IL MOVIMENTO DEL CREATO RACCHIUSO IN UNBICCHIERE
he l’acqua sia l’elemento primo è sintetizzato
molto bene da una battuta di Lenny Bruce: «Ho
inventato l’acqua in polvere ma non so in cosa
scioglierla». Non c’è nulla di precedente, ecco —
o meglio, tutto ciò che c’è stato di precedente
all’acqua era solo un tentativo di raggiungere la
sua perfetta semplicità. Immaginiamo il caos primordiale:
c’è già tutto, in realtà, ma ogni particella di ogni elemento
vaga a caso nel vuoto, si scontra con altre particelle, forma
inutili molecole e nulla accade. Così per milioni di anni. Poi,
un giorno, due laboriosi atomi di ossigeno si scontrano tra
di loro nel preciso momento in cui vengono centrati da un
atomo di idrogeno, estroso e vagabondo — e in quel preciso
momento, successivo a miliardi di miliardi di altri momenti
in cui gli atomi si sono scontrati a due, tre, quattro, mille
per volta senza produrre nulla — in quel preciso momento
comincia tutto. Non è solo vita, è anche una lezione di vita,
nel senso che l’evento alfa contiene contemporaneamente
tutta la complessità e tutta la semplicità di qualunque pro-cesso vitale. Troppo semplice non funziona. Troppo compli-cato nemmeno. Tutti e due i modi insieme invece sì — sem-plice e complesso funziona. Il prima è cancellato: si comin-cia da qui.
Ora pensiamo al bicchiere d’acqua che sto per bere. Sapete
tutti benissimo la sensazione che mi procurerà: conoscete la
consistenza dell’acqua al contatto con le cellule della cavità
orale, conoscete la sua temperatura, sapete che le mie papille
gustative resteranno inoperose, perché non avrà sapore. Ec-co, ora lo bevo. D’un tratto sono alle prese con un’esperienza
primordiale, di una semplicità assoluta, il grado zero delle
esperienze — eppure l’affronto con passione, e bevo la mia
acqua, tutta d’un fiato, e me la godo, sempre uguale, sempre
perfetta, e ne esco appagato. Questo perché io sono acqua,
appartengo al suo magico ciclo, e perciò ho sempre sete. An-che voi — è uguale per tutti — fateci caso: voi in questo mo-mento avete sete. Magari non ci facevate caso — l’acqua non
genera ansia — ma adesso che ci pensate sì, avete sete. Un
bicchier d’acqua: vi è venuta voglia di berlo anche voi. Be’,
fatelo. Non c’è nessuna ragione per privarsi di questo piace-re. Alzatevi e bevetelo anche voi: sarà un’esperienza comple-ta e appagante, come lo è stata per me.
In mezzo a questi due momenti, il momento alfa del cozzo
fatale e il momento omega del nostro bicchier d’acqua, sta
tutto il movimento del creato. Ci stanno drammi e trionfi,
stragi e proliferazioni, declini ed evoluzioni, speculazioni,
estinzioni, mutazioni, esodi, migrazioni, guerre, ingiustizie,
rivolte, scoperte e miracoli divini; ci sta la distribuzione fatta
dalla natura, violenta e casuale, dominante, indifferente, diri-mente, e quella fatta dalle bestie, più utilitaristica e ingegno-sa; ci sta la funesta modificazione del ciclo prodotta dalle
azioni dell’uomo e la paziente, ostinata capacità del ciclo di
autorigenerarsi; ci stanno la Storia e la Geografia, le Scienze,
la Poesia, la Fisica, la Biologia, la Chimica, la Matematica, l’Ar-cheologia — e ci sta la nuda esperienza del castoro, il liquido
intelletto del pesce, la sapienza del campesino analfabeta.
Ciò che ci riporta dritti all’inizio, non più a una semplice bat-tuta di spirito, adesso, ma a un vero e proprio assioma —
l’Assioma di Lenny Bruce: tutto può essere ridotto in polve-re, e tutto in polvere sarà ridotto. Tranne l’acqua.
molto bene da una battuta di Lenny Bruce: «Ho
inventato l’acqua in polvere ma non so in cosa
scioglierla». Non c’è nulla di precedente, ecco —
o meglio, tutto ciò che c’è stato di precedente
all’acqua era solo un tentativo di raggiungere la
sua perfetta semplicità. Immaginiamo il caos primordiale:
c’è già tutto, in realtà, ma ogni particella di ogni elemento
vaga a caso nel vuoto, si scontra con altre particelle, forma
inutili molecole e nulla accade. Così per milioni di anni. Poi,
un giorno, due laboriosi atomi di ossigeno si scontrano tra
di loro nel preciso momento in cui vengono centrati da un
atomo di idrogeno, estroso e vagabondo — e in quel preciso
momento, successivo a miliardi di miliardi di altri momenti
in cui gli atomi si sono scontrati a due, tre, quattro, mille
per volta senza produrre nulla — in quel preciso momento
comincia tutto. Non è solo vita, è anche una lezione di vita,
nel senso che l’evento alfa contiene contemporaneamente
tutta la complessità e tutta la semplicità di qualunque pro-cesso vitale. Troppo semplice non funziona. Troppo compli-cato nemmeno. Tutti e due i modi insieme invece sì — sem-plice e complesso funziona. Il prima è cancellato: si comin-cia da qui.
Ora pensiamo al bicchiere d’acqua che sto per bere. Sapete
tutti benissimo la sensazione che mi procurerà: conoscete la
consistenza dell’acqua al contatto con le cellule della cavità
orale, conoscete la sua temperatura, sapete che le mie papille
gustative resteranno inoperose, perché non avrà sapore. Ec-co, ora lo bevo. D’un tratto sono alle prese con un’esperienza
primordiale, di una semplicità assoluta, il grado zero delle
esperienze — eppure l’affronto con passione, e bevo la mia
acqua, tutta d’un fiato, e me la godo, sempre uguale, sempre
perfetta, e ne esco appagato. Questo perché io sono acqua,
appartengo al suo magico ciclo, e perciò ho sempre sete. An-che voi — è uguale per tutti — fateci caso: voi in questo mo-mento avete sete. Magari non ci facevate caso — l’acqua non
genera ansia — ma adesso che ci pensate sì, avete sete. Un
bicchier d’acqua: vi è venuta voglia di berlo anche voi. Be’,
fatelo. Non c’è nessuna ragione per privarsi di questo piace-re. Alzatevi e bevetelo anche voi: sarà un’esperienza comple-ta e appagante, come lo è stata per me.
In mezzo a questi due momenti, il momento alfa del cozzo
fatale e il momento omega del nostro bicchier d’acqua, sta
tutto il movimento del creato. Ci stanno drammi e trionfi,
stragi e proliferazioni, declini ed evoluzioni, speculazioni,
estinzioni, mutazioni, esodi, migrazioni, guerre, ingiustizie,
rivolte, scoperte e miracoli divini; ci sta la distribuzione fatta
dalla natura, violenta e casuale, dominante, indifferente, diri-mente, e quella fatta dalle bestie, più utilitaristica e ingegno-sa; ci sta la funesta modificazione del ciclo prodotta dalle
azioni dell’uomo e la paziente, ostinata capacità del ciclo di
autorigenerarsi; ci stanno la Storia e la Geografia, le Scienze,
la Poesia, la Fisica, la Biologia, la Chimica, la Matematica, l’Ar-cheologia — e ci sta la nuda esperienza del castoro, il liquido
intelletto del pesce, la sapienza del campesino analfabeta.
