mercoledì 3 aprile 2013

Int - Caccia alle streghe Jo Chandler, The Global Mail, Australia Foto di Vlad Sokhin La ricchezza ottenuta dalle risorse minerarie non tocc a la maggioranza della popolazione della Papua Nuova Guinea, che rimane legata a tradizioni del passato. E crede alla magia nera

S
tanno per cucinare la
sanguma mama!”. Il
grido è arrivato da un
gruppo di bambini
che correvano accan-to alla clinica, costru-ita in una valle tra le montagne della Papua
Nuova Guinea. Suor Gaudentia Meier, 74
anni, è nata in Svizzera e fa l’infermiera. Ha
lasciato le Alpi da più di quarant’anni, e da
allora tutti i giorni cuce le ferite e cura le
malattie di una popolazione dimenticata
dal mondo. È quasi ora di pranzo, fa notare.
Suor Gaudentia ha capito subito perché i
bambini corrono. Stanno andando a vedere
il rogo di una strega.
Nelle 850 lingue della Papua Nuova
Guinea la magia nera ha tanti nomi, e su
queste montagne sangumaè tra quelli che
ricorrono più spesso. La suora, che ha un
brutto presentimento, raccoglie in fretta e
furia un gruppetto di collaboratori, li carica
su un’auto e segue la folla. Due giorni fa ha
provato a salvare Angela (il nome è inventa-to), una presunta strega, dalle grinie di una
banda di spietati inquisitori in cerca di un
capro espiatorio per la morte di due ragazzi.
L’avevano spogliata, bendata, ricoperta di
insulti e seviziata a colpi di machete. Legata
e inerme, l’avevano fatta salire su un banco
degli imputati improvvisato, una lastra ar-rugginita di onduline di ferro. Le foto scat-tate con il cellulare da un testimone mostra-no che in mezzo al capannello di spettatori
immobili c’erano diversi poliziotti in divisa.
In Papua Nuova Guinea, paese del Paciico
a pochi chilometri dalla costa settentriona-le dell’Australia, l’80 per cento degli oltre
sette milioni di abitanti vive in comunità
rurali e isolate. Molti non hanno accesso ai
servizi sanitari e scolastici di base e soprav-vivono consumando o vendendo i prodotti
dell’orto. Le strade sono poche, ma una rete
iorente di ripetitori telefonici e cellulari a
buon mercato li tiene collegati al mondo.
Sempre che riescano ad attaccarli alla cor-rente e a scroccare un po’ di credito.
Il paese, ricco di risorse, è nel pieno di
un boom dell’attività estrattiva, ma il be-nessere non arriva alla maggioranza dei
papuani. In queste realtà, rimaste isolate
dal mondo esterno ino a un paio di genera-zioni fa, il pensiero tradizionale non am-mette l’idea che la morte possa avvenire per
cause naturali, malattie o incidenti. È sem-pre colpa della magia nera. “Quando qual-cuno muore, soprattutto se è un uomo, la
gente si chiede ‘di chi è la colpa’, non ‘per-ché’”, spiega Philip Gibbs, sacerdote catto-lico, antropologo ed esperto di stregoneria
che vive da molti anni in Papua Nuova Gui-nea.
Nel 2012, al termine di un’inchiesta du-rata due anni, la commissione nazionale
per la riforma della costituzione e del diritto
ha concluso che in Papua Nuova Guinea è
molto difusa la credenza secondo cui la
stregoneria e gli incantesimi sarebbero la
causa di malattie e morti premature. Anche
molti papuani istruiti che vivono nelle città
credono alla stregoneria. Ma, come spiega
il direttore del quotidiano nazionale Post
Courier, Alexander Rheeney, la maggior
parte della gente che vive in città o nelle
campagne prova “paura e ribrezzo” di fron-te ai linciaggi e agli atti di crudeltà come
quello al quale stava per assistere suor Gau-dentia.
Gli accusatori di Angela – ragazzi arriva-ti da un’altra città e sotto l’efetto dei poten-ti stupefacenti degli altopiani e dello steam
(un liquore fatto in casa) – erano tornati a
riprenderla. Gaudentia sospettava che fos-sero gli stessi che avevano torturato una
giovane donna curata da lei qualche mese
fa. La ragazza si era trascinata ino alla cli-nica con i genitali bruciati e irreparabilmen-te deformati per il ripetuto inserimento di
ferri roventi.
