L’italiano era un fotografo di 30 anni, il russo Mironov che è morto con lui in una buca
nei dintorni di Sloviansk era un dissidente e attivista dei diritti umani di 60. «Se sei nel posto giusto le cose succedono», dicevano. Ma il loro non è solo un lavoro. Quando vanno in Ucraina, Daghestan, in Inguscezia, nell’Ossezia di Beslan o in Afghanistan o nelle primavere arabe, la voglia
di emergere o di mettersi alla prova che all’inizio li muove cede presto alla passione
per gli altri. Fino a diventare una seconda
vita. Perché per fare il reporter dei conflitti che insanguinano il pianeta bisogna
soprattutto avere fiducia nel valore di ciò
che si dice al mondo. Sapendo che il mondo non ne ha voglia.
H
O GUARDATO, l’avrete
fatto anche voi, tutto
quello che trovavo in
rete sui due uomini
trucidati in una terra
di nessuno a Sloviansk: un fotografo free-lance italiano e il suo
traduttore, avevano detto le prime notizie. Poi erano arrivati i nomi — si chiamavano Andrea tutti due, Andrea Andy Rocchelli e
Andryj Mironov — e infine la conferma che erano morti. Di Rocchelli, che a 30 anni era uno dei
migliori fotoreporter italiani,
avevo già visto le fotografie in
bianco e nero da Kiev, non abbastanza da impararne il nome. Per
noi spettatori comuni le fotografie memorabili sono come certe
canzoni, che riconosciamo anche se non sappiamo chi fosse
l’autore. Di Mironov, 60 anni, il
doppio dell’altro Andrea, sapevo
molte cose, perché era un personaggio di primo piano per chi si
fosse occupato di opposizione in
Russia e di Caucaso.
Imparare a fotografare, filmare, scrivere, è importante: ma la
cosa più importante è trovarsi
nel posto giusto. «Put yourself in
the situation and things will happen»: l’ho trovato nel sito dell’agenzia di Rocchelli e dei suoi compagni, Cesura, fa da titolo a una
mostra. Se vai nel posto giusto, le
cose succedono: uno scatto essenziale, un video incomparabile. Succede anche di morire, nel
posto giusto. La probabilità (la
fatalità, la chiamano poi quelli rimasti a casa) è in proporzione diretta con il valore della testimonianza. Si mette su un piatto la
verità da vedere e mostrare, sull’altro il rischio. In rete ho letto il
consiglio di un fotografo professionista agli aspiranti free-lance:
«Concentrati sulle foto che possano trovare un compratore. Soprattutto sport, matrimoni,
eventi in generale». Eventi in generale è un modo educato di tacere l’esuberante offerta mondiale di guerre, catastrofi, crimini, naufragi, epidemie che si apre
davanti alla domanda dei freelance che ormai siamo pressoché
tutti, ognuno con la sua misura di
allontanamento da casa. C’è un
video girato da Rocchelli nella
guerra civile kirghiza del 2010:
occorre stomaco forte per guardarlo, dà la misura del suo coraggio, e anche della fiducia che bisogna avere nel valore di ciò che
si mostra al mondo, sapendo che
il mondo non ne ha voglia.
Rocchelli e i suoi amici spiegano che i loro lavori commerciali
servono a pagare i reportage dai
luoghi delle guerre e dei dolori
senza voce. Amano la fotografia,
si sono formati alla scuola dei migliori, considerano essenziale la
stampa. Quando si va, come aveva fatto Rocchelli, in Daghestan,
o in Inguscezia, o nell’Ossezia di
Beslan, o in Afghanistan e nelle
primavere arabe e nella piazza
Maidan, qualunque ragione vi
abbia spinti, la voglia di emergere, o di mettervi alla prova, cede
presto, nei migliori, alla passione
per gli altri. Si guadagna una doppia vita: si conserva la propria, il
paese, la casa, la famiglia — il figlio di tre anni — cui ogni volta si
torna, e se ne conquista una dentro un altro paese, un altro popolo, senza più casa, con le famiglie
squartate, i bambini orfani. Che
Rocchelli e Mironov fossero insieme in quella terra di nessuno
degli sparatori non è un caso, e
nemmeno una fatalità. Se non
sbaglio, erano stati compagni di
quella missione civile già nel
Caucaso. Mironov, figura di rilievo di Memorial, amico di Anna
Politkovskaja, dissidente nella
vecchia Urss e nella “sbirrocrazia” putiniana (così la chiama, ricordando si compone al 75 per
cento di ex dipendenti del KGB),
fu prigioniero ancora in epoca
gorbacioviana per diffusione di
samizdat («ricopiai a mano migliaia di libri»), subì una pesante
aggressione fisica, si batté tenacemente per la nonviolenza contro la guerra cecena. In Italia era
assiduo, da ultimo era venuto a
sostenere che la lotta per la democrazia in Russia coincideva
con la lotta per la democrazia in
Ucraina e per l’Europa dei diritti.
Radio Radicale (era stato iscritto) ha ritrasmesso un’intervista
del 2004 in cui spiegava nel suo
italiano limpidissimo che la storia era sempre quella del “piccolo Cappuccio Rosso”, e che c’era
sempre bisogno di una guerra,
oggi in Cecenia, domani in Georgia — dopodomani in Ucraina —
per rispondere alla domanda:
«Perché hai i denti così grandi?»
Secondo il Cremlino, diceva,
«non c’è nessuno a cui parlare, in
Cecenia, c’è solo a cui sparare».
Delle tante fotografie che abbiamo guardato ieri, dopo la notizia dal Donetsk, due specialmente vorrei ritenerne: una fatta da Rocchelli, e una no. La prima, che era comprensibilmente
in cima a tanti siti, è quella dei
bambini seduti in uno scantinato, uno sgabuzzino sotto una botola, per ripararsi dalle bombe:
dieci bambini «adottati dalla famiglia Kushov», a colori questa
volta, stretti su panchetti di fortuna sotto vasi di conserve e sottaceti, che guardano in su verso
il loro giovane visitatore italiano
diventato padre. Niente di più ovvio che fotografare bambini dentro una guerra civile: per questo
era difficile fare una fotografia
così bella. Il servizio andò sulla
Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja.
La seconda foto è quella in cui
Rocchelli e Mironov, l’Andrea veterano e l’Andrea giovane, sono
in posa l’uno accosto all’altro. Se
sorridessero, sembrerebbe che
stiano inscenando per scherzo
una certa aria marziale. Ma sono
seri, e Mironov, sovrastato nella
statura, se ne sta testa alta, con
la fierezza che si terrebbe davanti al fotografo della matricola carceraria. Quando lo liberarono,
Mironov dichiarò: «Sono un turista che ha visitato il gulag». Questa volta magari avrebbe detto:
«Sono un turista che ha visitato
l’Ucraina». Il colpo di mortaio ha
portato via la testa a Mironov.
Rocchelli, ha detto il suo amico
e collega Micalizzi, voleva raccontare la storia di due amici
ucraini che si trovavano dalla
parte opposta della barricata: come in tutte le guerre civili, come
in tanta storia italiana. Andrea,
Andryj, sono finiti in mezzo, e
hanno fatto da bersaglio deliberato; poi lo scambio di accuse fra
kievisti e filorussi. Scambio inutile: sono stati ambedue. Naturalmente, a riguardarla ora quella fotografia sembra attraversata da un presagio. Non è così, era
una foto ricordo, che si sarebbero portati indietro, uno a Mosca,
l’altro sull’Appennino piacentino, fino alla prossima missione.
Però nelle donne e negli uomini
che partono per andare agli angoli bui della terra, a vedere e raccontare, o a curare e aiutare, o solo a capire, l’ombra di un presagio c’è, anche quando ridano forte, facciano le smorfie e dicano alla camera: Ciao mamma.
© RIPRODUZION
lunedì 2 giugno 2014
Uber e i suoi fratelli dividono l’Italia
N
ONpossedere niente, ma usare tutto.
Accedere a un servizio, senza mai
comprarlo. Condividere oggetti, capacità, automobili, il tempo e gli spazi. C’è
addirittura chi pensa che il capitalismo finirà così, seppellito
dalla sharing economy. Per
adesso, l’effetto concreto in Italia di Uber Pop, Blablacar,
Airbnb, Becrowdy, Coworking
for e delle altre 100 e passa piattaforme di condivisione attive è
quello del grimaldello: fanno
scricchiolare monopoli antichi,
scardinano a poco a poco mercati dominati dalle lobby, protetti dalla politica e da vecchie
leggi, rese desuete dalla tecnologia ma sempre e comunque
leggi. Quello che sta succedendo a Milano, con i tassisti in sciopero da tre giorni, ne è la prevedibile conseguenza.
Uber pop, Blablacar, Lyft e le
altre app dedicate alla mobilità
mettono in contatto gli automobilisti per organizzare passaggi
in macchina. Sono entrate, con
innegabili forzature della legge
quadro che risale al 1992, in un
settore prima dominato dalle sigle dei tassisti, negli anni capaci
anche di imporre ai sindaci i tetti alle licenze. «Sono illegali —
continuano a sostenere i sindacati delle auto bianche — funzionano come taxi abusivi, fanno
concorrenza sleale. Eppure noi
le licenze le abbiamo pagate
100, 150 mila euro. Lo Stato, o i
Comuni, devono fermarli, ci devono proteggere».
Negli ultimi due anni nel nostro Paese sono spuntate 136
piattaforme digitali di sharing
economy, soprattutto al Nord.
Nel 2013 il 13 per cento della popolazione, 7 milioni italiani, le ha
utilizzate almeno una volta: condividendo con sconosciuti l’automobile, un posto letto, la babysitter, l’abilità ai fornelli, barattando oggetti, raccogliendo fondi. «Boom dovuto alla crisi e alla
familiarità crescente con social
network e smartphone — spiega
Marta Manieri, gestore del sito
collaboriamo.org — il fenomeno
crescerà ancora, le possibilità sono enormi. I benefici per chi partecipa, in termini di risparmio,
pure. Per l’Expo faremo sperimentazioni coi servizi di mobilità, di accoglienza e del food». La
logica è quella del peer to peer,
quella del primo eBay per intenderci, anno 1996, quando era solo un bazar online di oggetti usati: due utenti si scambiano qualcosa attraverso un portale che
ha un margine di guadagno. Da
lì in poi sono nate centinaia di
startup, spesso border linerispetto a normative e leggi.
Prendete Becrowdy, Boomstarter, Dropis, Eppela, Prestiamoci e le altre le 22 piattaforme
del crowfunding, il micro-finanziamento dal basso, utilizzabili
in Italia. Grazie ad esse si sono
raccolti finora 23 milioni di euro,
l’80 per cento dei quali con la formula del social lending, del prestito senza l’intermediazione
bancaria finalizzato alla realizzazione di progetti. Una goccia
nel mare della finanza, certo,
ma comunque un’incursione
nel mondo in cui da sempre i padroni sono gli istituti bancari, e
solo loro. «La sharing economy
ha sicuramente questo di positivo — spiega Mario Maggioni, docente di politica economica all’Università Cattolica di Milano
— abbatte barriere “artificiali”
create in alcuni mercati. Tant’è
che la nuova legge sulle banche
di investimento ha cercato di includere le forme di crowdfunding».
Ma non è tutto sharing quello
che luccica, a quanto pare. «Ci sono anche dei criteri di qualità e sicurezza che i servizi pubblici,
quali questi sono, devono comunque garantire — continua
Maggioni — non credo che tutte
le forme di affitto tra privati rispondano sempre a tali requisiti». Il riferimento è a Airbnb, la
app inventata a San Francisco
nel 2008 che sta avendo un gran
successo: bypassando agenzie immobiliari e siti specializzati tipo booking.com o expedia (su di
loro l’Antitrust italiano ha aperto un’istruttoria per possibili violazioni della concorrenza), ha
messo in piedi in 194 paesi una
rete di 600mila alloggi per l’affitto a breve termine di stanze,
appartamenti, a volte castelli.
Come unica garanzia della qualità delle sistemazioni, le foto e i
feedback degli altri utenti.
«In Italia Airbnb ha un ruolo
diverso, meno dirompente rispetto a Uber», spiega Matteo
Stifanelli, il country manager.
«L’affitto a breve termine è perfettamente legale da anni, e di
fatto la nostra startup ha regolato situazioni già esistenti». Stifanelli ricorre all’esempio di Milano, durante la design week: «I
milanesi da anni affittano ai
viaggiatori stanze e appartamenti nella settimana del design. Con Airbnb hanno la possibilità di farlo seguendo le disposizioni di legge, tutto qua. Quest’anno abbiamo avuto 5000 posti, quasi tutti affittati».
Il servizio di intermediazione
costa il 10 per cento dell’importo
giornaliero, stabilito da chi mette a disposizione l’alloggio, ed è
chiaro dove sia il business in un
paese come il nostro che conta
48 milioni di arrivi all’anno.
Tant’è che ogni giorno 12mila
persone utilizzano il sito Airbnb
per soggiornare in Italia, e gli
spazi a disposizione sono già più
di 60mila. Gli albergatori e le
agenzie immobiliari non l’hanno presa benissimo, si sono appellate al rispetto delle rigide
normative a cui loro devono sottostare. «Non siamo un loro competitor diretto — risponde sul
punto Stifanelli — i nostri clienti non scelgono l’albergo».
Nell’universo in fermento
della sharing economy, ci sono
anche piattaforme che non dividono, che trovano il plauso generale. Tale pare essere Locloc,
la prima app italiana del noleggio tra privati. Più gli oggetti sono insoliti, più sono richiesti.
«Metal detector, vestiti per la
danza del ventre, sci da coppa
del mondo — racconta Michela
Nose, la fondatrice — abbiamo
12.500 iscritti e ancora ci stupiamo delle cose che vengono noleggiate. Mi aspettavo i mugugni di negozianti e centri commerciali, invece niente. Ma forse
perché la nostra è una realtà ancora piccola, che non dà fastidio»
“PAGO SOLO CIÒ CHE CONSUMO”
È LA FINE DELLA PROPRIETÀ
M
AÈla condivisione o la disperazione il
motore di tutto? Un mese fa il dibattito su cosa sia davvero, aldilà dei facili slogan, la sharing economy è
esploso negli Stati Uniti. E in campo sono scesi
due pesi massimi. Da una parte, a San Francisco,
si è schierato Wired, il mensile icona della Silicon
Valley e del cambiamento innescato dalla rivoluzione digitale. E dall’altra si è opposto il primo settimanale patinato dell’east coast, il New York.
Era accaduto questo. L’ultima storia di copertina
di Wired celebrava il trionfo dei siti come Uber e
AirBnb e in definitiva la rivoluzione culturale innescata dalla economia collaborativa. Che bello,
era il senso di tutto, grazie a Internet e a queste
app adesso gli americani si fidano degli sconosciuti. E poco importa che le statistiche dimostrassero che il livello di diffidenza degli americani verso “l’altro” è ancora altissimo (59 per cento). La morale era solo una: trust me!, fidatevi, fidiamoci. Di chi ti affitta la stanza o l’auto, di chi ti
guarda il cane o di chi viene in casa tua a fare quei
lavoretti che non sai fare. Bello. Ma falso. Perché
— è la tesi del New York magazine— il vero motore che ci mette nelle condizioni di affittarci tutto, e che ci spinge nelle mani di sconosciuti per
avere dei servizi a basso costo, sarebbe la crisi economica. “Per capire perché queste app hanno tanto successo, guardate i dati: dalle crisi del 2008 a
oggi molti posti di lavoro sono andati perduti e
una parte si è trasformata in lavoro precario. E i
salari reali sono calati per tutti”.
I numeri sono questi. Negli Stati Uniti come in
Europa. Ma non spiegano tutto. Infatti non c’è dubbio che la crisi economica stia accelerando la diffusione del “consumo collaborativo” come lo chiamò
nel suo best seller Rachel Botsman — “Quel che è
mio è tuo” — tre anni fa. Ma è in corso un cambiamento più profondo. La fine del concetto di proprietà esclusiva per far spazio non tanto a una proprietà condivisa di stampo socialista, quanto piuttosto all’acquisto di un servizio più che di un bene.
Mi compro il passaggio in auto quando mi serve invece dell’auto e così via: per tutto. Pago, poco, quello che consumo e basta. Per le nuove generazioni è
questo l’unico modo di vivere. È l’alba di un nuovo
capitalismo? Vedremo, intanto quello che si può dire è che in questa rivoluzione Internet agisce in due
modi: il primo è infrastrutturale, diffondendo le offerte e domande di consumi collaborativi; il secondo è reputazionale. Infatti formalmente la sharing
economyti porta a fidarti degli sconosciuti, ma in
rete nessuno è davvero sconosciuto. C’è una storia
che parla per noi, ci sono le tracce digitali e le referenze che quelli che hanno avuto a che fare con noi
hanno lasciato. Queste due leve stanno aprendo le
porte a una economia parallela. Piccola? Si, ma
neanche tanto. Sempre la Botsman ha calcolato
che parliamo di un mercato globale di 26 miliardi
di dollari. A San Francisco chi si affitta una o più
stanze, in media lo fa per 58 giorni l’anno, mettendosi in tasca circa novemila dollari l’anno. Moltiplicate per centinaia di migliaia di annunci al giorno
e capirete perché l’ultimo round di finanziamento
ha fatto volare la valutazione di AirBnb a dieci miliardi di dollari. Roba che molte catene alberghiere
se la sognano. Quelli che all’inizio snobbavano i servizi peer to peeradesso si preoccupano. E quando
non scendono in piazza a protestare contro Uber,
chiedono misure legislative e fiscali restrittive: chi
regola questi servizi? Come pagano le tasse? In
molti paesi europei e stati americani è tutta una
corsa ad adeguare le leggi. Ma non sarà una norma
ottusa a fermare il cambiamento. È bene che i tassisti lo sappiano. Lo dice la storia. Nel 1865 per
esempio nel Regno Unito si stabilì che le auto potessero circolare solo a passo d’uomo e dietro un
agente con la bandiera rossa in mano in segno di pericolo. Non servì a salvare le carrozze con i cavalli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ONpossedere niente, ma usare tutto.
Accedere a un servizio, senza mai
comprarlo. Condividere oggetti, capacità, automobili, il tempo e gli spazi. C’è
addirittura chi pensa che il capitalismo finirà così, seppellito
dalla sharing economy. Per
adesso, l’effetto concreto in Italia di Uber Pop, Blablacar,
Airbnb, Becrowdy, Coworking
for e delle altre 100 e passa piattaforme di condivisione attive è
quello del grimaldello: fanno
scricchiolare monopoli antichi,
scardinano a poco a poco mercati dominati dalle lobby, protetti dalla politica e da vecchie
leggi, rese desuete dalla tecnologia ma sempre e comunque
leggi. Quello che sta succedendo a Milano, con i tassisti in sciopero da tre giorni, ne è la prevedibile conseguenza.
Uber pop, Blablacar, Lyft e le
altre app dedicate alla mobilità
mettono in contatto gli automobilisti per organizzare passaggi
in macchina. Sono entrate, con
innegabili forzature della legge
quadro che risale al 1992, in un
settore prima dominato dalle sigle dei tassisti, negli anni capaci
anche di imporre ai sindaci i tetti alle licenze. «Sono illegali —
continuano a sostenere i sindacati delle auto bianche — funzionano come taxi abusivi, fanno
concorrenza sleale. Eppure noi
le licenze le abbiamo pagate
100, 150 mila euro. Lo Stato, o i
Comuni, devono fermarli, ci devono proteggere».
Negli ultimi due anni nel nostro Paese sono spuntate 136
piattaforme digitali di sharing
economy, soprattutto al Nord.
Nel 2013 il 13 per cento della popolazione, 7 milioni italiani, le ha
utilizzate almeno una volta: condividendo con sconosciuti l’automobile, un posto letto, la babysitter, l’abilità ai fornelli, barattando oggetti, raccogliendo fondi. «Boom dovuto alla crisi e alla
familiarità crescente con social
network e smartphone — spiega
Marta Manieri, gestore del sito
collaboriamo.org — il fenomeno
crescerà ancora, le possibilità sono enormi. I benefici per chi partecipa, in termini di risparmio,
pure. Per l’Expo faremo sperimentazioni coi servizi di mobilità, di accoglienza e del food». La
logica è quella del peer to peer,
quella del primo eBay per intenderci, anno 1996, quando era solo un bazar online di oggetti usati: due utenti si scambiano qualcosa attraverso un portale che
ha un margine di guadagno. Da
lì in poi sono nate centinaia di
startup, spesso border linerispetto a normative e leggi.
