniti lo affronto con “Lo Zen e
l’arte della manutenzione della
motocicletta”, di Robert Pirsig».
Sarà. Ma intanto sull’hashtag #lp-memories, racconta il Guardian, è
partito ieri un flusso ininterrotto di
lamentele dei fedelissimi di Lo-nely. «Che somiglia a un necrolo-gio», scrive il quotidiano ingles
“Hitler uccise pochi rom”. È shock in Francia Gilles Bourdouleix, deputato centrista dell’Udi, è stato espulso dal partito
NAIS GINORI
PARIGI — Il video è finito sul
web, diventando una prova
schiacciante. «Forse Hitler non
ne ha uccisi abbastanza». No-nostante le goffe smentite, Gil-les Bourdouleix è inchiodato
dalle immagini, registrate in
diretta mentre parla così di un
gruppo di gens du voyages , i gi-tani nomadi che proprio du-rante l’estate si spostano di
città in città, provocando l’ira
delle amministrazioni locali. Il
deputato centrista e sindaco di
Cholet, nell’ovest della Fran-cia, stava visitando un campo
nomadi non autorizzato. Nelle
carovane c’erano anche molti
evangelici. «Per me questi sono
una setta...» commenta Bour-douleix contestato dai gitani,
che lo accusano di razzismo e
imitano il saluto hitleriano.
È così che il sindaco sbotta e,
rivolgendosi ai poliziotti che lo
accompagnano, cita con no-stalgia le deportazioni e gli ster-mini durante il nazismo. Una frase scioccante, riportata nel-l’edizione di ieri del Courrier de
l’Ouest. Quando Bourdouleix
ha tentato di negare, il quoti-diano locale ha messo online il
video. L’Udi, il partito centrista
in cui è stato eletto, ha espulso
il deputato. Le parole di Bour-douleix sono «incompatibili
con i valori del nostro partito»
ha detto il segretario generale,
Jean-Christophe Lagarde. Il
presidente dell’Assemblea Na-zionale, Claude Bartolone, ha
definito quelle parole «inquali-ficabili e insostenibili».
Il sindaco di Cholet non è
nuovo a questo genere di invet-tive. Era già stato denunciato
per razzismo da alcune asso-ciazioni. Nel 2010 si era espres-so nei seguenti termini: «Di
quella gente abbiamo paura,
hanno tutti i diritti per loro. So-no pronto a prendere un ca-mion pieno di m... per versar-glielo in mezzo ai camper».
Bourdouleix, 53 anni, si è dife-so dicendo che la registrazione
in cui elogia Hitler è falsa, frut-to di un «regolamento di con-ti».
Secondo la legge, i comuni
con più di 5mila abitanti do-vrebbero mettere a disposizio-ne dei terreni per gli accampa-menti degli oltre 400mila no-madi censiti nel paese e che al
95% sono francesi. La normati-va non viene rispettata e, anzi,
alimenta lunghi contenziosi
giudiziari. Negli ultimi giorni,
alcuni amministratori locali
hanno minacciato di dimetter-si se dovranno accogliere le ca-rovane, come vuole la legge. Il
sindaco di Nizza, l’ex ministro
Christian Estrosi, ha promesso
di «far fuori» i nomadi che sono
illegalmente presenti nel suo
comune. Ha anche pubblicato
una “guida” con tutti i trucchi
per evitare gli accampamenti
di nomadi o per poterli caccia-re più facilmente. Forse Bour-douleix ha avuto solo la sfortu-na di essere ripreso nel video.
Se non ci fossero state immagi-ni, magari l’avrebbe fatta fran-ca anche stavolta
PARIGI — Il video è finito sul
web, diventando una prova
schiacciante. «Forse Hitler non
ne ha uccisi abbastanza». No-nostante le goffe smentite, Gil-les Bourdouleix è inchiodato
dalle immagini, registrate in
diretta mentre parla così di un
gruppo di gens du voyages , i gi-tani nomadi che proprio du-rante l’estate si spostano di
città in città, provocando l’ira
delle amministrazioni locali. Il
deputato centrista e sindaco di
Cholet, nell’ovest della Fran-cia, stava visitando un campo
nomadi non autorizzato. Nelle
carovane c’erano anche molti
evangelici. «Per me questi sono
una setta...» commenta Bour-douleix contestato dai gitani,
che lo accusano di razzismo e
imitano il saluto hitleriano.
È così che il sindaco sbotta e,
rivolgendosi ai poliziotti che lo
accompagnano, cita con no-stalgia le deportazioni e gli ster-mini durante il nazismo. Una frase scioccante, riportata nel-l’edizione di ieri del Courrier de
l’Ouest. Quando Bourdouleix
ha tentato di negare, il quoti-diano locale ha messo online il
video. L’Udi, il partito centrista
in cui è stato eletto, ha espulso
il deputato. Le parole di Bour-douleix sono «incompatibili
con i valori del nostro partito»
ha detto il segretario generale,
Jean-Christophe Lagarde. Il
presidente dell’Assemblea Na-zionale, Claude Bartolone, ha
definito quelle parole «inquali-ficabili e insostenibili».
Il sindaco di Cholet non è
nuovo a questo genere di invet-tive. Era già stato denunciato
per razzismo da alcune asso-ciazioni. Nel 2010 si era espres-so nei seguenti termini: «Di
quella gente abbiamo paura,
hanno tutti i diritti per loro. So-no pronto a prendere un ca-mion pieno di m... per versar-glielo in mezzo ai camper».
Bourdouleix, 53 anni, si è dife-so dicendo che la registrazione
in cui elogia Hitler è falsa, frut-to di un «regolamento di con-ti».
Secondo la legge, i comuni
con più di 5mila abitanti do-vrebbero mettere a disposizio-ne dei terreni per gli accampa-menti degli oltre 400mila no-madi censiti nel paese e che al
95% sono francesi. La normati-va non viene rispettata e, anzi,
alimenta lunghi contenziosi
giudiziari. Negli ultimi giorni,
alcuni amministratori locali
hanno minacciato di dimetter-si se dovranno accogliere le ca-rovane, come vuole la legge. Il
sindaco di Nizza, l’ex ministro
Christian Estrosi, ha promesso
di «far fuori» i nomadi che sono
illegalmente presenti nel suo
comune. Ha anche pubblicato
una “guida” con tutti i trucchi
per evitare gli accampamenti
di nomadi o per poterli caccia-re più facilmente. Forse Bour-douleix ha avuto solo la sfortu-na di essere ripreso nel video.
Se non ci fossero state immagi-ni, magari l’avrebbe fatta fran-ca anche stavolta
mercoledì 18 settembre 2013
Cani e gatti Obesi, stressati, allergici nelle malattie copiano noi
nsiosi, obesi, allergici
a dispetto del nostro
amore: i mali del mil-lennio non rispar-miano cani e gatti.
Principali responsabili delle nuo-ve malattie sono inquinamento,
stress, mangimi promiscui, ma in
cima alla graduatoria ci siamo noi.
«Non capiamo le loro esigenze
etologiche. Alcuni credono suffi-ciente, per il cane, il giro dell’isola-to due volte al giorno. Correre, fiu-tare, sono indispensabili sia agli
esemplari di razza che ai meticci»
dice Piera Rosati, presidente della
Lega nazionale per la difesa del ca-ne. «Poi, per senso di colpa, si ov-via viziando in tutti i modi, anzi-tutto rimpinzando gli animali di
cibo. I ritmi di vita rendono fatico-so cucinare apposta per loro, ma
in molti casi scatole e crocchette
industriali derivano da scarti di
carne, becchi e ossa: sottoprodot-ti di allevamento intensivo impre-gnati di ormoni e antibiotici».
Spirito libero e cacciatore, an-che il gatto trascurato soffre la vita
in appartamento. «Molti padroni
sono incapaci di interagire col mi-cio» spiega Raimondo Colangeli,
veterinario comportamentalista
e vicepresidente dell’Anmvi-As-sociazione nazionale medici vete-rinari italiani. «Anziché rendersi
disponibili al gioco, in risposta al-le richieste d’attenzione dispen-sano croccantini; s’impara così
che a ogni miao segue cibo. Noia,
assenza di stimoli portano cani e
gatti a dormire tutto il giorno». In
mancanza di attività fisica e socia-lizzazione, complice l’alimenta-zione troppo ricca, una moderna
gamma di patologie affligge gli
animali di casa: «Disturbi meta-bolici a carico di fegato e reni, dia-bete, obesità, problemi a schele-tro e muscoli. Per tacere di intolle-ranze, pruriti, dermatiti, depres-sione immunitaria. Lo studioso
Bruce McEwan ha ben descritto
come lo stress protratto possa
mettere in crisi l’organismo».
Nessun incoraggiamento fi-scale per chi abbia animali, nem-meno in caso di adozione al cani-le, mentre le parcelle veterinarie
sono tassate con l’Iva al 21%. Per
prevenire medicine, integratori,
mangimi speciali sarebbe utile
considerare le attitudini delle spe-cie come parte fondamentale del
benessere psico-fisico. Basta pas-seggiare attaccati al cellulare
ignorando il cane, vietato irritarsi
se in ribellione alla forzatura del
jogging Bobby si ferma per sco-Diabete, problemi
allo scheletro e ai
muscoli, dermatiti:
sono i disturbi
più comuni
dinzolare a un amico. Quanti
esemplari vivono poi confinati sul
balcone per timore dei peli sul di-vano? «Se il padrone imparasse
dall’animale tempi e modi dello
stare al mondo eviteremmo guai»
osserva Alberto Brolpito, veteri-nario esperto in medicina natura-le. «I produttori di mangimi recla-mizzano i loro prodotti “bilancia-ti”, ma è una mentalità da fast
food. Follia somministrare sem-pre lo stesso pasto: il secco disi-dratato è comodo, ma rimane un
mangiare da astronauti. Consiglio
cibi il più possibile freschi, sem-plici, vicini alla natura». Alimenta-zione casalinga non significa però
riciclare avanzi di spaghetti o piz-za. «Ogni tanto l’antropomorfiz-zazione si spinge oltre il buon sen-so» dice Massimo Baroni, neuro-logo veterinario. «Cure, attenzio-ni, hanno allungato la vita degli
animali, investendoli però di altri
significati. Qualche volta diventa-no pure oggetto di accanimenti
terapeutici».
Secondo il veterinario Andrea
Rettagliati, approccio omeopati-co, vari disturbi dipendono — co-me per le persone — dai metodi
industriali: «Nei grandi stabili-menti capita che si munga anche
la mucca con la mastite. Su due-centomila litri di latte uno di pus e
sangue si stempera, ma c’è: cane e
padrone diventano intolleranti al
lattosio».
«Parte della famiglia, gli ani-mali ormai siedono alla tavola
umana» dice Ida Procaccini, ve-terinaria a Passo Corese (Rieti).
«Persino mio padre allunga boc-coni alla sua jack russell: lo mi-naccio ma è una battaglia persa.
Giorni fa davanti all’ambulato-rio si ferma il camper del padro-ne di due pazienti, andava in va-canza. “Dottoressa, al volo: il ge-lato ai cani, quante volte a setti-mana? Io dico tutti i giorni, mia
moglie dice tre”. “Mai!” ribatto io
e li guardo partire sconsolati»
a dispetto del nostro
amore: i mali del mil-lennio non rispar-miano cani e gatti.
Principali responsabili delle nuo-ve malattie sono inquinamento,
stress, mangimi promiscui, ma in
cima alla graduatoria ci siamo noi.
«Non capiamo le loro esigenze
etologiche. Alcuni credono suffi-ciente, per il cane, il giro dell’isola-to due volte al giorno. Correre, fiu-tare, sono indispensabili sia agli
esemplari di razza che ai meticci»
dice Piera Rosati, presidente della
Lega nazionale per la difesa del ca-ne. «Poi, per senso di colpa, si ov-via viziando in tutti i modi, anzi-tutto rimpinzando gli animali di
cibo. I ritmi di vita rendono fatico-so cucinare apposta per loro, ma
in molti casi scatole e crocchette
industriali derivano da scarti di
carne, becchi e ossa: sottoprodot-ti di allevamento intensivo impre-gnati di ormoni e antibiotici».
Spirito libero e cacciatore, an-che il gatto trascurato soffre la vita
in appartamento. «Molti padroni
sono incapaci di interagire col mi-cio» spiega Raimondo Colangeli,
veterinario comportamentalista
e vicepresidente dell’Anmvi-As-sociazione nazionale medici vete-rinari italiani. «Anziché rendersi
disponibili al gioco, in risposta al-le richieste d’attenzione dispen-sano croccantini; s’impara così
che a ogni miao segue cibo. Noia,
assenza di stimoli portano cani e
gatti a dormire tutto il giorno». In
mancanza di attività fisica e socia-lizzazione, complice l’alimenta-zione troppo ricca, una moderna
gamma di patologie affligge gli
animali di casa: «Disturbi meta-bolici a carico di fegato e reni, dia-bete, obesità, problemi a schele-tro e muscoli. Per tacere di intolle-ranze, pruriti, dermatiti, depres-sione immunitaria. Lo studioso
Bruce McEwan ha ben descritto
come lo stress protratto possa
mettere in crisi l’organismo».
Nessun incoraggiamento fi-scale per chi abbia animali, nem-meno in caso di adozione al cani-le, mentre le parcelle veterinarie
sono tassate con l’Iva al 21%. Per
prevenire medicine, integratori,
mangimi speciali sarebbe utile
considerare le attitudini delle spe-cie come parte fondamentale del
benessere psico-fisico. Basta pas-seggiare attaccati al cellulare
ignorando il cane, vietato irritarsi
se in ribellione alla forzatura del
jogging Bobby si ferma per sco-Diabete, problemi
allo scheletro e ai
muscoli, dermatiti:
sono i disturbi
più comuni
dinzolare a un amico. Quanti
esemplari vivono poi confinati sul
balcone per timore dei peli sul di-vano? «Se il padrone imparasse
dall’animale tempi e modi dello
stare al mondo eviteremmo guai»
osserva Alberto Brolpito, veteri-nario esperto in medicina natura-le. «I produttori di mangimi recla-mizzano i loro prodotti “bilancia-ti”, ma è una mentalità da fast
food. Follia somministrare sem-pre lo stesso pasto: il secco disi-dratato è comodo, ma rimane un
mangiare da astronauti. Consiglio
cibi il più possibile freschi, sem-plici, vicini alla natura». Alimenta-zione casalinga non significa però
riciclare avanzi di spaghetti o piz-za. «Ogni tanto l’antropomorfiz-zazione si spinge oltre il buon sen-so» dice Massimo Baroni, neuro-logo veterinario. «Cure, attenzio-ni, hanno allungato la vita degli
animali, investendoli però di altri
significati. Qualche volta diventa-no pure oggetto di accanimenti
terapeutici».