L’idea di una squadra di torturatori se-riali a caccia di streghe non si sposa con la
spiegazione, fornita dagli antropologi, delle
tradizionali “rivalse” contro la stregoneria
in alcune zone della Papua Nuova Guinea.
Le aggressioni, di solito, sono iniziative
spontanee di famiglie in lutto ispirate d desiderio di vendetta e dalla paura che la
magia nera possa tornare a colpire. Ma, am-mettono gli esperti, in Papua Nuova Guinea
ci sono sempre eccezioni alla regola. Tra i
più variegati mosaici etnici del mondo, la
Papua Nuova Guinea disorienta chi viene
da fuori e, mentre gli esploratori contempo-ranei provano a dare contorni precisi alla
storia passata, il paese cambia davanti ai
loro occhi.
Mano a mano che le atrocità legate alla
stregoneria trovano spazio sui mezzi d’in-formazione, nei forum delle Nazioni Unite
e nelle inchieste sui diritti umani, cresce il
timore che questo terrorismo sociale stia
cambiando pelle. Le aggressioni alle pre-sunte streghe sembrano aver rotto i conini
tradizionali per difondersi anche in comu-nità dove prima non esistevano. Nonostan-te la mancanza di dati e il sospetto che solo
una parte dei casi sia stata efettivamente
documentata, secondo la relazione sugli
attacchi contro la stregoneria redatta nel
2012 dalla commissione per la riforma del
diritto, questo fenomeno è in crescita in
dagli anni ottanta. Si stimano circa 150 casi
di violenze e omicidi all’anno nella sola pro-vincia di Simbu, un territorio selvaggio e
primitivo, noto per la coltivazione del cafè,
sull’accidentata dorsale del paese. Le cifre
variano ma, da una serie di rapporti pubbli-cati da agenzie delle Nazioni Unite, da or-ganizzazioni come Amnesty international
e Oxfam e da diversi antropologi, emerge in
modo inequivocabile che le aggressioni a
presunti maghi e stregoni – qualche volta
uomini, ma quasi sempre donne – sono fre-quenti, feroci e il più delle volte mortali.
Il trauma del cambiamento
Il dottor Richard Eves, antropologo della
Australian national university, è un esperto
di Papua Nuova Guinea che sta organizzan-do una conferenza sul tema che si terrà a
giugno a Canberra. Secondo il cliché della
letteratura antropologica, spiega Eves, l’in-luenza della magia e dell’incantesimo su
una società tende a scomparire con l’arrivo
della modernità, come è successo in Euro-pa e in Nordamerica. Ma sembra che questo
non stia accadendo in Melanesia, e soprat-tutto in Papua Nuova Guinea. Gli studi, ifatti, mostrano che in alcuni luoghi questa
tradizione assume  contorni sempre più ma-ligni, sadici e voyeuristici, alimentati da
una miscela esplosiva: l’inluenza di alcol e
droghe, la rabbia disperata di una gioventù
allo sbando, il rovesciamento dell’ordine
sociale provocato dal rapido sviluppo e dal-la corsa frenetica all’accaparramento delle
risorse, l’arrivo dei soldi e della concorren-za, l’esasperazione nelle campagne per i
cattivi collegamenti stradali, il ruolo della
scuola e della sanità nell’emancipazione
delle donne dalla loro tradizionale condi-zione di silenzio – e il risentimento cupo,
spesso brutale, degli uomini, incapaci di
trovare il loro posto in uno scenario in gran-de trasformazione.
“Vivo in Papua Nuova Guinea dal
1969”, dice suor Gaudentia. “La sanguma
c’è sempre stata, ma non ai livelli estremi di
oggi”. Anche secondo Gibbs, che ha scritto
molto sull’argomento, la brutalità è aumen-tata. “Un tempo buttavano la gente dai di-rupi o cose simili. Si moriva lo stesso, ma
senza la tortura. Gli interrogatori e i proces-si pubblici in presenza dei bambini ormai
sono diventati uno spettacolo”. Il primo
giorno dell’ordalia di Angela, suor Gauden-tia aveva chiesto ai poliziotti presenti di in-tervenire. Perché la polizia e i leader della
comunità non fanno niente? “Anche volen-do, possono fare poco di fronte alle folle
inferocite, soprattutto se ci sono giovani
maschi sotto l’effetto di alcol e droghe”,
spiega Gibb Le forze di polizia papuane sono sotto-pagate, a corto di uomini e male addestrate,
oltre che notoriamente corrotte e violente.