Ciò che ci riporta dritti all’inizio, non più a una semplice bat-tuta di spirito, adesso, ma a un vero e proprio assioma —
l’Assioma di Lenny Bruce: tutto può essere ridotto in polve-re, e tutto in polvere sarà ridotto. Tranne l’acqua.
2015, dimezzare la sete del mondo
L
a salute del mondo acquatico si
può raffigurare come un’onda,
con i suoi picchi problematici, le
sue discese confortanti, persino
per la sua elasticità che sfida le
previsioni più fosche. Di acqua ce
n’è sempre meno, ma da almeno un secolo
si moltiplicano gli accordi tra i Paesi per
condividerla; quasi un miliardo di persone
non ha accesso alla potabile e, ogni anno, in
sei milioni perdono la vita a casa della sua
scarsità. È stato nel 2010 che l’assemblea ge-nerale delle Nazioni Unite ha deciso di dedi-care tutto il 2013 a questo tema.
E oggi la Giornata Mondiale dell’Acqua,
istituita nel 1992, diventa un cardine intor-no al quale, per tutto l’anno, ruoteranno in-contri, festival, dibattiti. Un messaggio lun-go, dunque, coordinato dall’Unesco, che
passa dal Projeto Biodiversidade a Rio Gran-de do Sul, in Brasile (il 10 maggio) al Semi-nar Water Management a Bissau, in agosto.
C’è il Reel Water Film Festival, nel Wiscon-sin, e c’è lo SciFest 2013 in Finlandia. Inizia-tive ovviamente anche oggi: restando in Ita-lia, a Firenze c’è un flash mob virtuale e a
Roma l’Accademia dei Lincei propone il te-ma delle calamità idrogeologiche (informa-zioni sul sito unwater.org). Uno degli obiet-tivi del programma di Sviluppo del Millen-nio delle Nazioni Unite è quello di rendere
«l’onda» meno bizzosa e più stabile. Con il
contributo di tutti i Paesi, perché tutti sono
coinvolti.
La prevenzione dei conflitti
«Cooperazione per l’acqua significa fare
un passo avanti verso la prevenzione dei
conflitti e la ripartizione delle risorse idri-che — afferma Alice Aureli, del Programma
idrologico internazionale dell’Unesco — E
la sfida immediata è quella di dimezzare, en-tro il 2015, la percentuale della popolazione
mondiale che non ha accesso all’acqua pota-bile e ai servizi igienico-sanitari di base». Se
è vero che, stando alle ultime ricerche del-l’Onu, servirebbero tre pianeti e mezzo co-me il nostro per soddisfare le attuali esigen-ze della Terra (se tutti, nel mondo, vivessi-mo come i Nordamericani e gli Europei), è
anche vero che passi avanti, in questi anni
di sensibilizzazione intensa, sono stati fatti.
«I prelievi di acqua sono diminuiti in gran
parte dell’Europa occidentale — continua
Aureli —. La gestione delle risorse idriche è
migliorata grazie soprattutto alla crescita
delle capacita tecnico-scientifiche dei gesto-ri».
Ma l’onda metaforica non è affatto univo-ca, anzi, si presenta con lunghezze diverse
al suo interno. Ci sono, per esempio, delle
differenze tra Stati occidentali ad economie
avanzate. «In Canada — continua la ricerca-trice — i prelievi idrici totali sono aumenta-ti costantemente nel corso degli ultimi de-cenni, mentre sono stati relativamente co-stanti negli Stati Uniti a partire dalla metà
degli anni Ottanta, questo nonostante la
continua crescita della popolazione». Eppu-re, alla fine, l’onda è un’onda. Sale e scende
in autonomia, seguendo le lune del mare,
come nei quadri del pittore russo Il’ja Re-pin. E così fanno paura i Paesi in ascesa,
quelle economie emergenti che consumano
risorse idriche per la costante fame di ener-gia. Questione di dettagli, inesorabili, in-scritti nel futuro prossimo: molte popolazio-ni passano rapidamente da un’alimentazio-ne a base di vegetali e cereali a un’altra che
si impernia su latticini e proteine. È qui che
il bisogno di acqua si alza a dismisura. E poi
ci sono i casi a parte. «Nonostante la marca-ta transizione verso una economia postin-dustriale, la domanda di acqua rimane ele-vata in Europa orientale, Asia centrale e il
Caucaso». Ne hanno bisogno per l’agricoltu-ra e per l’attività estrattiva dei minerali.
Quelle acque «invisibili»
L’agricoltura e l’industria, ovviamente,
sono oggetto di un insistente monitorag-gio. La lavorazione della terra «assorbe» il
70 per cento dell’uso di acqua dolce e si pre-vede che aumenterà del 19 per cento nel
2050. Certo, servono tecnologie più raffina-te per evitare la cannibalizzazione delle ri-sorse, però le sfide delle Nazioni Unite sono
come i fiumi carsici: affiorano intempestive
e sorprendenti. «Per esempio — dice Aureli
— c’è il nodo dell’estrazione delle acque in-visibili, sotterranee. L’Unesco ha calcolato
che esistono quasi 500 bacini acquiferi tran-sfrontalieri nel mondo. Dalla gestione con-divisa e pacifica di queste risorse dipenderà
la sicurezza idrica e alimentare di molti di
noi nei prossimi anni».
Già, quell’acqua «invisibile» che attraver-sa i confini e che causa conflitti, da scioglie-re con delicate trattative internazionali. Ma
sono punti scottanti. Si pensi solo alla falda
che corre dal confine libico sotto il Darfur
verso il Nilo. Nel conflitto arabo-israeliano,
la spartizione e l’uso delle risorse idriche è
fra le questioni chiave. Nel suo libro Le guer-re dell’acqua , l’attivista indiana Vandana
Shiva fa notare che molte guerre nate dalla
corsa all’acqua vengono fatte passare per
conflitti etnici o religiosi. E non è casuale
che, nel nostro Paese, una delle discussioni
più accese degli ultimi mesi sia nata intor-no all’ipotesi della privatizzazione della ri-sorsa idrica. Infine, c’è il problema della de-sertificazione di intere aree. «L’evoluzione
climatica sta facendo peggiorare le condizio-ni di aridità in molti Paesi — dice Alice Au-reli — A livello globale, la desertificazione,
il degrado del suolo e la siccità colpiscono
un miliardo e mezzo di persone. Fenomeni
di maggiore impatto in Africa, continente
considerato desertico per due terzi».