Secondo il veterinario Andrea
Rettagliati, approccio omeopati-co, vari disturbi dipendono — co-me per le persone — dai metodi
industriali: «Nei grandi stabili-menti capita che si munga anche
la mucca con la mastite. Su due-centomila litri di latte uno di pus e
sangue si stempera, ma c’è: cane e
padrone diventano intolleranti al
lattosio».
«Parte della famiglia, gli ani-mali ormai siedono alla tavola
umana» dice Ida Procaccini, ve-terinaria a Passo Corese (Rieti).
«Persino mio padre allunga boc-coni alla sua jack russell: lo mi-naccio ma è una battaglia persa.
Giorni fa davanti all’ambulato-rio si ferma il camper del padro-ne di due pazienti, andava in va-canza. “Dottoressa, al volo: il ge-lato ai cani, quante volte a setti-mana? Io dico tutti i giorni, mia
moglie dice tre”. “Mai!” ribatto io
e li guardo partire sconsolati»
Il poliziotto spara al nero un film scuote l’America
IMO VINCENZI
NEW YORK
I
l primo sussulto collettivo,
«Oh my God», è dopo una
manciata di secondi. Sullo
schermo scorrono le imma-gini di un video amatoriale
(vero) girato con un cellulare: un
ragazzo è per terra, la faccia
schiacciata contro il cemento,
due agenti di polizia sopra di lui.
Poi uno dei due estrae la pistola e
gli spara nella schiena, sembra
un’esecuzione: «Oh, my God».
L’Angelika Film Center, un’istitu-zione downtown a New York, è
pieno. Sono pieni tutti gli altri ci-nema dove viene proiettato in
questi giorni Fruitvale Station, il
film premiato al Sundance Festi-val che racconta la storia del 22en-ne afroamericano Oscar Grant. E’
lui quello con la bocca piena di
sangue che si sente dire con un fi-lo di voce, quasi sorpreso: «Mi hai
sparato, ho una figlia di quattro
anni». Nel primo week end, la pel-licola fa subito il record di incassi.
Sono i giorni nei quali la guardia
giurata George Zimmerman vie-ne assolta da tutte le accuse dopo
aver sparato a Trayvon Martin, un
17enne di colore disarmato. Il Wa-shington Post titola in prima pagi-na: «Può un film guarire una na-zione?». Forse no, ma la fa pensa-re. Riflessi nello specchio dell’arte
gli americani guardano in bilico
tra rabbia ed emozione come è an-cora difficile essere neri in questo
Paese.
La vicenda di Oscar quasi rical-ca quella di Trayvon. Lui viene uc-ciso all’alba della notte di Capo-danno del 2009 nella metropolita-na tra Oakland e San Francisco
dopo una rissa sul treno. L’agente
che spara, Johannes Mehserle,
giura che pensava di aver in mano
la sua pistola elettrica, non quella
vera. Viene condannato per omi-cidio colposo e dopo solo 11 mesi
torna in libertà, scatenando una
rivolta per le strade della Califor-nia.
Tiara ha 33 anni, abita nel
Bronx, insegna in una scuola su-periore. Quando legge la recen-sione sul New York Timesdecide
di consigliarlo ai suoi studenti.
Adesso è qui, in fila a comprare i
popcorn con due di loro. Hanno
l’età di Trayvon: «Lo so, lo so per
voi sembra incredibile. Pensate
che con Obama alla Casa Bianca
sia tutto facile adesso. Invece non
lo è per niente. L’uomo che ha spa-rato ad Oscar è libero, Zimmer-man è libero: noi almeno abbiamo
il dovere di non dimenticare». Ed
è proprio per ricordare, per «aiu-tare a riflettere», che Ryan Coogler
ha scritto e diretto questo film:
«Sono cresciuto nelle stesse stra-de. Quella notte ero anch’io in gi-ro con gli amici a fare festa. Quan-do ho sentito la notizia, non ci po-tevo credere. E adesso ricapita,
uguale ad allora», spiega al Wa-shington Post .
Sullo schermo l’ultimo giorno
di Oscar è appena iniziato. E’ mat-tina presto, lui coccola la fidanza-ta a letto, tra di loro c’è la figlia pic-cola. Sembra un giorno come tan-ti: il compleanno della mamma da
organizzare, le difficoltà di un la-voro che va e viene, le battute con
una ragazza dentro un negozio:
«Subito dopo la sua morte hanno
costruito due immagini opposte:
un santo o un criminale. Io ho cer-cato di raccontarlo come era vera-mente. Sono stato a lungo con la
sua famiglia: era un ragazzo come
ce ne sono tanti, era stato in pri-gione, aveva dei problemi, ma sta-va cambiando vita», racconta
Coogler.
Nia è seduta in prima fila. Va al-la New York University. Poco pri-ma della fine — quando nei titoli
di coda si legge l’epilogo giudizia-rio: l’agente responsabile è in li-bertà dopo undici mesi di deten-zione — come quasi tutti non rie-sce a star zitta: «Fuck». Ora sta co-me sospesa in questa bolla di aria
condizionata assieme al suo ami-co Marquis, gli occhi lucidi. Prima
dice solo: «E’ così triste, è tutto co-sì assurdo». Poi prova a spiegarsi:
«I miei genitori giurano che per lo-ro era tutto più difficile, che per
noi la situazione è migliorata. Ma
se è così migliorata perché sono
morti questi due ragazzi e non c’è
alcun colpevole? Perché se il mio
ragazzo gira per strada fianco a
fianco con un bianco
la polizia chiede i do-cumenti a lui e non
all’altro?». Non
aspetta le risposte.
Non ci sono.
Sybrina, la madre
di Trayvon, alla tele-visione racconta:
«Sono scioccata dal-la sentenza, ma so-prattutto sono
preoccupata. E’ un
messaggio negativo
per i nostri ragazzi,
che non si sentiranno più al sicuro
da nessuna parte. Dovranno an-dare veloci o lenti, dovranno urla-re o parlare piano per non correre
rischi?». Il New York Timesscrive
che in Florida molti genitori afroa-mericani iniziano a dare indica-zioni ai figli su come vestirsi per
evitare di attirare l’attenzione del-la polizia: niente jeans larghi cala-ti sotto il sedere, soprattutto nien-te felpe scure con il cappuccio.
Come quella che indossa Oscar
mentre è a terra nell’ultima scena
del film, nell’ultimo istante della
sua vita. Il treno è fermo, le porte
aperte. Centinaia di persone guar-dano la scena, riprendono con i te-lefonini. La tensione sale. Oscar si
alza, reagisce. Lo picchiano. Lo
immobilizzano. Non è un giallo,
gli spettatori sanno cosa sta per
succedere, eppure molti si copro-no gli occhi con le mani. Il finale è
un colpo secco, quasi impercetti-bile. La gente esce dal cinema, co-me in processione. Lacrime e voci
basse. «E’ tutto così triste, è tutto
così assurdo», ripete Nia.
NEW YORK
I
l primo sussulto collettivo,
«Oh my God», è dopo una
manciata di secondi. Sullo
schermo scorrono le imma-gini di un video amatoriale
(vero) girato con un cellulare: un
ragazzo è per terra, la faccia
schiacciata contro il cemento,
due agenti di polizia sopra di lui.
Poi uno dei due estrae la pistola e
gli spara nella schiena, sembra
un’esecuzione: «Oh, my God».
L’Angelika Film Center, un’istitu-zione downtown a New York, è
pieno. Sono pieni tutti gli altri ci-nema dove viene proiettato in
questi giorni Fruitvale Station, il
film premiato al Sundance Festi-val che racconta la storia del 22en-ne afroamericano Oscar Grant. E’
lui quello con la bocca piena di
sangue che si sente dire con un fi-lo di voce, quasi sorpreso: «Mi hai
sparato, ho una figlia di quattro
anni». Nel primo week end, la pel-licola fa subito il record di incassi.
Sono i giorni nei quali la guardia
giurata George Zimmerman vie-ne assolta da tutte le accuse dopo
aver sparato a Trayvon Martin, un
17enne di colore disarmato. Il Wa-shington Post titola in prima pagi-na: «Può un film guarire una na-zione?». Forse no, ma la fa pensa-re. Riflessi nello specchio dell’arte
gli americani guardano in bilico
tra rabbia ed emozione come è an-cora difficile essere neri in questo
Paese.
La vicenda di Oscar quasi rical-ca quella di Trayvon. Lui viene uc-ciso all’alba della notte di Capo-danno del 2009 nella metropolita-na tra Oakland e San Francisco
dopo una rissa sul treno. L’agente
che spara, Johannes Mehserle,
giura che pensava di aver in mano
la sua pistola elettrica, non quella
vera. Viene condannato per omi-cidio colposo e dopo solo 11 mesi
torna in libertà, scatenando una
rivolta per le strade della Califor-nia.
Tiara ha 33 anni, abita nel
Bronx, insegna in una scuola su-periore. Quando legge la recen-sione sul New York Timesdecide
di consigliarlo ai suoi studenti.
Adesso è qui, in fila a comprare i
popcorn con due di loro. Hanno
l’età di Trayvon: «Lo so, lo so per
voi sembra incredibile. Pensate
che con Obama alla Casa Bianca
sia tutto facile adesso. Invece non
lo è per niente. L’uomo che ha spa-rato ad Oscar è libero, Zimmer-man è libero: noi almeno abbiamo
il dovere di non dimenticare». Ed
è proprio per ricordare, per «aiu-tare a riflettere», che Ryan Coogler
ha scritto e diretto questo film:
«Sono cresciuto nelle stesse stra-de. Quella notte ero anch’io in gi-ro con gli amici a fare festa. Quan-do ho sentito la notizia, non ci po-tevo credere. E adesso ricapita,
uguale ad allora», spiega al Wa-shington Post .
Sullo schermo l’ultimo giorno
di Oscar è appena iniziato. E’ mat-tina presto, lui coccola la fidanza-ta a letto, tra di loro c’è la figlia pic-cola. Sembra un giorno come tan-ti: il compleanno della mamma da
organizzare, le difficoltà di un la-voro che va e viene, le battute con
una ragazza dentro un negozio:
«Subito dopo la sua morte hanno
costruito due immagini opposte:
un santo o un criminale. Io ho cer-cato di raccontarlo come era vera-mente. Sono stato a lungo con la
sua famiglia: era un ragazzo come
ce ne sono tanti, era stato in pri-gione, aveva dei problemi, ma sta-va cambiando vita», racconta
Coogler.
Nia è seduta in prima fila. Va al-la New York University. Poco pri-ma della fine — quando nei titoli
di coda si legge l’epilogo giudizia-rio: l’agente responsabile è in li-bertà dopo undici mesi di deten-zione — come quasi tutti non rie-sce a star zitta: «Fuck». Ora sta co-me sospesa in questa bolla di aria
condizionata assieme al suo ami-co Marquis, gli occhi lucidi. Prima
dice solo: «E’ così triste, è tutto co-sì assurdo». Poi prova a spiegarsi:
«I miei genitori giurano che per lo-ro era tutto più difficile, che per
noi la situazione è migliorata. Ma
se è così migliorata perché sono
morti questi due ragazzi e non c’è
alcun colpevole? Perché se il mio
ragazzo gira per strada fianco a
fianco con un bianco
la polizia chiede i do-cumenti a lui e non
all’altro?». Non
aspetta le risposte.
Non ci sono.
Sybrina, la madre
di Trayvon, alla tele-visione racconta:
«Sono scioccata dal-la sentenza, ma so-prattutto sono
preoccupata. E’ un
messaggio negativo
per i nostri ragazzi,
che non si sentiranno più al sicuro
da nessuna parte. Dovranno an-dare veloci o lenti, dovranno urla-re o parlare piano per non correre
rischi?». Il New York Timesscrive
che in Florida molti genitori afroa-mericani iniziano a dare indica-zioni ai figli su come vestirsi per
evitare di attirare l’attenzione del-la polizia: niente jeans larghi cala-ti sotto il sedere, soprattutto nien-te felpe scure con il cappuccio.
Come quella che indossa Oscar
mentre è a terra nell’ultima scena
del film, nell’ultimo istante della
sua vita. Il treno è fermo, le porte
aperte. Centinaia di persone guar-dano la scena, riprendono con i te-lefonini. La tensione sale. Oscar si
alza, reagisce. Lo picchiano. Lo
immobilizzano. Non è un giallo,
gli spettatori sanno cosa sta per
succedere, eppure molti si copro-no gli occhi con le mani. Il finale è
un colpo secco, quasi impercetti-bile. La gente esce dal cinema, co-me in processione. Lacrime e voci
basse. «E’ tutto così triste, è tutto
così assurdo», ripete Nia.
giovedì 12 settembre 2013
DISTRUTTO PER SEMPRE IL GESSO DI C A N O VA IN UNA MOSTRA INUTILE DOVEVA ESSERE TRASPORTATO DA PERUGIA AD ASSISI IN UN’ESPOSIZIONE DELLA FONDAZIONE DI GALAN, LA STESSA CHE USÒ LE OPERE DEL MAESTRO COME SPOT PER LA LINGERIE
maso Montanari
P
rima o poi doveva
succedere: il mo-strificio italico ha
fatto una vittima
illustre. Il 2 agosto un bas-sorilievo in gesso di Antonio
Canova è stato staccato dal
muro dell'Accademia d'Arte
di Perugia per essere spedito
a soli 24 chilometri di distan-za, a una trascurabile mostra
di Assisi intitolata semplice-mente “Canova”. L’o p e r a-zione, affidata alla ditta di
trasporti Alessandro Maggi
di Pietrasanta, è stata fatale:
il gesso, cadendo, si è ridotto
in mille pezzi. E non c'è re-stauro che tenga.