Prendete Becrowdy, Boomstarter, Dropis, Eppela, Prestiamoci e le altre le 22 piattaforme
del crowfunding, il micro-finanziamento dal basso, utilizzabili
in Italia. Grazie ad esse si sono
raccolti finora 23 milioni di euro,
l’80 per cento dei quali con la formula del social lending, del prestito senza l’intermediazione
bancaria finalizzato alla realizzazione di progetti. Una goccia
nel mare della finanza, certo,
ma comunque un’incursione
nel mondo in cui da sempre i padroni sono gli istituti bancari, e
solo loro. «La sharing economy
ha sicuramente questo di positivo — spiega Mario Maggioni, docente di politica economica all’Università Cattolica di Milano
— abbatte barriere “artificiali”
create in alcuni mercati. Tant’è
che la nuova legge sulle banche
di investimento ha cercato di includere le forme di crowdfunding».
Ma non è tutto sharing quello
che luccica, a quanto pare. «Ci sono anche dei criteri di qualità e sicurezza che i servizi pubblici,
quali questi sono, devono comunque garantire — continua
Maggioni — non credo che tutte
le forme di affitto tra privati rispondano sempre a tali requisiti». Il riferimento è a Airbnb, la
app inventata a San Francisco
nel 2008 che sta avendo un gran
successo: bypassando agenzie immobiliari e siti specializzati tipo booking.com o expedia (su di
loro l’Antitrust italiano ha aperto un’istruttoria per possibili violazioni della concorrenza), ha
messo in piedi in 194 paesi una
rete di 600mila alloggi per l’affitto a breve termine di stanze,
appartamenti, a volte castelli.
Come unica garanzia della qualità delle sistemazioni, le foto e i
feedback degli altri utenti.
«In Italia Airbnb ha un ruolo
diverso, meno dirompente rispetto a Uber», spiega Matteo
Stifanelli, il country manager.
«L’affitto a breve termine è perfettamente legale da anni, e di
fatto la nostra startup ha regolato situazioni già esistenti». Stifanelli ricorre all’esempio di Milano, durante la design week: «I
milanesi da anni affittano ai
viaggiatori stanze e appartamenti nella settimana del design. Con Airbnb hanno la possibilità di farlo seguendo le disposizioni di legge, tutto qua. Quest’anno abbiamo avuto 5000 posti, quasi tutti affittati».
Il servizio di intermediazione
costa il 10 per cento dell’importo
giornaliero, stabilito da chi mette a disposizione l’alloggio, ed è
chiaro dove sia il business in un
paese come il nostro che conta
48 milioni di arrivi all’anno.
Tant’è che ogni giorno 12mila
persone utilizzano il sito Airbnb
per soggiornare in Italia, e gli
spazi a disposizione sono già più
di 60mila. Gli albergatori e le
agenzie immobiliari non l’hanno presa benissimo, si sono appellate al rispetto delle rigide
normative a cui loro devono sottostare. «Non siamo un loro competitor diretto — risponde sul
punto Stifanelli — i nostri clienti non scelgono l’albergo».
Nell’universo in fermento
della sharing economy, ci sono
anche piattaforme che non dividono, che trovano il plauso generale. Tale pare essere Locloc,
la prima app italiana del noleggio tra privati. Più gli oggetti sono insoliti, più sono richiesti.
«Metal detector, vestiti per la
danza del ventre, sci da coppa
del mondo — racconta Michela
Nose, la fondatrice — abbiamo
12.500 iscritti e ancora ci stupiamo delle cose che vengono noleggiate. Mi aspettavo i mugugni di negozianti e centri commerciali, invece niente. Ma forse
perché la nostra è una realtà ancora piccola, che non dà fastidio»
“PAGO SOLO CIÒ CHE CONSUMO”
È LA FINE DELLA PROPRIETÀ
M
AÈla condivisione o la disperazione il
motore di tutto? Un mese fa il dibattito su cosa sia davvero, aldilà dei facili slogan, la sharing economy è
esploso negli Stati Uniti. E in campo sono scesi
due pesi massimi. Da una parte, a San Francisco,
si è schierato Wired, il mensile icona della Silicon
Valley e del cambiamento innescato dalla rivoluzione digitale. E dall’altra si è opposto il primo settimanale patinato dell’east coast, il New York.
Era accaduto questo. L’ultima storia di copertina
di Wired celebrava il trionfo dei siti come Uber e
AirBnb e in definitiva la rivoluzione culturale innescata dalla economia collaborativa. Che bello,
era il senso di tutto, grazie a Internet e a queste
app adesso gli americani si fidano degli sconosciuti. E poco importa che le statistiche dimostrassero che il livello di diffidenza degli americani verso “l’altro” è ancora altissimo (59 per cento). La morale era solo una: trust me!, fidatevi, fidiamoci. Di chi ti affitta la stanza o l’auto, di chi ti
guarda il cane o di chi viene in casa tua a fare quei
lavoretti che non sai fare. Bello. Ma falso. Perché
— è la tesi del New York magazine— il vero motore che ci mette nelle condizioni di affittarci tutto, e che ci spinge nelle mani di sconosciuti per
avere dei servizi a basso costo, sarebbe la crisi economica. “Per capire perché queste app hanno tanto successo, guardate i dati: dalle crisi del 2008 a
oggi molti posti di lavoro sono andati perduti e
una parte si è trasformata in lavoro precario. E i
salari reali sono calati per tutti”.
I numeri sono questi. Negli Stati Uniti come in
Europa. Ma non spiegano tutto. Infatti non c’è dubbio che la crisi economica stia accelerando la diffusione del “consumo collaborativo” come lo chiamò
nel suo best seller Rachel Botsman — “Quel che è
mio è tuo” — tre anni fa. Ma è in corso un cambiamento più profondo. La fine del concetto di proprietà esclusiva per far spazio non tanto a una proprietà condivisa di stampo socialista, quanto piuttosto all’acquisto di un servizio più che di un bene.
Mi compro il passaggio in auto quando mi serve invece dell’auto e così via: per tutto. Pago, poco, quello che consumo e basta. Per le nuove generazioni è
questo l’unico modo di vivere. È l’alba di un nuovo
capitalismo? Vedremo, intanto quello che si può dire è che in questa rivoluzione Internet agisce in due
modi: il primo è infrastrutturale, diffondendo le offerte e domande di consumi collaborativi; il secondo è reputazionale. Infatti formalmente la sharing
economyti porta a fidarti degli sconosciuti, ma in
rete nessuno è davvero sconosciuto. C’è una storia
che parla per noi, ci sono le tracce digitali e le referenze che quelli che hanno avuto a che fare con noi
hanno lasciato. Queste due leve stanno aprendo le
porte a una economia parallela. Piccola? Si, ma
neanche tanto. Sempre la Botsman ha calcolato
che parliamo di un mercato globale di 26 miliardi
di dollari. A San Francisco chi si affitta una o più
stanze, in media lo fa per 58 giorni l’anno, mettendosi in tasca circa novemila dollari l’anno. Moltiplicate per centinaia di migliaia di annunci al giorno
e capirete perché l’ultimo round di finanziamento
ha fatto volare la valutazione di AirBnb a dieci miliardi di dollari. Roba che molte catene alberghiere
se la sognano. Quelli che all’inizio snobbavano i servizi peer to peeradesso si preoccupano. E quando
non scendono in piazza a protestare contro Uber,
chiedono misure legislative e fiscali restrittive: chi
regola questi servizi? Come pagano le tasse? In
molti paesi europei e stati americani è tutta una
corsa ad adeguare le leggi. Ma non sarà una norma
ottusa a fermare il cambiamento. È bene che i tassisti lo sappiano. Lo dice la storia. Nel 1865 per
esempio nel Regno Unito si stabilì che le auto potessero circolare solo a passo d’uomo e dietro un
agente con la bandiera rossa in mano in segno di pericolo. Non servì a salvare le carrozze con i cavalli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
lunedì 10 febbraio 2014
Il segreto del regista a due teste di Paolo Sorrentino
carpe bucate, giacca di velluto e
chitarra in spalla, Llewyn Davis è
un cantautore folk che, nella New
York del 1961, tenta di sbarcare il
lunario cercando ingaggi nei locali. Ha appena pubblicato un disco,Inside Llewyn Davis,
a cui nessuno è interessato, e ha un talento
tanto grande quanto incompreso. Il nuovo film dei fratelli Coen, A
proposito di Davis, al cinema dal 6 febbraio, è costruito interamente sulla figura di un affascinante perdente folk (interpretato da
Oscar Isaac), che vive sui divani degli amici e cerca di sopravvivere
alla collezione di delusioni cui sembra destinato. Attorno a lui ruota l’universo del Greenwich Village dei primi anni Sessanta, un
luogo in cui personaggi come Bob Dylan e Joan Baez stanno per
spiccare l’ultimo, decisivo, salto verso la fama e il successo.
Scritto partendo dalle pagine di Manhattan Folk Story, l’autobiografia di un vero, grande, cantautore americano come Dave Van
Ronk, A proposito di Davismescola elementi di finzione con situazioni reali, rimanda a personaggi esistiti come Tom Paxton e Ramblin’
Jack Elliott, e a dischi realmente pubblicati, come Inside Dave Van
Ronk, del 1964, che nel film diventa, appunto, Inside Llewyn Davis.
Cast notevole, da Carey Mulligan a John Goodman passando
per Justin Timberlake, riferimenti sparsi tanto all’Ulissedi Joyce
quanto a Colazione da Tiffanydi Truman Capote, e colonna sonora (nemmeno a dirlo) imperdibile, firmata da quel genio di TBone Burnett, con pezzi tradizionali rivisti da Mumford & Sons,
Punch Brothers e dallo stesso Isaac, un’autentica rivelazione.
Grand Prix Speciale a Cannes e due nomination all’Oscar (fotografia e sonoro), il film è destinato a diventare un oggetto di
culto negli anni a venire, con Llewyn Davis già al sicuro nella variopinta e geniale galleria dei personaggi inventati dai Coen, a
metà via tra il Drugo de Il grande Lebowskie l’Ed Crane dell’Uomo
che non c’era. (andrea morandi)
e per magia
un altro
perdente
diventa eroe
Ser il grande talento, funziona
come con i gioielli di famiglia
prima di partire per le vacanze.
Li nascondi con così tanta cura
in casa che, per ritrovarli, devi iniziare un
lungo, paziente lavoro di ricerca. Dunque,
procedi per tentativi.
I registi di Inside Llewyn Davis(A prosito di Davis), i più talentuosi della loro
generazione, sono così. Hanno nascosto
per bene il loro segreto e parlano del loro
lavoro in termini di fatica, di memoria, di
esperimenti. Solo così, alla fine, provano
a scovare il nascondiglio della loro virtù
che, come tutte le cose molto preziose,
puoi solo contemplare a bocca aperta.
Il talento, come il diamante perfetto, è
inspiegabile. Perché è un mistero.
Sono andato in un’assolata mattina di
maggio a incontrarli in una bella stanza
d’albergo con l’insensata speranza di rubare i meccanismi del loro lavoro. Ma
era una pura illusione. Perché il talento
non si nutre di ragionamenti, ma di sensazioni che si rivelano giuste per se stessi.
E le sensazioni appartengono solo a chi le
vive. Non sono condivisibili. Questo è il
piccolo dramma di chi, come me, vorrebbe
imparare qualcosa da questi due mostri
dell’arte cinematografica.
«Quando scrivemmo Fargoeravamo
consapevoli che il personaggio principale
compariva dopo quaranta pagine. Una
scelta narrativa insolita. Ne abbiamo parlato, ci siamo basati su una vaga sensazione, e siamo arrivati alla conclusione che il
pubblico sarebbe stato al gioco», dice Joel.
Ma è successo di più, il pubblico non si è
limitato solo a stare al gioco, e Fargoè di ventato un cult movieindimenticabile.
Quando hanno realizzato No Country
For Old Men(Non è un paese per vecchi) non
hanno inserito neanche una nota di musica, il che non ha impedito agli spettatori
di rimanere folgorati dalla partitura sonora. Ora hanno fatto l’opposto. Hanno realizzato Inside Llewyn Davis, e quando il
protagonista, un cantautore folk prima
dell’avvento di Bob Dylan, lascia partire
una canzone, la snocciola dinanzi alla
macchina da presa dalla prima all’ultima
nota, contraddicendo la regola elementare secondo la quale, al cinema, una canzone, per non annoiare lo spettatore, deve
sfociare in un’altra scena.
E, ancora una volta, lo spettatore non
si annoia. Anzi, funziona! Insomma, ecc il talento o, come si suol dire, l’Autore. Ecco la sensazione di essere immersi nel
bello, andando contro le consuete regole
dell’estetica cinematografica. Per spostare la barriera dell’arte un pochino più in
là e unire, al bello, l’inedito. L’unica arma
che sconfigge la maniera.
Come quando girarono Il grande Lebowski. Un trionfo di personaggi meravigliosi e un uso smodato e leggendario
della divagazione nelle scene. Fino all’apparizione di questo film, la divagazione
era considerata il grande nemico dello
spettatore ammalato di logica.
I Coen hanno convinto gli spettatori
della forza della divagazione. Hanno sdoganato la gratuità, elevandola a forma d’arte,
regalando a tutti i cineasti successivi una nuova, impensata forma di libertà, anche
se poi, a ben vedere, si tratta di una libertà
illusoria, perché come riesce a loro l’arte
del divagare non riesce a nessun altro.
E, a proposito de Il grande Lebowski, mi
raccontano che, a intervalli regolari di
tempo, John Turturro propone loro di fare
uno spin off di quel film. Un nuovo lavoro
incentrato sull’indimenticabile
figura di Jesus, il campione di
bowling sospettato di pedofilia.
Non lo faranno. Invece, hanno in mente un seguito di Barton Fink, dove Turturro sarà un
vecchio professore di scrittura
e drammaturgia a Berkeley.
Mi spingo a chiedere, tra
tutti questi film strepitosi che
hanno realizzato, qual è il loro preferito.
Ma, come risposta, ottengo un prolungato
silenzio.
Mugugnano qualcosa, ma non trovano
la risposta.
Nella stanza d’albergo assolata siamo
in tre, ma ci sono solo due sedie. Una per
me, un’altra per Joel che se ne sta seduto,
pacato e ciondolante come un
pendolo rallentato, con le palpebre calate quasi per intero
sugli occhi e un mezzo sorriso.
Non è prevista una sedia
per il fratello Ethan che percorre avanti e indietro la stanza, senza sosta e senza nervosismo, dedicandosi sporadicamente a dei chicchi d’uva.
Hanno atteggiamenti opposti; il primo
biascica lentamente, il secondo fa schizzare le parole come palline da ping pong, ma,
sempre, uno completa le frasi dell’altro,
come se a parlare fosse una sola persona.
Sono i fratelli Coen, anche detti Il regista a due teste.
Scrivono insieme tutte le scene, fin nei
minimi dettagli. Le rileggono solo dopo
averle stampate su carta. E mentre scrivono, si domandano costantemente:
«Funziona?», «Coinvolge lo spettatore?».
Le riscrivono, mentre continuano a
stampare tonnellate di carta.
Naturalmente, in questa fase, sono
loro gli spettatori. Un narratore di valore
è tale solo se è anche uno spettatore di
valore. Poi, quando girano, giocano.
E per giocare bene, bisogna fare sul
serio.
«Le regole sono precise. Hai un certo
numero di giorni a disposizione e una certa cifra e devi lanciarti. Come se un colpo
di pistola ti desse il via», afferma Joel.
«Cercare di fare un film perfetto significa…», afferma Ethan, e Joel, mentre
mangia uno yogurt, completa: «…barare.
Sì, non fare mai un film perfetto».
Li tranquillizzo, è un rischio che non
corro nemmeno fortuitamente.
«Bisogna attenersi alle regole. Non
quelle di Von Trier, che prima ha stabilito
i principi di Dogma e poi li ha violati», ridacchiano all’unisono e concordi, ma senza cattiveria, i due fratelli.
Pur essendo dei registi eccezionali, con
una capacità di messa in scena fuori del
comune e una precisione invidiabile, ritengono che il momento del montaggio
sia, semplicemente, la fase di
risoluzione dei problemi.
Quali problemi? Mi chiedo
scandalizzato nell’intimo. Io
non ne vedo. Io ero convinto
che, con quel livello di precisione registica, il montaggio fosse
per i Coen pura routine e loro
invece affermano: «È la fase
della disperazione. Il momento
in cui dobbiamo decidere se
infilarci una pistola in bocca e premere il
grilletto o infilarci nella vasca da bagno e
tagliarci le vene. Il montaggio serve a risolvere i problemi».
Ridono, perché i registi, in realtà, si
divertono solo quando risolvono i problemi. Quando non ci sono difficoltà, i film
risultano piatti e prevedibili.
E, dal momento che i problemi non è
umanamente possibile risolverli tutti, ecco che non ci sono film perfetti.
Perché la perfezione è un luogo astratto che alberga, in modo altrettanto astratto, solo nella testa dello spettatore ingenuo e pedante. Si criticano
costantemente i film, ogni tanto si dovrebbero criticare gli
spettatori. La maggior parte
delle persone tende a leggere
il film innanzitutto come una
concatenazione ferrea di fatti
razionali, mentre i grandi autori procedono in maniera clamorosamente opposta.
I Coen lo dicono molto chiaramente:
«Abbiamo consapevolezza di cosa funziona in un dato momento» e questo è il risultato dell’acquisizione di un mestiere,
«ma a posteriori, guardando quello che
abbiamo fatto, ci rendiamo conto che
quello che ci ha guidati è una sensibilità
inconscia e non ne siamo consapevoli».
Anche Fellini, ripensando ai suoi film,
diceva che un altro io, una persona che
non era lui e che non riconosceva, aveva
comandato e disposto il film.
«Io sono agli ordini di questo personag gio interiore, che conosco molto male, che
mi detta le opere», diceva Cocteau.
Tutte queste affermazioni, profondamente vere, mi allontanano ancor più
dalla remota chance di carpire qualche
segreto. Insisto sul film preferito che hanno realizzato e ottengo un altro silenzio.
Allora, per non fallire nel mio intento di
imparare qualcosa, sposto la mia attenzione nei loro confronti sul concetto di
esperienza.
I fratelli Coen hanno fatto sedici film,
molti memorabili. La loro è una filmografia lunga e importante. Azzardo: «Se uno
dicesse che questo vostro ultimo film è il
vostro lavoro più maturo, cosa direste?».
Riflettono.
Joel abbassa le palpebre del tutto. Ethan accelera il passo.
Joel solleva le palpebre, sorride e dice:
«Non siamo maturi, siamo vecchi».
«E questo non è bello. È molto triste»,
dice Ethan senza crederci veramente e
aggiunge: «E comunque c’è un che di allarmante nella definizione di maturità,
perché implica anche la serietà…» «… e
noi non vogliamo perdere la leggerezza
della gioventù», completa Joel.
Lo so che non carpirò il segreto del loro talento, poiché quello è illorotalento e
non il mio.
Allora provo a carpirne un altro: «E
avete un segreto per riuscire a mantenere
inalterato l’entusiasmo degli inizi?» Ethan
non ha dubbi: «Sì».
E Joel: «Davvero? Vorrei sapere qual
è?». «È un segreto», risponde Ethan.
Joel dice: «Ah! È un segreto e quindi
non puoi rivelarcelo?».
Ethan non risponde. Io lo imploro:
«Perché non ci dici questo segreto?».
Joel scuote la testa: «Lui, Ethan, ha un
segreto per mantenere l’entusiasmo, ma
non vuole dircelo».
Ethan sorride e non parla. Mi rendo
conto di essere parte attiva di un dialogo con non senseannesso che non sfigurerebbe in uno dei loro film.
«Vorrei tanto conoscerlo, questo segreto» chiede senza crederci Joel. Ethan, ridendo e tenendoci sulle spine, dice: «Qualche giorno mi ricordo qual è il segreto.
Qualche altro giorno me lo dimentico.
Oggi non lo ricordo».
Poi, però, Ethan Coen si ferma di colpo
al centro della stanza e dice: «Però mi ricordo la risposta alla tua domanda su qual
è il film preferito che abbiamo realizzato».
«Quale?», chiedo fremente.
«Il primo film che abbiamo girato.
Quando abbiamo avuto la sensazione, per
un istante, che non stavamo facendo un
lavoro. È una sensazione che non abbiamo
provato più».
Alla fine, non ho carpito nessun segreto, ma è venuta giù una bella malinconia,
calda, rassicurante e piacevole, come in
un capolavoro dei fratelli Coen
chitarra in spalla, Llewyn Davis è
un cantautore folk che, nella New
York del 1961, tenta di sbarcare il
lunario cercando ingaggi nei locali. Ha appena pubblicato un disco,Inside Llewyn Davis,
a cui nessuno è interessato, e ha un talento
tanto grande quanto incompreso. Il nuovo film dei fratelli Coen, A
proposito di Davis, al cinema dal 6 febbraio, è costruito interamente sulla figura di un affascinante perdente folk (interpretato da
Oscar Isaac), che vive sui divani degli amici e cerca di sopravvivere
alla collezione di delusioni cui sembra destinato. Attorno a lui ruota l’universo del Greenwich Village dei primi anni Sessanta, un
luogo in cui personaggi come Bob Dylan e Joan Baez stanno per
spiccare l’ultimo, decisivo, salto verso la fama e il successo.