L’educazione al risparmio
Insomma, dell’acqua si avverte un biso-gno continuo, sempre per nuovi scopi (per
dire, è fondamentale nelle manifatture ad al-ta tecnologia e per la produzione di energia
idroelettrica). Ecco perché L’Onu sottolinea
l’importanza dell’impegno individuale, di
una profonda educazione al risparmio delle
risorse a cominciare dall’infanzia. «Già —
conclude la ricercatrice —. Nonostante i
passi avanti, bisogna fare ancora molto. La
lotta agli sprechi non è ancora una realtà
nei Paesi occidentali: a tutt’oggi i sistemi ur-bani e industriali non si possono considera-re realmente effettivi nel risparmio idrico
a salute del mondo acquatico si
può raffigurare come un’onda,
con i suoi picchi problematici, le
sue discese confortanti, persino
per la sua elasticità che sfida le
previsioni più fosche. Di acqua ce
n’è sempre meno, ma da almeno un secolo
si moltiplicano gli accordi tra i Paesi per
condividerla; quasi un miliardo di persone
non ha accesso alla potabile e, ogni anno, in
sei milioni perdono la vita a casa della sua
scarsità. È stato nel 2010 che l’assemblea ge-nerale delle Nazioni Unite ha deciso di dedi-care tutto il 2013 a questo tema.
E oggi la Giornata Mondiale dell’Acqua,
istituita nel 1992, diventa un cardine intor-no al quale, per tutto l’anno, ruoteranno in-contri, festival, dibattiti. Un messaggio lun-go, dunque, coordinato dall’Unesco, che
passa dal Projeto Biodiversidade a Rio Gran-de do Sul, in Brasile (il 10 maggio) al Semi-nar Water Management a Bissau, in agosto.
C’è il Reel Water Film Festival, nel Wiscon-sin, e c’è lo SciFest 2013 in Finlandia. Inizia-tive ovviamente anche oggi: restando in Ita-lia, a Firenze c’è un flash mob virtuale e a
Roma l’Accademia dei Lincei propone il te-ma delle calamità idrogeologiche (informa-zioni sul sito unwater.org). Uno degli obiet-tivi del programma di Sviluppo del Millen-nio delle Nazioni Unite è quello di rendere
«l’onda» meno bizzosa e più stabile. Con il
contributo di tutti i Paesi, perché tutti sono
coinvolti.
La prevenzione dei conflitti
«Cooperazione per l’acqua significa fare
un passo avanti verso la prevenzione dei
conflitti e la ripartizione delle risorse idri-che — afferma Alice Aureli, del Programma
idrologico internazionale dell’Unesco — E
la sfida immediata è quella di dimezzare, en-tro il 2015, la percentuale della popolazione
mondiale che non ha accesso all’acqua pota-bile e ai servizi igienico-sanitari di base». Se
è vero che, stando alle ultime ricerche del-l’Onu, servirebbero tre pianeti e mezzo co-me il nostro per soddisfare le attuali esigen-ze della Terra (se tutti, nel mondo, vivessi-mo come i Nordamericani e gli Europei), è
anche vero che passi avanti, in questi anni
di sensibilizzazione intensa, sono stati fatti.
«I prelievi di acqua sono diminuiti in gran
parte dell’Europa occidentale — continua
Aureli —. La gestione delle risorse idriche è
migliorata grazie soprattutto alla crescita
delle capacita tecnico-scientifiche dei gesto-ri».
Ma l’onda metaforica non è affatto univo-ca, anzi, si presenta con lunghezze diverse
al suo interno. Ci sono, per esempio, delle
differenze tra Stati occidentali ad economie
avanzate. «In Canada — continua la ricerca-trice — i prelievi idrici totali sono aumenta-ti costantemente nel corso degli ultimi de-cenni, mentre sono stati relativamente co-stanti negli Stati Uniti a partire dalla metà
degli anni Ottanta, questo nonostante la
continua crescita della popolazione». Eppu-re, alla fine, l’onda è un’onda. Sale e scende
in autonomia, seguendo le lune del mare,
come nei quadri del pittore russo Il’ja Re-pin. E così fanno paura i Paesi in ascesa,
quelle economie emergenti che consumano
risorse idriche per la costante fame di ener-gia. Questione di dettagli, inesorabili, in-scritti nel futuro prossimo: molte popolazio-ni passano rapidamente da un’alimentazio-ne a base di vegetali e cereali a un’altra che
si impernia su latticini e proteine. È qui che
il bisogno di acqua si alza a dismisura. E poi
ci sono i casi a parte. «Nonostante la marca-ta transizione verso una economia postin-dustriale, la domanda di acqua rimane ele-vata in Europa orientale, Asia centrale e il
Caucaso». Ne hanno bisogno per l’agricoltu-ra e per l’attività estrattiva dei minerali.
Quelle acque «invisibili»
L’agricoltura e l’industria, ovviamente,
sono oggetto di un insistente monitorag-gio. La lavorazione della terra «assorbe» il
70 per cento dell’uso di acqua dolce e si pre-vede che aumenterà del 19 per cento nel
2050. Certo, servono tecnologie più raffina-te per evitare la cannibalizzazione delle ri-sorse, però le sfide delle Nazioni Unite sono
come i fiumi carsici: affiorano intempestive
e sorprendenti. «Per esempio — dice Aureli
— c’è il nodo dell’estrazione delle acque in-visibili, sotterranee. L’Unesco ha calcolato
che esistono quasi 500 bacini acquiferi tran-sfrontalieri nel mondo. Dalla gestione con-divisa e pacifica di queste risorse dipenderà
la sicurezza idrica e alimentare di molti di
noi nei prossimi anni».
Già, quell’acqua «invisibile» che attraver-sa i confini e che causa conflitti, da scioglie-re con delicate trattative internazionali. Ma
sono punti scottanti. Si pensi solo alla falda
che corre dal confine libico sotto il Darfur
verso il Nilo. Nel conflitto arabo-israeliano,
la spartizione e l’uso delle risorse idriche è
fra le questioni chiave. Nel suo libro Le guer-re dell’acqua , l’attivista indiana Vandana
Shiva fa notare che molte guerre nate dalla
corsa all’acqua vengono fatte passare per
conflitti etnici o religiosi. E non è casuale
che, nel nostro Paese, una delle discussioni
più accese degli ultimi mesi sia nata intor-no all’ipotesi della privatizzazione della ri-sorsa idrica. Infine, c’è il problema della de-sertificazione di intere aree. «L’evoluzione
climatica sta facendo peggiorare le condizio-ni di aridità in molti Paesi — dice Alice Au-reli — A livello globale, la desertificazione,
il degrado del suolo e la siccità colpiscono
un miliardo e mezzo di persone. Fenomeni
di maggiore impatto in Africa, continente
considerato desertico per due terzi».
