mercoledì 3 aprile 2013

I pm di Terni indagano sui bilanci della Curia L’accusa è bancarotta

OMA — Operazioni immo-biliari spericolate che avrebbe-ro svuotato le casse. Compra-vendite di palazzi, anche di pre-gio, gestite da società ricollega-bili a persone che lavorano
presso gli uffici ecclesiastici.
Le verifiche sul «buco» nei
bilanci della Curia di Terni arri-vano a una svolta. La magistra-tura adesso ipotizza i reati di
truffa e bancarotta. L’inchiesta
ruota intorno a una serie di af-fari conclusi quando vescovo
era monsignor Vincenzo Pa-glia, attuale presidente del Pon-tificio consiglio per la fami-glia. E si affianca agli accerta-menti avviati dal suo successo-re, monsignor Ernesto Vecchi,
arrivato in Umbria a metà feb-braio e incaricato dalla Santa
Sede anche di scoprire che fine
abbiano fatto 18 milioni di eu-ro che mancano dai bilanci
non escludendo che l’amman-co possa essere addirittura su-periore ai venti milioni di eu-ro. Una vicenda scottante che,
secondo alcuni, potrebbe esse-re stata inserita nel dossier se-greto gestito da papa Benedet-to XVI prima delle dimissioni.
L’ormai famosa relatio affidata
adesso al pontefice Francesco.
L’attenzione degli inquiren-ti è focalizzata sulle acquisizio-ni di alcune strutture di pro-prietà della Chiesa, ma anche
di amministrazioni locali, effet-tuate a prezzi stracciati da
aziende riconducibili ad uomi-ni che per anni hanno collabo-rato con monsignor Paglia. E
poi ristrutturate utilizzando i
soldi destinati alle attività reli-giose. Il pubblico ministero Eli-sabetta Massini ha delegato le
indagini alla squadra mobile
di Terni. L’ultimo atto compiu-to dagli investigatori diretti da
Francesco Petitti è l’acquisizio-ne presso gli uffici del Comune
di Narni dei documenti relativi
alla vendita del castello di San
Girolamo.
A darne notizia, venerdì
scorso, è stato il sito online
Umbria24, che da tempo si oc-cupa di quanto sta accadendo
nella Diocesi. È uno dei capito-li più significativi dell’inchie-sta perché mostra, secondo
l’accusa, quale fossero le moda-lità per concludere le operazio-ni. Il castello è stato ceduto dal
Comune tra maggio del 2011 e
gennaio 2012, per un milione e
760 mila euro. La quota è stata
così divisa tra la «Sim, Società
iniziative immobiliari» (700
mila euro), la Diocesi di Terni,
Narni e Amelia (900 mila euro)
e l’Ente seminario vescovile di
Narni (160 mila euro). Il pro-getto iniziale prevedeva che
fosse trasformato in un alber-go, ma finora del progetto per
la ristrutturazione non è stata
trovata traccia. E dunque si sta
cercando di scoprire a che cosa
sia servito questo investimen-to, tenendo conto che la «Sim»
è di proprietà di due persone
ritenute molto vicine a monsi-gnor Paglia come Luca Galletti
e Paolo Zappelli: il primo è sta-to fino al 2012 presidente del-l’Istituto diocesano per il so-stentamento del clero di Terni
e ora è il direttore tecnico della
Curia, mentre l’altro ha ricoper-to l’incarico di economo e at-tualmente è il direttore dell’uf-ficio amministrativo. Ma so-prattutto come mai si sia deci-so di inserire negli accordi una
clausola di recesso per i due
istituti religiosi che scade alla
fine dell’anno. Il sospetto è che
la partecipazione delle istitu-zioni cattoliche sia soltanto
una «copertura» e che in realtà
la gestione immobiliare doves-se poi rimanere in esclusiva al-la società.
I magistrati guardano a Nar-ni, ma controllano anche altri
affari come quello relativo al-l’affitto della struttura che ospi-ta il Grand Hotel Terme Salus
di Viterbo oppure l’acquisto
dell’edificio delle scuole Orsoli-ne di Terni. Tra gli indagati ci
sarebbero i titolari di alcune so-cietà e gli esperti che avrebbe-ro compiuto le valutazioni de-gli immobili, oltre ai commer-cialisti che si sarebbero occupa-ti della stipula degli accordi.
Ma le verifiche sono ad uno sta-dio iniziale e altri nomi potreb-bero presto finire nel registro
della Procura.
Monsignor Paglia nega di
aver ricevuto un avviso e assi-cura che «tutto si è svolto in
maniera regolare». Poi spiega
«come si è arrivati a una soffe-renza economica che mi era
ben nota. C’era un problema
già nell’amministrazione pre-cedente e poi abbiamo intra-preso la costruzione di vari
complessi parrocchiali. Il de-naro utilizzato per la ristruttu-razione di immobili o di chie-se che doveva rientrare dalle
casse parrocchiali non è arri-vato e ciò ha aggravato il debi-to, sul quale già pesavano an-che alcune acquisizioni di im-mobili per uso diocesano. Era
stato fatto un ripiano attraver-so la vendita di alcuni immobi-li non più utilizzati, la crisi ha
reso tutto più difficile. Abbia-mo preferito non svendere gli
immobili, ma questo ha fatto
sì che le esposizioni bancarie
pesassero in maniera pesantis-sima».
L’alto prelato assicura che
«tutto è stato fatto in accordo
con i consigli di amministrazio-ne e con l’Istituto per il sosten-tamento del clero» ed esclude
in maniera categorica affari im-mobiliari con la comunità di
sant’Egidio della quale è consi-gliere spirituale: «Ho sempre
tenuto molto netta la separa-zione tra il mio incarico di ve-scovo e quello per sant’Egidio,
tanto che ho deciso di lasciarlo
proprio per evitare commistio-ni o speculazioni».
Fiorenza Sarzanini
 fsarzanini@corriere

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