Scritto partendo dalle pagine di Manhattan Folk Story, l’autobiografia di un vero, grande, cantautore americano come Dave Van
Ronk, A proposito di Davismescola elementi di finzione con situazioni reali, rimanda a personaggi esistiti come Tom Paxton e Ramblin’
Jack Elliott, e a dischi realmente pubblicati, come Inside Dave Van
Ronk, del 1964, che nel film diventa, appunto, Inside Llewyn Davis.
Cast notevole, da Carey Mulligan a John Goodman passando
per Justin Timberlake, riferimenti sparsi tanto all’Ulissedi Joyce
quanto a Colazione da Tiffanydi Truman Capote, e colonna sonora (nemmeno a dirlo) imperdibile, firmata da quel genio di TBone Burnett, con pezzi tradizionali rivisti da Mumford & Sons,
Punch Brothers e dallo stesso Isaac, un’autentica rivelazione.
Grand Prix Speciale a Cannes e due nomination all’Oscar (fotografia e sonoro), il film è destinato a diventare un oggetto di
culto negli anni a venire, con Llewyn Davis già al sicuro nella variopinta e geniale galleria dei personaggi inventati dai Coen, a
metà via tra il Drugo de Il grande Lebowskie l’Ed Crane dell’Uomo
che non c’era. (andrea morandi)
e per magia
un altro
perdente
diventa eroe
Ser il grande talento, funziona
come con i gioielli di famiglia
prima di partire per le vacanze.
Li nascondi con così tanta cura
in casa che, per ritrovarli, devi iniziare un
lungo, paziente lavoro di ricerca. Dunque,
procedi per tentativi.
I registi di Inside Llewyn Davis(A prosito di Davis), i più talentuosi della loro
generazione, sono così. Hanno nascosto
per bene il loro segreto e parlano del loro
lavoro in termini di fatica, di memoria, di
esperimenti. Solo così, alla fine, provano
a scovare il nascondiglio della loro virtù
che, come tutte le cose molto preziose,
puoi solo contemplare a bocca aperta.
Il talento, come il diamante perfetto, è
inspiegabile. Perché è un mistero.
Sono andato in un’assolata mattina di
maggio a incontrarli in una bella stanza
d’albergo con l’insensata speranza di rubare i meccanismi del loro lavoro. Ma
era una pura illusione. Perché il talento
non si nutre di ragionamenti, ma di sensazioni che si rivelano giuste per se stessi.
E le sensazioni appartengono solo a chi le
vive. Non sono condivisibili. Questo è il
piccolo dramma di chi, come me, vorrebbe
imparare qualcosa da questi due mostri
dell’arte cinematografica.
«Quando scrivemmo Fargoeravamo
consapevoli che il personaggio principale
compariva dopo quaranta pagine. Una
scelta narrativa insolita. Ne abbiamo parlato, ci siamo basati su una vaga sensazione, e siamo arrivati alla conclusione che il
pubblico sarebbe stato al gioco», dice Joel.
Ma è successo di più, il pubblico non si è
limitato solo a stare al gioco, e Fargoè di ventato un cult movieindimenticabile.
Quando hanno realizzato No Country
For Old Men(Non è un paese per vecchi) non
hanno inserito neanche una nota di musica, il che non ha impedito agli spettatori
di rimanere folgorati dalla partitura sonora. Ora hanno fatto l’opposto. Hanno realizzato Inside Llewyn Davis, e quando il
protagonista, un cantautore folk prima
dell’avvento di Bob Dylan, lascia partire
una canzone, la snocciola dinanzi alla
macchina da presa dalla prima all’ultima
nota, contraddicendo la regola elementare secondo la quale, al cinema, una canzone, per non annoiare lo spettatore, deve
sfociare in un’altra scena.
E, ancora una volta, lo spettatore non
si annoia. Anzi, funziona! Insomma, ecc il talento o, come si suol dire, l’Autore. Ecco la sensazione di essere immersi nel
bello, andando contro le consuete regole
dell’estetica cinematografica. Per spostare la barriera dell’arte un pochino più in
là e unire, al bello, l’inedito. L’unica arma
che sconfigge la maniera.
Come quando girarono Il grande Lebowski. Un trionfo di personaggi meravigliosi e un uso smodato e leggendario
della divagazione nelle scene. Fino all’apparizione di questo film, la divagazione
era considerata il grande nemico dello
spettatore ammalato di logica.
I Coen hanno convinto gli spettatori
della forza della divagazione. Hanno sdoganato la gratuità, elevandola a forma d’arte,
regalando a tutti i cineasti successivi una nuova, impensata forma di libertà, anche
se poi, a ben vedere, si tratta di una libertà
illusoria, perché come riesce a loro l’arte
del divagare non riesce a nessun altro.
E, a proposito de Il grande Lebowski, mi
raccontano che, a intervalli regolari di
tempo, John Turturro propone loro di fare
uno spin off di quel film. Un nuovo lavoro
incentrato sull’indimenticabile
figura di Jesus, il campione di
bowling sospettato di pedofilia.
Non lo faranno. Invece, hanno in mente un seguito di Barton Fink, dove Turturro sarà un
vecchio professore di scrittura
e drammaturgia a Berkeley.
Mi spingo a chiedere, tra
tutti questi film strepitosi che
hanno realizzato, qual è il loro preferito.
Ma, come risposta, ottengo un prolungato
silenzio.
Mugugnano qualcosa, ma non trovano
la risposta.
Nella stanza d’albergo assolata siamo
in tre, ma ci sono solo due sedie. Una per
me, un’altra per Joel che se ne sta seduto,
pacato e ciondolante come un
pendolo rallentato, con le palpebre calate quasi per intero
sugli occhi e un mezzo sorriso.
Non è prevista una sedia
per il fratello Ethan che percorre avanti e indietro la stanza, senza sosta e senza nervosismo, dedicandosi sporadicamente a dei chicchi d’uva.
Hanno atteggiamenti opposti; il primo
biascica lentamente, il secondo fa schizzare le parole come palline da ping pong, ma,
sempre, uno completa le frasi dell’altro,
come se a parlare fosse una sola persona.
Sono i fratelli Coen, anche detti Il regista a due teste.
Scrivono insieme tutte le scene, fin nei
minimi dettagli. Le rileggono solo dopo
averle stampate su carta. E mentre scrivono, si domandano costantemente:
«Funziona?», «Coinvolge lo spettatore?».
Le riscrivono, mentre continuano a
stampare tonnellate di carta.
Naturalmente, in questa fase, sono
loro gli spettatori. Un narratore di valore
è tale solo se è anche uno spettatore di
valore. Poi, quando girano, giocano.
E per giocare bene, bisogna fare sul
serio.
«Le regole sono precise. Hai un certo
numero di giorni a disposizione e una certa cifra e devi lanciarti. Come se un colpo
di pistola ti desse il via», afferma Joel.
«Cercare di fare un film perfetto significa…», afferma Ethan, e Joel, mentre
mangia uno yogurt, completa: «…barare.
Sì, non fare mai un film perfetto».
Li tranquillizzo, è un rischio che non
corro nemmeno fortuitamente.
«Bisogna attenersi alle regole. Non
quelle di Von Trier, che prima ha stabilito
i principi di Dogma e poi li ha violati», ridacchiano all’unisono e concordi, ma senza cattiveria, i due fratelli.
Pur essendo dei registi eccezionali, con
una capacità di messa in scena fuori del
comune e una precisione invidiabile, ritengono che il momento del montaggio
sia, semplicemente, la fase di
risoluzione dei problemi.
Quali problemi? Mi chiedo
scandalizzato nell’intimo. Io
non ne vedo. Io ero convinto
che, con quel livello di precisione registica, il montaggio fosse
per i Coen pura routine e loro
invece affermano: «È la fase
della disperazione. Il momento
in cui dobbiamo decidere se
infilarci una pistola in bocca e premere il
grilletto o infilarci nella vasca da bagno e
tagliarci le vene. Il montaggio serve a risolvere i problemi».
Ridono, perché i registi, in realtà, si
divertono solo quando risolvono i problemi. Quando non ci sono difficoltà, i film
risultano piatti e prevedibili.
E, dal momento che i problemi non è
umanamente possibile risolverli tutti, ecco che non ci sono film perfetti.
Perché la perfezione è un luogo astratto che alberga, in modo altrettanto astratto, solo nella testa dello spettatore ingenuo e pedante. Si criticano
costantemente i film, ogni tanto si dovrebbero criticare gli
spettatori. La maggior parte
delle persone tende a leggere
il film innanzitutto come una
concatenazione ferrea di fatti
razionali, mentre i grandi autori procedono in maniera clamorosamente opposta.
I Coen lo dicono molto chiaramente:
«Abbiamo consapevolezza di cosa funziona in un dato momento» e questo è il risultato dell’acquisizione di un mestiere,
«ma a posteriori, guardando quello che
abbiamo fatto, ci rendiamo conto che
quello che ci ha guidati è una sensibilità
inconscia e non ne siamo consapevoli».
Anche Fellini, ripensando ai suoi film,
diceva che un altro io, una persona che
non era lui e che non riconosceva, aveva
comandato e disposto il film.
«Io sono agli ordini di questo personag gio interiore, che conosco molto male, che
mi detta le opere», diceva Cocteau.
Tutte queste affermazioni, profondamente vere, mi allontanano ancor più
dalla remota chance di carpire qualche
segreto. Insisto sul film preferito che hanno realizzato e ottengo un altro silenzio.
Allora, per non fallire nel mio intento di
imparare qualcosa, sposto la mia attenzione nei loro confronti sul concetto di
esperienza.
I fratelli Coen hanno fatto sedici film,
molti memorabili. La loro è una filmografia lunga e importante. Azzardo: «Se uno
dicesse che questo vostro ultimo film è il
vostro lavoro più maturo, cosa direste?».
Riflettono.
Joel abbassa le palpebre del tutto. Ethan accelera il passo.
Joel solleva le palpebre, sorride e dice:
«Non siamo maturi, siamo vecchi».
«E questo non è bello. È molto triste»,
dice Ethan senza crederci veramente e
aggiunge: «E comunque c’è un che di allarmante nella definizione di maturità,
perché implica anche la serietà…» «… e
noi non vogliamo perdere la leggerezza
della gioventù», completa Joel.
Lo so che non carpirò il segreto del loro talento, poiché quello è illorotalento e
non il mio.
Allora provo a carpirne un altro: «E
avete un segreto per riuscire a mantenere
inalterato l’entusiasmo degli inizi?» Ethan
non ha dubbi: «Sì».
E Joel: «Davvero? Vorrei sapere qual
è?». «È un segreto», risponde Ethan.
Joel dice: «Ah! È un segreto e quindi
non puoi rivelarcelo?».
Ethan non risponde. Io lo imploro:
«Perché non ci dici questo segreto?».
Joel scuote la testa: «Lui, Ethan, ha un
segreto per mantenere l’entusiasmo, ma
non vuole dircelo».
Ethan sorride e non parla. Mi rendo
conto di essere parte attiva di un dialogo con non senseannesso che non sfigurerebbe in uno dei loro film.
«Vorrei tanto conoscerlo, questo segreto» chiede senza crederci Joel. Ethan, ridendo e tenendoci sulle spine, dice: «Qualche giorno mi ricordo qual è il segreto.
Qualche altro giorno me lo dimentico.
Oggi non lo ricordo».
Poi, però, Ethan Coen si ferma di colpo
al centro della stanza e dice: «Però mi ricordo la risposta alla tua domanda su qual
è il film preferito che abbiamo realizzato».
«Quale?», chiedo fremente.
«Il primo film che abbiamo girato.
Quando abbiamo avuto la sensazione, per
un istante, che non stavamo facendo un
lavoro. È una sensazione che non abbiamo
provato più».
Alla fine, non ho carpito nessun segreto, ma è venuta giù una bella malinconia,
calda, rassicurante e piacevole, come in
un capolavoro dei fratelli Coen
Relazioni intime e riciclaggio La doppia vita del prelato Nuovo arresto per monsignor Scarano e il suo compagno E per la prima volta lo Ior collabora con governo e polizi
A
desso è in depressione, vorrebbe la visita
fiscale di uno psichiatra. Monsignor Nunzio Scarano che voleva diventare “vescovo” si ritrova
(di nuovo) agli arresti domiciliari
per riciclaggio e falso. È il gip di
Salerno che ha disposto la misura
cautelare dei domiciliari anche
per don Luigi Novi, che con don
Scarano «sono di fatto la stessa
persona e condividono praticamente tutto», mentre per il notaio
salernitano Bruno Frauenfelder il
gip Dolores Zarone si è limitata a
un provvedimento interdittivo. E
per 49 burattini del monsignore,
pronti a prestarsi a essere complici nel riciclaggio di quasi seicentomila euro, il pm ha confermato lo stralcio.
Circa sei milioni e mezzo di euro.
A tanto ammonta il bottino di
«provenienza illecita», perché probabilmente frutto di evasione fiscale, della famiglia di armatori salernitani D’Amico. Fiumi di denaro
transiti su conti correnti accesi allo Ior e che sono intestati a Monsignore, per circa 3.5 milioni di euro,
altri 3 milioni invece sono stati investiti in beni e opere d’arte, e che
non hanno nulla a che vedere con i
20 milioni di euro sempre degli armatori «fraterni amici da trent’anni» che il Monsignore ha cercato di
trasferire dalla Svizzera in Italia
grazie alla complicità di uno 007
italiano (in cambio di 800.000 euro). Operazione che ha portato la
procura di Roma a chiedere e ottenere gli arresti per il prelato ben
prima di Salerno.
«Balza subito agli occhi, anche
dei carabinieri di Salerno, la stranezza della condizione del prelato
che, senza provenire da una famiglia benestante, è proprietario di
una casa di 800 metri quadri lus suosamente rifinita, ricolma di argenterie, posaterie, reliquie, quadri
di famosi autori».
Se non ci fosse stato quel furto
per un valore pari a 5/6 milioni di
euro, che ha insospettito i carabinieri, forse della doppia personalità
di Nunzio Scarano non avremmo saputo nulla. Doppia personalità, anche relazioni intime con don Novi
ma anche con il giovane Massimiliano Marcianò.
Il 30 gennaio del 2013, il prelato
denuncia di aver subito un furto nella sua abitazione di via Guarna 5, a
Salerno. Scrive il gip nella convalida
del decreto di intercettazione: «Il
primo sopralluogo consente di rile vare che ignoti si sono introdotti furtivamente nell’appartamento,
asportandovi tele preziose (circa
venti quadri di Guttuso, De Chirico e
altri) un calco del crocefisso dell’altare di San Pietro, una pergamena
d’olio, argenteria e posateria varia
del valore di svariati milioni di euro».
Landi Magno, il compagno della
commercialista coindagata di Scarano, Tiziana Cascone, mette a verbale di «ignorare le enormi disponibilità economiche dello Scarano, di
sapere che è molto legato agli armatori D’Amico, che frequenta numerose personalità tra cui la cognata di
Gianni Agnelli, la principessa Frescobaldi e molti personaggi dello
spettacolo e della televisione, tra cui
Michelle Hunziker. Che nell’abitazione dello Scarano ci sono numerosi oggetti di valore tra cui 6 Van Gogh originali, parte di una collezione
di dodici pezzi. Che il monsignore
sembra avere una doppia personalità perché quando celebra messa o è
nella funzione di religioso sembra
mite e umile, mentre quando si sveste è ben vestito, abbronzato, diviene amante della vita mondana e si
accompagna a personaggi noti quali
anche il principe di Monaco».
È la prima volta di una collaborazione giudiziaria tra Ior-Vaticano e
governo italiano così significativa.
Lo sottolinea anche padre Federico
Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede. Cento pagine,
un report consegnato dall’Autorità
di informazione finanziaria vaticana
al promotore di Giustizia che l’ha girato alle autorità italiane suggellano
il clima nuovo nelle relazioni (giudiziarie) tra i due Stati.
A leggere le centodue pagine dell’ordinanza cautelare il ritratto del
prelato lascia stupefatti: «Nunzio
Scarano è una persona inquietante.
Alto prelato e formale uomo di
chiesa del Vaticano eppure soggetto dedito alla vita mondana, in grado di ricorrere a ingannevoli e spregiudicati artifizi per non figurare
nelle operazioni finanziarie. In grado di distribuire i generi alimentari
ricevuti per scopi caritatevoli, tra
amici e parenti».
Un uomo di Chiesa che si tiene le
donazioni di cibo destinate ai poveri
e bisognosi per darle ad amici e parenti, è qualcosa che lascia senza parole. Scrive il gip: «Parte del denaro
e dei regali - uova di pasqua, vino,
olio - che riceve in donazione per
consegnarlo alla Casa degli Anziani,
Nunzio Scarano lo trattiene per sé o
lo distribuisce tra amici e parenti».
Ma c’è ben altro a rendere reale
la dimensione criminale di monsignore Nunzio Scarano. Il suo reddito dichiarato oscilla tra i 6.000 e gli
8.000 euro all’anno ai quali va aggiunta la diaria di 30.000 euro annue percepita dal Vaticano. Per il
gip «è assolutamente sproporzionato rispetto le movimentazioni
economiche effettive del prelato»
desso è in depressione, vorrebbe la visita
fiscale di uno psichiatra. Monsignor Nunzio Scarano che voleva diventare “vescovo” si ritrova
(di nuovo) agli arresti domiciliari
per riciclaggio e falso. È il gip di
Salerno che ha disposto la misura
cautelare dei domiciliari anche
per don Luigi Novi, che con don
Scarano «sono di fatto la stessa
persona e condividono praticamente tutto», mentre per il notaio
salernitano Bruno Frauenfelder il
gip Dolores Zarone si è limitata a
un provvedimento interdittivo. E
per 49 burattini del monsignore,
pronti a prestarsi a essere complici nel riciclaggio di quasi seicentomila euro, il pm ha confermato lo stralcio.
Circa sei milioni e mezzo di euro.
A tanto ammonta il bottino di
«provenienza illecita», perché probabilmente frutto di evasione fiscale, della famiglia di armatori salernitani D’Amico. Fiumi di denaro
transiti su conti correnti accesi allo Ior e che sono intestati a Monsignore, per circa 3.5 milioni di euro,
altri 3 milioni invece sono stati investiti in beni e opere d’arte, e che
non hanno nulla a che vedere con i
20 milioni di euro sempre degli armatori «fraterni amici da trent’anni» che il Monsignore ha cercato di
trasferire dalla Svizzera in Italia
grazie alla complicità di uno 007
italiano (in cambio di 800.000 euro). Operazione che ha portato la
procura di Roma a chiedere e ottenere gli arresti per il prelato ben
prima di Salerno.
«Balza subito agli occhi, anche
dei carabinieri di Salerno, la stranezza della condizione del prelato
che, senza provenire da una famiglia benestante, è proprietario di
una casa di 800 metri quadri lus suosamente rifinita, ricolma di argenterie, posaterie, reliquie, quadri
di famosi autori».
Se non ci fosse stato quel furto
per un valore pari a 5/6 milioni di
euro, che ha insospettito i carabinieri, forse della doppia personalità
di Nunzio Scarano non avremmo saputo nulla. Doppia personalità, anche relazioni intime con don Novi
ma anche con il giovane Massimiliano Marcianò.
Il 30 gennaio del 2013, il prelato
denuncia di aver subito un furto nella sua abitazione di via Guarna 5, a
Salerno. Scrive il gip nella convalida
del decreto di intercettazione: «Il
primo sopralluogo consente di rile vare che ignoti si sono introdotti furtivamente nell’appartamento,
asportandovi tele preziose (circa
venti quadri di Guttuso, De Chirico e
altri) un calco del crocefisso dell’altare di San Pietro, una pergamena
d’olio, argenteria e posateria varia
del valore di svariati milioni di euro».
Landi Magno, il compagno della
commercialista coindagata di Scarano, Tiziana Cascone, mette a verbale di «ignorare le enormi disponibilità economiche dello Scarano, di
sapere che è molto legato agli armatori D’Amico, che frequenta numerose personalità tra cui la cognata di
Gianni Agnelli, la principessa Frescobaldi e molti personaggi dello
spettacolo e della televisione, tra cui
Michelle Hunziker. Che nell’abitazione dello Scarano ci sono numerosi oggetti di valore tra cui 6 Van Gogh originali, parte di una collezione
di dodici pezzi. Che il monsignore
sembra avere una doppia personalità perché quando celebra messa o è
nella funzione di religioso sembra
mite e umile, mentre quando si sveste è ben vestito, abbronzato, diviene amante della vita mondana e si
accompagna a personaggi noti quali
anche il principe di Monaco».
È la prima volta di una collaborazione giudiziaria tra Ior-Vaticano e
governo italiano così significativa.
