mercoledì 3 aprile 2013

Majirana ritrovato

ttore Majorana è stato ritrovato. Inutile continuare a cer-care tracce dei suoi passaggi in Germania o in Argentina.
Inutile scomodare le sue presunte simpatie per il regime
nazista. E si rassegnino coloro che hanno creduto di rico-noscere il geniale fisico siciliano nel senza tetto di Mazara
del Vallo o nel taciturno professore di Buenos Aires. Né ci fu il suici-dio, un tuffo in mare dalla nave postale che lo riportava in continen-te da Palermo, ipotesi che indusse la polizia a perlustrare il Golfo di
Napoli alla ricerca del cadavere. Tutto da rifare. Ma è da riscrivere an-che la versione del ritiro in convento avanzata da Leonardo Sciascia
ne La scomparsa di Majorana . È questa la tesi dell’ultimo dell’infini-ta serie di libri dedicati al mistero dei misteri italiani:  Ettore Majora-na, lo scomparso, in libreria per Editori Internazionali Riuniti. Qual è
la novità? Che a scriverlo è un parente di Ettore. Stefano Roncoroni,
73 anni, una lunga carriera di critico cinematografico e regista tele-visivo alle spalle, dal 1962 ha avuto accesso ai documenti familiari re-lativi alla scomparsa di Ettore e alle testimonianze dirette dei paren-ti che parteciparono alle ricerche.
Roncoroni, cominciamo dal-la fine. Ettore Majorana fu ritro-vato?
«Sì, intorno al marzo del 1939.
Circa un anno dopo la scompar-sa».
Chi lo ritrovò?
«Suo fratello maggiore Salva-tore. Ma ebbe un ruolo fonda-mentale anche mio padre, Fau-sto Roncoroni».
Ci aiuti a capire la sua posizio-ne nel complesso albero genea-logico dei Majoriana.
«Mia madre ed Ettore erano
cugini di primo grado. Per questo
mio padre collaborò alle ricer-che».
Lei come ha saputo del ritro-vamento?
«Fu mio padre a dirmelo a metà
degli anni Sessanta. Mi raccontò
di essere stato uno degli artefici
insieme a Salvatore. E Salvatore
confermò. Un’altra conferma mi
arrivò da Angelo Majorana, an-che lui cugino di primo grado di
Ettore».
Come e dove fu ritrovato?
«Nessuno di loro volle dirmi di
più. Mio padre aveva promesso ai
Majorana che non ne avrebbe
parlato con nessuno. E all’epoca
la parola data veniva rispettata,
tanto che anche con me non sce-se nei dettagli. Né lo fecero mai gli
altri membri della famiglia. C’è
però una traccia di cui parlo nel li-bro: mio nonno materno Oliviero
Savini Nicci annota nel suo diario
di un improvviso viaggio in mac-china nell’ottobre del 1938 di mio
padre e Salvatore fino a un vallo-ne vicino Catanzaro dove è stata
segnalata la presenza di Ettore. Se
già non è agevole oggi, si può im-maginare quanto fosse compli-cato andare e tornare dalla Cala-bria sulle strade italiane del 1938.
Dovevano avere un buon motivo
per mettersi in cammino, anche
se nelle carte di mio nonno quel
viaggio non è definito risolutivo».
Riepiloghiamo: Ettore scom-pare il 25 marzo del 1938 mentre
da Palermo torna verso Napoli
dove lo attende una cattedra
universitaria. Tutta l’Italia che
conta, polizia, Vaticano, mondo
accademico, si mette sulle sue
tracce. Invece a trovarlo sono i
familiari più stretti circa un anno
dopo. Poi che succede?
«Ettore è irrevocabile nella sua
decisione di sparire. Chi lo trova
non riesce a convincerlo a torna-re sui suoi passi. I Majorana ne
prendono atto. E da quel mo-mento fermano o depistano le in-dagini».
MAJORANA
Stefano Roncoroni,
parente del fisico
racconta in un libro
una nuova verità
LUCA FRAIOLI
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Ma questo non esclude le altre
teorie sulla fuga di Majorana al-l’estero, in Germania o in Argen-tina.
«E invece le esclude. Perché so-no convinto che Ettore sia morto
nella tarda estate del 1939».
Come fa a dirlo?
«Lo prova la documentazione
che espongo nel libro. Certo, non
ci sono atti ufficiali di morte o
tombe da esibire. Ma le carte par-lano chiaro. Pochi giorni dopo la
scomparsa di Ettore si mette in
moto una macchina per le ricer-che che in Italia non è mai stata al-lestita nemmeno per i peggiori
criminali. I Majorana sono una
famiglia potente e in ascesa:
scienziati, professori universita-ri, politici, hanno entrature al mi-nistero dell’Interno e in Vaticano.