Molti di loro credono alla stregoneria e al-cuni considerano legittimi gli interrogatori
come quello di Angela. Questa posizione,
secondo qualcuno, è incoraggiata dalla di-scussa legge sulla stregoneria del 1971, che
riconosce l’esistenza della stregoneria e pu-nisce penalmente sia chi la pratica sia le
aggressioni contro i presunti stregoni.
Durante il primo giorno del “processo”,
Angela è stata torturata, umiliata e interro-gata. In un’assurda parodia di un tribunale,
è stata prima accusata di aver provocato le
morti, poi invitata a fare il nome della vera
strega (“kolim nem, kolim nem”, “dì il no-me”, gridava la folla). A un certo punto, so-prafatta dalla disperazione, ha gridato il
nome di un’altra donna, ma i suoi accusato-ri l’hanno ignorata. Per motivi non molto
chiari l’hanno lasciata andare, e il giorno
dopo suor Gaudentia ha saputo che era sta-ta portata al commissariato di polizia, ui-cialmente per proteggerla. La suora ha
chiesto di vedere Angela ma la cella era
chiusa e nessuno riusciva a trovare la chia-ve. “Ho pensato fosse al sicuro”. Poi, a un
certo punto, le hanno detto che l’avevano
rilasciata e che i suoi aggressori avevano
irmato una dichiarazione in cui promette-vano di lasciarla in pace. Il giorno dopo,
all’ora di pranzo, la suora ha sentito il coro
agghiacciante dei bambini dalla finestra
della clinica. “Ho lasciato l’auto in cima alla
strada e siamo scesi al villaggio. O almeno
ci abbiamo provato”, racconta. C’era così
tanta gente che non si riusciva a passare.
“Perciò sono tornata alla macchina e sono
andata al commissariato per denunciare
che la stavano torturando un’altra volta. Al
che il comandante mi ha detto: ‘Non pos-siamo fare niente. Hanno promesso che
non l’avrebbero toccata’”.
Suor Gaudentia è risalita in macchina
ed è tornata al villaggio, portando con sé un
sacerdote. Questa volta si è fatta strada a
forza. “Ci saranno state 600 persone che
guardavano, uomini, donne e bambini”.
Angela era nuda, legata con le braccia e le
gambe divaricate su una pedana e bendata
accanto a una tanica in iamme. Il fatto di
non poter vedere aumentava la paura e il
senso di impotenza – il fumo in gola, le vam-pate del fuoco su cui i ferri venivano arro-ventati per poi ustionarla. L’avrebbero arsa
viva? Di certo sapeva che era già successo
ad altre donne. Presto sarebbe successo di
nuovo e le immagini avrebbero fatto il giro
del mondo.
Le fotografie delle torture di Angela
scattate dai testimoni sono raccapriccianti,
sia per la ferocia degli aggressori sia per
l’evidente passività degli spettatori. Uomi-ni e donne dal volto di pietra e bambini con
gli occhi spalancati si accalcano sotto gli
ombrelli, riparandosi dall’aria umida delle
montagne mentre Angela si contorce tra le
catene, cercando di allontanarsi dal ferro
rovente che un ragazzo accosta ai suoi geni-tali.
Le superstiti
Angela ha quasi cinquant’anni e un bambi-no piccolo, spiega Philip Gibbs, che ha rac-colto la sua testimonianza e quella di alcuni
presenti. Come molte vittime delle aggres-sioni e degli omicidi legati alla stregoneria
su queste montagne, vive ai margini della
comunità. Non ha un marito né un parente
a proteggerla. Secondo le usanze locali, una
donna quando si sposa abbandona la fami-glia di provenienza e se il marito muore, se
ne va o la maltratta, si ritrova “in terra stra-niera”, senza riferimenti. Come Gibbs ha
documentato nei suoi libri, analizzando la
dinamica tra accusatori e accusati, “quan-do una famiglia si convince che la morte
non è avvenuta per cause naturali e cerca
un capro espiatorio, molto spesso punta il
dito su una donna che non ha fratelli in-luenti nella comunità o igli nel pieno delle
forze”.
Sentendo le urla di Angela, suor Gau-dentia ha provato a gridare, un po’ intiman-do agli inquisitori di fermarsi, un po’ scon-giurandoli (li chiama i “ marijuana boys”) .