Lo sottolinea anche padre Federico
Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede. Cento pagine,
un report consegnato dall’Autorità
di informazione finanziaria vaticana
al promotore di Giustizia che l’ha girato alle autorità italiane suggellano
il clima nuovo nelle relazioni (giudiziarie) tra i due Stati.
A leggere le centodue pagine dell’ordinanza cautelare il ritratto del
prelato lascia stupefatti: «Nunzio
Scarano è una persona inquietante.
Alto prelato e formale uomo di
chiesa del Vaticano eppure soggetto dedito alla vita mondana, in grado di ricorrere a ingannevoli e spregiudicati artifizi per non figurare
nelle operazioni finanziarie. In grado di distribuire i generi alimentari
ricevuti per scopi caritatevoli, tra
amici e parenti».
Un uomo di Chiesa che si tiene le
donazioni di cibo destinate ai poveri
e bisognosi per darle ad amici e parenti, è qualcosa che lascia senza parole. Scrive il gip: «Parte del denaro
e dei regali - uova di pasqua, vino,
olio - che riceve in donazione per
consegnarlo alla Casa degli Anziani,
Nunzio Scarano lo trattiene per sé o
lo distribuisce tra amici e parenti».
Ma c’è ben altro a rendere reale
la dimensione criminale di monsignore Nunzio Scarano. Il suo reddito dichiarato oscilla tra i 6.000 e gli
8.000 euro all’anno ai quali va aggiunta la diaria di 30.000 euro annue percepita dal Vaticano. Per il
gip «è assolutamente sproporzionato rispetto le movimentazioni
economiche effettive del prelato»
lunedì 13 gennaio 2014
Regionopoli, l’ultima follia benefit per stress da collega
Q
UANTO vale il fastidio
del dover comunicare ai
colleghi novità sgradite
o respingere le loro istanze? La
Regione Liguria ha assegnato
un valore a questo ruolo con
l’introduzione di un’indennità
di “emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali”. Tradotto: 13,02 euro al
giorno. Ma al ministero dell’Economia non è piaciuta GENOVA — Quanto vale sul mercato del lavoro il fastidio, o il dispiacere, del dover comunicare ai
propri colleghi novità sgradite
oppure respingere le loro istanze?
La Regione Liguria è riuscita ad
assegnare un valore a questo
spiacevole ruolo attraverso l’introduzione di un parametro definito indennità di “emotività individuale e impegnative relazioni
interpersonali”. Tradotto in soldoni: 13,02 euro al giorno. Poca
roba, anche se alla fine dell’anno
una tredicesima in più non guasta. Ma al ministero dell’Economia e delle Finanze la politica di
indennità a pioggia per gli impiegati e di promozioni e progressioni di carriera per troppi funzionari e dirigenti non è piaciuta. E lo ha
scritto nero su bianco in un voluminoso dossier che il mese scorso
ha trasmesso alla procura della
Corte dei Conti. E i magistrati che
combattono gli sprechi di denaro
pubblico hanno subito aperto un
fascicolo che ipotizza un danno
erariale, ancora da quantificare.
Dalla relazione degli ispettori
del Mef emerge una pesante critica alla miriade di voci
che consentono di rimpolpare gli
stipendi. Ma
il dossier Liguria è solo il
primo di una
serie che si
inserisce
nella linea di
tagli alla
spesa pubblica e ha nel
mirino i “benefit”, grandi o piccoli, degli statali e dei pubblici dipendenti.
«Complessivamente sono 17 i
rilievi formulati dal Mef — conferma l’assessore al personale
della Regione Liguria Matteo
Rossi, di Sel — ma devo dire che
mi sembra inusuale che due
ispettori del ministero contestino
politiche del personale decise
con legge regionale approvata da
Roma, con parere favorevole di
Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche
Amministrazioni. Mi sembra che
così facendo si riducano gli spazi
di autonomia degli enti locali. Ciò
detto, stiamo mettendo mano a
questo settore. Tra le prime, dovranno scendere sotto i 30 euro
mensili alcune indennità, ad
esempio quella dei portagonfalone (oggi 46 euro al giorno che diventano 154 nei festivi, ndr) e il 27
porteremo in giunta la rivisitazione delle posizioni organizzative
di funzionari e dirigenti».
Le voci che hanno generato le
contestazioni del Mef sono contenute tutte in una delibera di
giunta del gennaio 2013 che regola indennità e compensi per impiegati e funzionari. Quello che
non si può leggere nell’intestazione è che la parcellizzazione di
bonus e riconoscimenti è lo strumento per poter rimpolpare stipendi e motivare il personale.
«Bisogna differenziare — spiega l’assessore Rossi —. Il taglio
delle indennità degli impiegati
andrà a colpire famiglie con basso reddito, dipendenti che con i
bonus arrivano a 1.200/1.250 euro e ora torneranno attorno ai
1.100».
Certo anche negli uffici della
Regione c’era chi malignava su alcuni di questi benefit come quello definito alla lettera “i” per «attività presso la struttura addetta alla gestione del personale o presso
la struttura competente per i servizi di Giunta che comporti... relazioni con l’utenza connotate da
problematiche procedurali,
emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali, per
un numero massimo di 25 dipendenti, individuati formalmente
dal Segretario generale. A tali addetti è corrisposta la somma lorda di euro 13,02 per ogni giorno di
effettivo servizio».
Quanto ai funzionari l’assessore Rossi ha un’altra impostazione: «Credo sia giusto a questo
punto tornare a rivedere le posizioni organizzative (incarichi che
garantiscono un extra, ndr) non
come un diritto vita natural durante ma con l’ottica della vera
premialità e della produttività».
Molti di quei 17 rilievi contenuti nel dossier del Mef riguardano il
numero eccessivo di “fattispecie
di responsabilità”, le cui differenze minime possono sfuggire a chi
non è addentro alla sintassi della
burocrazia: “responsabilità di
processo erogativo, coordinamento di un gruppo di lavoro, di
attività istruttoria, di formazione,
di avvio nuove attività, di ispezione”.
La Regione Liguria conta 1.130
dipendenti, 450 dei quali sono
funzionari e un centinaio i dirigenti. Il rapporto troppo elevato
tra il numero dei “capi” e quello
degli impiegati è stato in passato
oggetto di ripetuti rilievi provenienti della sezione di controllo
della Corte dei Conti.
Aldilà dei tagli imposti dalla
spending review il clima non è favorevole neppure alle indennità
minori, quelle che non fanno arricchire ma consentono la pizza il
fine settimana. Certo non sarà facile alla politica imporre queste
rinunce. Tra l’altro proprio negli
enti regionali che in tutta Italia sono investiti dalle inchieste sulle
spese pazze. In Liguria Idv, Pdl e
Udc hanno diversi consiglieri indagati per peculato per spese incongrue nei ristoranti, alle terme,
nei negozi di antiquariato, bottiglierie senza parlare delle immancabili mutandine comprate
con soldi dei cittadini. Indennità
assai più sostanziose di quelle incassate in questi anni dai portagonfalone e dai “signornò” dell’ufficio personale
UANTO vale il fastidio
del dover comunicare ai
colleghi novità sgradite
o respingere le loro istanze? La
Regione Liguria ha assegnato
un valore a questo ruolo con
l’introduzione di un’indennità
di “emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali”. Tradotto: 13,02 euro al
giorno. Ma al ministero dell’Economia non è piaciuta GENOVA — Quanto vale sul mercato del lavoro il fastidio, o il dispiacere, del dover comunicare ai
propri colleghi novità sgradite
oppure respingere le loro istanze?
La Regione Liguria è riuscita ad
assegnare un valore a questo
spiacevole ruolo attraverso l’introduzione di un parametro definito indennità di “emotività individuale e impegnative relazioni
interpersonali”. Tradotto in soldoni: 13,02 euro al giorno. Poca
roba, anche se alla fine dell’anno
una tredicesima in più non guasta. Ma al ministero dell’Economia e delle Finanze la politica di
indennità a pioggia per gli impiegati e di promozioni e progressioni di carriera per troppi funzionari e dirigenti non è piaciuta. E lo ha
scritto nero su bianco in un voluminoso dossier che il mese scorso
ha trasmesso alla procura della
Corte dei Conti. E i magistrati che
combattono gli sprechi di denaro
pubblico hanno subito aperto un
fascicolo che ipotizza un danno
erariale, ancora da quantificare.
Dalla relazione degli ispettori
del Mef emerge una pesante critica alla miriade di voci
che consentono di rimpolpare gli
stipendi. Ma
il dossier Liguria è solo il
primo di una
serie che si
inserisce
nella linea di
tagli alla
spesa pubblica e ha nel
mirino i “benefit”, grandi o piccoli, degli statali e dei pubblici dipendenti.
«Complessivamente sono 17 i
rilievi formulati dal Mef — conferma l’assessore al personale
della Regione Liguria Matteo
Rossi, di Sel — ma devo dire che
mi sembra inusuale che due
ispettori del ministero contestino
politiche del personale decise
con legge regionale approvata da
Roma, con parere favorevole di
Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche
Amministrazioni. Mi sembra che
così facendo si riducano gli spazi
di autonomia degli enti locali. Ciò
detto, stiamo mettendo mano a
questo settore. Tra le prime, dovranno scendere sotto i 30 euro
mensili alcune indennità, ad
esempio quella dei portagonfalone (oggi 46 euro al giorno che diventano 154 nei festivi, ndr) e il 27
porteremo in giunta la rivisitazione delle posizioni organizzative
di funzionari e dirigenti».
Le voci che hanno generato le
contestazioni del Mef sono contenute tutte in una delibera di
giunta del gennaio 2013 che regola indennità e compensi per impiegati e funzionari. Quello che
non si può leggere nell’intestazione è che la parcellizzazione di
bonus e riconoscimenti è lo strumento per poter rimpolpare stipendi e motivare il personale.
«Bisogna differenziare — spiega l’assessore Rossi —. Il taglio
delle indennità degli impiegati
andrà a colpire famiglie con basso reddito, dipendenti che con i
bonus arrivano a 1.200/1.250 euro e ora torneranno attorno ai
1.100».
Certo anche negli uffici della
Regione c’era chi malignava su alcuni di questi benefit come quello definito alla lettera “i” per «attività presso la struttura addetta alla gestione del personale o presso
la struttura competente per i servizi di Giunta che comporti... relazioni con l’utenza connotate da
problematiche procedurali,
emotività individuale e impegnative relazioni interpersonali, per
un numero massimo di 25 dipendenti, individuati formalmente
dal Segretario generale. A tali addetti è corrisposta la somma lorda di euro 13,02 per ogni giorno di
effettivo servizio».
Quanto ai funzionari l’assessore Rossi ha un’altra impostazione: «Credo sia giusto a questo
punto tornare a rivedere le posizioni organizzative (incarichi che
garantiscono un extra, ndr) non
come un diritto vita natural durante ma con l’ottica della vera
premialità e della produttività».
Molti di quei 17 rilievi contenuti nel dossier del Mef riguardano il
numero eccessivo di “fattispecie
di responsabilità”, le cui differenze minime possono sfuggire a chi
non è addentro alla sintassi della
burocrazia: “responsabilità di
processo erogativo, coordinamento di un gruppo di lavoro, di
attività istruttoria, di formazione,
di avvio nuove attività, di ispezione”.
La Regione Liguria conta 1.130
dipendenti, 450 dei quali sono
funzionari e un centinaio i dirigenti. Il rapporto troppo elevato
tra il numero dei “capi” e quello
degli impiegati è stato in passato
oggetto di ripetuti rilievi provenienti della sezione di controllo
della Corte dei Conti.
Aldilà dei tagli imposti dalla
spending review il clima non è favorevole neppure alle indennità
minori, quelle che non fanno arricchire ma consentono la pizza il
fine settimana. Certo non sarà facile alla politica imporre queste
rinunce. Tra l’altro proprio negli
enti regionali che in tutta Italia sono investiti dalle inchieste sulle
spese pazze. In Liguria Idv, Pdl e
Udc hanno diversi consiglieri indagati per peculato per spese incongrue nei ristoranti, alle terme,
nei negozi di antiquariato, bottiglierie senza parlare delle immancabili mutandine comprate
con soldi dei cittadini. Indennità
assai più sostanziose di quelle incassate in questi anni dai portagonfalone e dai “signornò” dell’ufficio personale
domenica 12 gennaio 2014
Kalashnikov, un nome nella storia divenuto icona di terrore e rivolta
G
ià il suo nome suonava come una raffica: Kalàshnikov.
Per quasi 70 anni
quel fucile automatico con l’inconfondibile caricatore a banana inventato da lui ha
intonato milioni di volte il canto
della morte per chi l’ha ascoltato:
non c’è arma da fuoco individuale che abbia ucciso più dell’AK47 progettato da un contadino degli Urali divenuto meccanico e scomparso ieri a 94 anni.
Era divenuta un’icona più
celebre della Coca Cola o delle
orecchie di Topolino, dal suono
diverso da ogni altro fucile, dal
nome che è risuonato come un
grido di terrore e di rivolta in
ogni continente. Aveva una voce tagliente, una tosse secca e
insistente. Chi l’ha ascoltato
cantare anche una sola volta,
non l’ha più dimenticato, se è
sopravvissuto.
Come la daga delle legioni romane che costruirono un impero, come la scimitarra che diffuse nel mondo la parola del Profeta, come la carabina Winchester
che conquistò un continente,
così l’“Avtomat Kalashnikova”,
il fucile automatico inventato da
Mikhail Timofeyevich Kalashnikov è divenuto il logo di un
tempo della storia, una storia
che esso ha cambito. Con 150
milioni di esemplari, fabbricati
in Unione Sovietica e riprodotti
abusivamente da fabbri di paese
e officine in ogni nazione dove ci
fosse un mercato, l’AK 47 ha
verosimilmente fatto più vittime, una alla volta, delle bombe atomiche sganciate dagli
americani sul Giappone, ma
Mikhail Kalashnkov è morto
senza rimorsi. «Il mio fucile
non uccide nessuno — disse in
una intervista nel 1997, quando finalmente la nuova Russia
decise di brevettare quell’arma — uccidono i politicanti
che non riescono ad accordarsi e che sfruttano la gente».
Un alibi che ricorda pericolosamente il mantra della
lobby americana delle armi —
«non sono le pistole che uccidono, ma chi le impugna» —
ma che il piccolo meccanico
siberiano con la seconda media, reclutato fra i carristi nella
guerra contro i nazisti perché
troppo basso di statura per la
fanteria, ma perfetto per le anguste torrette de T 34 staliniani,
ripeteva con la convinzione di
chi era rimasto, fino all’ultimo
giorno, il patriota comunista.
Kalashnikov, con il petto corazzato da ogni possibile decorazione compresa nell’immenso catalogo della chincaglieria
sovietica, promosso generale
senza avere mai comandato
neppure una pattuglia, insignito di lauree ad honorem in ingegneria meccanica senza avere
mai frequentato un’aula univer sitaria, disse di avere «creato
un’arma per il popolo». Semplice, maneggevole, relativamente
leggera a poco più di tre chili,
«perché ogni contadino e operaio potessero usarla senza addestramento».
Fu l’arma di chi non aveva armi. La Volkswagen degli eserciti popolari e della bande irregolari. La usarono e la usano non
necessariamente quegli operai
sfruttati e quei contadini oppressi ai quali lui pensava
quando sottopose il proprio disegno per una nuova carabina
al direttorato per le armi leggere dell’Armata Rossa. La avrebbero imbracciata, e purtroppo
usata, i bambini guerriglieri in
Africa, i terroristi di ogni causa,
fede e colore, i ribelli con legittime aspirazioni ed è, insieme
con la scimitarra araba, l’unica
arma da fuoco a comparire, incrociata con una zappa, su una
bandiera nazionale, quella del
Mozambico.
Non era un’arma di precisione, come non sono mai le automatiche, ma di terrore spruzzato a raffica contro il nemico. Non
ci sarebbe stata la rivoluzione
cubana né la vittoria del Vietnam del Nord e dei Vietcong nel
Sud senza il Kalashnikov. L’aneddoto, forse apocrifo, che
l’inventore amava ripetere più
spesso, e con più orgoglio, era la
testimonianza di soldati Usa
che nelle giungle del Sud est
asiatico abbandonavano le loro
delicate carabine M16 preferendo gli AK47 presi ai nemici
caduti catturati. «Il mio fucile
non si inceppava mai».
Fu, per eccellenza e senza
concorrenti, l’arma di sinistra.
La si poteva trovare, nell’immenso bazar globale delle armi,
per poco più di 100 doll ricani, se usata, in mercatini
pakistani o yemeniti o congolesi, anche per meno. Chi l’avesse
progettata e costruita in altri
paesi sarebbe divenuto miliardario, come i produttori di armi
negli Usa o in Europa, ma non
“Mishka”, l’orsetto del mitragliatore. Fu retribuito con lo stipendio di un tecnico qualsiasi,
via via aumentato con le promozioni e le onorificenze, ma sempre da impiegato statale e né lui,
né il governo, né l’Armata Rossa
pensarono mai di brevettarla.
Robaccia da capitalisti, quel
brevetto.
Soltanto nel 1997, nella nuova
Russia, l’AK47 e le sue varianti
successive furono brevettate e il
figlio maggiore di Mikhail “Mishka” Kalashnikov costituì un
azienda privata per costruirla e
commercializzarla. Trascinava
il padre con sé in giro per il mondo, nei congressi e nelle esposizioni degli armaioli, dove il vecchio veniva esposto e venerato
come una reliquia. Se la morte a
spalla fosse una religione, lui ne
sarebbe stato l’evangelista.
A Izhevsk, la città nella regione dell’Udmurtia, negli Urali,
dove viveva ed è morto, il Partito
gli aveva eretto un monumento
di marmo nero, ancora da vivo,
con un busto realisticamente
corretto, compresa la capigliatura ancora folta. Quel monumento è diventato un luogo di
pellegrinaggio e di devozione
per le coppie di nuovi sposi, che
dopo la cerimonia in municipio
vanno a deporre fiori e a chiedere la sua benedizione, invocandone il nome. Spara per noi, Kalashnik
ià il suo nome suonava come una raffica: Kalàshnikov.
Per quasi 70 anni
quel fucile automatico con l’inconfondibile caricatore a banana inventato da lui ha
intonato milioni di volte il canto
della morte per chi l’ha ascoltato:
non c’è arma da fuoco individuale che abbia ucciso più dell’AK47 progettato da un contadino degli Urali divenuto meccanico e scomparso ieri a 94 anni.
Era divenuta un’icona più
celebre della Coca Cola o delle
orecchie di Topolino, dal suono
diverso da ogni altro fucile, dal
nome che è risuonato come un
grido di terrore e di rivolta in
ogni continente. Aveva una voce tagliente, una tosse secca e
insistente. Chi l’ha ascoltato
cantare anche una sola volta,
non l’ha più dimenticato, se è
sopravvissuto.
Come la daga delle legioni romane che costruirono un impero, come la scimitarra che diffuse nel mondo la parola del Profeta, come la carabina Winchester
che conquistò un continente,
così l’“Avtomat Kalashnikova”,
il fucile automatico inventato da
Mikhail Timofeyevich Kalashnikov è divenuto il logo di un
tempo della storia, una storia
che esso ha cambito. Con 150
milioni di esemplari, fabbricati
in Unione Sovietica e riprodotti
abusivamente da fabbri di paese
e officine in ogni nazione dove ci
fosse un mercato, l’AK 47 ha
verosimilmente fatto più vittime, una alla volta, delle bombe atomiche sganciate dagli
americani sul Giappone, ma
Mikhail Kalashnkov è morto
senza rimorsi. «Il mio fucile
non uccide nessuno — disse in
una intervista nel 1997, quando finalmente la nuova Russia
decise di brevettare quell’arma — uccidono i politicanti
che non riescono ad accordarsi e che sfruttano la gente».
Un alibi che ricorda pericolosamente il mantra della
lobby americana delle armi —
«non sono le pistole che uccidono, ma chi le impugna» —
ma che il piccolo meccanico
siberiano con la seconda media, reclutato fra i carristi nella
guerra contro i nazisti perché
troppo basso di statura per la
fanteria, ma perfetto per le anguste torrette de T 34 staliniani,
ripeteva con la convinzione di
chi era rimasto, fino all’ultimo
giorno, il patriota comunista.
Kalashnikov, con il petto corazzato da ogni possibile decorazione compresa nell’immenso catalogo della chincaglieria
sovietica, promosso generale
senza avere mai comandato
neppure una pattuglia, insignito di lauree ad honorem in ingegneria meccanica senza avere
mai frequentato un’aula univer sitaria, disse di avere «creato
un’arma per il popolo». Semplice, maneggevole, relativamente
leggera a poco più di tre chili,
«perché ogni contadino e operaio potessero usarla senza addestramento».