L’educazione al risparmio
Insomma, dell’acqua si avverte un biso-gno continuo, sempre per nuovi scopi (per
dire, è fondamentale nelle manifatture ad al-ta tecnologia e per la produzione di energia
idroelettrica). Ecco perché L’Onu sottolinea
l’importanza dell’impegno individuale, di
una profonda educazione al risparmio delle
risorse a cominciare dall’infanzia. «Già —
conclude la ricercatrice —. Nonostante i
passi avanti, bisogna fare ancora molto. La
lotta agli sprechi non è ancora una realtà
nei Paesi occidentali: a tutt’oggi i sistemi ur-bani e industriali non si possono considera-re realmente effettivi nel risparmio idrico
Quel mare d’acqua che mangiamo
na grande abbuffata è un’indi-gestione d’acqua. Più che ver-de, stavolta serve il pollice az-zurro. Perché nel cibo che man-giamo c’è acqua. Un mare d’ac-qua virtuale. Racchiusa in un
piatto di spaghetti o in un hamburger, bevu-ta inconsciamente come una tazzina di caf-fè. Ingerita senza neanche berla, ma è stata
necessaria a produrre quello che stiamo
mangiando. Basta un dato per capirne le pro-porzioni. L’acqua che utilizziamo ogni gior-no per uso domestico, quella che vediamo
scorrere dai rubinetti, è pari a 157 litri. Ne
mangiamo invece 3500. Il 90 per cento del-l’acqua che usiamo è nascosta dietro al cibo.
«In Italia c’era un buco informativo profon-dissimo, per questo tornando qui dopo
un’esperienza di ricerca a Londra abbiamo
deciso di portarci dietro qualcosa che potes-se essere utile per il nostro paese», racconta
Francesca Greco, 35 anni. Nata a Orvieto, ha
conosciuto Marta Antonelli, 28 anni, prima
come compagna di studi a Londra poi di
penna dopo un caffè bevuto al Caffè Torret-ta di Roma. «All’estero si parla di acqua vir-tuale da una quindicina d’anni: le istituzio-ni, le casalinghe che fanno la spesa, ma so-prattutto le multinazionali che ormai lavora-no per abbattere gli sprechi dei loro processi
produttivi», spiega Greco.
In Olanda, in Inghilterra e in generale nei
paesi nordici hanno mappato i loro cibi per
spiegare l’impatto liquido di ogni boccone in-gerito. La sensazione è che l’ondata green
che ha mosso coscienze anche in Italia si li-miti allo spreco tangibile. Spegnere una luce
inutilizzata, usare un’auto elettrica, accorcia-re i tempi di una doccia, magari chiudendo il
rubinetto mentre ci si insapona.
Ma l’acqua virtuale è invisibile. Per questo
molti non fanno nemmeno in tempo a sentir-si in colpa quando si siedono a tavola. In que-sto senso un vegetariano può avere la co-scienza più pulita. La sua cena tipo «costa»
1500 litri d’acqua: 4100 litri quella di chi ha
una dieta carnivora. La carne, soprattutto
quella rossa di animali allevati in modo in-tensivo, ha il maggior impatto. Meno
idro-esigente è il pollame. Per questo sono
utili gli sforzi di movimenti come Slow Food
che tutelano l’identità territoriale, la tenden-za crescente a valorizzare i cibi a chilometro
zero. «Per limitare il mio impatto nella vita
reale, mangio carne solo due volte a settima-na e la compro in un posto fidato vicino a
Viterbo, accorciando la distanza tra la mia ta-vola e chi produce», spiega Antonelli.
L’unico modo per raddrizzare una situazio-ne che, stante la crisi idrica del pianeta e il
costante aumento demografico, può solo peg-giorare, è riappropriarsi del valore dell’ac-qua. A Bali, ad esempio, dove l’acqua per via
delle piogge a cascata non manca, con il siste-ma dei Subak per irrigare il riso il rispetto del-l’acqua è diventato qualcosa di sociale e reli-gioso. «Si migliora facendone un uso consa-pevole, perché non tutta l’acqua è uguale —
spiega Greco —. Tony Allan, ideatore del con-cetto di "virtuale", la chiama desocializzazio-ne: il rapporto con l’acqua va ripensato, cer-cando di utilizzare per produrre alimenti so-prattutto l’acqua verde, quella da fonte piova-na o l’acqua blu, comunque rinnovabile, da
laghi, fiumi, falde sotterranee». Sfatato quin-di il (falso) mito che due gocce d’acqua siano
per forza uguali, vien da chiedersi a chi an-drebbe inoltrata una preghiera. Più al gover-no o a un bambino da educare a consumi in-telligenti? I concetti non sono difficili: chi si
occupa di agricoltura li conosce da sempre.
Con la politica si può gestire l’acqua pubbli-ca, quella poi utilizzata nelle case. In tal senso
le campagne di sensibilizzazione, oltre che il
referendum sull’acqua, hanno smosso le co-scienze, ma quella per uso domestico resta
una battaglia di una guerra più grande. «Sfor-zi maggiori andrebbero fatti dalle multinazio-nali, aggiungendo sull’etichetta l’impronta
idrica come avviene per grassi e proteine», di-ce Antonelli. Alcune aziende italiane, come
Barilla per la pasta e Mutti per le conserve di
pomodoro, l’hanno fatto.
L’Italia è il terzo importatore al mondo di
acqua virtuale. «Fa parte del nostro stile di
vita poco olistico: non siamo padroni di quel-lo che mangiamo», spiega Greco. La sfida sta
quindi nel migliorare la qualità dell’acqua
che consumiamo. Perché mangiando l’acqua
degli altri rischiamo di creare povertà senza
saperlo. «Per esempio se importiamo quella
di beduini che nel deserto non hanno acqua
rinnovabile», dice Greco che confessa di es-sere scappata dall’Italia perché è l’unico pae-se dove non esiste una cattedra di politiche
idriche in nessuna università e manca un mi-nistro dell’Acqua. In Africa, una piscina natu-rale che per povertà strutturale non riesce a
sfruttarla, ogni paese ne ha uno.
«Abbiamo scritto il libro in due mesi, di
slancio, raccogliendo informazioni e contri-buti per portare qui quello che all’estero è
noto e rispettato — concludono le due ricer-catrici —. Sarebbe bello diventasse una piat-taforma per aprire un dibattito che eviti che
questo Paese fra vent’anni sia molto meno
liquido».
piatto di spaghetti o in un hamburger, bevu-ta inconsciamente come una tazzina di caf-fè. Ingerita senza neanche berla, ma è stata
necessaria a produrre quello che stiamo
mangiando. Basta un dato per capirne le pro-porzioni. L’acqua che utilizziamo ogni gior-no per uso domestico, quella che vediamo
scorrere dai rubinetti, è pari a 157 litri. Ne
mangiamo invece 3500. Il 90 per cento del-l’acqua che usiamo è nascosta dietro al cibo.
«In Italia c’era un buco informativo profon-dissimo, per questo tornando qui dopo
un’esperienza di ricerca a Londra abbiamo
deciso di portarci dietro qualcosa che potes-se essere utile per il nostro paese», racconta
Francesca Greco, 35 anni. Nata a Orvieto, ha
conosciuto Marta Antonelli, 28 anni, prima
come compagna di studi a Londra poi di
penna dopo un caffè bevuto al Caffè Torret-ta di Roma. «All’estero si parla di acqua vir-tuale da una quindicina d’anni: le istituzio-ni, le casalinghe che fanno la spesa, ma so-prattutto le multinazionali che ormai lavora-no per abbattere gli sprechi dei loro processi
produttivi», spiega Greco.