“Mi hanno trattenuta e mi hanno impedito
di raggiungerla”, racconta. Secondo la suc-cessiva ricostruzione di Gibbs, la suora ha
corso seri rischi: i torturatori hanno provato
a bruciare anche lei. Forse è stata la sua pel-le chiara a salvarla. Veriicata l’impossibili-tà di mettere fine ai tormenti di Angela,
suor Gaudentia ha radunato i collaboratori
della clinica e si è rivolta alla folla. “Chi è
cattolico? Venite qui, reciteremo il rosario”.
Sullo sfondo della preghiera, i tormenti di
Angela creano un tragico contrasto tra le
consolazioni rituali di un sistema di valori e
le atrocità dell’altro.
“È arrivato un uomo da un altro villag-gio e ci ha accompagnati in auto alla polizia.
Ancora una volta li abbiamo pregati di in-tervenire”, ricorda la suora. Era ancora al
commissariato mentre Angela veniva sevi-ziata con il machete. Aveva cominciato a
piovere forte. Chissà, magari la pioggia
avrebbe un po’ stemperato la ferocia. Ma-gari la polizia sarebbe intervenuta davvero.
Solo verso le cinque del pomeriggio, più di
quattro ore dopo l’aggressione, i “marijua-na boys” hanno lasciato andare Angela.
Quando è arrivata sua madre, una signora
anziana, se la sono presa anche con lei,
spezzandole una gamba e il bacino. Più tar-di un’auto della polizia ha accompagnato
Angela e la madre alla clinica di suor Gau-dentia. “Le abbiamo curate. Arrivava gente
e ci chiedeva di portare fuori le donne, ma
noi ci siamo riiutati”. La folla è aumentata
e ha cominciato a gridare e a tirare sassi ver-so il tetto della clinica. Temendo che desse-ro fuoco all’edificio, suor Gaudenzia ha
chiamato la polizia. “È venuto un altro poli-ziotto, era davvero preoccupato. Abbiamo
trovato un accordo e abbiamo sistemato le
donne nell’auto della polizia per metterle al
sicuro. Poi le abbiamo fatte mangiare”.
Con l’aiuto del poliziotto sono riusciti a
portare via le due donne, sistemandole in
un altro ospedale a molti chilometri di di-stanza. Una volta guarita dalle ferite, Ange-la è stata trasferita di nuovo. Adesso fa parte
di un gruppo di “superstiti della stregone-ria” che oltre ad aver subìto menomazioni
permanenti sono stati sradicati per sempre,
profughi nel loro stesso paese. Angela vive
ancora nascosta insieme a suo iglio.
Bruciata viva
“Bruciata viva!”, titolavano i giornali locali
il 7 febbraio. Sotto, le foto di una grande fol-la, piena di bambini, che osserva il corpo di
una giovane donna avvolto dalle iamme.
Tutto è successo nell’affollato snodo di
Mount Hagen, nel cuore del paese. Kepari
Leniata, vent’anni, madre di due bambini,
è stata spogliata, torturata, legata, innaia-ta di benzina, gettata in una discarica, co-perta di pneumatici e data alle fiamme.
L’omicidio sarebbe stato commesso dai pa-renti di un bambino di sei anni deceduto da
poco all’ospedale locale. Leniata era una
delle due donne sospettate di aver provoca-to la morte. I testimoni dicono che la folla
ha bloccato gli agenti di polizia e i vigili del fuoco che avevano cercato di intervenire.
La notizia ha destato la “profonda pre-occupazione” dell’uicio per i diritti umani
delle Nazioni Unite e la condanna dei mez-zi d’informazione di tutto il mondo. Il pri-mo ministro papuano Peter O’Neill ha dei-nito l’omicidio un gesto “spregevole” e
“barbarico” e ha detto di aver dato istruzio-ni alla polizia di usare tutti i mezzi a disposi-zione per assicurare gli assassini alla giusti-zia. Sui social network papuani è nata una
campagna in nome di Leniata che chiede di
afrontare il problema endemico della vio-lenza contro le donne. Come ha scritto
Rheeney nel suo editoriale sul Post Courier,
il fatto che i testimoni non siano intervenuti
“per fermare e condannare l’operato degli
assassini è il segnale di un pericolo più gran-de: quello che i cittadini papuani iniscano
per considerare normali queste orribili stra-gi e accettabile questo modo di esercitare la
giustizia. Il rispetto dello stato di diritto e
quello dei diritti della persona sono le co-lonne portanti di ogni democrazia moder-na, e vogliamo pensare che la Papua Nuova
Guinea rientri in questa categoria”. L’assas-sinio di Leniata, osserva Rheeney, solleva
una questione: “Crediamo che la giustizia
debba essere amministrata da un tribunale
istituito dalla legge o da individui accecati
dalla superstizione?”.