Fu l’arma di chi non aveva armi. La Volkswagen degli eserciti popolari e della bande irregolari. La usarono e la usano non
necessariamente quegli operai
sfruttati e quei contadini oppressi ai quali lui pensava
quando sottopose il proprio disegno per una nuova carabina
al direttorato per le armi leggere dell’Armata Rossa. La avrebbero imbracciata, e purtroppo
usata, i bambini guerriglieri in
Africa, i terroristi di ogni causa,
fede e colore, i ribelli con legittime aspirazioni ed è, insieme
con la scimitarra araba, l’unica
arma da fuoco a comparire, incrociata con una zappa, su una
bandiera nazionale, quella del
Mozambico.
Non era un’arma di precisione, come non sono mai le automatiche, ma di terrore spruzzato a raffica contro il nemico. Non
ci sarebbe stata la rivoluzione
cubana né la vittoria del Vietnam del Nord e dei Vietcong nel
Sud senza il Kalashnikov. L’aneddoto, forse apocrifo, che
l’inventore amava ripetere più
spesso, e con più orgoglio, era la
testimonianza di soldati Usa
che nelle giungle del Sud est
asiatico abbandonavano le loro
delicate carabine M16 preferendo gli AK47 presi ai nemici
caduti catturati. «Il mio fucile
non si inceppava mai».
Fu, per eccellenza e senza
concorrenti, l’arma di sinistra.
La si poteva trovare, nell’immenso bazar globale delle armi,
per poco più di 100 doll ricani, se usata, in mercatini
pakistani o yemeniti o congolesi, anche per meno. Chi l’avesse
progettata e costruita in altri
paesi sarebbe divenuto miliardario, come i produttori di armi
negli Usa o in Europa, ma non
“Mishka”, l’orsetto del mitragliatore. Fu retribuito con lo stipendio di un tecnico qualsiasi,
via via aumentato con le promozioni e le onorificenze, ma sempre da impiegato statale e né lui,
né il governo, né l’Armata Rossa
pensarono mai di brevettarla.
Robaccia da capitalisti, quel
brevetto.
Soltanto nel 1997, nella nuova
Russia, l’AK47 e le sue varianti
successive furono brevettate e il
figlio maggiore di Mikhail “Mishka” Kalashnikov costituì un
azienda privata per costruirla e
commercializzarla. Trascinava
il padre con sé in giro per il mondo, nei congressi e nelle esposizioni degli armaioli, dove il vecchio veniva esposto e venerato
come una reliquia. Se la morte a
spalla fosse una religione, lui ne
sarebbe stato l’evangelista.
A Izhevsk, la città nella regione dell’Udmurtia, negli Urali,
dove viveva ed è morto, il Partito
gli aveva eretto un monumento
di marmo nero, ancora da vivo,
con un busto realisticamente
corretto, compresa la capigliatura ancora folta. Quel monumento è diventato un luogo di
pellegrinaggio e di devozione
per le coppie di nuovi sposi, che
dopo la cerimonia in municipio
vanno a deporre fiori e a chiedere la sua benedizione, invocandone il nome. Spara per noi, Kalashnik
Giappone La solitudine dell’imperatore
P
overa imperatrice Michiko,
sposa del Tenno che dal 1989
siede su Trono del Crisantemo;
Quante ne ha dovute passare,
lei, una borghese, figlia di un
ricchissimo produttore di farine e perciò
soprannominata la Mugnaia. Il suocero
Hiro Hito, l’ultimo imperatore giapponese che si sentiva una divinità, la trattava assai sgarbatamente, con crudeltà, e
pare che con le sue angherie le avesse addirittura provocato un aborto nel lontano 1961. Ma ora, alla fine del 2013, ecco
che Michiko si toglie la soddisfazione di
ricevere un pubblico encomio da parte
di suo marito Akihito il quale ieri ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno e ha testualmente detto: «Essere imperatore può portare alla solitudine, ma
la presenza al mio fianco dell’imperatrice mi ha portato conforto e gioia. Mi ha
sempre rispettato e sostenuto».
Queste sue parole non sono soltanto
il riconoscimento dei meriti della consorte ma anche una sommessa confessione di quanto sia duro il mestiere dell’imperatore, specie se si è l’eccentrico
imperatore del Giappone. Si tratta infatti di un essere strano che è piuttosto
un’essenza, non si può guardarlo, toccarlo, parlargli, eppure c’è ma è come se
fosse puro spirito, infatti è divino. O almeno lo era, ovvero si credeva che lo fosse. Abita al centro di Tokyo ma questo
centro è vuoto, custodisce la sua dimora
che è invisibile, mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua. Tutta
la città ruota intorno a questo vuoto che
è insieme, come, scrive Roland Barthes
«interdetto e indifferente, abitato da un
imperatore che non si vede mai, cioè, letteralmente da non si sa chi».
A Tokyo sono molti quelli che si augurano che la dimora imperiale, questo
vuoto reale e simbolico al centro di una
delle città più moderne del mondo, venga inglobato democraticamente nel tessuto urbano senza più obbligare il traffico a una deviazione perpetua. Ho sentito un taxista imprecare nel bel mezzo di
un’ora di punta attorno al Palazzo imperiale: «ci vorrebbe una bomba!» ha detto,
e forse ha avuto il coraggio di esprimersi
così perché la passeggera ero io, chiaramente una straniera. Se fossi stata giap ponese dubito che avrebbe osato, non si
può mai sapere chi è pro e chi è contro
quello che in Giappone si chiama il sistema imperiale, caposaldo e struttura portanti di anacronismi e contraddizioni tradizionalmente riveriti.
Quel centro vuoto forse protegge l’idea
di sacralità di un paese che non è un impero, per Costituzione non è nemmeno una
repubblica né una monarchia ma, superbamente o forse ambiguamente, soltanto
Giappone, ossia la “radice del sole”, questo è il senso dei due ideogrammi che servono a scrivere Giappone: sole e radice.
Così semplicemente si legge sui passaporti dei giapponesi, non repubblica o re del Giappone o altro. La dinastia sul trono che in realtà non regna dal 1945, si ritiene che sia la più antica del mondo e
per questo non si degna di avere un nome di famiglia come dei Windsor, dei Savoia o dei Romanov qualunque che sono degli umani come tutti gli altri. Dio ha
per caso un cognome?
L’essenza divina dell’imperatore, discendente diretto della dea Amaterasu, è
stata una questione assai dibattuta alla fine della seconda guerra mondiale quando i vincitori americani avrebbero potuto
fare del Giappone una repubblica ma il
generale MacArthur si oppose e non volle che l’imperatore Hiro Hito fosse condannato come criminale di guerra. Gli
chiese soltanto di rinunciare alla sua natura divina, cosa che Hiro Hito fece, non
si sa bene se con o senza convinzione in
quanto il proclama che lesse alla radio era
piuttosto ambiguo al riguardo. Tuttavia
fu allora che ebbe inizio il processo di
umanizzazione della figura imperiale, un
processo che ormai dovrebbe essere
giunto a compimento anche se si notano
ancora delle resistenze da parte di tanti
che è difficile definire: sono portatori di
un’ideologia, se così vogliamo chiamarla,
che è troppo facile definire tradizionalista ma è qualcosa di più antico di qualsiasi tradizione. L’unico che potrebbe azzardare una definizione non denigratoria di
un atteggiamento mentale tanto anacronistico potrebbe essere un Mishima redivivo, quel Mishima che con il suo teatrale
harakiri, nel 1970, intendeva difendere
proprio la divinità dell’imperatore considerato essenza eterna del Giappone. Un
nuovo Mishima potrebbe sostenere mai
la tesi di un Giappone paese normale?
L’attuale imperatore confessando la
tristezza della sua solitudine, sembra
anelare alla normalità, lui con la sua brava moglie al fianco, segno che questa normalità gli viene ancora negata. Ma almeno ha avuto il coraggio di esprimersi da
uomo comune. Quanto a suo padre Hiro
Hito, dovrebbe ringraziare il generale
MacArthur se nel 1976, da uomo comune,
visitò gli Stati Uniti e andò a Disneyland
dove si comprò un orologio da polso con
su Topolino. Ma molti giapponesi non
l’hanno mai saputo. Gli è stato tenuto nascosto. Gli dei cadono, gli dei falliscono,
overa imperatrice Michiko,
sposa del Tenno che dal 1989
siede su Trono del Crisantemo;
Quante ne ha dovute passare,
lei, una borghese, figlia di un
ricchissimo produttore di farine e perciò
soprannominata la Mugnaia. Il suocero
Hiro Hito, l’ultimo imperatore giapponese che si sentiva una divinità, la trattava assai sgarbatamente, con crudeltà, e
pare che con le sue angherie le avesse addirittura provocato un aborto nel lontano 1961. Ma ora, alla fine del 2013, ecco
che Michiko si toglie la soddisfazione di
ricevere un pubblico encomio da parte
di suo marito Akihito il quale ieri ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno e ha testualmente detto: «Essere imperatore può portare alla solitudine, ma
la presenza al mio fianco dell’imperatrice mi ha portato conforto e gioia. Mi ha
sempre rispettato e sostenuto».
Queste sue parole non sono soltanto
il riconoscimento dei meriti della consorte ma anche una sommessa confessione di quanto sia duro il mestiere dell’imperatore, specie se si è l’eccentrico
imperatore del Giappone. Si tratta infatti di un essere strano che è piuttosto
un’essenza, non si può guardarlo, toccarlo, parlargli, eppure c’è ma è come se
fosse puro spirito, infatti è divino. O almeno lo era, ovvero si credeva che lo fosse. Abita al centro di Tokyo ma questo
centro è vuoto, custodisce la sua dimora
che è invisibile, mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua. Tutta
la città ruota intorno a questo vuoto che
è insieme, come, scrive Roland Barthes
«interdetto e indifferente, abitato da un
imperatore che non si vede mai, cioè, letteralmente da non si sa chi».
A Tokyo sono molti quelli che si augurano che la dimora imperiale, questo
vuoto reale e simbolico al centro di una
delle città più moderne del mondo, venga inglobato democraticamente nel tessuto urbano senza più obbligare il traffico a una deviazione perpetua. Ho sentito un taxista imprecare nel bel mezzo di
un’ora di punta attorno al Palazzo imperiale: «ci vorrebbe una bomba!» ha detto,
e forse ha avuto il coraggio di esprimersi
così perché la passeggera ero io, chiaramente una straniera. Se fossi stata giap ponese dubito che avrebbe osato, non si
può mai sapere chi è pro e chi è contro
quello che in Giappone si chiama il sistema imperiale, caposaldo e struttura portanti di anacronismi e contraddizioni tradizionalmente riveriti.
Quel centro vuoto forse protegge l’idea
di sacralità di un paese che non è un impero, per Costituzione non è nemmeno una
repubblica né una monarchia ma, superbamente o forse ambiguamente, soltanto
Giappone, ossia la “radice del sole”, questo è il senso dei due ideogrammi che servono a scrivere Giappone: sole e radice.
Così semplicemente si legge sui passaporti dei giapponesi, non repubblica o re del Giappone o altro. La dinastia sul trono che in realtà non regna dal 1945, si ritiene che sia la più antica del mondo e
per questo non si degna di avere un nome di famiglia come dei Windsor, dei Savoia o dei Romanov qualunque che sono degli umani come tutti gli altri. Dio ha
per caso un cognome?
L’essenza divina dell’imperatore, discendente diretto della dea Amaterasu, è
stata una questione assai dibattuta alla fine della seconda guerra mondiale quando i vincitori americani avrebbero potuto
fare del Giappone una repubblica ma il
generale MacArthur si oppose e non volle che l’imperatore Hiro Hito fosse condannato come criminale di guerra. Gli
chiese soltanto di rinunciare alla sua natura divina, cosa che Hiro Hito fece, non
si sa bene se con o senza convinzione in
quanto il proclama che lesse alla radio era
piuttosto ambiguo al riguardo. Tuttavia
fu allora che ebbe inizio il processo di
umanizzazione della figura imperiale, un
processo che ormai dovrebbe essere
giunto a compimento anche se si notano
ancora delle resistenze da parte di tanti
che è difficile definire: sono portatori di
un’ideologia, se così vogliamo chiamarla,
che è troppo facile definire tradizionalista ma è qualcosa di più antico di qualsiasi tradizione. L’unico che potrebbe azzardare una definizione non denigratoria di
un atteggiamento mentale tanto anacronistico potrebbe essere un Mishima redivivo, quel Mishima che con il suo teatrale
harakiri, nel 1970, intendeva difendere
proprio la divinità dell’imperatore considerato essenza eterna del Giappone. Un
nuovo Mishima potrebbe sostenere mai
la tesi di un Giappone paese normale?
L’attuale imperatore confessando la
tristezza della sua solitudine, sembra
anelare alla normalità, lui con la sua brava moglie al fianco, segno che questa normalità gli viene ancora negata. Ma almeno ha avuto il coraggio di esprimersi da
uomo comune. Quanto a suo padre Hiro
Hito, dovrebbe ringraziare il generale
MacArthur se nel 1976, da uomo comune,
visitò gli Stati Uniti e andò a Disneyland
dove si comprò un orologio da polso con
su Topolino. Ma molti giapponesi non
l’hanno mai saputo. Gli è stato tenuto nascosto. Gli dei cadono, gli dei falliscono,
venerdì 10 gennaio 2014
Norvegia, il paese dei fortunati dove ognuno nasce milionario
B
envenuti nel paese
dei Signor Bonaventura. Il petrolio e il
boom delle Borse
hanno fatto il miracolo: il valore del fondo sovrano
di Oslo, il maxi-salvadanaio dove la Norvegia deposita da
vent’anni i profitti garantiti dai
pozzi nel Mare del Nord, è arrivato a Natale a 5,11 trilioni di corone, 608 miliardi di euro. E i
5,09 milioni di abitanti della nazione vichinga si sono ritrovati
improvvisamente tutti milionari. Ogni norvegese — vecchi e
bambini compresi — ha in tasca
oggi 1.040.000 corone del
Norway Global Fund, qualcosa
come 118mila euro. Si tratta, intendiamoci, di soldi virtuali, visto che nessuno può svegliarsi la
mattina e andare a ritirare quei
quattrini come al Bancomat.
Ma proprio per questo valgono
forse ancora di più: il tesoretto di
Oslo è (e verrà) utilizzato dallo
Stato per continuare a garantire
il generosissimo welfare nazionale e per ammortizzare contraccolpi sull’economia nazionale nel caso — da quelle parti
incrociano tutti le dita — il greggio passi di moda.
La storia, a modo suo, è un
déjà vu: gli idrocarburi hanno
cambiato il destino di tanti paesi. Ma mentre nel Golfo Persico
e dintorni i petrodollari sono
stati un affare per pochi emiri, ai
71 gradi latitudine Nord della
democraticissima Norvegia, la
pioggia di profitti garantiti dalla
Bonanza dell’oro nero è finita
(per legge) nelle tasche di tutti.
I Paperoni artici hanno iniziato a costruire la loro fortuna a cavallo tra gli Anni ’70-’80, quando
due choc petroliferi consecutivi
hanno spinto le quotazioni alle
stelle e le trivelle delle sette sorelle a cercare pozzi più sicuri
nei fondali del Mare del Nord. La
caccia al tesoro è andata bene: le
acque territoriali di Oslo si sono
rivelate il Golfo Persico d’Europa e nelle casse dello Stato hanno iniziato a piovere fiumi d royalty, dividendi e diritti esplorativi. Che farne? Per un po’ di
anni — un milione alla volta —
la Norvegia ha utilizzato questa
ricchezza piovuta dal mare per
gettare le basi di quello stato sociale che ne fa oggi la seconda
nazione più felice del mondo e
la prima per indice di sviluppo.
Nel 1990 la svolta: il petrolio —
contrariamente ai diamanti —
non è per sempre, si sono detti i
politici nazionali. E per evitare
la fine della Cicala di Esopo,
hanno deciso di mettere un po’
di soldi da parte in vista dei periodi di vacche magre, istituendo il super-fondo nazionale.
Il suo funzionamento è uguale a quello, vecchio come il mondo, del salvadanaio. Oslo versa
tutte le entrate garantite dagli
idrocarburi — le licenze d’esplorazione e i dividendi di Statoil, l’Eni norvegese — sul conto
corrente del Norway Global
fund. I soldi vengono investiti in
azioni e titoli di stato stranieri
per non surriscaldare il listino
locale e il governo utilizza i profitti — fino a un tetto massimo
del 4% del valore del patrimonio
— per tappare i buchi aperti nel
bilancio pubblico dal sistema di
welfarepiù generoso al mondo.
Siamo a livelli da Bengodi: Oslo
garantisce il dentista gratuito
per tutti i suoi cittadini fino a 19
anni, fornisce il riscaldamento
per le stalle oltre il Circolo polare e garantisce un congruo sussidio di disoccupazione che ha
convinto un adulto su 5 a vivere
a spese dello Stato senza lavorare, con un tasso di senza lavoro
fermo lo stesso attorno al 3%.
Le cose, fino ad oggi, sono andate benissimo. Il petrolio, tr alti e bassi, non ha mai smesso di
foraggiare le casse del Tesoro. Il
Pil procapite nel paese dei milionari è arrivato a 80mila euro
circa l’anno. E nessuno ha mai
dovuto mettere mano al martello per rompere il super-salvadanaio. Risultato: la ricchezza del
fondo — complice il buon momento delle borse — è andata alle stelle. Oggi il Norway Global è
il primo investitore al mondo e
controlla l’1% delle Borse globali. Il suo problema, oltre che far
soldi, è dove metterli: ora il 63%
è in azioni e il 35% in bond, tra
cui 3,5 miliardi di titoli italiani.
Negli ultimi anni il Governo ha
prima autorizzato il suo sbarco
nei paesi emergenti, poi gli acquisti di immobili (si è appena
comprato per la modica cifra di
684 milioni il 45% della torre di
Times Square a New York). E
ora, a caccia di rendimenti, potrebbe dare l’ok al suo ingresso
diretto in opere infrastrutturali.
Il bello è che troppa ricchezza, alla fine, ha finito per mettere in difficoltà persino la Norvegia dei milionari. I prezzi delle
case — al netto di una timida frenata negli ultimi mesi — è raddoppiato in 10 anni. La crisi dell’euro ha spedito per diverso
tempo la corona alle stelle penalizzando le esportazioni e i tassi
bassi hanno fatto volare al 200%
del reddito disponibile l’indebitamento dei privati. Il nuovo governo conservatore eletto qualche mese fa è stato così costretto (beati loro) a fare i conti con gli
eccessi di successo del modello
norvegese, provando a frenare il
costo della vita. Qualcuno — davanti a un pil che crescerà solo
del 2,2% nel 2014 dopo la media
del 6% registrata per quasi un
ventennio dal 1993 — ha iniziato persino a ventilare l’ipotesi di
ridurre i benefit dello stato sociale. I norvegesi per ora non si
preoccupano. Mal che vada
hanno in tasca una certezza: un
milione a testa
envenuti nel paese
dei Signor Bonaventura. Il petrolio e il
boom delle Borse
hanno fatto il miracolo: il valore del fondo sovrano
di Oslo, il maxi-salvadanaio dove la Norvegia deposita da
vent’anni i profitti garantiti dai
pozzi nel Mare del Nord, è arrivato a Natale a 5,11 trilioni di corone, 608 miliardi di euro. E i
5,09 milioni di abitanti della nazione vichinga si sono ritrovati
improvvisamente tutti milionari. Ogni norvegese — vecchi e
bambini compresi — ha in tasca
oggi 1.040.000 corone del
Norway Global Fund, qualcosa
come 118mila euro. Si tratta, intendiamoci, di soldi virtuali, visto che nessuno può svegliarsi la
mattina e andare a ritirare quei
quattrini come al Bancomat.
Ma proprio per questo valgono
forse ancora di più: il tesoretto di
Oslo è (e verrà) utilizzato dallo
Stato per continuare a garantire
il generosissimo welfare nazionale e per ammortizzare contraccolpi sull’economia nazionale nel caso — da quelle parti
incrociano tutti le dita — il greggio passi di moda.
La storia, a modo suo, è un
déjà vu: gli idrocarburi hanno
cambiato il destino di tanti paesi. Ma mentre nel Golfo Persico
e dintorni i petrodollari sono
stati un affare per pochi emiri, ai
71 gradi latitudine Nord della
democraticissima Norvegia, la
pioggia di profitti garantiti dalla
Bonanza dell’oro nero è finita
(per legge) nelle tasche di tutti.
I Paperoni artici hanno iniziato a costruire la loro fortuna a cavallo tra gli Anni ’70-’80, quando
due choc petroliferi consecutivi
hanno spinto le quotazioni alle
stelle e le trivelle delle sette sorelle a cercare pozzi più sicuri
nei fondali del Mare del Nord. La
caccia al tesoro è andata bene: le
acque territoriali di Oslo si sono
rivelate il Golfo Persico d’Europa e nelle casse dello Stato hanno iniziato a piovere fiumi d royalty, dividendi e diritti esplorativi. Che farne? Per un po’ di
anni — un milione alla volta —
la Norvegia ha utilizzato questa
ricchezza piovuta dal mare per
gettare le basi di quello stato sociale che ne fa oggi la seconda
nazione più felice del mondo e
la prima per indice di sviluppo.