In Olanda, in Inghilterra e in generale nei
paesi nordici hanno mappato i loro cibi per
spiegare l’impatto liquido di ogni boccone in-gerito. La sensazione è che l’ondata green
che ha mosso coscienze anche in Italia si li-miti allo spreco tangibile. Spegnere una luce
inutilizzata, usare un’auto elettrica, accorcia-re i tempi di una doccia, magari chiudendo il
rubinetto mentre ci si insapona.
Ma l’acqua virtuale è invisibile. Per questo
molti non fanno nemmeno in tempo a sentir-si in colpa quando si siedono a tavola. In que-sto senso un vegetariano può avere la co-scienza più pulita. La sua cena tipo «costa»
1500 litri d’acqua: 4100 litri quella di chi ha
una dieta carnivora. La carne, soprattutto
quella rossa di animali allevati in modo in-tensivo, ha il maggior impatto. Meno
idro-esigente è il pollame. Per questo sono
utili gli sforzi di movimenti come Slow Food
che tutelano l’identità territoriale, la tenden-za crescente a valorizzare i cibi a chilometro
zero. «Per limitare il mio impatto nella vita
reale, mangio carne solo due volte a settima-na e la compro in un posto fidato vicino a
Viterbo, accorciando la distanza tra la mia ta-vola e chi produce», spiega Antonelli.
L’unico modo per raddrizzare una situazio-ne che, stante la crisi idrica del pianeta e il
costante aumento demografico, può solo peg-giorare, è riappropriarsi del valore dell’ac-qua. A Bali, ad esempio, dove l’acqua per via
delle piogge a cascata non manca, con il siste-ma dei Subak per irrigare il riso il rispetto del-l’acqua è diventato qualcosa di sociale e reli-gioso. «Si migliora facendone un uso consa-pevole, perché non tutta l’acqua è uguale —
spiega Greco —. Tony Allan, ideatore del con-cetto di "virtuale", la chiama desocializzazio-ne: il rapporto con l’acqua va ripensato, cer-cando di utilizzare per produrre alimenti so-prattutto l’acqua verde, quella da fonte piova-na o l’acqua blu, comunque rinnovabile, da
laghi, fiumi, falde sotterranee». Sfatato quin-di il (falso) mito che due gocce d’acqua siano
per forza uguali, vien da chiedersi a chi an-drebbe inoltrata una preghiera. Più al gover-no o a un bambino da educare a consumi in-telligenti? I concetti non sono difficili: chi si
occupa di agricoltura li conosce da sempre.
Con la politica si può gestire l’acqua pubbli-ca, quella poi utilizzata nelle case. In tal senso
le campagne di sensibilizzazione, oltre che il
referendum sull’acqua, hanno smosso le co-scienze, ma quella per uso domestico resta
una battaglia di una guerra più grande. «Sfor-zi maggiori andrebbero fatti dalle multinazio-nali, aggiungendo sull’etichetta l’impronta
idrica come avviene per grassi e proteine», di-ce Antonelli. Alcune aziende italiane, come
Barilla per la pasta e Mutti per le conserve di
pomodoro, l’hanno fatto.
L’Italia è il terzo importatore al mondo di
acqua virtuale. «Fa parte del nostro stile di
vita poco olistico: non siamo padroni di quel-lo che mangiamo», spiega Greco. La sfida sta
quindi nel migliorare la qualità dell’acqua
che consumiamo. Perché mangiando l’acqua
degli altri rischiamo di creare povertà senza
saperlo. «Per esempio se importiamo quella
di beduini che nel deserto non hanno acqua
rinnovabile», dice Greco che confessa di es-sere scappata dall’Italia perché è l’unico pae-se dove non esiste una cattedra di politiche
idriche in nessuna università e manca un mi-nistro dell’Acqua. In Africa, una piscina natu-rale che per povertà strutturale non riesce a
sfruttarla, ogni paese ne ha uno.
«Abbiamo scritto il libro in due mesi, di
slancio, raccogliendo informazioni e contri-buti per portare qui quello che all’estero è
noto e rispettato — concludono le due ricer-catrici —. Sarebbe bello diventasse una piat-taforma per aprire un dibattito che eviti che
questo Paese fra vent’anni sia molto meno
liquido».
ndia, due paladini contro i paradossi
L
o chiamano the water man perché
un giorno di trent’anni fa comin-ciò a scavare una vasca di raccolta
per l’acqua piovana nelle aride col-line del Rajasthan orientale e da al-lora non si è più fermato. Rajendra
Singh era un fresco laureato in medicina tra-dizionale, ispirato da Gandhi, che voleva apri-re una clinica in una zona remota. Un anzia-no del luogo gli disse: «La prima cosa che ser-ve è l’acqua». Il vecchio consigliò quanto fa-cevano i suoi padri. Il medico Rajendra co-minciò a scavare. Un giorno sei ore, un altro
otto. Scavò per quattro anni. Finì il primo ba-cino ( johad ) giusto in tempo per l’arrivo del
monsone.The water mancon la sua ong sca-vò ancora. Oggi lui ha 53 anni e i suoi bacini
di raccolta (i tankas ) sono 8.600: rifornisco-no mille villaggi e hanno rivitalizzato cinque
fiumi del Rajasthan. Rajendra è famoso. È
consulente del governo, siede nel comitato
per la conservazione del grande fiume Gan-ge. Ma questo non vuol dire (anzi) che l’emer-genza sia finita.
L’India in trent’anni è diventata una poten-za. Ma continua ad essere afflitta da crisi idri-ca come quando Singh scavò il suo primo
johad . Crisi cronica che mette a rischio lo svi-luppo. Anche sotto questo aspetto il Subcon-tinente è lo specchio e il laboratorio della
grande sete che minaccia la Terra. Da qui al
2030 l’India dovrà raddoppiare la propria di-sponibilità d’acqua per tenere il passo con
l’aumento della popolazione. Anche l’elefan-te del potere se n’è accorto. Pochi giorni fa il
governo di New Delhi ha proposto di aumen-tare del 17% (2,8 miliardi di dollari) il budget
del ministero dell’Acqua potabile e delle fo-gnature. Il Paese può contare sul 4% dell’ac-qua dolce dell’intero pianeta a fronte di un
numero di abitanti pari al 16% del totale mon-diale. L’oro azzurro non manca solo nelle
campagne. Dai rubinetti della capitale esce in
media tre ore al giorno, anche se l’acquedot-to pompa dalle falde una quantità pro capite
maggiore rispetto a molte città europee. Il
problema sono le ciclopiche perdite di una re-te insufficiente e decrepita: dal 30 al 70% va
sprecato prima di arrivare ai rubinetti. Nessu-na città indiana gode di questo lusso: acqua
ogni giorno, 24 ore al giorno. A New Delhi
molti abitanti (compresi politici e funzionari
pubblici secondo l’ Economist ) installano
pompe supplementari e scavano pozzi abusi-vi. Un fai da te incontrollato che riduce le fal-de e costa. Quanto? Secondo Smita Misra,
economista della World Bank, tre volte la ci-fra necessaria per sistemare la rete idrica.
