mercoledì 3 aprile 2013

Kabul, una bimba in sposa per pagare i debiti di famiglia

Ha 6 anni Naghma, il suo nome
significa melodia, la sua vita vendu-ta e ricomprata vale 2.500 dollari
americani. Il padre Taj Moham-med, musicante disoccupato, pro-fugo dalla provincia di Hellmand,
l’ha ipotecata come si fa con una ca-sa, o un carretto, non potendo ipo-tecare la baracca dove vivono alla
periferia di Kabul nel campo profu-ghi di Charahi Qambar, la più gran-de delle 52 baraccopoli cresciute in-torno alla capitale afghana dodici
anni dopo la caduta dei talebani,
un anno prima che l’Occidente fac-cia le valigie con le sue ong e i ma-nuali sui diritti umani.
Bambina con ipoteca, in mancan-za di altri beni: la casa di Naghma e
dei suoi sette/otto fratelli è fatta di
argilla e cellofan, un tetto di lamie-ra che non protegge dal gelo (che
lo scorso Natale ha ucciso il fratelli-no Janan, 3 anni), pavimento di ter-ra e stuoie dove di notte gli umani
si rannicchiano sotto le coperte ma-de in China e i pennuti si stringono
nelle gabbiette. Sono la ricchezza
canora della famiglia, dieci gabbiet-te di quaglie, quegli uccellini a cui
il trentaduenne papà insegna a can-tare per poi rivenderli al mercato, a
prezzo maggiorato ma non suffi-ciente per mantenere la prole. Die-ci gabbiette, pochi denari. Dieci
bambini, un capitale. Un anno fa
Taj Mohammed ha chiesto un pre-stito a un vicino per pagare i conti
dell’ospedale per la moglie e il bam-bino malato. Come contropartita
ha offerto, ha dovuto/voluto offri-re la piccola Naghma. Il debito è lie-vitato a 2.500 dollari. Taj Moham-med non ha i soldi per ripagarlo.
Così il vicino, questa specie di sce-spiriano mercante di Kabul però in-tegerrimo e rispettato, ha bussato
per riscuotere le spettanti poche
libbre di bambina con la benedizio-ne della jirga , l’assemblea che di
fatto amministra la giustizia nel
campo come fosse un villaggio rac-cogliendo i capi delle 90 famiglie
di Charahi Qambar.
Tutto molto semplice, alla luce
del sole, sulla carta (costituziona-le) illegale ma rispettoso della tra-dizione. Recupero crediti alla vec-chia maniera. A 6 anni venduta co-me serva/sposa al figlio sedicenne
del creditore. In Afghanistan la fa-miglia dello sposo è chiamata a pa-gare una dote per la moglie. In que-sto caso Naghma è gratis. Vale il de-bito di 2.500 dollari. Mentre lei gio-ca ignara nel fango e Alissa J. Ru-bin del New York Timesascolta la
sofferenza rassegnata della mam-ma Guldasta, nella baracca arriva
la futura suocera per dare il primo
ordine: «Meglio che la bambina
smetta di andare a scuola». Il padre
non fiata: «Non posso fare niente,
ormai è proprietà loro».
Ora non basta il sospiro di sollie-vo, la fortuna di aver trovato a mez-zo stampa un benefattore che ha ri-scattato Naghma nel momento
stesso in cui stava per essere ven-duta. Ieri, dopo l’uscita dell’artico-lo sul Times , Taj Mohammed ha
chiamato la giornalista per dare la
buona notizia: un donatore anoni-mo attraverso un avvocato ameri-cano ha pagato il debito salvando
la figlia. Naghma non farà (per
ora) la fine di quella bambina rac-contata da Atiq Rahimi in «Come
pietra paziente», la sorella della
protagonista che viene «venduta»
per pagare i debiti che il padre ha
accumulato scommettendo sui
combattimenti di quaglie (ancora
loro). A Kabul ci sono bambine che
si vendono come quaglie preziose.
Naghma non è avviata sulla strada
della più famosa (suo malgrado) Bi-bi Aisha, la sposa-ragazzina a cui il
marito tagliò il naso: anche lei ven-duta dal padre per «compensare»
un torto (in quel caso un tentato
omicidio attribuito allo zio).
È una tradizione (pre-talebana)
dei pashtun, un modo di fare giusti-zia chiamato «baad»: gli adulti ma-schi fanno la pace cedendo e scam-biando le bambine di casa. La leg-ge afghana sulla carta proibisce
queste pratiche, che però raramen-te vengono sanzionate. Non stupi-sce che Tawous Khan, uno dei capi
anziani del campo dove vive Nagh-ma, abbia detto alNew York Times
che è normale che il padre abbia
consegnato la bambina alla fami-glia del creditore: «Taj Mohammed
ha dovuto dare sua figlia. Non
c’era altro modo per risolvere il
problema». Ma stupisce e indigna
l’accusa di Wazhma Frogh, direttri-ce dell’«Istituto Donne, Pace e Sicu-rezza» di Kabul, secondo la quale il
ministero degli Interni non ha mos-so un dito malgrado gli esposti e le
segnalazioni: «Vendere una donna
è un reato». Due anni fa Human Ri-ghts Watch chiamò in causa il go-verno e il sistema legale: «Chi prati-ca il baaddeve essere processato».
Non esistono statistiche sulla diffu-sione di questo modo di farsi giu-stizia (almeno una decina di casi al
mese) che spesso non viene denun-ciato. Non è opinione rara, anche
tra gli stessi parlamentari afghani
maschi, che tutto sommato per
una famiglia «vendere» una bambi-na sia meglio che scatenare una fai-da, o perdere l’unica casa dove si
sopravvive in dieci. Naghma non
lo sa, ma è probabile che suo padre
la pensi così.
Michele Fari

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