Nel 1990 la svolta: il petrolio —
contrariamente ai diamanti —
non è per sempre, si sono detti i
politici nazionali. E per evitare
la fine della Cicala di Esopo,
hanno deciso di mettere un po’
di soldi da parte in vista dei periodi di vacche magre, istituendo il super-fondo nazionale.
Il suo funzionamento è uguale a quello, vecchio come il mondo, del salvadanaio. Oslo versa
tutte le entrate garantite dagli
idrocarburi — le licenze d’esplorazione e i dividendi di Statoil, l’Eni norvegese — sul conto
corrente del Norway Global
fund. I soldi vengono investiti in
azioni e titoli di stato stranieri
per non surriscaldare il listino
locale e il governo utilizza i profitti — fino a un tetto massimo
del 4% del valore del patrimonio
— per tappare i buchi aperti nel
bilancio pubblico dal sistema di
welfarepiù generoso al mondo.
Siamo a livelli da Bengodi: Oslo
garantisce il dentista gratuito
per tutti i suoi cittadini fino a 19
anni, fornisce il riscaldamento
per le stalle oltre il Circolo polare e garantisce un congruo sussidio di disoccupazione che ha
convinto un adulto su 5 a vivere
a spese dello Stato senza lavorare, con un tasso di senza lavoro
fermo lo stesso attorno al 3%.
Le cose, fino ad oggi, sono andate benissimo. Il petrolio, tr alti e bassi, non ha mai smesso di
foraggiare le casse del Tesoro. Il
Pil procapite nel paese dei milionari è arrivato a 80mila euro
circa l’anno. E nessuno ha mai
dovuto mettere mano al martello per rompere il super-salvadanaio. Risultato: la ricchezza del
fondo — complice il buon momento delle borse — è andata alle stelle. Oggi il Norway Global è
il primo investitore al mondo e
controlla l’1% delle Borse globali. Il suo problema, oltre che far
soldi, è dove metterli: ora il 63%
è in azioni e il 35% in bond, tra
cui 3,5 miliardi di titoli italiani.
Negli ultimi anni il Governo ha
prima autorizzato il suo sbarco
nei paesi emergenti, poi gli acquisti di immobili (si è appena
comprato per la modica cifra di
684 milioni il 45% della torre di
Times Square a New York). E
ora, a caccia di rendimenti, potrebbe dare l’ok al suo ingresso
diretto in opere infrastrutturali.
Il bello è che troppa ricchezza, alla fine, ha finito per mettere in difficoltà persino la Norvegia dei milionari. I prezzi delle
case — al netto di una timida frenata negli ultimi mesi — è raddoppiato in 10 anni. La crisi dell’euro ha spedito per diverso
tempo la corona alle stelle penalizzando le esportazioni e i tassi
bassi hanno fatto volare al 200%
del reddito disponibile l’indebitamento dei privati. Il nuovo governo conservatore eletto qualche mese fa è stato così costretto (beati loro) a fare i conti con gli
eccessi di successo del modello
norvegese, provando a frenare il
costo della vita. Qualcuno — davanti a un pil che crescerà solo
del 2,2% nel 2014 dopo la media
del 6% registrata per quasi un
ventennio dal 1993 — ha iniziato persino a ventilare l’ipotesi di
ridurre i benefit dello stato sociale. I norvegesi per ora non si
preoccupano. Mal che vada
hanno in tasca una certezza: un
milione a testa
mercoledì 8 gennaio 2014
La strigliata dell’Europa: parità al cognome materno Il caso La Brianza si ribella a Virzì “Con il suo film ci insulta”
I FIGLI si dà il cognome
paterno. Ci si è abituati
così. È la nostra storia. È
la nostra tradizione. Perché
cambiare? Un padre non può
mica rinunciare alla trasmissione del proprio patronimico! È il
dramma del nostro paese, incapace di prendere sul serio non
solo l’uguaglianza tra gli uomini
e le donne, ma anche l’autonomia e la libertà individuale C
e lo ha ricordato ieri
la Corte Europea dei
diritti umani: negando la possibilità a
una coppia di dare alla figlia
il cognome materno, l’Italia
non rispetterebbe il principio di uguaglianza e discriminerebbe le donne; i genitori dovrebbero sempre avere la libertà di dare ai figli il
cognome che vogliono:
quello paterno, quello materno, oppure anche entrambi.
In Parlamento, sono anni
che si accumulano proposte
di leggi che vanno in questa
direzione. Quando si parla
della famiglia, però, va a finire sempre nello stesso modo:
prima grandi dibattiti e grandi speranze; poi grandi polemiche; infine tutto si blocca.
Le proposte di legge non vengono calendarizzate, oppure
si arenano in qualche commissione, sepolte da mille altri progetti considerati più
urgenti. Come nel caso del
divorzio breve, delle unioni
civili, dell’inseminazione
eterologa, ecc. Ossia ogniqualvolta si parli di sessualità
o di procreazione. Come se
dietro l’idea di promuovere
l’uguaglianza e le pari opportunità dei cittadini — indipendentemente dal sesso,
dal genere e dall’orientamento sessuale — ci fosse
per forza la volontà di rimettere in discussione l’ordine, il
valore della famiglia, o anche
il “nome del padre”, per utilizzare la celebre formula di
Jacques Lacan. Mentre in
realtà si tratterebbe solo di
scrivere leggi adeguate alle
trasformazioni e all’evoluzione della società. Senza più
trincerarsi dietro concezioni
arcaiche dei rapporti di coppia. Senza più promuovere
una visione patriarcale delle
famiglie. Perché d’altronde
dovrebbe essere sempre e
solo il padre a trasmettere il
nome della propria famiglia
e una madre dovrebbe accontentarsi di aggiungere il
proprio cognome accanto a
quello paterno?
All’epoca in cui tutti sembrano celebrare il trionfo
dell’uguaglianza, l’unica
plausibile risposta a questo
tipo di domande è l’abitudine. È per abitudine che ancora tante donne considerano
normale che i figli portino il
cognome del padre. È per
abitudine che tanti uomini
continuano a pensare che,
trasmettendo il nome, trasmettono poi ai figli anche la
propria storia e i propri valori. È per abitudine che ci si
adatta e si va avanti, quella
stessa abitudine che per
Étienne de La Boétie spiegava perché gli esseri umani,
per natura liberi e uguali, accettassero poi forme di servitù volontaria. Ecco perché
abbiamo bisogno di leggi capaci, grazie anche al proprio
valore simbolico, di scardinare queste abitudini, dando
strumenti adeguati a tutti per
poi costruire delle società in
cui l’uguaglianza e le pari opportunità non siano semplici “significanti” privi di “significato
paterno. Ci si è abituati
così. È la nostra storia. È
la nostra tradizione. Perché
cambiare? Un padre non può
mica rinunciare alla trasmissione del proprio patronimico! È il
dramma del nostro paese, incapace di prendere sul serio non
solo l’uguaglianza tra gli uomini
e le donne, ma anche l’autonomia e la libertà individuale C
e lo ha ricordato ieri
la Corte Europea dei
diritti umani: negando la possibilità a
una coppia di dare alla figlia
il cognome materno, l’Italia
non rispetterebbe il principio di uguaglianza e discriminerebbe le donne; i genitori dovrebbero sempre avere la libertà di dare ai figli il
cognome che vogliono:
quello paterno, quello materno, oppure anche entrambi.
In Parlamento, sono anni
che si accumulano proposte
di leggi che vanno in questa
direzione. Quando si parla
della famiglia, però, va a finire sempre nello stesso modo:
prima grandi dibattiti e grandi speranze; poi grandi polemiche; infine tutto si blocca.
Le proposte di legge non vengono calendarizzate, oppure
si arenano in qualche commissione, sepolte da mille altri progetti considerati più
urgenti. Come nel caso del
divorzio breve, delle unioni
civili, dell’inseminazione
eterologa, ecc. Ossia ogniqualvolta si parli di sessualità
o di procreazione. Come se
dietro l’idea di promuovere
l’uguaglianza e le pari opportunità dei cittadini — indipendentemente dal sesso,
dal genere e dall’orientamento sessuale — ci fosse
per forza la volontà di rimettere in discussione l’ordine, il
valore della famiglia, o anche
il “nome del padre”, per utilizzare la celebre formula di
Jacques Lacan. Mentre in
realtà si tratterebbe solo di
scrivere leggi adeguate alle
trasformazioni e all’evoluzione della società. Senza più
trincerarsi dietro concezioni
arcaiche dei rapporti di coppia. Senza più promuovere
una visione patriarcale delle
famiglie. Perché d’altronde
dovrebbe essere sempre e
solo il padre a trasmettere il
nome della propria famiglia
e una madre dovrebbe accontentarsi di aggiungere il
proprio cognome accanto a
quello paterno?
All’epoca in cui tutti sembrano celebrare il trionfo
dell’uguaglianza, l’unica
plausibile risposta a questo
tipo di domande è l’abitudine. È per abitudine che ancora tante donne considerano
normale che i figli portino il
cognome del padre. È per
abitudine che tanti uomini
continuano a pensare che,
trasmettendo il nome, trasmettono poi ai figli anche la
propria storia e i propri valori. È per abitudine che ci si
adatta e si va avanti, quella
stessa abitudine che per
Étienne de La Boétie spiegava perché gli esseri umani,
per natura liberi e uguali, accettassero poi forme di servitù volontaria. Ecco perché
abbiamo bisogno di leggi capaci, grazie anche al proprio
valore simbolico, di scardinare queste abitudini, dando
strumenti adeguati a tutti per
poi costruire delle società in
cui l’uguaglianza e le pari opportunità non siano semplici “significanti” privi di “significato
lunedì 6 gennaio 2014
La Favola dei tesini
e immagini non sapevano
ancora volare, smaterializzate, fra le nuvole di internet. Ma sapevano camminare. E camminando arrivavano altrettanto lontano, ai quattro angoli della Terra. Per tre secoli, le immagini ebbero gambe e spalle. Paraná, India, Cina, Siberia: chiuse in scrigni di legno
portati a mo’ di zaini, passo dopo passo,
le immagini si diffondevano in tutto il
mondo.
Ma la fonte delle immagini era qui, in
questa piccola conca verde che si può
abbracciare in un solo sguardo, nascosta dietro la Valsugana, tre villaggi, Pieve, Castello, Cinte, disposti a girotondo:
il Tesino. Da qui quando veniva l’autunno si incamminavano le immagini di cui
il mondo nuovo aveva sempre più fame.
E loro, i Tesini, magnifici vagabondi,
ambulanti dell’occhio, quella fame saziavano, mettendosi per via, camminando mesi, a volte anni, attraverso
paesi e città, nazioni e continenti. E “Per
Via” si chiama ora il piccolo, intelligente, sorprendente museo che a Pieve Tesino, finalmente, ne celebra il mito e ne
racconta la storia. Che è un po’ questa.
I primi iconauti, padri pellegrini della civiltà delle immagini, nomadi delle
figure, erano contadini e pastori. Gente
di frontiera, abituata a cambiar padroni
e lingua a seconda delle contorsioni della Storia. La romana via Claudia Augusta
Altinate passa per il Tesino, tentatrice.
Per secoli però i Tesini si mossero solo
avanti e indietro secondo i ritmi della
transumanza. Finché l’Europa non
rimbombò del tuono di quella nuova
tecnologia di guerra che impressionò
l’Ariosto, «un ferro bugio, lungo da dua
braccia», l’archibugio, che per funzionare aveva bisogno di una pietruzza che
sprizzava scintille; e di pietra focaia era
ricco il suolo del Tesino, così i pastori
scendendo a valle ne riempivano le gerle e la vendevano e scoprivano che il
commercio ambulante rendeva di più e
annoiava di meno della pastorizia. Sicché quando Remondini, il tipografo di
Bassano, a metà del Seicento, ebbe la geniale intuizione di ampliare il mercato
delle sue stampine con la vendita porta
a porta, trovò già pronti, a poche valli di
distanza, i commessi viaggiatori ideali,
esperti, scafati e ansiosi di partire.
E partirono. In tanti. Quando il Tesino aveva sì e no cinquemila abitanti,
cinque o seicento contemporaneamente erano in giro a vender le stampe
di Remondini. Uno o due per famiglia.
Prima vicino, poi lontano. I primi erano
viaggi stagionali, si partiva d’autunno e
si tornava a primavera, in tempo per dare una mano nei campi. Poi i viaggi cominciarono a durare anni. Si partiva ragazzi, a tredici anni, si tornava uomini
fatti. Il Tesino rimaneva una valle di
donne e di anziani. Gli uomini validi erano sulle strade d’Europa. A vendere una
merce strana, che non si mangiava, che
non serviva a nulla, se non all’anima. Era
l’alba della videociviltà. L’occhio scopriva di volere la sua parte.
La casseladi legno con le bretelle partiva piena. Di stampine d’ogni genere.
Xilografie di santi da pochi soldi, incisioni in rame acquerellate, più tardi le
strepitose litografie a colori. Un’immagine per ogni cliente. Le contadine, e le
servette di città, compravano santi e
madonnine, magari di nascosto ai mariti che non avrebbero gradito la spesa
per quelle frivolezze, poi le appendevano nei loro altarini segreti: l’interno degli armadi dei lini e delle biancherie, dove gli uomini di sicuro non andavano
mai a guardare. I cittadini e i borghesi invece preferivano immagini di città, paesaggi, battaglie da appendere nei salotti, per curiosità, per status symbol.
«Aussicht! Voilà les belles images!» gridavano nelle piazze i Tesini poliglotti, appendendo a un filo, con le gioe, le mollette di legno, quelle merci inutili e fascinose. Che loro sapevano piazzare da veri artisti. E un po’ da furbi. Un santo poteva cambiare nome, se necessario, e
diventare guarda un po’ proprio il patrono del paese in cui si trovavano a vendere in quel momento. Tanto, chi ha
mai visto di persona san Pantaleo o
sant’Orso? Però, dài e dài, erano dive tati iconologi da
campo, divulgatori di pensiero visuale, sapevano spiegare, descrivere, affabulare le loro immagini. Tönle, l’ambulante tesino di un
racconto di Rigoni Stern, si innamora
delle sue stampe più belle e non le vuole più vendere. Misuravano la risposta
del mercato. Tornando, portavano i dietro un feedback: «San Giuseppe così
giovane in Germania non va, devi invecchiarlo», protestavano con l’incisore, che teneva conto e adeguava il prodotto alla domanda. Giovanni, nonno
di Elda Fietta Ielen, da decenni studiosa
dei Tesini, «teneva un taccuino rilegato
in pelle, con i titoli di tutte le stampe, e a
fianco segnava da una a quattro barrette il gradimento dei clienti». I likedi Fa cebook non sono poi quella gran novità.
Era fatica: in “compagnie” da due-tre
persone arrivavano fino al nord Europa
sempre a piedi, a tappe ormai collaudate, vendendo borgo per borgo. Guadagnavano bene, con le stampe: tre volte
quel che le avevano pagate. Se però riuscivano a venderle tutte. Se un temporale non gliele macerava, se non gliele
sequestrava qualche censore severo o
qualche doganiere pignolo, se non gliele rubavano di notte mentre, per risparmiare, dormivano in qualche pagliaio.
Se capitava, erano dolori. Remondini le
stampe le dava in conto vendita, ma voleva una garanzia: un pezzo di terra, che
spesso incassava, e la gente della valle
masticava amaro: «I santi dei Remondini si mangiano le terre dei Tesini...».
Però poi furono i Remondini a fallire,
nel 1859. Ma i Tesini andarono avanti lo
stesso. Ormai erano una potenza commerciale, una rete ben stretta che legava tutta l’Europa. Avevano cominciato
ad aprire sedi stabili, prima magazzini,
poi veri negozi: i Tessari ad Augusta e Parigi, i Buffa ad Amsterdam, i Fietta a
Metz, i Pellizzaro a Gand, gli Avanzo a
Bruxelles. Gelosi, chiamavano come lavoranti e poi cedevano l’attività solo a
compaesani, e la parola Tesino divenne
sinonimo internazionale di venditore di
immagini. Da perteganti e cromeri, che
vuol dire piazzisti ambulanti poveracci,
da santari di strada, molti erano ormai
diventati dei signori, connoisseurraffinati. Ordinavano le immagini, adesso,
dalle migliori stamperie d’Europa, soprattutto inglesi, qualcuno era diventa to editore in proprio. Certuni erano divenuti delle personalità: come Giuseppe Daziaro, che aprì sontuosi negozi di
oggetti d’arte nei passeggi eleganti di
San Pietroburgo e Mosca, davanti alle
sue vetrine passarono Tolstoj e Dostoevskij e ne scrissero. E quando i bolscevichi confiscarono tutto, Lunacarskij, ministro per la cultura, salvò la vita
all’ultimo Daziaro, perché le loro immagini avevano «rispecchiato la vita del
popolo russo favorendone il risveglio».
Capitò ad altri, come a Ulisse, d’ammalarsi di mal del viaggio. Tommaso
Marchetto, con quella mania di «andare un po’ più lontano», finì in Cina. Sebastiano Avanzo passò l’Atlantico, eccolo in una foto all’albumina, revolver
nella fondina perché, c’è scritto dietro,
«in Messico la giustizia sta appesa alla
cintura». Altri finirono in Cile, in Siberia,
in India.
Ma i più volevano tornare a morire a
casa. Il mondo nei piedi e negli occhi, il
Tesino nell’anima. Prima del tracollo, i
Daziaro si fecero costruire una imponente villona rossa che ancora oggi domina da un poggio. I soldi spediti a casa
cambiarono la vita della valle: ci costruirono un ospedale, un albergo, perfino
una scuola di lingue. Bisognava essere
attrezzati, per partire alla conquista del
mondo. Nei tinelli dei contadini di questa valle isolata erano appese vedute di
Baltimora e lettere da Calcutta, nelle sue
taverne si raccontava della guerra boera o della secessione americana. Molti
però non tornavano, ma l’arciprete faceva rintoccare le campane a ogni lettera funesta arrivata da lontano.
L’epopea degli hommes des images
finì con la Grande Guerra. Le frontiere
diventate trincee erano insuperabili.
L’Europa sotto macello non comprava
più stampe, e ormai i giornali illustrati
placavano la fame dell’occhio, senza
più bisogno delle gambe dei Tesini.
Oggi idealmente tornano tutti a casa,
perché “Per Via”, ricavato nel cuore del
paese da un’abitazione modesta, è un
po’ museo-archivio e un po’ casa, con le
cucine, il salottino, la stube. Passiamo a
salutarli. Noi che viviamo di tivù e di fotocellulari abbiamo un debito con loro:
per primi, con la fatica dei loro muscoli,
hanno reso il mon
ancora volare, smaterializzate, fra le nuvole di internet. Ma sapevano camminare. E camminando arrivavano altrettanto lontano, ai quattro angoli della Terra. Per tre secoli, le immagini ebbero gambe e spalle. Paraná, India, Cina, Siberia: chiuse in scrigni di legno
portati a mo’ di zaini, passo dopo passo,
le immagini si diffondevano in tutto il
mondo.
Ma la fonte delle immagini era qui, in
questa piccola conca verde che si può
abbracciare in un solo sguardo, nascosta dietro la Valsugana, tre villaggi, Pieve, Castello, Cinte, disposti a girotondo:
il Tesino. Da qui quando veniva l’autunno si incamminavano le immagini di cui
il mondo nuovo aveva sempre più fame.
E loro, i Tesini, magnifici vagabondi,
ambulanti dell’occhio, quella fame saziavano, mettendosi per via, camminando mesi, a volte anni, attraverso
paesi e città, nazioni e continenti. E “Per
Via” si chiama ora il piccolo, intelligente, sorprendente museo che a Pieve Tesino, finalmente, ne celebra il mito e ne
racconta la storia. Che è un po’ questa.
I primi iconauti, padri pellegrini della civiltà delle immagini, nomadi delle
figure, erano contadini e pastori. Gente
di frontiera, abituata a cambiar padroni
e lingua a seconda delle contorsioni della Storia. La romana via Claudia Augusta
Altinate passa per il Tesino, tentatrice.
Per secoli però i Tesini si mossero solo
avanti e indietro secondo i ritmi della
transumanza. Finché l’Europa non
rimbombò del tuono di quella nuova
tecnologia di guerra che impressionò
l’Ariosto, «un ferro bugio, lungo da dua
braccia», l’archibugio, che per funzionare aveva bisogno di una pietruzza che
sprizzava scintille; e di pietra focaia era
ricco il suolo del Tesino, così i pastori
scendendo a valle ne riempivano le gerle e la vendevano e scoprivano che il
commercio ambulante rendeva di più e
annoiava di meno della pastorizia. Sicché quando Remondini, il tipografo di
Bassano, a metà del Seicento, ebbe la geniale intuizione di ampliare il mercato
delle sue stampine con la vendita porta
a porta, trovò già pronti, a poche valli di
distanza, i commessi viaggiatori ideali,
esperti, scafati e ansiosi di partire.