Chiedono e ottengono una mobi-litazione senza precedenti. La
polizia dirama bollettini di ricer-ca e avvisa i posti di frontiera. Il
capo della polizia va di persona in
un paesino del Salernitano con
tanto di unità cinofile per fare un
controllo. La Santa Sede setaccia
tramite i suoi ordini religiosi i mo-nasteri per sapere se Ettore ha
trovato rifugio lì. Indaga anche il
ministero per l’Educazione na-zionale: la cattedra di Napoli è va-cante e bisogna prendere una de-cisione. Poi, prima dell’estate del
1939, accade qualcosa che ferma
tutto questo».
Cioè la macchina delle ricer-che si blocca?
«Sì. La cattedra di Napoli viene
riassegnata senza che la famiglia
protesti. La polizia smette di dira-mare bollettini su Ettore Majora-na e di cercarlo ai posti di frontie-ra. Dalla Segreteria di Stato del
Vaticano parte una lettera indi-rizzata alla famiglia in cui, con pa-role consolatorie, si spiega che
“non vi è più alcuna ragione pecontinuare le ricerche”».
Ma questo non necessaria-mente significa che Ettore sia
morto.
«C’è un altro documento ine-quivocabile. Nel settembre del
1939 il gesuita padre Caselli scri-ve a Salvatore. Gli comunica di
accettare la donazione che la fa-miglia Majorana fa per istituire
una borsa di studio da intitolare
all’estinto Ettore. Se un gesuita
nel ’39 usa il termine estinto vuol
dire che non ci sono dubbi sulla
sorte di Ettore: è morto entro il
settembre 1939. E questo toglie di
mezzo anche l’ipotesi del suici-dio. Non si dedica una borsa di
studio religiosa a un suicida».
Si può obiettare che la sua teo-ria (ritrovamento e morte) sia
solo frutto di testimonianze ora-li non verificabili e di deduzioni
basate su documenti.
«Tutta la vicenda di Ettore ruo-ta intorno alla famiglia. I Majora-na sanno come sono andate le co-se sin dal 1939. Il loro silenzio nonha fatto altro che alimentare le
teorie più diverse: il suicidio dalla
nave, la fuga in Germania per col-laborare con gli scienziati nazisti,
la seconda vita in Argentina».
Perché hanno scelto il silen-zio?
«Fu una decisione di Giusep-pe, zio di Ettore e indiscusso ca-pofamiglia all’epoca dei fatti. Po-chi anni prima i Majorana erano
stati coinvolti in un caso di crona-ca nera, un infanticidio. Una
macchia intollerabile per l’onore
di una famiglia che il fascismo
stava celebrando tra i grandi di Si-cilia e che annoverava già senato-ri, professori universitari e presii di facoltà. Quando il giovante
talento scompare nel nulla, no-nostante la brillante carriera che
si apre di fronte a lui, per Giusep-pe esplode un nuovo scandalo
che può compromettere definiti-vamente il buon nome e le ambi-zioni di famiglia. Sceglie dunque
di far calare il silenzio sulla vicen-da e lo fa con un documento che
detta a tutti i parenti la verità uffi-ciale dei Majorana. Nel mio libro
parto da quel documento finora
inedito, per dimostrare come in-vece siano andate le cose nella
realtà».
Ma se lei era al corrente della
“verità” fin dagli anni Sessanta,
perché la racconta solo ora?
«Mio padre, Salvatore il fratel-lo di Ettore, mio nonno Oliviero
Savini Nicci erano uomini di
un’altra epoca. Avevano dato la
loro parola al capofamiglia Giu-seppe Majorana che non sarebbe
trapelato nulla. Finché sono stati
in vita io ho rispettato il loro pat-to. Poi però ho iniziato a fare ri-cerche per documentare ciò che
mi avevano raccontato».
Il suo libro scrive la parola fine
al mistero della scomparsa di Et-tore Majorana?
«No. Mi limito a riferire ciò che
mi fu detto da testimoni diretti e a
esibire la documentazione che
conferma il loro racconto. Ma
manca ancora molto per una ri-costruzione completa della vi-cenda. Si tratta però solo di aspet-tare: quando il Vaticano aprirà gli
archivi relativi al pontificato di
Pio XII sarà fatta luce completa
sul caso. E si potrebbe fare ancor
prima, se i Majorana attuali, i di-scendenti di quel Giuseppe che
scelse di far calare il sipario su Et-tore, decidessero a distanza di
settant’anni di rompere quel mu-ro di silenzio»

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