L’opera era uno dei pochi
esemplari noti dell'Uccisione
di Priamo, episodio omerico
che insieme ad altre famose
scene della letteratura clas-sica ispirarono a Canova una
delle sue più celebri serie di
bassorilievi. Proprio come il
bronzo, il gesso consente di
moltiplicare gli originali, e in
questi casi l'importanza del-l'esemplare è legata alle cir-costanze della creazione: e
quello di Perugia aveva tutte
le carte in regola, perché era
stato donato all'Accademia
dagli eredi dello stesso Ca-nova. L’assicurazione do-vrebbe ripagare 700.000 eu-ro. Magra consolazione: la
nostra generazione ha di-strutto qualcosa di unico e
irripetibile, che non passere-mo ai nostri figli.
DELITTO NEL DELITTO, su
questo episodio clamoroso è
scesa una coltre di silenzio: la
notizia non è riuscita a eva-dere da scarne cronache lo-cali, e i grandi giornali (che
vivono anche del business
delle mostre) si sono ben
guardati dal raccontare il di-sastro perugino. Né il sito
dell'Accademia né quello del
ministero per i Beni Culturali
ne danno notizia. L'unico che
ha messo il dito nella piaga è
lo storico dell'arte Francesco
Federico Mancini, in una
bella intervista al Corriere del-l'Umbria . Mancini chiarisce
assai bene la costellazione
strumentale e commerciale
sotto la quale è nata la mostra
che è all'origine di quella che
definisce una “gravissima
perdita per il nostro patrimo-nio” che suscita “sconcerto e
indignazione”.
La mostra di Assisi è una spe-cie di franchising della Gip-soteca Canoviana di Possa-gno, l'istituzione che racco-glie l'eredità dell'artista, e che
oggi è stata trasformata in
una fondazione, e dunque
immancabilmente canniba-lizzata dalla politica. Il suo
presidente, infatti, è il solito
Giancarlo Galan, l'ex mini-stro pdl per i Beni Culturali il
cui consigliere saccheggiò la
Biblioteca dei Girolamini a
Napoli. Il rapporto culturale
tra Galan e Canova è ben
chiarito dalla scelta di far rea-lizzare (nel novembre 2012)
un catalogo di Intimissimi
nella Gipsoteca: una galleria
fotografica in cui tombe pa-pali, santi e eroi classici ser-vono a vendere mutande e
reggicalze. Una scelta bene-detta dall'allora sottosegreta-rio ai Beni Culturali Roberto
Cecchi (governo Monti), il
quale dichiarò sottilmente
che “economia e cultura sono
un tutt'uno, non a caso siamo
il Bel Paese”.
La mostra di Assisi è l'esatta
attuazione di questa linea:
non ha un progetto scienti-fico (anche se ha un comitato
merciale del San Giovannino
di Michelangelo alla Galleria
Borghese. Ma è tutto il siste-ma a dover essere profonda-mente innovato. E non è il
caso di aspettare altri cocci
P
rima o poi doveva
succedere: il mo-strificio italico ha
fatto una vittima
illustre. Il 2 agosto un bas-sorilievo in gesso di Antonio
Canova è stato staccato dal
muro dell'Accademia d'Arte
di Perugia per essere spedito
a soli 24 chilometri di distan-za, a una trascurabile mostra
di Assisi intitolata semplice-mente “Canova”. L’o p e r a-zione, affidata alla ditta di
trasporti Alessandro Maggi
di Pietrasanta, è stata fatale:
il gesso, cadendo, si è ridotto
in mille pezzi. E non c'è re-stauro che tenga.
L’opera era uno dei pochi
esemplari noti dell'Uccisione
di Priamo, episodio omerico
che insieme ad altre famose
scene della letteratura clas-sica ispirarono a Canova una
delle sue più celebri serie di
bassorilievi. Proprio come il
bronzo, il gesso consente di
moltiplicare gli originali, e in
questi casi l'importanza del-l'esemplare è legata alle cir-costanze della creazione: e
quello di Perugia aveva tutte
le carte in regola, perché era
stato donato all'Accademia
dagli eredi dello stesso Ca-nova. L’assicurazione do-vrebbe ripagare 700.000 eu-ro. Magra consolazione: la
nostra generazione ha di-strutto qualcosa di unico e
irripetibile, che non passere-mo ai nostri figli.
DELITTO NEL DELITTO, su
questo episodio clamoroso è
scesa una coltre di silenzio: la
notizia non è riuscita a eva-dere da scarne cronache lo-cali, e i grandi giornali (che
vivono anche del business
delle mostre) si sono ben
guardati dal raccontare il di-sastro perugino. Né il sito
dell'Accademia né quello del
ministero per i Beni Culturali
ne danno notizia. L'unico che
ha messo il dito nella piaga è
lo storico dell'arte Francesco
Federico Mancini, in una
bella intervista al Corriere del-l'Umbria . Mancini chiarisce
assai bene la costellazione
strumentale e commerciale
sotto la quale è nata la mostra
che è all'origine di quella che
definisce una “gravissima
perdita per il nostro patrimo-nio” che suscita “sconcerto e
indignazione”.
La mostra di Assisi è una spe-cie di franchising della Gip-soteca Canoviana di Possa-gno, l'istituzione che racco-glie l'eredità dell'artista, e che
oggi è stata trasformata in
una fondazione, e dunque
immancabilmente canniba-lizzata dalla politica. Il suo
presidente, infatti, è il solito
Giancarlo Galan, l'ex mini-stro pdl per i Beni Culturali il
cui consigliere saccheggiò la
Biblioteca dei Girolamini a
Napoli. Il rapporto culturale
tra Galan e Canova è ben
chiarito dalla scelta di far rea-lizzare (nel novembre 2012)
un catalogo di Intimissimi
nella Gipsoteca: una galleria
fotografica in cui tombe pa-pali, santi e eroi classici ser-vono a vendere mutande e
reggicalze. Una scelta bene-detta dall'allora sottosegreta-rio ai Beni Culturali Roberto
Cecchi (governo Monti), il
quale dichiarò sottilmente
che “economia e cultura sono
un tutt'uno, non a caso siamo
il Bel Paese”.
La mostra di Assisi è l'esatta
attuazione di questa linea:
non ha un progetto scienti-fico (anche se ha un comitato
merciale del San Giovannino
di Michelangelo alla Galleria
Borghese. Ma è tutto il siste-ma a dover essere profonda-mente innovato. E non è il
caso di aspettare altri cocci
mercoledì 4 settembre 2013
Addio alla baguette la Francia è stanca del suo pane quotidiano
manifesti sono affissi alla
fermata dell’autobus, ne-gli angoli delle piazze. È
un invito affettuoso.
«Coucou, tu as pris le
pain?». Da qualche settimana,
impossibile scordarsi di pren-dere il pane al ritorno dal lavo-ro, mentre si va a fare la spesa.
L’ultima trovata dell’ Observa-toire du pain è una campagna
pubblicitaria spiritosa per in-coraggiare cittadini sempre più
distratti a comprare pane e so-prattutto l’immancabile ba-guette, che andrebbe messa
sotto al braccio, come un picco-lo trofeo del vivere quotidiano.
Un gesto in disuso, ormai. Il
consumo di pane è crollato ne-gli ultimi anni. Una tendenza
che dura da tempo, ma che in-comincia a preoccupare i bou-langers, i panettieri che in Fran-cia sono una gloriosa istituzio-ne, risalente addirittura a Na-poleone. Ogni francese mangia
solo 150 grammi di pane al gior-no: la metà rispetto agli anni
Settanta e cinque volte meno ri-spetto all’inizio del Novecento.
Certo si sfornano ancora 320
baguette ogni secondo, circa 10
miliardi di profumati e croc-canti sfilatini all’anno. Ma c’è
un inesorabile declino.
Se, come immaginava il regi-sta Marcel Pagnol, il panettiere
del villaggio si mettesse oggi in
sciopero, non ci sarebbe più una
rivolta popolare. L’appetito non
manca alle persone anziane,
che hanno mantenuto vecchie
tradizioni, ma sta invece scom-parendo tra i giovani e soprat-tutto tra i single lavoratori. Il sin-dacato dei panettieri ha com-missionato un sondaggio accor-gendosi che molte persone non
comprano pane non per man-canza di voglia ma perché se lo
scordano o perché non hanno la
pazienza di fare qualche minuto
di fila dal panettiere.
Tutti sono ormai abituati a
consumare altri cereali o prodot-ti, e maga ri pensano, sbaglian-do, che il pane fa ingrassare. C’è
poi la moda del “gluten free”, la
paura del glutine che fa proseli-ti, al di là dei celiaci. Peccato. Do-po anni di panifici industriali e
lievitazioni non fatte a regola
d’arte, la qualità dei panifici è in-vece in aumento, come sottoli-nea lo storico americano Steven
L. Kaplan, intervistato dal New
York Times . Da almeno dieci an-ni, si ricominciano a sfornare
baguette “tradition”, ovvero im-pastate solo con acqua, sale, mi-scela di farine, lievito naturale.
Banditi gli additivi chimici e tut-ti gli ingredienti congelati. È una
ricetta che è stata messa a punto
dal governo: in Francia con il pa-ne non si scherza. Fino al 1987 il
prezzo della baguette era con-trollato dallo Stato e ci sono ben
due leggi che tutelano l’antico
mestiere del panettiere.
Oggi alcuni di questi maestri
fornai sono delle star. C’è Ridha
Khader, il tunisino premiato per
la sua baguette e arruolato da
François Hollande all’Eliseo. Ci
sono panettieri di cui si favoleg-gia nelle cene, come Lionel Poilâ-ne, che ha ripreso la cottura nel
forno a legno, e Gontran Cher-rier, che lascia lievitare i suoi sfi-latini per ore e ore. Da settembre,
Cherrier condurrà anche un rea-lity tutto dedicato al pane. Una
gara televisiva tra boulanger per
testare la combinazione perfetta
tra fragranza e acidità. La baguet-te va poi mangiata subito, non si
conserva mai il giorno dopo. Ma
per fortuna ci sono ancora buon-gustai che sanno cogliere l’istan-te, senza aspettare il richiamo di
un simpatico manifesto.
fermata dell’autobus, ne-gli angoli delle piazze. È
un invito affettuoso.
«Coucou, tu as pris le
pain?». Da qualche settimana,
impossibile scordarsi di pren-dere il pane al ritorno dal lavo-ro, mentre si va a fare la spesa.
L’ultima trovata dell’ Observa-toire du pain è una campagna
pubblicitaria spiritosa per in-coraggiare cittadini sempre più
distratti a comprare pane e so-prattutto l’immancabile ba-guette, che andrebbe messa
sotto al braccio, come un picco-lo trofeo del vivere quotidiano.
Un gesto in disuso, ormai. Il
consumo di pane è crollato ne-gli ultimi anni. Una tendenza
che dura da tempo, ma che in-comincia a preoccupare i bou-langers, i panettieri che in Fran-cia sono una gloriosa istituzio-ne, risalente addirittura a Na-poleone. Ogni francese mangia
solo 150 grammi di pane al gior-no: la metà rispetto agli anni
Settanta e cinque volte meno ri-spetto all’inizio del Novecento.
Certo si sfornano ancora 320
baguette ogni secondo, circa 10
miliardi di profumati e croc-canti sfilatini all’anno. Ma c’è
un inesorabile declino.
Se, come immaginava il regi-sta Marcel Pagnol, il panettiere
del villaggio si mettesse oggi in
sciopero, non ci sarebbe più una
rivolta popolare. L’appetito non
manca alle persone anziane,
che hanno mantenuto vecchie
tradizioni, ma sta invece scom-parendo tra i giovani e soprat-tutto tra i single lavoratori. Il sin-dacato dei panettieri ha com-missionato un sondaggio accor-gendosi che molte persone non
comprano pane non per man-canza di voglia ma perché se lo
scordano o perché non hanno la
pazienza di fare qualche minuto
di fila dal panettiere.
Tutti sono ormai abituati a
consumare altri cereali o prodot-ti, e maga ri pensano, sbaglian-do, che il pane fa ingrassare. C’è
poi la moda del “gluten free”, la
paura del glutine che fa proseli-ti, al di là dei celiaci. Peccato. Do-po anni di panifici industriali e
lievitazioni non fatte a regola
d’arte, la qualità dei panifici è in-vece in aumento, come sottoli-nea lo storico americano Steven
L. Kaplan, intervistato dal New
York Times . Da almeno dieci an-ni, si ricominciano a sfornare
baguette “tradition”, ovvero im-pastate solo con acqua, sale, mi-scela di farine, lievito naturale.
Banditi gli additivi chimici e tut-ti gli ingredienti congelati. È una
ricetta che è stata messa a punto
dal governo: in Francia con il pa-ne non si scherza. Fino al 1987 il
prezzo della baguette era con-trollato dallo Stato e ci sono ben
due leggi che tutelano l’antico
mestiere del panettiere.
Oggi alcuni di questi maestri
fornai sono delle star. C’è Ridha
Khader, il tunisino premiato per
la sua baguette e arruolato da
François Hollande all’Eliseo. Ci
sono panettieri di cui si favoleg-gia nelle cene, come Lionel Poilâ-ne, che ha ripreso la cottura nel
forno a legno, e Gontran Cher-rier, che lascia lievitare i suoi sfi-latini per ore e ore. Da settembre,
Cherrier condurrà anche un rea-lity tutto dedicato al pane. Una
gara televisiva tra boulanger per
testare la combinazione perfetta
tra fragranza e acidità. La baguet-te va poi mangiata subito, non si
conserva mai il giorno dopo. Ma
per fortuna ci sono ancora buon-gustai che sanno cogliere l’istan-te, senza aspettare il richiamo di
un simpatico manifesto.