Dopo il precedente rogo a Mount Ha-gen, nel gennaio del 2009, il governo aveva
incaricato la commissione per la riforma
della costituzione e del diritto di aprire
un’inchiesta sulle violenze legate alla stre-goneria e sui problemi giuridici connessi.
L’angoscia della comunità ha raggiunto il
suo apice quando si è difusa la notizia che
diverse persone accusate di stregoneria
erano state bruciate, crociisse, impiccate
in pubblico e uccise a bastonate, chiuse in
casa e date alle iamme, lapidate, gettate in
un iume e ammazzate a colpi di machete.
Una legge da abolire
L’editoriale di Rheeney rispecchia il pensie-ro di molti osservatori papuani e delle orga-nizzazioni internazionali per i diritti umani,
soprattutto per il suo invito al governo ain-ché provveda con la massima urgenza ad
applicare la raccomandazione chiave della
commissione: abolire la legge sulla strego-neria. La legge del 1971, nel suo preambolo,
riconosce “la convinzione difusa in tutto il
paese che la stregoneria esista, e che gli
stregoni abbiano poteri straordinari che a
volte possono essere usati a in di bene an-che se più spesso accade il contrario”. Il te-sto distingue la “stregoneria innocente”,
esercitata per ini preventivi e curativi, dalla
“stregoneria proibita”. La legge, spiega la
relazione, ha prima di tutto l’obiettivo di ri-conoscere la realtà delle preoccupazioni dei
cittadini e di istituire un meccanismo che
permetta di far giudicare gli accusati da un
tribunale, invece che dai cittadini con pro-cessi sommari. Negli ultimi due anni diver-si sondaggi nelle province papuane hanno
confermato che molte comunità si aspetta-no che la legge riconosca l’esistenza della
stregoneria e fornisca gli strumenti per pro-cessare e punire gli stregoni e i loro compli-ci. Come osservò nel 1980 Buri Kidu, primo
presidente della corte suprema di Papua
Nuova Guinea, “in tante comunità guinea-ne la credenza nella stregoneria è molto
forte e non possiamo ignorarla. Anche il
mio popolo ci crede e questa credenza ge-nera una paura enorme”. La conclusione
della relazione è che la legge sulla stregone-ria non ha né prevenuto la “magia cattiva”
né punito chi la esercita. L’unica cosa che ha
fatto è stato fornire una scappatoia legale
agli assassini che si sono appellati all’atte-nuante della stregoneria riuscendo a cavar-sela con sentenze miti. Dopo aver preso esame diverse opzioni di riforma della leg-ge, la commissione ne ha consigliato l’abo-lizione, a patto però che i tribunali dei vil-laggi possano continuare a occuparsi delle
dispute sulla stregoneria. In tal senso è stata
diramata una bozza che il segretario della
commissione, il dottor Eric Kwa, spera sia
presentata al parlamento papuano nei pros-simi mesi. “Sono sconvolto dagli ultimi epi-sodi”, confessa Kwa. “È vergognoso che i
papuani non siano capaci di schierarsi dalla
parte dei deboli e di contrastare questa
grande piaga della nostra società. Speriamo
che con l’abolizione della legge sulla strego-neria, se mai si seguiranno le indicazioni
della commissione, le normali responsabi-lità penali si applicheranno a tutti i reati gra-vi come quelli a cui stiamo assistendo in
questi giorni”.
Migliorare le forze di polizia
Secondo molti osservatori non basterà ri-formare la legge per fermare la violenza. Ne
è convinto per esempio l’antropologo Philip
Gibbs, i cui studi sono stati abbondante-mente citati dalla relazione della commis-sione. A livello nazionale Gibbs ha invitato
il governo a istituire un consiglio sui diritti
umani – una misura già promessa in passato
– e a creare dei corpi speciali di polizia per
inseguire gli assassini.