E partirono. In tanti. Quando il Tesino aveva sì e no cinquemila abitanti,
cinque o seicento contemporaneamente erano in giro a vender le stampe
di Remondini. Uno o due per famiglia.
Prima vicino, poi lontano. I primi erano
viaggi stagionali, si partiva d’autunno e
si tornava a primavera, in tempo per dare una mano nei campi. Poi i viaggi cominciarono a durare anni. Si partiva ragazzi, a tredici anni, si tornava uomini
fatti. Il Tesino rimaneva una valle di
donne e di anziani. Gli uomini validi erano sulle strade d’Europa. A vendere una
merce strana, che non si mangiava, che
non serviva a nulla, se non all’anima. Era
l’alba della videociviltà. L’occhio scopriva di volere la sua parte.
La casseladi legno con le bretelle partiva piena. Di stampine d’ogni genere.
Xilografie di santi da pochi soldi, incisioni in rame acquerellate, più tardi le
strepitose litografie a colori. Un’immagine per ogni cliente. Le contadine, e le
servette di città, compravano santi e
madonnine, magari di nascosto ai mariti che non avrebbero gradito la spesa
per quelle frivolezze, poi le appendevano nei loro altarini segreti: l’interno degli armadi dei lini e delle biancherie, dove gli uomini di sicuro non andavano
mai a guardare. I cittadini e i borghesi invece preferivano immagini di città, paesaggi, battaglie da appendere nei salotti, per curiosità, per status symbol.
«Aussicht! Voilà les belles images!» gridavano nelle piazze i Tesini poliglotti, appendendo a un filo, con le gioe, le mollette di legno, quelle merci inutili e fascinose. Che loro sapevano piazzare da veri artisti. E un po’ da furbi. Un santo poteva cambiare nome, se necessario, e
diventare guarda un po’ proprio il patrono del paese in cui si trovavano a vendere in quel momento. Tanto, chi ha
mai visto di persona san Pantaleo o
sant’Orso? Però, dài e dài, erano dive tati iconologi da
campo, divulgatori di pensiero visuale, sapevano spiegare, descrivere, affabulare le loro immagini. Tönle, l’ambulante tesino di un
racconto di Rigoni Stern, si innamora
delle sue stampe più belle e non le vuole più vendere. Misuravano la risposta
del mercato. Tornando, portavano i dietro un feedback: «San Giuseppe così
giovane in Germania non va, devi invecchiarlo», protestavano con l’incisore, che teneva conto e adeguava il prodotto alla domanda. Giovanni, nonno
di Elda Fietta Ielen, da decenni studiosa
dei Tesini, «teneva un taccuino rilegato
in pelle, con i titoli di tutte le stampe, e a
fianco segnava da una a quattro barrette il gradimento dei clienti». I likedi Fa cebook non sono poi quella gran novità.
Era fatica: in “compagnie” da due-tre
persone arrivavano fino al nord Europa
sempre a piedi, a tappe ormai collaudate, vendendo borgo per borgo. Guadagnavano bene, con le stampe: tre volte
quel che le avevano pagate. Se però riuscivano a venderle tutte. Se un temporale non gliele macerava, se non gliele
sequestrava qualche censore severo o
qualche doganiere pignolo, se non gliele rubavano di notte mentre, per risparmiare, dormivano in qualche pagliaio.
Se capitava, erano dolori. Remondini le
stampe le dava in conto vendita, ma voleva una garanzia: un pezzo di terra, che
spesso incassava, e la gente della valle
masticava amaro: «I santi dei Remondini si mangiano le terre dei Tesini...».
Però poi furono i Remondini a fallire,
nel 1859. Ma i Tesini andarono avanti lo
stesso. Ormai erano una potenza commerciale, una rete ben stretta che legava tutta l’Europa. Avevano cominciato
ad aprire sedi stabili, prima magazzini,
poi veri negozi: i Tessari ad Augusta e Parigi, i Buffa ad Amsterdam, i Fietta a
Metz, i Pellizzaro a Gand, gli Avanzo a
Bruxelles. Gelosi, chiamavano come lavoranti e poi cedevano l’attività solo a
compaesani, e la parola Tesino divenne
sinonimo internazionale di venditore di
immagini. Da perteganti e cromeri, che
vuol dire piazzisti ambulanti poveracci,
da santari di strada, molti erano ormai
diventati dei signori, connoisseurraffinati. Ordinavano le immagini, adesso,
dalle migliori stamperie d’Europa, soprattutto inglesi, qualcuno era diventa to editore in proprio. Certuni erano divenuti delle personalità: come Giuseppe Daziaro, che aprì sontuosi negozi di
oggetti d’arte nei passeggi eleganti di
San Pietroburgo e Mosca, davanti alle
sue vetrine passarono Tolstoj e Dostoevskij e ne scrissero. E quando i bolscevichi confiscarono tutto, Lunacarskij, ministro per la cultura, salvò la vita
all’ultimo Daziaro, perché le loro immagini avevano «rispecchiato la vita del
popolo russo favorendone il risveglio».
Capitò ad altri, come a Ulisse, d’ammalarsi di mal del viaggio. Tommaso
Marchetto, con quella mania di «andare un po’ più lontano», finì in Cina. Sebastiano Avanzo passò l’Atlantico, eccolo in una foto all’albumina, revolver
nella fondina perché, c’è scritto dietro,
«in Messico la giustizia sta appesa alla
cintura». Altri finirono in Cile, in Siberia,
in India.
Ma i più volevano tornare a morire a
casa. Il mondo nei piedi e negli occhi, il
Tesino nell’anima. Prima del tracollo, i
Daziaro si fecero costruire una imponente villona rossa che ancora oggi domina da un poggio. I soldi spediti a casa
cambiarono la vita della valle: ci costruirono un ospedale, un albergo, perfino
una scuola di lingue. Bisognava essere
attrezzati, per partire alla conquista del
mondo. Nei tinelli dei contadini di questa valle isolata erano appese vedute di
Baltimora e lettere da Calcutta, nelle sue
taverne si raccontava della guerra boera o della secessione americana. Molti
però non tornavano, ma l’arciprete faceva rintoccare le campane a ogni lettera funesta arrivata da lontano.
L’epopea degli hommes des images
finì con la Grande Guerra. Le frontiere
diventate trincee erano insuperabili.
L’Europa sotto macello non comprava
più stampe, e ormai i giornali illustrati
placavano la fame dell’occhio, senza
più bisogno delle gambe dei Tesini.
Oggi idealmente tornano tutti a casa,
perché “Per Via”, ricavato nel cuore del
paese da un’abitazione modesta, è un
po’ museo-archivio e un po’ casa, con le
cucine, il salottino, la stube. Passiamo a
salutarli. Noi che viviamo di tivù e di fotocellulari abbiamo un debito con loro:
per primi, con la fatica dei loro muscoli,
hanno reso il mon
Zuckerberg dona un miliardo di dollari ai senza tetto della New Economy Il maxi-regalo di Mister Facebook ai nuovi poveri di Silicon Valley
FEDERICO RAMPIN
M
ARK Zuckerberg balza in
testa alla classifica dei filantropi 2013, chiudendo
l’anno con un miliardo di dollari
donato in beneficenza. Ma la vera
notizia è un’altra. Il fondatore di Facebook non indirizza la sua generosità verso i poveri dell’Africa o le zone malariche dell’Asia, come fa da tempo Bill Gates L
A TOTALITÀ del suo dono va a una ong che
combatte la povertà…
nella Silicon Valley, a due passi da casa sua.
E a New York non si spengono le polemiche sul discorso-shock di Harry Belafonte.
Parlando all’Inauguration
Day del sindaco Bill de Blasio,
il celebre cantante afro-americano ha descritto la New
York di oggi come «una piantagione»: un’economia dove
prosperano minoranze opulente, circondate da poveri.
Le due zone più dinamiche
della East Coast e della West
Coast conoscono lo stesso
problema. Il Nuovo Boom
americano sta generando i
suoi nuovi poveri. Che si manifestano, con le loro forme di
protesta. Se il 2011 fu l’anno di
Occupy Wall Street, l’Inauguration Day di de Blasio è giunto a poche settimane dallo
sciopero dei dipendenti dei
fast-food newyorchesi. Attorno a San Francisco, altri sono
i bersagli. Una recente manifestazione ha cinto d’assedio
la sede di Twitter, per denunciare l’abuso di sgravi fiscali
offerti dalla città, elargiti a
un’azienda il cui collocamento in Borsa ha coperto di miliardi i fondatori. Altre proteste sociali hanno preso di mira i lussuosi pulmini privati
con cui le aziende hi-tech
della Silicon Valley trasportano i loro giovani pendolari (mentre la maggioranza
della popolazione ha trasporti pubblici scadenti).
La sensazione che questi squilibri stiano diventando insostenibili assilla
Zuckerberg, il giovane re
(compie 30 anni a maggio) dei
social network. Lui il suo miliardo di dollari in beneficenza lo ha donato alla Silicon
Valley Community Foundation, che cerca di curare la miseria più sconcertante, quella
dietro l’angolo. Il Financial
Timescommenta il gesto del
fondatore di Facebook: «Cresce la consapevolezza che la
povertà esiste a due passi dalle ville di lusso della Silicon
Valley, o vicino ai ristoranti
modaioli e carissimi di San
Francisco».
Non ci vuole un grande
sforzo per visitare l’altra faccia del boom. East Palo Alto, a
due passi dalla Stanford University e dal quartier generale
di Google, è una zona degradata, infestata da gang di giovani ispanici, piccoli delinquenti, spacciatori. Oakland,
sulla sponda della Baia dirimpetto a San Francisco e a fianco di Berkeley, è una delle
città col più alto tasso di omicidi d’America. Questa prossimità non sembra casuale.
La natura del boom tecnologico, nutre anche il fenomeno
opposto, l’emarginazione dei
più deboli. La stessa Università di Berkeley ha fior di economisti, guidati da Robert
Reich che fu ministro del Lavoro di Bill Clinton, i quali studiano gli effetti perversi della
nuova ricchezza californiana.
Uno dei meccanismi d’impoverimento passa proprio
attraverso scuola e università.
I giganti hi-tech della West
Coast (Apple e Google, Microsoft e Amazon, Facebook e
Twitter) reclutano e premiano i detentori di talenti speciali. Chi ha ricevuto l’istruzione giusta spunta retribuzioni sempre più elevate. Per
gli altri le spinte divaricanti
sul mercato del lavoro sono
feroci: nei mestieri di serie B il
potere d’acquisto dei salari ristagna, anche dopo tre anni di
ripresa Usa. Un altro meccanismo agisce sul mercato immobiliare. La ricchezza generata da Apple, Google e Facebook moltiplica i ragazzinimilionari, i quali fanno lievitare fitti e prezzi delle case in
tutta la Silicon Valley. Gli altri,
inclusi perfino i prof. universitari di Berkeley coi loro stipendi “normali” vengono
cacciati sempre più lontano.
Le recenti manifestazioni di
protesta a San Francisco agitavano cartelli con due parole-chiave: “Gentrification”,
“Evictions”. La gentrification
è la metamorfosi socio-economica delle aree urbane invase dalla nuova élite. Eviction, lo sfratto, è il motore giudiziario che accelera l’espulsione degli antichi abitanti, i
ceti sociali meno abbienti.
Tutto accade mentre l’atmosfera dei campus di Apple,
Google e Facebook è impregnata di valori liberal, progressisti, come descritto nel
romanzo orwelliano “The
Circle” di Dave Eggers.
A New York, de Blasio ha invitato alla cerimonia del suo
giuramento la piccola Dasani
Coates, 12 anni, che da poche
settimane era diventata a modo suo una star tragica. La sua
storia apriva una serie di reportage del New York Times
sui 22.000 bambini senzatetto nella città. La piccola Coates vive in un decrepito centro
di accoglienza di Brooklyn. La
stessa Brooklyn, con quartieri come Williamsburg e Dumbo, ormai gareggia con il
Greenwich Village, con Soho
e Chelsea, per le gallerie d’arte, i teatri d’avanguardia, i ristoranti di alta gastronomia
dove un tavolo va prenotato
due mesi prima. Belafonte suscita un vespaio di polemiche, lo stesso New York Times
in un editoriale giudica troppo radicale il suo discorso. Ma
il vecchio artista nero, compagno di battaglie di Martin
Luther King e amico di Nelson
Mandela, ha visto qualcosa
che per tanti altri è diventato
normale: una città di 400.000
milionari, la massima concentrazione di ricchezza del
globo, dove quasi la metà della popolazione ha redditi definiti di “semi-povertà”, in
rapporto al costo della vit
M
ARK Zuckerberg balza in
testa alla classifica dei filantropi 2013, chiudendo
l’anno con un miliardo di dollari
donato in beneficenza. Ma la vera
notizia è un’altra. Il fondatore di Facebook non indirizza la sua generosità verso i poveri dell’Africa o le zone malariche dell’Asia, come fa da tempo Bill Gates L
A TOTALITÀ del suo dono va a una ong che
combatte la povertà…
nella Silicon Valley, a due passi da casa sua.
E a New York non si spengono le polemiche sul discorso-shock di Harry Belafonte.
Parlando all’Inauguration
Day del sindaco Bill de Blasio,
il celebre cantante afro-americano ha descritto la New
York di oggi come «una piantagione»: un’economia dove
prosperano minoranze opulente, circondate da poveri.
Le due zone più dinamiche
della East Coast e della West
Coast conoscono lo stesso
problema. Il Nuovo Boom
americano sta generando i
suoi nuovi poveri. Che si manifestano, con le loro forme di
protesta. Se il 2011 fu l’anno di
Occupy Wall Street, l’Inauguration Day di de Blasio è giunto a poche settimane dallo
sciopero dei dipendenti dei
fast-food newyorchesi. Attorno a San Francisco, altri sono
i bersagli. Una recente manifestazione ha cinto d’assedio
la sede di Twitter, per denunciare l’abuso di sgravi fiscali
offerti dalla città, elargiti a
un’azienda il cui collocamento in Borsa ha coperto di miliardi i fondatori. Altre proteste sociali hanno preso di mira i lussuosi pulmini privati
con cui le aziende hi-tech
della Silicon Valley trasportano i loro giovani pendolari (mentre la maggioranza
della popolazione ha trasporti pubblici scadenti).
La sensazione che questi squilibri stiano diventando insostenibili assilla
Zuckerberg, il giovane re
(compie 30 anni a maggio) dei
social network. Lui il suo miliardo di dollari in beneficenza lo ha donato alla Silicon
Valley Community Foundation, che cerca di curare la miseria più sconcertante, quella
dietro l’angolo. Il Financial
Timescommenta il gesto del
fondatore di Facebook: «Cresce la consapevolezza che la
povertà esiste a due passi dalle ville di lusso della Silicon
Valley, o vicino ai ristoranti
modaioli e carissimi di San
Francisco».
Non ci vuole un grande
sforzo per visitare l’altra faccia del boom. East Palo Alto, a
due passi dalla Stanford University e dal quartier generale
di Google, è una zona degradata, infestata da gang di giovani ispanici, piccoli delinquenti, spacciatori. Oakland,
sulla sponda della Baia dirimpetto a San Francisco e a fianco di Berkeley, è una delle
città col più alto tasso di omicidi d’America. Questa prossimità non sembra casuale.
La natura del boom tecnologico, nutre anche il fenomeno
opposto, l’emarginazione dei
più deboli. La stessa Università di Berkeley ha fior di economisti, guidati da Robert
Reich che fu ministro del Lavoro di Bill Clinton, i quali studiano gli effetti perversi della
nuova ricchezza californiana.
Uno dei meccanismi d’impoverimento passa proprio
attraverso scuola e università.
I giganti hi-tech della West
Coast (Apple e Google, Microsoft e Amazon, Facebook e
Twitter) reclutano e premiano i detentori di talenti speciali. Chi ha ricevuto l’istruzione giusta spunta retribuzioni sempre più elevate. Per
gli altri le spinte divaricanti
sul mercato del lavoro sono
feroci: nei mestieri di serie B il
potere d’acquisto dei salari ristagna, anche dopo tre anni di
ripresa Usa. Un altro meccanismo agisce sul mercato immobiliare. La ricchezza generata da Apple, Google e Facebook moltiplica i ragazzinimilionari, i quali fanno lievitare fitti e prezzi delle case in
tutta la Silicon Valley. Gli altri,
inclusi perfino i prof. universitari di Berkeley coi loro stipendi “normali” vengono
cacciati sempre più lontano.
Le recenti manifestazioni di
protesta a San Francisco agitavano cartelli con due parole-chiave: “Gentrification”,
“Evictions”. La gentrification
è la metamorfosi socio-economica delle aree urbane invase dalla nuova élite. Eviction, lo sfratto, è il motore giudiziario che accelera l’espulsione degli antichi abitanti, i
ceti sociali meno abbienti.
Tutto accade mentre l’atmosfera dei campus di Apple,
Google e Facebook è impregnata di valori liberal, progressisti, come descritto nel
romanzo orwelliano “The
Circle” di Dave Eggers.
A New York, de Blasio ha invitato alla cerimonia del suo
giuramento la piccola Dasani
Coates, 12 anni, che da poche
settimane era diventata a modo suo una star tragica. La sua
storia apriva una serie di reportage del New York Times
sui 22.000 bambini senzatetto nella città. La piccola Coates vive in un decrepito centro
di accoglienza di Brooklyn. La
stessa Brooklyn, con quartieri come Williamsburg e Dumbo, ormai gareggia con il
Greenwich Village, con Soho
e Chelsea, per le gallerie d’arte, i teatri d’avanguardia, i ristoranti di alta gastronomia
dove un tavolo va prenotato
due mesi prima. Belafonte suscita un vespaio di polemiche, lo stesso New York Times
in un editoriale giudica troppo radicale il suo discorso. Ma
il vecchio artista nero, compagno di battaglie di Martin
Luther King e amico di Nelson
Mandela, ha visto qualcosa
che per tanti altri è diventato
normale: una città di 400.000
milionari, la massima concentrazione di ricchezza del
globo, dove quasi la metà della popolazione ha redditi definiti di “semi-povertà”, in
rapporto al costo della vit
venerdì 3 gennaio 2014
Da Torino a Loreto via libera alle “formule sprint” per prepararsi al matrimonio Boom di pacchetti a pagamento con vitto e alloggio inclusi invece dei dieci incontri
a mappa cambia di
continuo, come quella delle feste alla moda. Il corso prematrimoniale per le coppie
che vogliono sposarsi in una
chiesa cattolica — obbligatorio
per poter accedere al rito — ora è
in versione breve: un weekend,
tre giorni al massimo, compreso
il pranzo della domenica e una visita ai dintorni, invece dei canonici dieci incontri nella parrocchia sotto casa. Qualche sito, come quello del santuario di Loreto,
lo spiega diffusamente e si rivolge ai fidanzati “in situazioni particolari”, per esempio chi abita in
città diverse e non potrebbe frequentare insieme tutte le lezioni.
Qualcun altro preferisce restare
sul vago, e così, telefonando ad
Assisi, si parla di “weekend di preparazione”, che “molti parroci
considerano utili come approccio alle nozze cristiane”. Frate
Paolo Maiello si occupa dei “corsi brevi” a San Gregorio VII, a Roma: «Ci rivolgiamo ai fidanzati
che per motivi particolari non
possono frequentare i percorsi
delle rispettive parrocchie. Accogliamo 16 coppie per volta, più un
massimo di due coppie locali,
ascoltiamo la Parola di Dio e ci
confrontiamo con coppie già
sposate. Poi ognuno torna alla
sua chiesa e racconta ciò che abbiamo fatto insieme». Alle porte
di Torino c’è uno dei Centri Ignaziani: i gesuiti della casa organizzano percorsi personalizzati e residenziali, ai quali si può accedere tutto l’anno. Le materie? Dialogo, identità, fede, insieme a padre
Lorenzo Gilardi. E sui blog le future spose consigliano: «Telefonate, spesso si liberano posti all’ultimo momento, c’è la “formula due più due” e quella di quattro
giorni». La diocesi di Prato ha abbassato il numero minimo di incontri per tutti: ora ne bastano
sei. A Loreto oltre alla tre giorni
residenziale, vitto e alloggio inclusi, si propongono due serate
alla basilica di Santa Pudenziana
per completare il percorso e ottenere il certificato. Anima don
Gianmario Pagano, preferibilmente in inverno quando il flusso di pellegrini si fa meno intenso: si versa un acconto di 200 euro e ci si deve prenotare quanto
prima. Ma non c’è solo la fretta, la
riluttanza di molti (soprattutto
uomini, stando ai blog specializzati in matrimoni, dove lui ha già
una sigla, “fm” che sta per “futuro marito”) a tornare in parrocchia e prendere appunti dopo anni di assenza. C’è anche una platea profondamente cambiata,
come spiega l’Osservatore Romano, a partire dal caso di Milano,
annunciando “un nuovo assetto
dei percorsi di preparazione”.