Turismo Gli italiani non rinunciano al pallone in vacanza con la squadra del cuore
uando la maglia è
in vacanza, il tifoso
parte con lei. A qua-lunque costo. Il tu-rismo da ritiro cal-cistico non conosce crisi: una
camera con vista su Tevez è
meglio di un ombrellone a
Formentera, almeno per chi è
in astinenza da campionato.
«Amore, quest’estate ti
porto a Pinzolo, c’è l’aria buo-na». Oppure a Dimaro, Bruni-co, Chatillon. D’estate, mete e
cucuzzoli da sciatori si popo-lano di gente da stadio, pron-ta a consumare le ferie alla ri-cerca disperata di un auto-grafo, di una foto ricordo, del
primo sorriso del nuovo terzi-no. Quindicimila in Val d’Ao-sta per la Juventus. Seimila a
Dimaro, Trentino, ad acco-gliere il nuovo Napoli, che ha
rinunciato alla domenica li-bera per non scontentare i
suoi fan. Cinquemila agli alle-namenti dell’Inter a Pinzolo,
tremila per la Fiorentina a
Moena, duemila per la prima
uscita della Roma a Riscone di
Brunico. La conta sugli spalti
fornisce i picchi giornalieri,
ma il totale dei viaggiatori con
bandiera è molto più ampio:
la permanenza media è di due
giorni per i più giovani, cin-que per le famiglie, il ricam-bio è continuo. «Il profilo del
turista da ritiro è eterogeneo
— spiega Paolo Manfrini, di-rettore di Trentino Turismo e
Promozione — . In prevalen-za la montagna è una meta
per famiglie, giovani coppie
con bimbi
piccoli che
prenotano
una settima-na: il papà se-gue l’allena-mento e la
mamma spin-ge il passeggi-no nei nostri
sentieri pieni
di verde. Ora
però stiamo
assistendo al
ritorno dei
giovani. La
maggior parte
resta una not-te o due, ma-gari per un’a-michevole.
Ma c’è anche
chi si trattiene
per fare sport:
bike, trekking,
parapendio,
corsa, canoa,
il Trentino è
una palestra a
cielo aperto. E
aiuta a risco-prire il valore
del silenzio».
Per gli al-bergatori,
conta il nu-mero finale di notti vendute:
grazie al calcio, un milione di
stanze occupate, contando
anche club stranieri, squadre
minori e giovanili. Non male,
di fronte a un investimento
complessivo da circa 10 mi-lioni che finiscono nei bilanci
delle squadre di A. La preparazione in altura ossigena i
polmoni, ma anche le casse
dei club e degli esercenti. Sol-tanto a Dimaro la presenza
del Napoli ha generato un in-dotto stimato nel milione di
euro circa. A Chatillon, ricor-da il sindaco Henri Calza, «in
un fine settimana le uscite al
casello sono aumentate del 46 per cento, grazie alla Juven-tus. Addirittura siamo riusciti
a ottenere incassi superiori a
quelli antecedenti la crisi».
Non solo partite e allena-menti, ma anche campus
estivi per bambini, feste di
piazza, merchandising: la
squadra in ritiro è una mac-china da soldi. Affittarla ha un prezzo proporzionale al bla-sone, al bacino di turisti, al se-guito dei media. Per avere la
Juventus serve un milione,
per la Roma 220 mila euro, per
il Bologna non meno di 70mi-la. I grandi club, oltre alla di-sponibilità gratuita di campi,
palestre, alberghi, ottengono
preziosi gettoni, spesso sotto
forma di contratti pubblicita-ri. Chi paga? Enti locali, so-cietà di marketing collegate,
aziende turistiche, associa-zioni di imprenditori, persino
singoli albergatori: a tutti
conviene partecipare alla
spesa. E gli incassi estivi sono
solo una parte dell’affare,
neppure quella principale. Il
vero obiettivo è stipulare lun-ghe partnership con i club,
promuovere iniziative tutto
l’anno, veicolare il marchio
del territorio, ingrassare il bu-siness invernale. Il comune di
Andalo, ad esempio, dal 2010
è tornato a investire nel calcio
con il Bologna: scelta proiet-tata all’inverno, l’Emilia-Ro-magna è uno dei principali ba-cini di sciatori per il Trentino
(per quanto mille tifosi rosso-blù abbiano garantito quasi
seimila notti d’albergo). Sotto
lo stesso profilo, non è casua-le l’abbinamento fra Arco e Ri-va del Garda e il Bayern Mona-co. Quest’anno per i campioni
d’Europa e per Guardiola c’e-rano 5 mila spettatori nelle
amichevoli, 266 giornalisti ac-creditati da quindici paesi di-versi. L’abbinamento va
avanti da tre anni: nell’estate
del 2012 i turisti tedeschi in
Trentino sono stati 1 milione
750 mila e la loro presenza sul
lago di Garda, già molto forte,
ha registrato un incremento
di quasi il 40 per cento da
quando c’è il ritiro dei bavare-si. «Il Bayern Monaco è il no-stro punto di forza principale
per la promozione del territo-rio nel mondo tedesco — spie-ga chiaramente Marco Bene-detti, presidente di Ingarda —
. Non credo ci sia un altro mo-do per intervenire così mas-sicciamente sul mercato
in vacanza, il tifoso
parte con lei. A qua-lunque costo. Il tu-rismo da ritiro cal-cistico non conosce crisi: una
camera con vista su Tevez è
meglio di un ombrellone a
Formentera, almeno per chi è
in astinenza da campionato.
«Amore, quest’estate ti
porto a Pinzolo, c’è l’aria buo-na». Oppure a Dimaro, Bruni-co, Chatillon. D’estate, mete e
cucuzzoli da sciatori si popo-lano di gente da stadio, pron-ta a consumare le ferie alla ri-cerca disperata di un auto-grafo, di una foto ricordo, del
primo sorriso del nuovo terzi-no. Quindicimila in Val d’Ao-sta per la Juventus. Seimila a
Dimaro, Trentino, ad acco-gliere il nuovo Napoli, che ha
rinunciato alla domenica li-bera per non scontentare i
suoi fan. Cinquemila agli alle-namenti dell’Inter a Pinzolo,
tremila per la Fiorentina a
Moena, duemila per la prima
uscita della Roma a Riscone di
Brunico. La conta sugli spalti
fornisce i picchi giornalieri,
ma il totale dei viaggiatori con
bandiera è molto più ampio:
la permanenza media è di due
giorni per i più giovani, cin-que per le famiglie, il ricam-bio è continuo. «Il profilo del
turista da ritiro è eterogeneo
— spiega Paolo Manfrini, di-rettore di Trentino Turismo e
Promozione — . In prevalen-za la montagna è una meta
per famiglie, giovani coppie
con bimbi
piccoli che
prenotano
una settima-na: il papà se-gue l’allena-mento e la
mamma spin-ge il passeggi-no nei nostri
sentieri pieni
di verde. Ora
però stiamo
assistendo al
ritorno dei
giovani. La
maggior parte
resta una not-te o due, ma-gari per un’a-michevole.
Ma c’è anche
chi si trattiene
per fare sport:
bike, trekking,
parapendio,
corsa, canoa,
il Trentino è
una palestra a
cielo aperto. E
aiuta a risco-prire il valore
del silenzio».
Per gli al-bergatori,
conta il nu-mero finale di notti vendute:
grazie al calcio, un milione di
stanze occupate, contando
anche club stranieri, squadre
minori e giovanili. Non male,
di fronte a un investimento
complessivo da circa 10 mi-lioni che finiscono nei bilanci
delle squadre di A. La preparazione in altura ossigena i
polmoni, ma anche le casse
dei club e degli esercenti. Sol-tanto a Dimaro la presenza
del Napoli ha generato un in-dotto stimato nel milione di
euro circa. A Chatillon, ricor-da il sindaco Henri Calza, «in
un fine settimana le uscite al
casello sono aumentate del 46 per cento, grazie alla Juven-tus. Addirittura siamo riusciti
a ottenere incassi superiori a
quelli antecedenti la crisi».
Non solo partite e allena-menti, ma anche campus
estivi per bambini, feste di
piazza, merchandising: la
squadra in ritiro è una mac-china da soldi. Affittarla ha un prezzo proporzionale al bla-sone, al bacino di turisti, al se-guito dei media. Per avere la
Juventus serve un milione,
per la Roma 220 mila euro, per
il Bologna non meno di 70mi-la. I grandi club, oltre alla di-sponibilità gratuita di campi,
palestre, alberghi, ottengono
preziosi gettoni, spesso sotto
forma di contratti pubblicita-ri. Chi paga? Enti locali, so-cietà di marketing collegate,
aziende turistiche, associa-zioni di imprenditori, persino
singoli albergatori: a tutti
conviene partecipare alla
spesa. E gli incassi estivi sono
solo una parte dell’affare,
neppure quella principale. Il
vero obiettivo è stipulare lun-ghe partnership con i club,
promuovere iniziative tutto
l’anno, veicolare il marchio
del territorio, ingrassare il bu-siness invernale. Il comune di
Andalo, ad esempio, dal 2010
è tornato a investire nel calcio
con il Bologna: scelta proiet-tata all’inverno, l’Emilia-Ro-magna è uno dei principali ba-cini di sciatori per il Trentino
(per quanto mille tifosi rosso-blù abbiano garantito quasi
seimila notti d’albergo). Sotto
lo stesso profilo, non è casua-le l’abbinamento fra Arco e Ri-va del Garda e il Bayern Mona-co. Quest’anno per i campioni
d’Europa e per Guardiola c’e-rano 5 mila spettatori nelle
amichevoli, 266 giornalisti ac-creditati da quindici paesi di-versi. L’abbinamento va
avanti da tre anni: nell’estate
del 2012 i turisti tedeschi in
Trentino sono stati 1 milione
750 mila e la loro presenza sul
lago di Garda, già molto forte,
ha registrato un incremento
di quasi il 40 per cento da
quando c’è il ritiro dei bavare-si. «Il Bayern Monaco è il no-stro punto di forza principale
per la promozione del territo-rio nel mondo tedesco — spie-ga chiaramente Marco Bene-detti, presidente di Ingarda —
. Non credo ci sia un altro mo-do per intervenire così mas-sicciamente sul mercato
EUTANASIA
l dolore per la moglie scomparsa,
la paura di diventare troppo malato
per poter decidere liberamente: così
ha passato l’ultimo anno di vita a
pianificare la sua fine, poi avvenuta
in una piccola casa blu vicino a
Zurigo. A raccontare il percorso di
Roberto Gandolfi, un imprenditore
di 88 anni, è la figlia Donatella,
che lo ha accompagnato in Svizzera
per l’ultimo viaggio. Dall’annuncio
al congedo dai parenti, dalla
preparazione in clinica al sorriso
negli istanti prima di morire:
ecco il suo diario
++++
U
n sentiero stretto, a tratti fatico-so. Ma che consente a chi è de-terminato di cercare e trovare
una morte dignitosa, anche se
lontano da casa. Paul, musicista,
tre figlie, ha raccontato sulle pagine di Le
Mondel’eutanasia scelta dalla madre, ottan-taquattrenne, in una “piccola casa blu” a
Pfaffikon, vicino a Zurigo. Ma in quella stes-sa piccola casa blu sono morti anche alcuni
italiani, come Roberto Gandolfi, 88 anni, un
imprenditore e esponente del Partito libera-le che non voleva aspettare di essere troppo
malato per poter decidere liberamente. A
raccontare la sua scelta, il suo ultimo anno di
vita passato a pianificare meticolosamente
la morte e le ultime ore è la figlia Donatella
Turri Gandolfi, 68 anni, una vita che l’ha por-tata tra cinema e moda. Oggi Donatella è im-pegnata soprattutto a difendere animali ab-bandonati nella Sardegna dove suo padre si
era trasferito da Roma. Il dolore è ancora for-te, ma il ricordo è limpido, sereno M
arzo 2009. «Mia
madre Aldina, 8
anni più vecchia
di papà, si è spen-ta dopo un decli-no lungo e doloroso. Era stata
colpita dal Parkinson e dal-l’Alzheimer, e un incidente cir-colatorio le aveva compromesso
il cervello. Papà, che era del tut-to laico, non aveva voglia di vive-re senza di lei e cominciò a “sen-tire” la sua presenza nella gran-de casa di Roma dove avevano
abitato sempre insieme. Come
quel giorno in cui nel vaso ac-canto alla sua foto vennero mes-se per sbaglio dodici rose anzi-ché undici. Mamma non voleva
che i fiori fossero pari, mai, e mi-steriosamente una di quelle rose
si seccò in poco tempo mentre le
altre undici restavano bellissi-me. Papà ha chiuso la casa e si è
trasferito in Svizzera, con in ta-sca l’iscrizione a Dignitas (una
delle organizzazioni elvetiche
che aiutano chi cerca la morte,
ma che richiede un certo perio-do di residenza nel paese, ndr)».
GIUGNO 2009
«Papà e io torniamo insieme in
Val Badia, dove ha fatto per anni
bellissime vacanze. Se fosse viva,
la mamma avrebbe 95 anni e lui
vuole vedere il prato dove sono
state disperse le sue ceneri. Tutto
è fiorito, lui è contento, mi spiega
ancora una volta le ragioni della
sua scelta: cammina col bastone,
ha perso la vista da un occhio e fa-tica con l’altro, il pacemaker e il
cuore fanno i capricci. “Non po-trei sopportare di dover chiedere
per favore un bicchiere d’acqua o
di essere accompagnato in ba-gno”. Gli ripeto che io sarei sem-pre al suo fianco, e che comunque
rispetterò la sua scelta».