In India i paradossi idrici brillano più che
altrove. Come spiegare che a Cherrapunji nel
nord-est del Paese, uno dei luoghi più bagna-ti del mondo dove cadono 12 metri di piog-gia all’anno, le donne nella stagione secca
(novembre-marzo) fanno chilometri a piedi
per procurarsi l’acqua per la famiglia? Da
quelle parti il verbo di Rajendra Singh non ha
attecchito. La vicenda diwater man è ancora
più singolare considerando che in India pro-cacciarsi l’acqua è tradizionalmente compito
delle donne. Certo non è pensabile che i biso-gni idrici di 1,2 miliardi (e più) di persone
possano essere soddisfatti scavando bacini
di raccolta della pioggia (anche se a Cherra-punji, per esempio, potrebbero aiutare a con-servare quei 12 metri di benedizione rapida
che viene dal cielo). Però conservazione e rici-clo sono le parole d’ordine dei guru high tech
che si occupano di sostenibilità idrica da
Stoccolma a New York. È vero che il Paese
dei monsoni deve affrontare un problema di
timing non indifferente: metà delle precipita-zioni annue si concentrano in un paio di setti-mane tra luglio e agosto.
Troppa acqua in poco tempo (come da
noi?). Un altro paradosso lo spiega Tatiana
Gallego-Lizon dell’Asian Development Bank:
troppi rubinetti, poche fogne. Le famiglie
spendono per l’acqua potabile ma non per i
più costosi sistemi di allacciamento alla rete
fognaria. I rifiuti finiscono nei fiumi e nelle
falde. L’acqua resta (paradossalmente anche
più di prima) veicolo di malattie mortali.
Ecco perché oltre alwater man, serve il toi-let man . L’India (dove la maggioranza della
popolazione non dispone di servizi igienici)
ne ha uno di prim’ordine (premiato dall’auto-revole Water Institute di Stoccolma). Il dot-tor Bindeshwar Pathak si definisce un «socio-logo d’azione», ha fondato la Sulabh Interna-tional Social Service Organization. Famiglia
di bramini, 70 anni, Pathak è un pioniere del-la toilet low cost e soprattutto a basso consu-mo. Dieci milioni di indiani (non abbastan-za) usano le latrine Sulabh installate in 7.500
villaggi. Latrine pubbliche consigliate anche
dall’Onu. Necessitano di un litro e mezzo
d’acqua per lo sciacquone (contro gli almeno
10 litri delle latrine normali) e possono pro-durre biogas per riscaldamento, cucina, ener-gia elettrica etc. Gli sciacquoni risparmiosi di
toilet man (come le vasche di water man )
non bastano. Ma questa è la strada. Lotta allo
spreco, riciclo. I politici (non solo in India) e
quanti pompano privatamente acqua dalle
falde dovrebbero capirlo. Anche chi ha sbrai-tato quando Pathak ha difeso il «blasfemo»
ministro dello sviluppo rurale e il suo atto
d’accusa: l’India ha più templi che bagni.
Michele Farina
mfarina@corriere.it
o chiamano the water man perché
un giorno di trent’anni fa comin-ciò a scavare una vasca di raccolta
per l’acqua piovana nelle aride col-line del Rajasthan orientale e da al-lora non si è più fermato. Rajendra
Singh era un fresco laureato in medicina tra-dizionale, ispirato da Gandhi, che voleva apri-re una clinica in una zona remota. Un anzia-no del luogo gli disse: «La prima cosa che ser-ve è l’acqua». Il vecchio consigliò quanto fa-cevano i suoi padri. Il medico Rajendra co-minciò a scavare. Un giorno sei ore, un altro
otto. Scavò per quattro anni. Finì il primo ba-cino ( johad ) giusto in tempo per l’arrivo del
monsone.The water mancon la sua ong sca-vò ancora. Oggi lui ha 53 anni e i suoi bacini
di raccolta (i tankas ) sono 8.600: rifornisco-no mille villaggi e hanno rivitalizzato cinque
fiumi del Rajasthan. Rajendra è famoso. È
consulente del governo, siede nel comitato
per la conservazione del grande fiume Gan-ge. Ma questo non vuol dire (anzi) che l’emer-genza sia finita.
L’India in trent’anni è diventata una poten-za. Ma continua ad essere afflitta da crisi idri-ca come quando Singh scavò il suo primo
johad . Crisi cronica che mette a rischio lo svi-luppo. Anche sotto questo aspetto il Subcon-tinente è lo specchio e il laboratorio della
grande sete che minaccia la Terra. Da qui al
2030 l’India dovrà raddoppiare la propria di-sponibilità d’acqua per tenere il passo con
l’aumento della popolazione. Anche l’elefan-te del potere se n’è accorto. Pochi giorni fa il
governo di New Delhi ha proposto di aumen-tare del 17% (2,8 miliardi di dollari) il budget
del ministero dell’Acqua potabile e delle fo-gnature. Il Paese può contare sul 4% dell’ac-qua dolce dell’intero pianeta a fronte di un
numero di abitanti pari al 16% del totale mon-diale. L’oro azzurro non manca solo nelle
campagne. Dai rubinetti della capitale esce in
media tre ore al giorno, anche se l’acquedot-to pompa dalle falde una quantità pro capite
maggiore rispetto a molte città europee. Il
problema sono le ciclopiche perdite di una re-te insufficiente e decrepita: dal 30 al 70% va
sprecato prima di arrivare ai rubinetti. Nessu-na città indiana gode di questo lusso: acqua
ogni giorno, 24 ore al giorno. A New Delhi
molti abitanti (compresi politici e funzionari
pubblici secondo l’ Economist ) installano
pompe supplementari e scavano pozzi abusi-vi. Un fai da te incontrollato che riduce le fal-de e costa. Quanto? Secondo Smita Misra,
economista della World Bank, tre volte la ci-fra necessaria per sistemare la rete idrica.
In India i paradossi idrici brillano più che
altrove. Come spiegare che a Cherrapunji nel
nord-est del Paese, uno dei luoghi più bagna-ti del mondo dove cadono 12 metri di piog-gia all’anno, le donne nella stagione secca
(novembre-marzo) fanno chilometri a piedi
per procurarsi l’acqua per la famiglia? Da
quelle parti il verbo di Rajendra Singh non ha
attecchito. La vicenda diwater man è ancora
più singolare considerando che in India pro-cacciarsi l’acqua è tradizionalmente compito
delle donne. Certo non è pensabile che i biso-gni idrici di 1,2 miliardi (e più) di persone
possano essere soddisfatti scavando bacini
di raccolta della pioggia (anche se a Cherra-punji, per esempio, potrebbero aiutare a con-servare quei 12 metri di benedizione rapida
che viene dal cielo). Però conservazione e rici-clo sono le parole d’ordine dei guru high tech
che si occupano di sostenibilità idrica da
Stoccolma a New York. È vero che il Paese
dei monsoni deve affrontare un problema di
timing non indifferente: metà delle precipita-zioni annue si concentrano in un paio di setti-mane tra luglio e agosto.