Le organizzazioni per i diritti umani e le
agenzie delle Nazioni Unite hanno più volte
criticato la polizia papuana per i mancati
interventi contro le aggressioni e per non
aver arrestato i sospetti. Ma sono le prime
ad ammettere che le forze dell’ordine han-no bisogno di grandi investimenti in forma-zione, risorse e attrezzature per essere ei-caci. Come ha sintetizzato un rapporto
delle Nazioni Unite del 2011, alla polizia pa-puana manca quasi tutto: dai salari adegua-ti, alle divise, agli alloggi, alla leadership. Di
conseguenza la corruzione imperversa e il
morale è molto basso. La capacità di racco-gliere informazioni è quasi inesistente. Se-condo le stime, la probabilità che un crimi-nale sia punito è inferiore al 3 per cento.
Anche se ci sarà la volontà politica di in-vestire in misure più eicaci per la tutela
della comunità, ci vorranno anni prima che
la caccia alle streghe scompaia da zone co-me Simbu, uno degli epicentri della violen-za. Perino le stesse organizzazioni per la
cooperazione allo sviluppo sono state restie
ad afrontare il problema, spiega Richard
Eves. “Per molti anni la religione è stata un
tabù per i donatori. È una questione cultu-rale molto complessa, perciò non è sempli-ce mettere in piedi dei progetti a riguardo”.
Nel frattempo gruppi di cittadini, attivi-sti locali per i diritti umani e chiese studiano
interventi su base volontaria, a volte con
ottimi risultati, osserva Gibbs. Uno di que-sti progetti è patrocinato da Anton Bal, ve-scovo cattolico di Kundiawa, capoluogo di
Simbu. Nato e cresciuto nel sud della pro-vincia, Bal sfrutta la sua rete di relazioni e la
sua profonda conoscenza della cultura lo-cale per cercare di cambiare la mentalità
dall’interno. Collabora con lui il sacerdote e
chirurgo polacco Jan Jaworski, che da venti-cinque anni cura le ferite isiche e spirituali
della comunità, e per questo è diventato
una igura autorevole. Grazie ai suoi rap-porti con le famiglie della diocesi, Bal è in
grado di misurare i danni della violenza
contro i presunti stregoni. Il numero delle
vittime supera di gran lunga quello dei mor-ti. L’uicio del vescovo ha calcolato che il
10-15 per cento della popolazione è stata
costretta a emigrare a causa delle persecu-zioni o delle aggressioni. Molti sono stati
cacciati e le loro case e i loro terreni sono
stati distrutti. Secondo il vescovo Bal il pro-blema della stregoneria è che più se ne par-la, più il suo fascino e la sua inluenza sulle
persone crescono. Per contrastare il feno-meno ha messo in piedi una rete di parroci
locali che agiscono come una sorta di forza
di resistenza, cercando di gettare acqua sul
fuoco tutte le volte che in una comunità c’è
un decesso e la gente comincia ad accusare
qualcuno. I sacerdoti vanno ai funerali e se
qualcuno solleva la questione della sangu-macambiano argomento, parlano del tem-po o tagliano corto. Oppure lanciano l’allar-me.
Kundiawa è nominalmente un capoluo-go di provincia, ma in realtà è una stazione
di servizio lungo l’unica arteria che attra-versa il paese da est a ovest, la Highlands
highway, un’autostrada molto traicata che
si sta velocemente consumando sotto le
ruote dei camion piombati che fanno avan-ti e indietro dalle miniere. È anche lo snodo
commerciale e il cuore di una vasta comu-nità di paesini sparsi sulle pendici più alte,
ripide, aspre e lussureggianti della Papua
Nuova Guinea.
Al Kundiawa hospital, che grazie agli
sforzi ammirevoli dei suoi dipendenti è
considerato un modello tra le fatiscenti
strutture ospedaliere provinciali del paese,
Jaworski assiste almeno un paio di volte alla
settimana al ricovero di pazienti che sofro-no di traumi legati alla stregoneria. “Di so-lito sono donne, ma non solo”. Dopo tanti
anni trascorsi in quello che può essere con-siderato il ground zerodella sanguma, non
c’è più niente che lo impressioni. Una parte
del suo metodo consiste nell’usare la sua
inluenza per spezzare il circolo vizioso di
accuse e processi sommari, andando a in-contrare le famiglie in lutto e spiegandogli
le cause mediche della morte ogni volta che
ne ha l’occasione. La speranza è che il mes-saggio si difonda, attraverso il passaparola,
in tutta la comunità.