SETTEMBRE 2009
«Papà vive sul lago, vicino a Lu-gano, e continua a incontrare i
medici dell’organizzazione. Ser-vono documenti, certificati, capi-sco che non è una cosa che si fa co-me una passeggiata. Ma lui non
vacilla. Continua a viaggiare per
quello che può, dipinge, conduce
una vita normale. Ha messo tutto
a posto, regalato tanti oggetti,
non lascia nulla al caso. Certa-mente io sono più triste di lui».
ESTATE 2010
«Papà si trasferisce ad Ascona.
Fa amicizia con la gente del posto,
fotografa le cose più belle, si di-verte a fare il turista. Cammina
con fatica, ha lasciato giacche e
cravatte per un abbigliamento
più rilassato, è sempre elegante.
Le sue pratiche mediche sono ter-minate, sento che il momento si
avvicina».
15 SETTEMBRE 2010
«Ultimo volo estivo in par-tenza da Lugano per la Sarde-gna, papà non vuole perderlo.
Viene a salutare la mia casa e l’i-sola che ha amato tanto, andia-mo in un ristorante che ci piace,
saluta gli amici e a qualcuno fa
una battuta, “arrivederci il più
tardi possibile”. Ma pochissimi
sanno, oltre a me».
10 OTTOBRE 2010
«Il momento è arrivato. Papà
ha prenotato un albergo a Zurigo,
mi chiede ancora una volta se me
la sento di accompagnarlo, mi ri-pete che devo farlo solo se sono si-cura e che lui non lo pretende, che
mi vorrà sempre bene in ogni ca-so. Io piango, ma non posso la-sciarlo solo, e mi preparo a rag-giungerlo».
16 OTTOBRE 2010
«Lo raggiungo a Zurigo, cenia-mo con amici ed è lui a tenerci al-legri. Poco prima ha congedato il
fratello minore e il nipote, venuti
da Napoli per dissuaderlo. Mi
spiega che parte per morire con lo
spirito che avrebbe in un viaggio
verso un luogo sconosciuto. Non
è credente e non sa se e che cosa
troverà, “sono curiosissimo”, mi
dice sorridendo».
17 OTTOBRE 2010
«Facciamo colazione in alber-go: prendi questi dolci, sono i mi-gliori — mi dice — e mangia, non are quella faccia, dai… Io ho pau-ra, temo che finiremo in una cli-nica squallida e triste. Invece il
posto dove arriviamo è una villet-ta bifamiliare, assomiglia a una
casa per le vacanze».
ORE 11
«L’équipe ci accoglie. Sono
persone gentilissime, vestite co-me noi, senza camici, parlano un
perfetto italiano, capisco che il
più anziano dirige tutto, con lui ci
sono un medico e un’altra volon-taria. Ci offrono il caffè in una pic-cola cucina. Ci spiegano che ora
daranno a papà un blando farma-co che serve per ciò che verrà do-po (è un antiemetico, ndr). Siamo
seduti vicino su un divano, papà
sa già che le sue ultime volontà
dovranno essere documentate
con un video, per evitare ogni
complicazione legale all’associa-zione. Docilmente, ripete quello
che deve davanti alla telecamera:
“Ho deciso volontariamente e in
piena consapevolezza di prende-re il medicinale che verrà lasciato
in un bicchiere accanto a me…”.
Non siamo gli unici in casa, c’è
un’altra famiglia, sento qualcuno
che parla spagnolo. Passiamo
mezz’ora da soli, mi dà gli ultimi
consigli, come se fossi ancora la
sua bambina, e probabilmente
per lui è proprio così. L’équipe ci
ha precisato che loro non hanno
alcuna fretta. Rientrano, chiedo-no a papà se è pronto, lui si accer-ta che sia pronta anch’io, mettono
accanto a lui un bicchiere e del
cioccolato: il farmaco che deve
bere (pentobarbital, un potente
anestetico utilizzato anche a que-sto scopo, ndr) potrebbe essere
molto amaro, ci avvisano. Lui
scherza e butta giù tutto: “Gli
amari che bevevo in montagna
erano peggio”. Fa un grande sba-diglio e un sorriso, poi si assopi-sce, la testa un po’ di lato, nello
stesso modo in cui dormiva sul di-vano di casa al terzo giro di Gran
Premio, nell’ilarità di mia madre».
ORE 11,30
«Sono uscita per camminare,
non potevo resistere vicino a lui.
Vedo il dottore affacciarsi e farmi
un cenno, lo raggiungo, prendo i
vestiti di papà, un maglione di ca-chemire che continuo a mettere,
la coppola che portava, il suo ba-stone. Torno a casa, e pochi gior-ni dopo mi arrivano le ceneri».
NOVEMBRE 2010
«Di nuovo in Val Badia. Questa
volta i miei amici del posto devo-no portarmi col gatto delle nevi su
quel prato. Liberano uno spazio,
e le ceneri di papà vanno a rag-giungere quelle della mamma.
Vorrei pagarli per il trasporto, ma
non ce n’è bisogno: papà lo aveva
già fatto l’anno scorso».
la paura di diventare troppo malato
per poter decidere liberamente: così
ha passato l’ultimo anno di vita a
pianificare la sua fine, poi avvenuta
in una piccola casa blu vicino a
Zurigo. A raccontare il percorso di
Roberto Gandolfi, un imprenditore
di 88 anni, è la figlia Donatella,
che lo ha accompagnato in Svizzera
per l’ultimo viaggio. Dall’annuncio
al congedo dai parenti, dalla
preparazione in clinica al sorriso
negli istanti prima di morire:
ecco il suo diario
++++
U
n sentiero stretto, a tratti fatico-so. Ma che consente a chi è de-terminato di cercare e trovare
una morte dignitosa, anche se
lontano da casa. Paul, musicista,
tre figlie, ha raccontato sulle pagine di Le
Mondel’eutanasia scelta dalla madre, ottan-taquattrenne, in una “piccola casa blu” a
Pfaffikon, vicino a Zurigo. Ma in quella stes-sa piccola casa blu sono morti anche alcuni
italiani, come Roberto Gandolfi, 88 anni, un
imprenditore e esponente del Partito libera-le che non voleva aspettare di essere troppo
malato per poter decidere liberamente. A
raccontare la sua scelta, il suo ultimo anno di
vita passato a pianificare meticolosamente
la morte e le ultime ore è la figlia Donatella
Turri Gandolfi, 68 anni, una vita che l’ha por-tata tra cinema e moda. Oggi Donatella è im-pegnata soprattutto a difendere animali ab-bandonati nella Sardegna dove suo padre si
era trasferito da Roma. Il dolore è ancora for-te, ma il ricordo è limpido, sereno M
arzo 2009. «Mia
madre Aldina, 8
anni più vecchia
di papà, si è spen-ta dopo un decli-no lungo e doloroso. Era stata
colpita dal Parkinson e dal-l’Alzheimer, e un incidente cir-colatorio le aveva compromesso
il cervello. Papà, che era del tut-to laico, non aveva voglia di vive-re senza di lei e cominciò a “sen-tire” la sua presenza nella gran-de casa di Roma dove avevano
abitato sempre insieme. Come
quel giorno in cui nel vaso ac-canto alla sua foto vennero mes-se per sbaglio dodici rose anzi-ché undici. Mamma non voleva
che i fiori fossero pari, mai, e mi-steriosamente una di quelle rose
si seccò in poco tempo mentre le
altre undici restavano bellissi-me. Papà ha chiuso la casa e si è
trasferito in Svizzera, con in ta-sca l’iscrizione a Dignitas (una
delle organizzazioni elvetiche
che aiutano chi cerca la morte,
ma che richiede un certo perio-do di residenza nel paese, ndr)».
GIUGNO 2009
«Papà e io torniamo insieme in
Val Badia, dove ha fatto per anni
bellissime vacanze. Se fosse viva,
la mamma avrebbe 95 anni e lui
vuole vedere il prato dove sono
state disperse le sue ceneri. Tutto
è fiorito, lui è contento, mi spiega
ancora una volta le ragioni della
sua scelta: cammina col bastone,
ha perso la vista da un occhio e fa-tica con l’altro, il pacemaker e il
cuore fanno i capricci. “Non po-trei sopportare di dover chiedere
per favore un bicchiere d’acqua o
di essere accompagnato in ba-gno”. Gli ripeto che io sarei sem-pre al suo fianco, e che comunque
rispetterò la sua scelta».
SETTEMBRE 2009
«Papà vive sul lago, vicino a Lu-gano, e continua a incontrare i
medici dell’organizzazione. Ser-vono documenti, certificati, capi-sco che non è una cosa che si fa co-me una passeggiata. Ma lui non
vacilla. Continua a viaggiare per
quello che può, dipinge, conduce
una vita normale. Ha messo tutto
a posto, regalato tanti oggetti,
non lascia nulla al caso. Certa-mente io sono più triste di lui».
ESTATE 2010
«Papà si trasferisce ad Ascona.
Fa amicizia con la gente del posto,
fotografa le cose più belle, si di-verte a fare il turista. Cammina
con fatica, ha lasciato giacche e
cravatte per un abbigliamento
più rilassato, è sempre elegante.
Le sue pratiche mediche sono ter-minate, sento che il momento si
avvicina».
15 SETTEMBRE 2010
«Ultimo volo estivo in par-tenza da Lugano per la Sarde-gna, papà non vuole perderlo.
Viene a salutare la mia casa e l’i-sola che ha amato tanto, andia-mo in un ristorante che ci piace,
saluta gli amici e a qualcuno fa
una battuta, “arrivederci il più
tardi possibile”. Ma pochissimi
sanno, oltre a me».
10 OTTOBRE 2010
«Il momento è arrivato. Papà
ha prenotato un albergo a Zurigo,
mi chiede ancora una volta se me
la sento di accompagnarlo, mi ri-pete che devo farlo solo se sono si-cura e che lui non lo pretende, che
mi vorrà sempre bene in ogni ca-so. Io piango, ma non posso la-sciarlo solo, e mi preparo a rag-giungerlo».
16 OTTOBRE 2010
«Lo raggiungo a Zurigo, cenia-mo con amici ed è lui a tenerci al-legri. Poco prima ha congedato il
fratello minore e il nipote, venuti
da Napoli per dissuaderlo. Mi
spiega che parte per morire con lo
spirito che avrebbe in un viaggio
verso un luogo sconosciuto. Non
è credente e non sa se e che cosa
troverà, “sono curiosissimo”, mi
dice sorridendo».
17 OTTOBRE 2010
«Facciamo colazione in alber-go: prendi questi dolci, sono i mi-gliori — mi dice — e mangia, non are quella faccia, dai… Io ho pau-ra, temo che finiremo in una cli-nica squallida e triste. Invece il
posto dove arriviamo è una villet-ta bifamiliare, assomiglia a una
casa per le vacanze».
ORE 11
«L’équipe ci accoglie. Sono
persone gentilissime, vestite co-me noi, senza camici, parlano un
perfetto italiano, capisco che il
più anziano dirige tutto, con lui ci
sono un medico e un’altra volon-taria. Ci offrono il caffè in una pic-cola cucina. Ci spiegano che ora
daranno a papà un blando farma-co che serve per ciò che verrà do-po (è un antiemetico, ndr). Siamo
seduti vicino su un divano, papà
sa già che le sue ultime volontà
dovranno essere documentate
con un video, per evitare ogni
complicazione legale all’associa-zione. Docilmente, ripete quello
che deve davanti alla telecamera:
“Ho deciso volontariamente e in
piena consapevolezza di prende-re il medicinale che verrà lasciato
in un bicchiere accanto a me…”.
Non siamo gli unici in casa, c’è
un’altra famiglia, sento qualcuno
che parla spagnolo. Passiamo
mezz’ora da soli, mi dà gli ultimi
consigli, come se fossi ancora la
sua bambina, e probabilmente
per lui è proprio così. L’équipe ci
ha precisato che loro non hanno
alcuna fretta. Rientrano, chiedo-no a papà se è pronto, lui si accer-ta che sia pronta anch’io, mettono
accanto a lui un bicchiere e del
cioccolato: il farmaco che deve
bere (pentobarbital, un potente
anestetico utilizzato anche a que-sto scopo, ndr) potrebbe essere
molto amaro, ci avvisano. Lui
scherza e butta giù tutto: “Gli
amari che bevevo in montagna
erano peggio”. Fa un grande sba-diglio e un sorriso, poi si assopi-sce, la testa un po’ di lato, nello
stesso modo in cui dormiva sul di-vano di casa al terzo giro di Gran
Premio, nell’ilarità di mia madre».
ORE 11,30
«Sono uscita per camminare,
non potevo resistere vicino a lui.
Vedo il dottore affacciarsi e farmi
un cenno, lo raggiungo, prendo i
vestiti di papà, un maglione di ca-chemire che continuo a mettere,
la coppola che portava, il suo ba-stone. Torno a casa, e pochi gior-ni dopo mi arrivano le ceneri».
NOVEMBRE 2010
«Di nuovo in Val Badia. Questa
volta i miei amici del posto devo-no portarmi col gatto delle nevi su
quel prato. Liberano uno spazio,
e le ceneri di papà vanno a rag-giungere quelle della mamma.
Vorrei pagarli per il trasporto, ma
non ce n’è bisogno: papà lo aveva
già fatto l’anno scorso».
lunedì 2 settembre 2013
Cina, un tunnel sotto il mare per l’isola-campus senza censure
er la prima volta un’en-clave “straniera” occu-perà pacificamente un
pezzo di territorio cine-se. A partire dal prossi-mo anno accademico, l’Univer-sità di Macao si trasferirà a
Zhuhai, nella regione del Guang-dong, spingendo la Cina ben al di
là del modello “un Paese, due si-stemi”, che dal 1990 regola i rap-porti tra Pechino e le ex colonie
meridionali di Hong Kong e Ma-cao. La nuova sede dell’ateneo
fondato dai portoghesi nel 1700,
che vanta oggi un campus sulla fa-mosa isola di Coloane, sarà a tutti
gli effetti un pezzo di Stato tra-piantato lungo la costa di quella
che la popolazione chiama “Cina
continentale”.