Troppa acqua in poco tempo (come da
noi?). Un altro paradosso lo spiega Tatiana
Gallego-Lizon dell’Asian Development Bank:
troppi rubinetti, poche fogne. Le famiglie
spendono per l’acqua potabile ma non per i
più costosi sistemi di allacciamento alla rete
fognaria. I rifiuti finiscono nei fiumi e nelle
falde. L’acqua resta (paradossalmente anche
più di prima) veicolo di malattie mortali.
Ecco perché oltre alwater man, serve il toi-let man . L’India (dove la maggioranza della
popolazione non dispone di servizi igienici)
ne ha uno di prim’ordine (premiato dall’auto-revole Water Institute di Stoccolma). Il dot-tor Bindeshwar Pathak si definisce un «socio-logo d’azione», ha fondato la Sulabh Interna-tional Social Service Organization. Famiglia
di bramini, 70 anni, Pathak è un pioniere del-la toilet low cost e soprattutto a basso consu-mo. Dieci milioni di indiani (non abbastan-za) usano le latrine Sulabh installate in 7.500
villaggi. Latrine pubbliche consigliate anche
dall’Onu. Necessitano di un litro e mezzo
d’acqua per lo sciacquone (contro gli almeno
10 litri delle latrine normali) e possono pro-durre biogas per riscaldamento, cucina, ener-gia elettrica etc. Gli sciacquoni risparmiosi di
toilet man (come le vasche di water man )
non bastano. Ma questa è la strada. Lotta allo
spreco, riciclo. I politici (non solo in India) e
quanti pompano privatamente acqua dalle
falde dovrebbero capirlo. Anche chi ha sbrai-tato quando Pathak ha difeso il «blasfemo»
ministro dello sviluppo rurale e il suo atto
d’accusa: l’India ha più templi che bagni.
Michele Farina
mfarina@corriere.it
«Le mie montagne senza ghiaccio»
S
enz’acqua la montagna
crolla». Il più grande al-pinista vivente, oggi an-che collezionista d’arte
e contadino, ma soprat-tutto teorico di una nuo-va ecologia, apre, nel suo museo più vasto, il
castello di Firmiano che domina la conca di
Bolzano e si confronta a distanza con il mae-stoso Scilliar, un’inusuale galleria fotografica
sui ghiacciai per lanciare un messaggio forte.
«Sparisce il ghiaccio, si sgretolano le monta-gne. È l’acqua allo stato solido che tiene fer-me le pareti di roccia. Se si scioglie, noi per-diamo qualcosa. Quando ero piccolo cadeva-no solo piccoli pezzi ogni tanto, oggi si stacca-no pietre ogni settimana e talvolta crollano
rocce come grattacieli».
Messner ha le idee ben chiare su come
stanno cambiando le cose e su cosa dovrem-mo fare per evitare il peggio. «Le Dolomiti
erano definite da Le Corbusier le costruzioni
più belle del mondo, nate nel mare come co-ralli. In 50 milioni di anni sono cambiate un
po’ le forme, però il verde dei cirmoli, le mal-ghe e poi la verticalità delle rocce sono sem-pre una combinazione unica».
Un suo ritratto esposto in un altro castel-lo, quello di Brunico, mostra capelli e barba
fluenti che si fondono nella montagna e che
ti immagini fatti apposta per essere mossi
dal vento dell’Himalaya. Lo sguardo è fermo
e convinto, reso ancora più autorevole dalle
ciglia così folte da farlo sembrare forte come
gli alberi le cui chiome sono temprate dai
venti che sferzano le vette. In questi anni ha
aperto cinque musei per raccontare la Monta-gna. Lontano dal dimostrare i suoi 69 anni,
gli occhi che spuntano da quel pelo sono un
vispo concentrato delle immagini che hanno
ammirato nei cinque continenti. Vette, popo-li, deserti e ghiaccio, tanto ghiaccio (compre-so quello dell’Antartide), acqua allo stato so-lido che per lui è talmente importante da
averci dedicato una delle tappe del suo per-corso museale. A Solda, ai piedi dell’Ortles,
un edificio invisibile dall’esterno ospita una
collezione di dipinti e cimeli dove l’acqua e il
ghiaccio sono protagonisti. «Non potevo por-tare la gente in vetta, così ho fatto un museo
dove il ghiaccio si vede, raffigurato nei qua-dri e in tutta la sua magnificenza dall’unica
apertura ricavata sul tetto». Un taglio che
sembra un crepaccio lascia intravedere la vet-ta dell’Ortles, «la montagna cade e noi qui la
sentiamo». Si riferisce al recente crollo della
croce sulla vetta, sgretolatasi per la fusione
del permafrost.
La mostra appena aperta al castello di Fir-miano nell’area delle esposizioni temporanee
racconta per immagini il ritiro dei ghiacciai.
«Se la tendenza continuerà — sostiene l’alpi-nista — gli ecosistemi alpini d’alta quota ne
risentiranno in modo drammatico». Eppure
nelle sue parole non c’è l’ansia dell’allarmi-smo. «Lasciamo agli scienziati il giudizio su
quanto sta accadendo. La terra si è sempre
modificata e io mi rendo conto che sto assi-stendo a una trasformazione straordinaria».
Reinhold Messner non è più solo uno sporti-vo. Ormai è anche il manager dei suoi musei
ma soprattutto il contadino che attorno al
suo castello di Juval coltiva viti da vino e ge-stisce un’azienda agricola modello con un ri-storante a chilometro zero. «Mi sono reso
conto che l’acqua è la chiave delle attività in
montagna, è la vita. Un maso non può soprav-vivere senza acqua, a Juval un acquedotto ri-fornisce il castello da 400 anni. Se il ghiaccia-io della Val Senales si fonde, sono finito...».
Il messaggio che l’alpinista lancia è soprat-tutto una presa di coscienza. «Quando anda-vamo a scalare, noi sulle Alpi non portavamo
neanche la borraccia. Sugli 8.000 avevamo so-lo il fornello per sciogliere la neve, perché se
vai in montagna sai che l’acqua è tutto. L’uo-mo deve rispettare l’acqua perché da lì viene
la vita. Non deve costruire dove si forma e
non deve contaminare». Con il pragmatismo
della gente di montagna, Messner traccia una
linea di confine precisa e invalicabile: oltre i
duemila metri non bisognerebbe stabilire al-cuna attività. «Alla base di tutto c’è il rispetto
per la cultura contadina — precisa Messner
—. Nei miei musei ho parlato dei popoli del
mondo. Per le Alpi ho coinvolto la mia gente,
i sud tirolesi, e i Walser. Essere Walser signifi-ca ricordarci delle tradizioni e rispettare l’am-biente, a partire proprio dall’acqua. I proble-mi che abbiamo con le Alpi sono parecchi.