Recentemente è morto il fratello di un
leader politico locale. Una volta appreso
che circa 300 suoi familiari si erano messi
in cerca di un capro espiatorio, Jaworski è
sceso in strada e li ha afrontati. “Ho detto
ai familiari che era colpa sua se era morto:
era obeso e non si prendeva cura di sé. A
volte è meglio dare la responsabilità a chi
non c’è più, o ne farà le spese qualcun altro”.
In un’altra occasione ha afrontato la fami-glia di una giovane donna morta di aids.
Quando era ancora una bambina, la fami-glia l’aveva ceduta a un anziano della comu-nità. Era diventata la sua terza moglie, ave-va preso l’hiv e poi si era ammalata, lascian-do un bambino in fasce. “Ho detto alla fa-miglia che se era morta era colpa loro, per-ché l’avevano venduta, non della sanguma.
Allora lo zio della defunta si è fatto avanti e
mi ha ringraziato per la spiegazione. Era
una cosa diicile da accettare per loro (e,
ammette il sacerdote, ci è voluto un bel co-raggio per dire una cosa del genere a una
famiglia di Simbu inferocita), ma altrimen-ti sarebbero stati torturati e uccisi degli in-nocenti”.
Le testimonianze, raccolte sempre con
grande diicoltà, parlano di un consistente
e crescente movimento sotterraneo di pala-dini dei diritti umani che lavorano all’inter-no delle comunità per trovare e nascondere
le potenziali vittime o i superstiti delle ag-gressioni. Nelle zone montane più a rischio
Oxfam è impegnata in vari programmi che
sostengono queste reti in evoluzione. Ma
chi lavora in questo settore lo fa a suo rischio
e pericolo. In un famoso caso del 2005, por-tato all’attenzione generale dall’Alto com-Il problema della stregoneria è
che più se ne parla, più il suo
fascino e la sua inluenza sulle
persone crescono
Internazionale 993 | 29 marzo 2013 65
missario dell’Onu per i diritti umani, Anna
Benny, una donna di Goroka nota per il suo
impegno in difesa delle vittime dello stu-pro, provò a difendere la cognata dalle ac-cuse di stregoneria. Entrambe le donne fu-rono uccise e la polizia non prese alcun
provvedimento.
Nelle sue interviste ai superstiti delle
aggressioni, tra cui Angela, la donna salvata
dall’intervento di suor Gaudentia e proba-bilmente anche dalla pioggia, Philip Gibbs
ha individuato un ilo conduttore incorag-giante. Tutte queste vittime devono la loro
vita a singoli agenti di polizia oppure a lea-der religiosi inluenti che sono intervenuti
in loro difesa. “Ciò signiica che, se sui-cientemente motivate, la polizia e le autori-tà civili, o la chiesa, sono in grado di difen-dere persone che altrimenti sarebbero indi-fese”.
Sostenere le persone che hanno la vo-lontà e il coraggio di contrastare dal basso la
violenza in ogni sua manifestazione – do-mestica, sociale, legata alla stregoneria – è
l’obiettivo di Bal e Jaworski. I tanti esempi
di interventi andati a buon ine alimentano
le loro speranze. Ma anche loro, a volte, si
fanno prendere dallo sconforto. Secondo
Jaworski la causa principale dell’escalation
di violenza a tutti i livelli è un disagio socia-le profondo – soprattutto la rabbia e la fru-strazione dei giovani maschi – per il quale
non esistono risposte facili. “Oggi il 70-90
per cento dei giovani non ha un lavoro. Van-no a scuola ma per loro non c’è futuro. E
non sono più in grado di tornare a lavorare
la terra nei loro villaggi”. Senza prospettive
nel nuovo mondo, e senza le capacità per
afrontare il vecchio.
Nelle mattine più cupe, avanzando a fa-tica su strade dissestate piene di pietre dopo
una notte passata a combattere o a ricucire
le vittime in sala operatoria, Jaworski teme
che la rabbia dei giovani un giorno possa
riportare la comunità al tumbuna, il tempo
degli antenati. “Spero di essere un cattivo
profeta”. u  fas
AGENTur FOCuS/LuzPhOTO (2)
Angela durante il processo sommario, 2012
Rasta Twa, accusata di stregoneria, per proteggersi dalla decapitazio

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