All’interno dei 250 ettari di
Hengqin, isolotto cinese destina-to a ospitare aule e laboratori, var-ranno le norme democratiche
che regolano il paradiso asiatico
del gioco d’azzardo. Studenti e
professori avranno libero accesso
a internet e ai social network occi-dentali, come Facebook e YouTu-be. Internet sarà garantito grazie
3800 hotspot wifi, sottratti alle re-strizioni assicurate dalla censura
del partito comunista cinese. Si
potranno anche seguire via satel-lite le tivù del resto del mondo e
sarà riconosciuta la libertà d’e-spressione. Polizia e vigili del fuo-co saranno controllati dalle auto-rità di Macao, così come il sistema
giuridico, e i frequentatori delle
lezioni non avranno nemmeno
bisogno di passaporto e visto. Un
avveniristico tunnel sottomarino
collegherà direttamente l’ex co-lonia portoghese con la sua uni-versità delocalizzata nella regio-ne industriale più ricca della Cina
e gli iscritti potranno muoversi
come se restassero all’interno
della stessa nazione.
A indurre l’esperimento senza
precedenti, capace di abbattere
un “muro” resistito oltre ses-sant’anni, ragioni politiche, acca-demiche, ma soprattutto econo-miche. Con il ritorno di Macao
sotto il controllo indiretto di Pe-chino, 23 anni fa, l’isola ha regi-strato un boom commerciale su-periore anche a quello cinese. Il
prezzo della terra è salito alle stel-le, il valore degli immobili sfiora
quelli da capogiro che caratteriz-zano Hong Kong. Le autorità di
Macao da anni spingevano per
dotare l’università, 10 mila tra
studenti e docenti, di un campus
capace di ospitare secondo stan-dard occidentali oltre 300 labora-tori e una biblioteca ricca di 650
mila libri. La leadership di Pechi-no non attendeva invece che l’oc-casione più adatta per testare gli
effetti del ricongiungimento ef-fettivo di Macao alla madrepatria,
fissato nel 2049. L’incrocio degli
interessi accademici, politici e fi-nanziari, porterà la Cina post-maoista a sperimentare per la pri-ma volta il funzionamento di una
mini-comunità democratica al
proprio interno, regolata dal bad-ge universitario.
L’ex colonia portoghese, già
più integrata rispetto ad Hong
Kong, assaggerà in modo pro-gressivo la presa cinese su di sé. La
nuova università di Macao ospi-tata in Cina sarà infatti mista. Stu-denti, professori e personale po-tranno arrivare sia dall’ex colonia
che dalle regioni continentali. La
scommessa di Pechino è questa:
seguire l’influenza delle libertà ui giovani cinesi, ma nello stesso
tempo allenare le nuove genera-zioni di Macao a reggere il peso
della Cina, non ancora vista come
patria comune. L’obiettivo politi-co è dare vita ad una società na-zionale unita, attraverso cultura e
istruzione, affinando il modello
che dovrà presto essere applicato
anche alla più ribelle Hong Kong.
Il risultato più immediato è inve-ce che per la prima volta un siste-ma di diritto liberale e l’indipen-denza accademica verranno ap-plicati in una, pur piccola, parte
dello Stato cinese. Inedita anche
la soluzione che renderà possibi-le l’esperimento: il governo di
Macao, grazie a 150 milioni di dol-lari, ha affittato il campus di
Zhuhai fino al 2049, investendo-ne altri 10 per la costruzione di un
ateneo venti volte più vasto di
quello attuale, finanziato da pri-vati.
Per la Cina il test di un’istruzio-ne democratica in affitto vanta il
precedente dell’esperimento di
un’economia capitalista, varato
da Deng Xiaoping nel 1980 con l’i-stituzione della “zona economica
speciale” a Shenzhen, proprio al-le porte della nuova università. Il
virus capitalista seminato nel
Guangdong dall’erede di Mao ha
portato ai trent’anni d’oro della
crescita cinese e al boom della se-conda potenza globale. Impossi-bile, per gli analisti, dire se il con-tagio della libertà accademica
renderà più democratica Pechi-no, oppure meno ostili al suo au-toritarismo Macao, Hong Kong e, n prospettiva, Taiwan. Proprio
Hong Kong conta già due istituti
di ricerca dislocati sul territorio
cinese e nel marzo scorso ha fir-mato un accordo per aprire un
campus universitario a
Shenzhen. Sono i primi passi per
creare la più grande megalopoli
economica, finanziaria e accade-mica del pianeta, pronta a nasce-re nel Guangdong dalla fusione
tra Shenzhen, Hong Kong e Ma-cao e dal confronto tra l’unico co-munismo di successo della storia
e gli ultimi avamposti democrati-ci in Cina. «Resta da vedere cosa
succederà — ha detto Fu Hualing,
costituzionalista nell’università
dell’ex colonia di Londra — quan-do nel nuovo ateneo si dovrà af-frontare un tema davvero sensi-bile, o quando gli studenti chiede-ranno di manifestare per difende-re le loro opinioni. Costruire dove
costa meno è una soluzione,
iniettare la cultura dell’Occidente
in Oriente può essere un proble-ma». Gli istituti di Europa e Usa in-teressati al mercato cinese della
conoscenza sono già decine,
mentre per la prima volta Pechino
si appresta ad aprire un campus a
Londra. La Cina prova ad aprirsi,
ma non è affatto detto che sia di-sposta ad importare più idee di
quante sia decisa ad esportare.
pezzo di territorio cine-se. A partire dal prossi-mo anno accademico, l’Univer-sità di Macao si trasferirà a
Zhuhai, nella regione del Guang-dong, spingendo la Cina ben al di
là del modello “un Paese, due si-stemi”, che dal 1990 regola i rap-porti tra Pechino e le ex colonie
meridionali di Hong Kong e Ma-cao. La nuova sede dell’ateneo
fondato dai portoghesi nel 1700,
che vanta oggi un campus sulla fa-mosa isola di Coloane, sarà a tutti
gli effetti un pezzo di Stato tra-piantato lungo la costa di quella
che la popolazione chiama “Cina
continentale”.
All’interno dei 250 ettari di
Hengqin, isolotto cinese destina-to a ospitare aule e laboratori, var-ranno le norme democratiche
che regolano il paradiso asiatico
del gioco d’azzardo. Studenti e
professori avranno libero accesso
a internet e ai social network occi-dentali, come Facebook e YouTu-be. Internet sarà garantito grazie
3800 hotspot wifi, sottratti alle re-strizioni assicurate dalla censura
del partito comunista cinese. Si
potranno anche seguire via satel-lite le tivù del resto del mondo e
sarà riconosciuta la libertà d’e-spressione. Polizia e vigili del fuo-co saranno controllati dalle auto-rità di Macao, così come il sistema
giuridico, e i frequentatori delle
lezioni non avranno nemmeno
bisogno di passaporto e visto. Un
avveniristico tunnel sottomarino
collegherà direttamente l’ex co-lonia portoghese con la sua uni-versità delocalizzata nella regio-ne industriale più ricca della Cina
e gli iscritti potranno muoversi
come se restassero all’interno
della stessa nazione.
A indurre l’esperimento senza
precedenti, capace di abbattere
un “muro” resistito oltre ses-sant’anni, ragioni politiche, acca-demiche, ma soprattutto econo-miche. Con il ritorno di Macao
sotto il controllo indiretto di Pe-chino, 23 anni fa, l’isola ha regi-strato un boom commerciale su-periore anche a quello cinese. Il
prezzo della terra è salito alle stel-le, il valore degli immobili sfiora
quelli da capogiro che caratteriz-zano Hong Kong. Le autorità di
Macao da anni spingevano per
dotare l’università, 10 mila tra
studenti e docenti, di un campus
capace di ospitare secondo stan-dard occidentali oltre 300 labora-tori e una biblioteca ricca di 650
mila libri. La leadership di Pechi-no non attendeva invece che l’oc-casione più adatta per testare gli
effetti del ricongiungimento ef-fettivo di Macao alla madrepatria,
fissato nel 2049. L’incrocio degli
interessi accademici, politici e fi-nanziari, porterà la Cina post-maoista a sperimentare per la pri-ma volta il funzionamento di una
mini-comunità democratica al
proprio interno, regolata dal bad-ge universitario.
L’ex colonia portoghese, già
più integrata rispetto ad Hong
Kong, assaggerà in modo pro-gressivo la presa cinese su di sé. La
nuova università di Macao ospi-tata in Cina sarà infatti mista. Stu-denti, professori e personale po-tranno arrivare sia dall’ex colonia
che dalle regioni continentali. La
scommessa di Pechino è questa:
seguire l’influenza delle libertà ui giovani cinesi, ma nello stesso
tempo allenare le nuove genera-zioni di Macao a reggere il peso
della Cina, non ancora vista come
patria comune. L’obiettivo politi-co è dare vita ad una società na-zionale unita, attraverso cultura e
istruzione, affinando il modello
che dovrà presto essere applicato
anche alla più ribelle Hong Kong.
Il risultato più immediato è inve-ce che per la prima volta un siste-ma di diritto liberale e l’indipen-denza accademica verranno ap-plicati in una, pur piccola, parte
dello Stato cinese. Inedita anche
la soluzione che renderà possibi-le l’esperimento: il governo di
Macao, grazie a 150 milioni di dol-lari, ha affittato il campus di
Zhuhai fino al 2049, investendo-ne altri 10 per la costruzione di un
ateneo venti volte più vasto di
quello attuale, finanziato da pri-vati.
Per la Cina il test di un’istruzio-ne democratica in affitto vanta il
precedente dell’esperimento di
un’economia capitalista, varato
da Deng Xiaoping nel 1980 con l’i-stituzione della “zona economica
speciale” a Shenzhen, proprio al-le porte della nuova università. Il
virus capitalista seminato nel
Guangdong dall’erede di Mao ha
portato ai trent’anni d’oro della
crescita cinese e al boom della se-conda potenza globale. Impossi-bile, per gli analisti, dire se il con-tagio della libertà accademica
renderà più democratica Pechi-no, oppure meno ostili al suo au-toritarismo Macao, Hong Kong e, n prospettiva, Taiwan. Proprio
Hong Kong conta già due istituti
di ricerca dislocati sul territorio
cinese e nel marzo scorso ha fir-mato un accordo per aprire un
campus universitario a
Shenzhen. Sono i primi passi per
creare la più grande megalopoli
economica, finanziaria e accade-mica del pianeta, pronta a nasce-re nel Guangdong dalla fusione
tra Shenzhen, Hong Kong e Ma-cao e dal confronto tra l’unico co-munismo di successo della storia
e gli ultimi avamposti democrati-ci in Cina. «Resta da vedere cosa
succederà — ha detto Fu Hualing,
costituzionalista nell’università
dell’ex colonia di Londra — quan-do nel nuovo ateneo si dovrà af-frontare un tema davvero sensi-bile, o quando gli studenti chiede-ranno di manifestare per difende-re le loro opinioni. Costruire dove
costa meno è una soluzione,
iniettare la cultura dell’Occidente
in Oriente può essere un proble-ma». Gli istituti di Europa e Usa in-teressati al mercato cinese della
conoscenza sono già decine,
mentre per la prima volta Pechino
si appresta ad aprire un campus a
Londra. La Cina prova ad aprirsi,
ma non è affatto detto che sia di-sposta ad importare più idee di
quante sia decisa ad esportare.
Cina, la madre coraggio salvata dal web Vuole puniti gli stupratori della figlia, la internano. Ma la Rete si mobilita e la fa vincere
ECHINO — Nemmeno tremila
yuan. Per la Cina il coraggio di
una madre, colpevole di aver
chiesto giustizia per la figlia stu-prata, non vale che 311 euro. La
sentenza-beffa emessa ieri dal
tribunale di Changsha, che ha
respinto la richiesta di scuse
scritte da parte del capo della po-lizia, apre però una breccia nel-l’autoritarismo di Pechino: per
la prima volta le autorità, pressa-te dalla rivolta del popolo del
web, ammettono un errore dello
Stato nei confronti di un indivi-duo, aboliscono una condanna
e confermano che la soppressio-ne del sistema di rieducazione
attraverso il lavoro può non es-sere solo una speranza.
A contare, nel caso di Tang
Hui, non è infatti la vergogna del
risarcimento economico. La
donna che ha costretto il partito-Stato a riconoscere la propria
non-infallibilità sta facendo di-scutere tutta la nazione, avvici-na la fine dei laojiaoe aumenta il
panico tra i funzionari corrotti,
ufficialmente nel mirino della
nuova leadership. È l’ultima sto-ria-icona della propaganda
riformista di Pechino, capace di
spingere il Quotidiano del Popo-lo a scrivere che la sentenza
«ispira una nuova e profonda fi-ducia nella giustizia». Dietro le
apparenze, la violenza-shock
contro la figlia di Tang Hui, 11
anni, sequestrata, violentata e
costretta a prostituirsi per tre
mesi. Solo la testardaggine di sua
madre, capace di mobilitare la
Rete, nel 2006 costrinse la polizia
dello Hunan ad arrestare la ban-da dei sequestratori, attiva nel
fiorente e tollerato mercato ci-nese dei bambini. Due gli “or-chi” condannati a morte, quat-tro all’ergastolo, uno a quindici
anni di prigione. Troppo poco,
per Tang Hui, che riavuta la figlia
tornò a chiedere il sostegno di in-ternet affinché fossero puniti
anche i mandanti del sequestro e coloro che accettarono di arric-chirsi per girarsi dall’altra parte.
Cominciò così la caccia della po-lizia dello Hunan, decisa a non
perdere la faccia con Pechino.
La madre-coraggio venne ar-restata per «disturbo alla quiete
pubblica», reato comunemente
associato ai dissidenti politici, e
lo scorso anno fu addirittura
condannata a 18 mesi di laojiao
per «influenza sociale negativa».