Molti dalla città vorrebbero usarle solo per
passare il weekend. Altri sognano le Alpi di
Heidi. Io mi batto per la realtà. Abbiamo una
responsabilità, il diritto di tutelare e anche
sfruttare le Alpi dove l’uomo ha sempre lavo-rato. Se il turismo ci porta i mezzi per soprav-vivere è giusto approfittarne. L’allacciamen-to tra turismo e agricoltura è la base per l’eco-nomia di montagna, però oltre una certa quo-ta, dove c’è il ghiacciaio, dove l’acqua si for-ma, l’uomo non deve insediarsi».
Gli allestimenti dei musei rivelano un’este-tica che oscilla tra minimalismo ed esaltazio-ne per la materia: ferro grezzo per le struttu-re, pietra sulle mura e i quadri che si staglia-no come chiazze di colore. Mentre passeggia
di fronte alle tele invita a guardare un paesag-gio alpino sul confine tra il pascolo smeral-do, la roccia rugginosa e il ghiaccio perlato.
Quella mano che ha impugnato una piccozza
su tutte le vette più alte del pianeta vuole ora
accarezzare i colori
enz’acqua la montagna
crolla». Il più grande al-pinista vivente, oggi an-che collezionista d’arte
e contadino, ma soprat-tutto teorico di una nuo-va ecologia, apre, nel suo museo più vasto, il
castello di Firmiano che domina la conca di
Bolzano e si confronta a distanza con il mae-stoso Scilliar, un’inusuale galleria fotografica
sui ghiacciai per lanciare un messaggio forte.
«Sparisce il ghiaccio, si sgretolano le monta-gne. È l’acqua allo stato solido che tiene fer-me le pareti di roccia. Se si scioglie, noi per-diamo qualcosa. Quando ero piccolo cadeva-no solo piccoli pezzi ogni tanto, oggi si stacca-no pietre ogni settimana e talvolta crollano
rocce come grattacieli».
Messner ha le idee ben chiare su come
stanno cambiando le cose e su cosa dovrem-mo fare per evitare il peggio. «Le Dolomiti
erano definite da Le Corbusier le costruzioni
più belle del mondo, nate nel mare come co-ralli. In 50 milioni di anni sono cambiate un
po’ le forme, però il verde dei cirmoli, le mal-ghe e poi la verticalità delle rocce sono sem-pre una combinazione unica».
Un suo ritratto esposto in un altro castel-lo, quello di Brunico, mostra capelli e barba
fluenti che si fondono nella montagna e che
ti immagini fatti apposta per essere mossi
dal vento dell’Himalaya. Lo sguardo è fermo
e convinto, reso ancora più autorevole dalle
ciglia così folte da farlo sembrare forte come
gli alberi le cui chiome sono temprate dai
venti che sferzano le vette. In questi anni ha
aperto cinque musei per raccontare la Monta-gna. Lontano dal dimostrare i suoi 69 anni,
gli occhi che spuntano da quel pelo sono un
vispo concentrato delle immagini che hanno
ammirato nei cinque continenti. Vette, popo-li, deserti e ghiaccio, tanto ghiaccio (compre-so quello dell’Antartide), acqua allo stato so-lido che per lui è talmente importante da
averci dedicato una delle tappe del suo per-corso museale. A Solda, ai piedi dell’Ortles,
un edificio invisibile dall’esterno ospita una
collezione di dipinti e cimeli dove l’acqua e il
ghiaccio sono protagonisti. «Non potevo por-tare la gente in vetta, così ho fatto un museo
dove il ghiaccio si vede, raffigurato nei qua-dri e in tutta la sua magnificenza dall’unica
apertura ricavata sul tetto». Un taglio che
sembra un crepaccio lascia intravedere la vet-ta dell’Ortles, «la montagna cade e noi qui la
sentiamo». Si riferisce al recente crollo della
croce sulla vetta, sgretolatasi per la fusione
del permafrost.
La mostra appena aperta al castello di Fir-miano nell’area delle esposizioni temporanee
racconta per immagini il ritiro dei ghiacciai.
«Se la tendenza continuerà — sostiene l’alpi-nista — gli ecosistemi alpini d’alta quota ne
risentiranno in modo drammatico». Eppure
nelle sue parole non c’è l’ansia dell’allarmi-smo. «Lasciamo agli scienziati il giudizio su
quanto sta accadendo. La terra si è sempre
modificata e io mi rendo conto che sto assi-stendo a una trasformazione straordinaria».
Reinhold Messner non è più solo uno sporti-vo. Ormai è anche il manager dei suoi musei
ma soprattutto il contadino che attorno al
suo castello di Juval coltiva viti da vino e ge-stisce un’azienda agricola modello con un ri-storante a chilometro zero. «Mi sono reso
conto che l’acqua è la chiave delle attività in
montagna, è la vita. Un maso non può soprav-vivere senza acqua, a Juval un acquedotto ri-fornisce il castello da 400 anni. Se il ghiaccia-io della Val Senales si fonde, sono finito...».
Il messaggio che l’alpinista lancia è soprat-tutto una presa di coscienza. «Quando anda-vamo a scalare, noi sulle Alpi non portavamo
neanche la borraccia. Sugli 8.000 avevamo so-lo il fornello per sciogliere la neve, perché se
vai in montagna sai che l’acqua è tutto. L’uo-mo deve rispettare l’acqua perché da lì viene
la vita. Non deve costruire dove si forma e
non deve contaminare». Con il pragmatismo
della gente di montagna, Messner traccia una
linea di confine precisa e invalicabile: oltre i
duemila metri non bisognerebbe stabilire al-cuna attività. «Alla base di tutto c’è il rispetto
per la cultura contadina — precisa Messner
—. Nei miei musei ho parlato dei popoli del
mondo. Per le Alpi ho coinvolto la mia gente,
i sud tirolesi, e i Walser. Essere Walser signifi-ca ricordarci delle tradizioni e rispettare l’am-biente, a partire proprio dall’acqua. I proble-mi che abbiamo con le Alpi sono parecchi.
Molti dalla città vorrebbero usarle solo per
passare il weekend. Altri sognano le Alpi di
Heidi. Io mi batto per la realtà. Abbiamo una
responsabilità, il diritto di tutelare e anche
sfruttare le Alpi dove l’uomo ha sempre lavo-rato. Se il turismo ci porta i mezzi per soprav-vivere è giusto approfittarne. L’allacciamen-to tra turismo e agricoltura è la base per l’eco-nomia di montagna, però oltre una certa quo-ta, dove c’è il ghiacciaio, dove l’acqua si for-ma, l’uomo non deve insediarsi».
Gli allestimenti dei musei rivelano un’este-tica che oscilla tra minimalismo ed esaltazio-ne per la materia: ferro grezzo per le struttu-re, pietra sulle mura e i quadri che si staglia-no come chiazze di colore. Mentre passeggia
di fronte alle tele invita a guardare un paesag-gio alpino sul confine tra il pascolo smeral-do, la roccia rugginosa e il ghiaccio perlato.
Quella mano che ha impugnato una piccozza
su tutte le vette più alte del pianeta vuole ora
accarezzare i colori
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