E’ stata questa, complice l’indi-gnazione della Rete e la rivolta
popolare contro l’arroganza dei
funzionari, la goccia che ha fatto
traboccare il vaso. La donna im-prigionata per aver difeso la fi-glia stuprata venne liberata do-po soli otto giorni dal campo di
Yongzhou, ma le autorità si rese-ro conto che la sua lotta per af-fermare i diritti individuali nella
seconda economia del mondo
non era finita. Tang Hui chiese
scuse formali scritte dai suoi car-cerieri, accusati di violenze, e
dallo stesso capo della polizia
della contea, Jiang Jianxiang. In
aula, altro caso senza preceden-ti, l’alto funzionario fu costretto
ad ammettere pubblicamente
gli abusi, scusandosi a nome del
governo. Per questo la corte ha
negato a Tang Hui l’onore del
documento scritto. Non ha po-tuto però evitare di riconoscere
che anche in Cina l’ingiusta pri-vazione della libertà, consentita
anche in assenza di accuse, ha
un valore e che i campi di riedu-cazione si sono trasformati nella
prigione segreta in cui rinchiu-dere le persone che infastidisco-no un qualsiasi potere.
L’insediamento della nuova
leadership, nel marzo scorso, ha
riacceso i riflettori sulla più volte
annunciata fine dei laojiao. Al-cuni sono già stati riconvertiti in
comunità terapeutiche, altri in
centri di salute mentale, altri
semplicemente chiusi per «ina-gibilità». Una decisione ufficiale
del governo è attesa entro l’au-tunno, ma la pressione dell’ala
conservatrice del partito po-trebbe costringere il Politburo
ad aggiornare l’agenda delle
riforme ad alta carica emotiva.
yuan. Per la Cina il coraggio di
una madre, colpevole di aver
chiesto giustizia per la figlia stu-prata, non vale che 311 euro. La
sentenza-beffa emessa ieri dal
tribunale di Changsha, che ha
respinto la richiesta di scuse
scritte da parte del capo della po-lizia, apre però una breccia nel-l’autoritarismo di Pechino: per
la prima volta le autorità, pressa-te dalla rivolta del popolo del
web, ammettono un errore dello
Stato nei confronti di un indivi-duo, aboliscono una condanna
e confermano che la soppressio-ne del sistema di rieducazione
attraverso il lavoro può non es-sere solo una speranza.
A contare, nel caso di Tang
Hui, non è infatti la vergogna del
risarcimento economico. La
donna che ha costretto il partito-Stato a riconoscere la propria
non-infallibilità sta facendo di-scutere tutta la nazione, avvici-na la fine dei laojiaoe aumenta il
panico tra i funzionari corrotti,
ufficialmente nel mirino della
nuova leadership. È l’ultima sto-ria-icona della propaganda
riformista di Pechino, capace di
spingere il Quotidiano del Popo-lo a scrivere che la sentenza
«ispira una nuova e profonda fi-ducia nella giustizia». Dietro le
apparenze, la violenza-shock
contro la figlia di Tang Hui, 11
anni, sequestrata, violentata e
costretta a prostituirsi per tre
mesi. Solo la testardaggine di sua
madre, capace di mobilitare la
Rete, nel 2006 costrinse la polizia
dello Hunan ad arrestare la ban-da dei sequestratori, attiva nel
fiorente e tollerato mercato ci-nese dei bambini. Due gli “or-chi” condannati a morte, quat-tro all’ergastolo, uno a quindici
anni di prigione. Troppo poco,
per Tang Hui, che riavuta la figlia
tornò a chiedere il sostegno di in-ternet affinché fossero puniti
anche i mandanti del sequestro e coloro che accettarono di arric-chirsi per girarsi dall’altra parte.
Cominciò così la caccia della po-lizia dello Hunan, decisa a non
perdere la faccia con Pechino.
La madre-coraggio venne ar-restata per «disturbo alla quiete
pubblica», reato comunemente
associato ai dissidenti politici, e
lo scorso anno fu addirittura
condannata a 18 mesi di laojiao
per «influenza sociale negativa».
E’ stata questa, complice l’indi-gnazione della Rete e la rivolta
popolare contro l’arroganza dei
funzionari, la goccia che ha fatto
traboccare il vaso. La donna im-prigionata per aver difeso la fi-glia stuprata venne liberata do-po soli otto giorni dal campo di
Yongzhou, ma le autorità si rese-ro conto che la sua lotta per af-fermare i diritti individuali nella
seconda economia del mondo
non era finita. Tang Hui chiese
scuse formali scritte dai suoi car-cerieri, accusati di violenze, e
dallo stesso capo della polizia
della contea, Jiang Jianxiang. In
aula, altro caso senza preceden-ti, l’alto funzionario fu costretto
ad ammettere pubblicamente
gli abusi, scusandosi a nome del
governo. Per questo la corte ha
negato a Tang Hui l’onore del
documento scritto. Non ha po-tuto però evitare di riconoscere
che anche in Cina l’ingiusta pri-vazione della libertà, consentita
anche in assenza di accuse, ha
un valore e che i campi di riedu-cazione si sono trasformati nella
prigione segreta in cui rinchiu-dere le persone che infastidisco-no un qualsiasi potere.
L’insediamento della nuova
leadership, nel marzo scorso, ha
riacceso i riflettori sulla più volte
annunciata fine dei laojiao. Al-cuni sono già stati riconvertiti in
comunità terapeutiche, altri in
centri di salute mentale, altri
semplicemente chiusi per «ina-gibilità». Una decisione ufficiale
del governo è attesa entro l’au-tunno, ma la pressione dell’ala
conservatrice del partito po-trebbe costringere il Politburo
ad aggiornare l’agenda delle
riforme ad alta carica emotiva.
Zambia, la trincea d’Africa della guerra al Dragone
o “Shaft 3” della Collum
è una fossa ripida e
stretta, scavata sotto un
tetto di lamiera: da qui
al ventre della Terra so-no più di mille passi. L’unico ba-gliore che s’intravede dal pertugio
proviene dalla lampada di un mi-natore, che sta risalendo l’intesti-no bollente di questa miniera di
carbone a 325 chilometri da Lu-saka. Da quando nel 2003 Xu
Jianxue, un uomo d’affari del Sud
Est della Cina, ne ha preso il con-trollo, la Collum Coal Mine è di-ventata la prima linea di un’aspra
battaglia che oppone i lavoratori
dello Zambia agli abusi degli im-prenditori cinesi. Proprio davanti
a questo varco, le tensioni latenti
nel Paese hanno raggiunto un
punto di rottura. È successo tre
anni fa: assiepati attorno alla can-cellata, i lavoratori chiedevano sa-lari adeguati. Due supervisori ci-nesi aprirono il fuoco contro i ma-nifestanti. «C’è chi, sotto la cicatri-ce, ha ancora in corpo il proiettile,
eppure le incriminazioni contro i
due responsabili sono state ri-mosse», racconta Leonard Kwa-pizi, padre del più giovane fra gli
11 feriti. L’anno scorso, l’amara ri-valsa: durante una nuova protesta
in un pozzo vicino, lo “Shaft 5”, un
minatore spinge un vagoncino
carico di carbone contro i dirigen-ti cinesi. Uno muore, altri due re-stano feriti.
Come in molte altre nazioni
africane, i cinesi sono un’impor-tante presenza economica in que-sto Stato dell’Africa centromeri-dionale sin da quando, tra il 1970
e il 1975, questi costruirono la fer-rovia che collegò il Paese, privo di
sbocchi sul mare, alla città por-tuale di Dar es Salaam in Tanza-nia. Oggi lo Zambia è terzo al mon-do per investimenti da Pechino:
oltre due miliardi di dollari, per
l’89 per cento concentrati nel set-tore minerario. I 50mila posti di la-voro creati sono una manna in
una nazione di quasi 13 milioni di
abitanti dove l’80 per cento non ha
un impiego. Però i frequenti inci-denti, le paghe sotto il minimo sa-lariale nazionale e la costante vio-lazione dei diritti della manodo-pera hanno convinto gli zambiani
a vedere i cinesi non come bene-fattori, bensì come nuovi “domi-natori”, più intenti a saccheggiare
che a promuovere la loro patria.
«Abbiamo un disperato bisogno
di lavoro, è vero», inveisce un mi-natore. «Ciò non vuol dire che
possono sfruttarci come schiavi».
La rabbia contro il Dragone ha
determinato l’esito delle presi-denziali due anni fa. A vincerle è
stato il presidente del Fronte pa-triottico Michael Sata: in campa-gna elettorale aveva equiparato il
lavoro nelle miniere controllate
da Pechino allo schiavismo, e mi-nacciato di deportare gli investi-tori che ignoravano le norme lo-cali, guadagnandosi il sopranno-me di “Re Cobra” per le sue ta-glienti invettive. Conquistato il
potere, però, il “Cobra” ha affida-to ai cinesi la costruzione di strade
e ferrovie, e ha incontrato il presi-dente Xi Jinping a Pechino in apri-le.
«Il presidente Sata ha portato
avanti una campagna populista
per proteggere i lavoratori, perciò
la mancanza di progressi signifi-cativi nel settore minerario è de-ludente», commenta Daniel
Bekele, direttore della divisione
africana di Human Rights Watch.
L’associazione nel 2011 ha diffuso
un rapporto sulle miniere della
provincia di Copperbelt — lette-ralmente “cintura del rame”. Qui
giacciono le riserve che fanno del-lo Zambia il terzo produttore al
mondo di rame, e il primo in Afri-ca. Benché quelle risorse contri-buiscano al 75 per cento delle
esportazioni nazionali e sino ai
due terzi delle entrate governati-ve, la popolazione non ne vede i
benefici. Colpa del sistema fisca-le, che permette alle multinazio-nali di non pagare tasse in Zam-bia. E della privatizzazione delle
industrie minerarie imposta negli
Anni ‘90 dalla Banca mondiale e
dal Fondo monetario internazio-nale in cambio della parziale can-cellazione del debito.
Ora quasi tutte le miniere di ra-me sono in mano a compagnie ci-nesi sussidiarie della “Non-fer-rous metals mining corporation”
(Cnmc), un’impresa sotto l’auto-rità del governo di Pechino. A
Chambishi è ancora vivo il ricordo
della tragedia di Bgrimm: il 20
aprile 2005 un’esplosione nella
fabbrica di dinamite di proprietà
della cinese Nfc provocò la morte
di 52 zambiani. Anni dopo, ha ac-certato Human Rights Watch, i
pericoli restano. I dipendenti la-vorano per 12 o persino 18 ore
consecutive senza elmetti di pro-tezione, e la ventilazione nei tun-nel sotterranei è insufficiente.
«Respiriamo agenti chimici», rac-conta un dipendente della Sino
Metals. «Se ti trovi in un punto pe-ricoloso, ti dicono di continuare a
lavorare. Pensano solo alla pro-duzione, non alla sicurezza. Se
qualcuno muore, potrà essere
rimpiazzato l’indomani. Se de-nunci un problema, vieni licen-ziato».
Recriminazioni a cui, in un de-licato esercizio di equilibrismo, il
governo di Lusaka, pur bisognoso
di investimenti stranieri, cerca di
dare risposta. Lo scorso febbraio,
raccogliendo il malumore dei la-voratori per i frequenti incidenti
alla Collum, ha revocato le licenze
a Jianxue. A rilevarle sarà un’a-zienda sussidiaria della compa-gnia mineraria statale (Zccm-Ih)
le cui priorità, assicura Richwell
Siamunene, vice ministro per il
Commercio e l’Industria, saranno
«la sicurezza e la salute dei dipen-denti». Questo precedente fa spe-rare ai lavoratori locali che “Lo
Zambia agli zambiani”, gridato
più volte dal presidente Sata du-rante i comizi due anni fa, non re-sti un vuoto slogan elettorale.
è una fossa ripida e
stretta, scavata sotto un
tetto di lamiera: da qui
al ventre della Terra so-no più di mille passi. L’unico ba-gliore che s’intravede dal pertugio
proviene dalla lampada di un mi-natore, che sta risalendo l’intesti-no bollente di questa miniera di
carbone a 325 chilometri da Lu-saka. Da quando nel 2003 Xu
Jianxue, un uomo d’affari del Sud
Est della Cina, ne ha preso il con-trollo, la Collum Coal Mine è di-ventata la prima linea di un’aspra
battaglia che oppone i lavoratori
dello Zambia agli abusi degli im-prenditori cinesi. Proprio davanti
a questo varco, le tensioni latenti
nel Paese hanno raggiunto un
punto di rottura. È successo tre
anni fa: assiepati attorno alla can-cellata, i lavoratori chiedevano sa-lari adeguati. Due supervisori ci-nesi aprirono il fuoco contro i ma-nifestanti. «C’è chi, sotto la cicatri-ce, ha ancora in corpo il proiettile,
eppure le incriminazioni contro i
due responsabili sono state ri-mosse», racconta Leonard Kwa-pizi, padre del più giovane fra gli
11 feriti. L’anno scorso, l’amara ri-valsa: durante una nuova protesta
in un pozzo vicino, lo “Shaft 5”, un
minatore spinge un vagoncino
carico di carbone contro i dirigen-ti cinesi. Uno muore, altri due re-stano feriti.
Come in molte altre nazioni
africane, i cinesi sono un’impor-tante presenza economica in que-sto Stato dell’Africa centromeri-dionale sin da quando, tra il 1970
e il 1975, questi costruirono la fer-rovia che collegò il Paese, privo di
sbocchi sul mare, alla città por-tuale di Dar es Salaam in Tanza-nia. Oggi lo Zambia è terzo al mon-do per investimenti da Pechino:
oltre due miliardi di dollari, per
l’89 per cento concentrati nel set-tore minerario. I 50mila posti di la-voro creati sono una manna in
una nazione di quasi 13 milioni di
abitanti dove l’80 per cento non ha
un impiego. Però i frequenti inci-denti, le paghe sotto il minimo sa-lariale nazionale e la costante vio-lazione dei diritti della manodo-pera hanno convinto gli zambiani
a vedere i cinesi non come bene-fattori, bensì come nuovi “domi-natori”, più intenti a saccheggiare
che a promuovere la loro patria.
«Abbiamo un disperato bisogno
di lavoro, è vero», inveisce un mi-natore. «Ciò non vuol dire che
possono sfruttarci come schiavi».
La rabbia contro il Dragone ha
determinato l’esito delle presi-denziali due anni fa. A vincerle è
stato il presidente del Fronte pa-triottico Michael Sata: in campa-gna elettorale aveva equiparato il
lavoro nelle miniere controllate
da Pechino allo schiavismo, e mi-nacciato di deportare gli investi-tori che ignoravano le norme lo-cali, guadagnandosi il sopranno-me di “Re Cobra” per le sue ta-glienti invettive. Conquistato il
potere, però, il “Cobra” ha affida-to ai cinesi la costruzione di strade
e ferrovie, e ha incontrato il presi-dente Xi Jinping a Pechino in apri-le.
«Il presidente Sata ha portato
avanti una campagna populista
per proteggere i lavoratori, perciò
la mancanza di progressi signifi-cativi nel settore minerario è de-ludente», commenta Daniel
Bekele, direttore della divisione
africana di Human Rights Watch.
L’associazione nel 2011 ha diffuso
un rapporto sulle miniere della
provincia di Copperbelt — lette-ralmente “cintura del rame”. Qui
giacciono le riserve che fanno del-lo Zambia il terzo produttore al
mondo di rame, e il primo in Afri-ca. Benché quelle risorse contri-buiscano al 75 per cento delle
esportazioni nazionali e sino ai
due terzi delle entrate governati-ve, la popolazione non ne vede i
benefici. Colpa del sistema fisca-le, che permette alle multinazio-nali di non pagare tasse in Zam-bia. E della privatizzazione delle
industrie minerarie imposta negli
Anni ‘90 dalla Banca mondiale e
dal Fondo monetario internazio-nale in cambio della parziale can-cellazione del debito.
Ora quasi tutte le miniere di ra-me sono in mano a compagnie ci-nesi sussidiarie della “Non-fer-rous metals mining corporation”
(Cnmc), un’impresa sotto l’auto-rità del governo di Pechino. A
Chambishi è ancora vivo il ricordo
della tragedia di Bgrimm: il 20
aprile 2005 un’esplosione nella
fabbrica di dinamite di proprietà
della cinese Nfc provocò la morte
di 52 zambiani. Anni dopo, ha ac-certato Human Rights Watch, i
pericoli restano. I dipendenti la-vorano per 12 o persino 18 ore
consecutive senza elmetti di pro-tezione, e la ventilazione nei tun-nel sotterranei è insufficiente.
«Respiriamo agenti chimici», rac-conta un dipendente della Sino
Metals. «Se ti trovi in un punto pe-ricoloso, ti dicono di continuare a
lavorare. Pensano solo alla pro-duzione, non alla sicurezza. Se
qualcuno muore, potrà essere
rimpiazzato l’indomani. Se de-nunci un problema, vieni licen-ziato».
Recriminazioni a cui, in un de-licato esercizio di equilibrismo, il
governo di Lusaka, pur bisognoso
di investimenti stranieri, cerca di
dare risposta. Lo scorso febbraio,
raccogliendo il malumore dei la-voratori per i frequenti incidenti
alla Collum, ha revocato le licenze
a Jianxue. A rilevarle sarà un’a-zienda sussidiaria della compa-gnia mineraria statale (Zccm-Ih)
le cui priorità, assicura Richwell
Siamunene, vice ministro per il
Commercio e l’Industria, saranno
«la sicurezza e la salute dei dipen-denti». Questo precedente fa spe-rare ai lavoratori locali che “Lo
Zambia agli zambiani”, gridato
più volte dal presidente Sata du-rante i comizi due anni fa, non re-sti un vuoto slogan elettorale.
Luigi e Donato, gli anti-Snowden al servizio dell’Intelligence Usa
D
UE hacker italiani finiscono
in prima pagina sul New York
Times . Luigi Auriemma, 32
anni, e Donato Ferrante, di 28, sono
due figure emblematiche della
nuova cyber-guerra.Eroi o merce-nari, a seconda dei punti di vista ABOTATORI di professione,
o capaci di salvarci dall’Apo-calisse di un attacco terrori-stico. Il New York Timesracconta
la loro storia perché è l’altra faccia
della vicenda di Edward Snow-den, il giovane transfuga della Na-tional Security Agency che ha rive-lato al mondo intero l’estensione
dello spionaggio americano sulle
nostre email, telefonate, conti
bancari. La storia di Auriemma e
Ferrante dimostra che furono
proprio i servizi segreti americani
a iniziare lo sfruttamento della cy-ber-pirateria come nuova forma
di guerra, della quale poi divenne-ro loro stessi i bersagli. Il punto di
svolta nella storia è rappresentato
dall’operazione Stuxnet, il nome
in codice del “baco” informatico
con cui gli Usa e Israele sabotaro-no il programma nucleare dell’I-ran facendo “impazzire” alcuni
impianti di Teheran. Il successo di
quell’operazione, una volta dive-nuta di dominio pubblico, fu l’e-quivalente di un magistrale colpo
di marketing pubblicitario. Tutti i
governi del mondo vollero emula-re quel tipo di offensiva contro i
propri avversari. Rendendo sem-pre più profittevole il business di
esperti come Auriemma e Ferran-te, con la loro società ReVuln (che
ha sede a Malta).
Un tempo gli esperti come loro
vendevano i propri servizi soprat-tutto alle stesse aziende produttri-ci di software: la Microsoft può pa-garli fino a 150 mila dollari se indi-viduano un “bug” (baco) in un suo
programma e l’aiutano ad aggiu-stare il difetto. Ma oggi conviene
ancor più vendere ai governi e ai
loro servizi segreti, desiderosi di
sfruttare queste scoperte per infil-trare le reti avversarie. Sembra
lontana anni-luce l’epoca pionie-ristica degli hacker, che coincise
con le prime rivoluzioni informa-tiche germinate nella Silicon Val-ley. Gli hacker, che si sono sempre
considerati i “puristi” delle tecno-logie, disinteressati e un po’ anar-chici, per molto tempo diedero la
caccia ai bachi informatici soprat-tutto per fare sfoggio della propria
bravura. Un hacker che individua-va l’errore o la fragilita` di un pro-gramma di Google poteva rivelar-lo anche gratis all’azienda produt-trice, magari in cambio di un rin-graziamento ufficiale sul sito della asa madre beneficiata. Contava
la gloria, aver individuato il “bug”
era di per sé il trofeo rispetto alla
comunità di riferimento, l’unica
che conta, quella degli hacker.
Il pericolo naturalmente era
che il baco finisse prima in mani
malintenzionate. Non a caso que-sti difetti vengono chiamati nel
gergo degli addetti Zero Days: dal
momento in cui vengono scoper-ti, esistono “zero giorni” prima
che qualcuno se ne approfitti,
sfrutti le fragilità infliggendo dan-ni enormi. “Zero giorni”, dunque,
per riparare la falla e impedire il di-sastro: perciò in questa corsa con-tro il tempo le aziende hi-tech
hanno cominciato a pagare sem-pre più cari i servizi degli hacker.
Oltre alla società ReVuln di Ariem-ma e Ferrante, il New York Times
cita tra le più stimate la Vupen di
Montpellier in Francia, Exodus In-telligence ad Austin (Texas), End-game in Virginia. Il mercato per le
loro consulenze è talmente ricco
che esistono ormai dei broker, in-termediari che rappresentano
queste aziende presso la clientela
potenziale. Il tariffario medio di
Google ormai è di 20 mila dollari.
Facebook è sugli stessi livelli, ma
una volta ha pagato “solo” 2.500
per il baco scoperto da un ragazzo
di 13 anni. Che nel frattempo si
sarà fatto furbo, mettendosi nelle
mani di un agente per rappre-sentarlo in queste tran-sazioni. In quanto ad
Apple, i suoi difetti so-no più rari, ma pro-prio per questo più te-mibili (o appetibili),
non a caso gli hacker che
scoprirono un difetto
“zero giorni” nel sistema
operativo Apple sono stati
pagati ben 500 mila dollari.
I pirati, insomma, sono di-ventati una professione ri-spettabile, li si paga per pro-teggersi da altri pirati. Oppure
per effettuare micidiali incur-sioni in campo avverso, proprio
come ai tempi di Sir Henry Mor-gan, il pirata dei Caraibi che lavo-rava al servizio di sua maestà il re
d’Inghilterra contro gli spagnoli.
A sballare completamente il ta-riffario, infatti, è stato l’ingresso in
campo dei governi. Strano a dirsi
in questi tempi di austerity, ma i
servizi segreti hanno dei budget
per la cyber-guerra che fanno im-pallidire i bilanci di Apple, Google
e Microsoft. Secondo le parole di
Christopher Soghoian, esperto di
cyber-spionaggio per l’associa-zione dei diritti civili Aclu, «i go-verni hanno creato un mostro alla
Frankenstein, alimentando un
mercato di cacciatori di taglie».
UE hacker italiani finiscono
in prima pagina sul New York
Times . Luigi Auriemma, 32
anni, e Donato Ferrante, di 28, sono
due figure emblematiche della
nuova cyber-guerra.Eroi o merce-nari, a seconda dei punti di vista ABOTATORI di professione,
o capaci di salvarci dall’Apo-calisse di un attacco terrori-stico. Il New York Timesracconta
la loro storia perché è l’altra faccia
della vicenda di Edward Snow-den, il giovane transfuga della Na-tional Security Agency che ha rive-lato al mondo intero l’estensione
dello spionaggio americano sulle
nostre email, telefonate, conti
bancari. La storia di Auriemma e
Ferrante dimostra che furono
proprio i servizi segreti americani
a iniziare lo sfruttamento della cy-ber-pirateria come nuova forma
di guerra, della quale poi divenne-ro loro stessi i bersagli. Il punto di
svolta nella storia è rappresentato
dall’operazione Stuxnet, il nome
in codice del “baco” informatico
con cui gli Usa e Israele sabotaro-no il programma nucleare dell’I-ran facendo “impazzire” alcuni
impianti di Teheran. Il successo di
quell’operazione, una volta dive-nuta di dominio pubblico, fu l’e-quivalente di un magistrale colpo
di marketing pubblicitario. Tutti i
governi del mondo vollero emula-re quel tipo di offensiva contro i
propri avversari. Rendendo sem-pre più profittevole il business di
esperti come Auriemma e Ferran-te, con la loro società ReVuln (che
ha sede a Malta).
Un tempo gli esperti come loro
vendevano i propri servizi soprat-tutto alle stesse aziende produttri-ci di software: la Microsoft può pa-garli fino a 150 mila dollari se indi-viduano un “bug” (baco) in un suo
programma e l’aiutano ad aggiu-stare il difetto. Ma oggi conviene
ancor più vendere ai governi e ai
loro servizi segreti, desiderosi di
sfruttare queste scoperte per infil-trare le reti avversarie. Sembra
lontana anni-luce l’epoca pionie-ristica degli hacker, che coincise
con le prime rivoluzioni informa-tiche germinate nella Silicon Val-ley. Gli hacker, che si sono sempre
considerati i “puristi” delle tecno-logie, disinteressati e un po’ anar-chici, per molto tempo diedero la
caccia ai bachi informatici soprat-tutto per fare sfoggio della propria
bravura. Un hacker che individua-va l’errore o la fragilita` di un pro-gramma di Google poteva rivelar-lo anche gratis all’azienda produt-trice, magari in cambio di un rin-graziamento ufficiale sul sito della asa madre beneficiata. Contava
la gloria, aver individuato il “bug”
era di per sé il trofeo rispetto alla
comunità di riferimento, l’unica
che conta, quella degli hacker.
Il pericolo naturalmente era
che il baco finisse prima in mani
malintenzionate. Non a caso que-sti difetti vengono chiamati nel
gergo degli addetti Zero Days: dal
momento in cui vengono scoper-ti, esistono “zero giorni” prima
che qualcuno se ne approfitti,
sfrutti le fragilità infliggendo dan-ni enormi. “Zero giorni”, dunque,
per riparare la falla e impedire il di-sastro: perciò in questa corsa con-tro il tempo le aziende hi-tech
hanno cominciato a pagare sem-pre più cari i servizi degli hacker.
Oltre alla società ReVuln di Ariem-ma e Ferrante, il New York Times
cita tra le più stimate la Vupen di
Montpellier in Francia, Exodus In-telligence ad Austin (Texas), End-game in Virginia. Il mercato per le
loro consulenze è talmente ricco
che esistono ormai dei broker, in-termediari che rappresentano
queste aziende presso la clientela
potenziale. Il tariffario medio di
Google ormai è di 20 mila dollari.
Facebook è sugli stessi livelli, ma
una volta ha pagato “solo” 2.500
per il baco scoperto da un ragazzo
di 13 anni. Che nel frattempo si
sarà fatto furbo, mettendosi nelle
mani di un agente per rappre-sentarlo in queste tran-sazioni. In quanto ad
Apple, i suoi difetti so-no più rari, ma pro-prio per questo più te-mibili (o appetibili),
non a caso gli hacker che
scoprirono un difetto
“zero giorni” nel sistema
operativo Apple sono stati
pagati ben 500 mila dollari.
I pirati, insomma, sono di-ventati una professione ri-spettabile, li si paga per pro-teggersi da altri pirati. Oppure
per effettuare micidiali incur-sioni in campo avverso, proprio
come ai tempi di Sir Henry Mor-gan, il pirata dei Caraibi che lavo-rava al servizio di sua maestà il re
d’Inghilterra contro gli spagnoli.
A sballare completamente il ta-riffario, infatti, è stato l’ingresso in
campo dei governi. Strano a dirsi
in questi tempi di austerity, ma i
servizi segreti hanno dei budget
per la cyber-guerra che fanno im-pallidire i bilanci di Apple, Google
e Microsoft. Secondo le parole di
Christopher Soghoian, esperto di
cyber-spionaggio per l’associa-zione dei diritti civili Aclu, «i go-verni hanno creato un mostro alla
Frankenstein, alimentando un
mercato di cacciatori di taglie».
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