Sono stati proprio i parroci ambrosiani a reagire per primi: «Nelle nostre chiese, tra quelle che si
presentano per sposarsi, le coppie conviventi sono circa il 95 per
cento. Fra loro circa il 30 per cento ha già un figlio e non di rado è
già sposata civilmente. Recentemente una coppia che accompagnava un gruppo di nubendi nella parte sud della provincia di Milano ci ha descritto la seguente
composizione: su dieci coppie
partecipanti, otto erano conviventi. Fra loro tre avevano almeno un figlio. Una, chiedeva il matrimonio religioso dopo 12 anni
di convivenza e aveva già tre figli».
Per i giovani (se si può usare
questa parola, visto che anche in
chiesa le coppie arrivano in media
lei a 31 anni e lui a 33) concentrati
soprattutto sulla musica da scegliere e su come far quadrare i conti del ristorante, il problema è diverso. Le spose, o “fm” (che sta per
“future mogli”) sono preoccupate
che il parroco sia tollerante ma anche calato nella parte (“Amiche —
scrive elisa82 su un blog — sapete
se c’è da fidarsi di don X? La chiesa
è bellissima, ma mi hanno detto
che durante una celebrazione gli è
squillato il cellulare con la musica
di Maracaibo…”). E per la “preparazione” resta davvero poco spazio. Così qualcuno sceglie il fai da
te: «Noi qui a Padova lo abbiamo
fatto con Frate Tuck, soprannominato così da quello di Robin Hood.
Due incontri e ci ha salutato col diploma: “Per me siete pronti”. Però
stasera viene a cena per provare la
mia famosa pizza». Unico neo: il
corso sotto casa è gratis. Quello
“full immersion” invece no. Che
fare, se si sta già spendendo troppo per abito, fiori e bomboniere?
Padre Enzo Fortunato di Assisi
“Ma quelle lezioni
aiutano a capire”
P
adre Enzo Fortunato, ad
Assisi direttore della rivista “San Francesco
Patrono d’Italia” e del
portale sanfrancesco.org, molte volte è chiamato a rispondere alle lettere inviategli da coppie in procinto di sposarsi. Cosa
dice loro?
«Che arrivare al sacramento
del matrimonio debitamente
preparati è tutta un’altra musica. Ad Assisi arrivano tante coppie a sposarsi. Tutte hanno seguito corsi per fidanzati nelle rispettive diocesi. E proprio grazie
a questi corsi hanno potuto capire cosa significa vivere la vita,
e dunque anche il matrimonio,
con gli occhi
della fede. È
una scoperta, o
una riscoperta
non da poco.
Per questo ritengo che il
corso per fidanzati debitamente frequentato è
un’occasione
unica e da non sottovalutare».
Chi frequenta i corsi comprende davvero il significato
del sacramento oppure no?
«Posso dire di sì. Almeno nei
casi che ho potuto vedere io. E
oltre a scoprire il significato del
sacramento si rafforzano in vista
delle difficoltà che inevitabilmente dovranno affrontare nella vita. Il corso serve anche a questo. A prepararsi a una vita di
gioia ma anche di inevitabili
ostacoli da superare. Nella rivista dedicata a San Francesco lavorano dei ragazzi. Alcuni di loro erano conviventi. Insieme abbiamo fatto un percorso che li ha
portati a scegliere il matrimonio
e a vivere successivamente questo sacramento nel mondo del
lavoro, nel rapporto con gli altri
e non ultimo con se stessi e con
Dio». (p.r.)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Padre Enzo
Fortunato
Le iniziative
ROMA
Nella chiesa
San Gregorio
VII Papa al
Gelsomino di
Roma si fanno
corsi prematrimoniali sprint
per 16 coppie.
Durata: un solo
week end
TORINO
Il Centro
Ignaziano di
Spiritualità di
Torino offre
due formule:
un corso da 4
giorni e l’altro
da 2+2 con
percorsi
“personalizzati”
ANCONA
La Basilica
della Santa
Casa di Loreto
offre corsi di
tre giorni, vitto
e alloggio
compresi.
Costo per
coppia: 250
euro
URBINO
All’Eremo di
Caresto il corso
prematrimoniale breve dura
dal venerdì alla
domenica.
È valido se è
stato
autorizzato dal
proprio parroco
I numeri
210.082
MATRIMONI
Nel 2012 sono stati
celebrati 210.082
matrimoni secondo
l’Istat. I riti civili sono
aumentati del 7,8%
123.428
NOZZE IN CHIESA
Le nozze celebrate
con rito religioso nel
2012 sono state
123.428, pari al
58,8% del totale
74,9%
RECORD AL SUD
Nel 2012 il 74,9% dei
matrimoni al Sud è
stato celebrato con
rito religioso. Al Nord il
46% e al Centro il 50%
95%
CONVIVENTI
Secondo la diocesi
di Milano, nelle grandi
aree urbane, il 95% dei
conviventi frequenta
i corsi prematrimoniali
1 su 5
FORMULA SPRINT
Una coppia su 5 opta
per la “formula breve”,
ma deve fornire ragioni
valide. Il corso normale
dura invece due mesi
continuo, come quella delle feste alla moda. Il corso prematrimoniale per le coppie
che vogliono sposarsi in una
chiesa cattolica — obbligatorio
per poter accedere al rito — ora è
in versione breve: un weekend,
tre giorni al massimo, compreso
il pranzo della domenica e una visita ai dintorni, invece dei canonici dieci incontri nella parrocchia sotto casa. Qualche sito, come quello del santuario di Loreto,
lo spiega diffusamente e si rivolge ai fidanzati “in situazioni particolari”, per esempio chi abita in
città diverse e non potrebbe frequentare insieme tutte le lezioni.
Qualcun altro preferisce restare
sul vago, e così, telefonando ad
Assisi, si parla di “weekend di preparazione”, che “molti parroci
considerano utili come approccio alle nozze cristiane”. Frate
Paolo Maiello si occupa dei “corsi brevi” a San Gregorio VII, a Roma: «Ci rivolgiamo ai fidanzati
che per motivi particolari non
possono frequentare i percorsi
delle rispettive parrocchie. Accogliamo 16 coppie per volta, più un
massimo di due coppie locali,
ascoltiamo la Parola di Dio e ci
confrontiamo con coppie già
sposate. Poi ognuno torna alla
sua chiesa e racconta ciò che abbiamo fatto insieme». Alle porte
di Torino c’è uno dei Centri Ignaziani: i gesuiti della casa organizzano percorsi personalizzati e residenziali, ai quali si può accedere tutto l’anno. Le materie? Dialogo, identità, fede, insieme a padre
Lorenzo Gilardi. E sui blog le future spose consigliano: «Telefonate, spesso si liberano posti all’ultimo momento, c’è la “formula due più due” e quella di quattro
giorni». La diocesi di Prato ha abbassato il numero minimo di incontri per tutti: ora ne bastano
sei. A Loreto oltre alla tre giorni
residenziale, vitto e alloggio inclusi, si propongono due serate
alla basilica di Santa Pudenziana
per completare il percorso e ottenere il certificato. Anima don
Gianmario Pagano, preferibilmente in inverno quando il flusso di pellegrini si fa meno intenso: si versa un acconto di 200 euro e ci si deve prenotare quanto
prima. Ma non c’è solo la fretta, la
riluttanza di molti (soprattutto
uomini, stando ai blog specializzati in matrimoni, dove lui ha già
una sigla, “fm” che sta per “futuro marito”) a tornare in parrocchia e prendere appunti dopo anni di assenza. C’è anche una platea profondamente cambiata,
come spiega l’Osservatore Romano, a partire dal caso di Milano,
annunciando “un nuovo assetto
dei percorsi di preparazione”.
Sono stati proprio i parroci ambrosiani a reagire per primi: «Nelle nostre chiese, tra quelle che si
presentano per sposarsi, le coppie conviventi sono circa il 95 per
cento. Fra loro circa il 30 per cento ha già un figlio e non di rado è
già sposata civilmente. Recentemente una coppia che accompagnava un gruppo di nubendi nella parte sud della provincia di Milano ci ha descritto la seguente
composizione: su dieci coppie
partecipanti, otto erano conviventi. Fra loro tre avevano almeno un figlio. Una, chiedeva il matrimonio religioso dopo 12 anni
di convivenza e aveva già tre figli».
Per i giovani (se si può usare
questa parola, visto che anche in
chiesa le coppie arrivano in media
lei a 31 anni e lui a 33) concentrati
soprattutto sulla musica da scegliere e su come far quadrare i conti del ristorante, il problema è diverso. Le spose, o “fm” (che sta per
“future mogli”) sono preoccupate
che il parroco sia tollerante ma anche calato nella parte (“Amiche —
scrive elisa82 su un blog — sapete
se c’è da fidarsi di don X? La chiesa
è bellissima, ma mi hanno detto
che durante una celebrazione gli è
squillato il cellulare con la musica
di Maracaibo…”). E per la “preparazione” resta davvero poco spazio. Così qualcuno sceglie il fai da
te: «Noi qui a Padova lo abbiamo
fatto con Frate Tuck, soprannominato così da quello di Robin Hood.
Due incontri e ci ha salutato col diploma: “Per me siete pronti”. Però
stasera viene a cena per provare la
mia famosa pizza». Unico neo: il
corso sotto casa è gratis. Quello
“full immersion” invece no. Che
fare, se si sta già spendendo troppo per abito, fiori e bomboniere?
Padre Enzo Fortunato di Assisi
“Ma quelle lezioni
aiutano a capire”
P
adre Enzo Fortunato, ad
Assisi direttore della rivista “San Francesco
Patrono d’Italia” e del
portale sanfrancesco.org, molte volte è chiamato a rispondere alle lettere inviategli da coppie in procinto di sposarsi. Cosa
dice loro?
«Che arrivare al sacramento
del matrimonio debitamente
preparati è tutta un’altra musica. Ad Assisi arrivano tante coppie a sposarsi. Tutte hanno seguito corsi per fidanzati nelle rispettive diocesi. E proprio grazie
a questi corsi hanno potuto capire cosa significa vivere la vita,
e dunque anche il matrimonio,
con gli occhi
della fede. È
una scoperta, o
una riscoperta
non da poco.
Per questo ritengo che il
corso per fidanzati debitamente frequentato è
un’occasione
unica e da non sottovalutare».
Chi frequenta i corsi comprende davvero il significato
del sacramento oppure no?
«Posso dire di sì. Almeno nei
casi che ho potuto vedere io. E
oltre a scoprire il significato del
sacramento si rafforzano in vista
delle difficoltà che inevitabilmente dovranno affrontare nella vita. Il corso serve anche a questo. A prepararsi a una vita di
gioia ma anche di inevitabili
ostacoli da superare. Nella rivista dedicata a San Francesco lavorano dei ragazzi. Alcuni di loro erano conviventi. Insieme abbiamo fatto un percorso che li ha
portati a scegliere il matrimonio
e a vivere successivamente questo sacramento nel mondo del
lavoro, nel rapporto con gli altri
e non ultimo con se stessi e con
Dio». (p.r.)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Padre Enzo
Fortunato
Le iniziative
ROMA
Nella chiesa
San Gregorio
VII Papa al
Gelsomino di
Roma si fanno
corsi prematrimoniali sprint
per 16 coppie.
Durata: un solo
week end
TORINO
Il Centro
Ignaziano di
Spiritualità di
Torino offre
due formule:
un corso da 4
giorni e l’altro
da 2+2 con
percorsi
“personalizzati”
ANCONA
La Basilica
della Santa
Casa di Loreto
offre corsi di
tre giorni, vitto
e alloggio
compresi.
Costo per
coppia: 250
euro
URBINO
All’Eremo di
Caresto il corso
prematrimoniale breve dura
dal venerdì alla
domenica.
È valido se è
stato
autorizzato dal
proprio parroco
I numeri
210.082
MATRIMONI
Nel 2012 sono stati
celebrati 210.082
matrimoni secondo
l’Istat. I riti civili sono
aumentati del 7,8%
123.428
NOZZE IN CHIESA
Le nozze celebrate
con rito religioso nel
2012 sono state
123.428, pari al
58,8% del totale
74,9%
RECORD AL SUD
Nel 2012 il 74,9% dei
matrimoni al Sud è
stato celebrato con
rito religioso. Al Nord il
46% e al Centro il 50%
95%
CONVIVENTI
Secondo la diocesi
di Milano, nelle grandi
aree urbane, il 95% dei
conviventi frequenta
i corsi prematrimoniali
1 su 5
FORMULA SPRINT
Una coppia su 5 opta
per la “formula breve”,
ma deve fornire ragioni
valide. Il corso normale
dura invece due mesi
“I semi non hanno padroni” i contadini d’Europa sfidano le multinazionali
(segue dalla prima pagina)
L
A PROPOSTA, figlia di
un’incubazione di quasi
cinque anni, non piace a
tante associazioni che in Italia e in
Europa si impegnano per la protezione dell’agricoltura tradizionale, di piccola scala, sostenibile:
quella che qualcuno, con bella
espressione, chiama “agricoltura
contadina” per differenziarla
dall’“agricoltura industriale”.
La biodiversità agricola e selvatica è una risorsa chiave per la sovranità alimentare sicura. Tutte le
misure che concorrono a diminuirla minano la nostra capacità
di rispondere ad avversità atmosferiche, malattie, parassiti: guardate cosa sta succedendo al kiwi
italiano, un’unica gigantesca monocultura di (pressoché) un’unica cultivar, la varietà coltivata: ebbene, il kiwi italiano è in via di devastazione a causa di un batterio,
lo pseudomonas syringae.
Trent’anni di coltivazione e di colpo finisce tutto. La lezione è severa e chiarissima: l’uniformità dei
sistemi produttivi che gli uomini
allestiscono e rendono industriali non è adatta all’esistenza in natura. E se ne stanno accorgendo in
tanti; se n’è accorta anche la Fao
(che stima nel 75% la perdita di
biodiversità agricola in soli 100
anni, a causa della diffusione globale di poche varietà vegetali), il
cui direttore generale José Graziano Da Silva ha detto qualche
giorno fa: «Il futuro si allontana
dalla logica di poche commodities
prodotte a livello globale, per andare nella direzione di molti mercati locali, resilienti, differenziati
nelle produzioni che offrono. Andiamo dal fast food allo slow food:
e questo non è il passato. È il futuro».
Al di là del piacere che una citazione può fare a chi, come noi e
tanti altri, in questi anni ha fatto di
questa idea il centro del suo impegno, l’elemento chiave è che le
produzioni diversificate, locali,
sostenibili sono il futuro. L’atteggiamento, innanzitutto culturale,
che deve accompagnare questo
passaggio è il desiderio di fermare
l’erosione della biodiversità. Non
si può tollerare ulteriormente lo
spreco di questa incalcolabile ricchezza che non ci appartiene, ma
che abbiamo il dovere di custodire per garantire il sostentamento
di chi verrà dopo di noi.
E torniamo alle sementi. Il 25
novembre scorso l’onorevole
Sergio Silvestris, relatore italiano
della proposta, avrebbe dovuto
incontrare a Bruxelles i rappresentanti dell’industria sementiera europea. Molte associazioni gli
hanno scritto, manifestandogli
stupore e dissenso per questa iniziativa. Non si capiva, infatti, per
quale regione l’onorevole Silvestris avesse calendarizzato solo
quell’incontro e non si proponesse invece di ascoltare (nello stile
inaugurato dal commissario Dacian Ciolos) anche le altre parti in
causa: non solo, quindi, chi brevettando la vita ha interesse a ridurre costantemente gli spazi per
la moltiplicazione, selezione e
produzione di semi e piante, ma
anche chi ha bisogno di sementi
diverse per fare l’agricoltura che
ritiene più giusta per sé, per il pianeta e per il mercato a cui si riferisce. Le associazioni di categoria
servono a questo, e non è leale incontrarne solo una, perché l’onorevole Silvestris non è stato eletto
solo dalle aziende sementiere né
deve rendere conto solo a loro. E
occorre ascoltare anche chi poi
acquista e mangia i prodotti di
quel che le agricolture producono: le associazioni della società civile servono a questo, e quelli che
mangiano in parte coincidono
con quelli che votano.
Grazie a queste sollecitazioni,
l’incontro poi non c’è stato, e non
so se si programmeranno altre
riunioni. Provo quindi a dire quel
che avrei detto all’onorevole Silvestris, e al suo presidente onorevole Paolo De Castro, se avessero
convocato la società civile: non
possiamo più perdere nemmeno
una sola varietà, una sola razza
animale, una sola cultivar. Non
possiamo legare il nostro destino
esclusivamente a un determinato
tipo di “progresso” in agricoltura,
alle scoperte di chi ricerca e ibrida
per lucro, con interconnessioni
fra industria sementiera, industria della chimica agraria e operatori del mercato del fresco e del
trasformato che facilmente creano cartelli e mettono a repentaglio i valori legati al cibo, oltre all’approvvigionamento stesso!
Le varietà che la storia ci consegna si preservano in un processo
— quello che sta a cuore all’agricoltura contadina — di continuo
miglioramento e di continua selezione. Non importa se non sono
«stabili» secondo protocolli studiati per rispecchiare le caratteristiche delle sementi “moderne”.
Se il Pinot Noir fosse stata una varietà stabile, oggi non avremmo
alcuni dei più grandi vini del mondo. E la conservazione non può
assolutamente essere demandata a pochi centri «museo», a istituzioni che ci lavino la coscienza.
È necessaria la massima nettezza contro l’aumento di costi e
di carichi burocratici che la proposta di legge sulle sementi prevede per piccoli moltiplicatori,
contadini e vivaisti: se per vendere piante richieste, molto spesso,
solo su mercati locali, si richiedono gli stessi adempimenti di una
nuova cultivar di carote brevettata da un colosso olandese, è chiaro che non si ha considerazione
adeguata delle differenze, e che
non si decide con la necessaria
equità, che deve temperare l’uguaglianza, affinché quest’ultima non diventi strumento di ingiustizia.
Il progresso dell’agricoltura
che vogliamo non passa per la
possibilità di conservare e riprodurre solo varietà «distinte,
uniformi e stabili». Non possiamo
ridurre la valutazione dell’importanza delle sementi a elementi
quantitativi, dimenticando o
ignorando che stiamo parlando
di cibo, anche quando parliamo
di foraggi. Le cultivar locali preservano sapori che sono ad un
tempo identità di chi vive i territori, preziosa scoperta per chi li visita e giacimento per chi ne trae
ispirazione. Non “fa lo stesso” cosa mangiamo, non è carburante.
Noi, come gli animali, viviamo
meglio se mangiamo meglio, e soprattutto se quel che mangiamo
lo possiamo scegliere in base ai
nostri gusti, alla nostra cultura e
alla nostra identità. E per mantenere il nostro diritto alla scelta, occorre che il ventaglio delle possibilità smetta di restringersi.
Per questo, bisognerebbe chiedere espressamente agli onorevoli Silvestris e De Castro, che certamente hanno i loro “cibi del
cuore” che devono la loro specialità ad ingredienti irripetibili: perché mettere a repentaglio il patrimonio di gusto, di sicurezza alimentare, di potenziale gastronomico in una volta sola? Forse che
l’agricoltura contadina, che ha
preservato e selezionato semi per
millenni, ha impedito la nascita e
la crescita dell’industria sementiera? Forse che sono stati i contadini di Bordeaux a portare in Europa la fillossera o quelli di Cuneo
a importare dieci anni fa il parassita del castagno che mina lo storico pane delle nostre montagne?
Non facciamo confusione! Implementate i controlli dei grandi
trader internazionali e non permettete che chi brevetta la vita, e
la considera meramente in un’ottica di profitto, prevalga, anche
nei diritti, sui contadini che vogliono solo custodire, migliorare
e selezionare le sementi della propria agricoltura. E lo fanno, da
sempre, a beneficio di tutti, anche
di chi oggi fa business.
© RIPRODU
L
A PROPOSTA, figlia di
un’incubazione di quasi
cinque anni, non piace a
tante associazioni che in Italia e in
Europa si impegnano per la protezione dell’agricoltura tradizionale, di piccola scala, sostenibile:
quella che qualcuno, con bella
espressione, chiama “agricoltura
contadina” per differenziarla
dall’“agricoltura industriale”.
La biodiversità agricola e selvatica è una risorsa chiave per la sovranità alimentare sicura. Tutte le
misure che concorrono a diminuirla minano la nostra capacità
di rispondere ad avversità atmosferiche, malattie, parassiti: guardate cosa sta succedendo al kiwi
italiano, un’unica gigantesca monocultura di (pressoché) un’unica cultivar, la varietà coltivata: ebbene, il kiwi italiano è in via di devastazione a causa di un batterio,
lo pseudomonas syringae.
Trent’anni di coltivazione e di colpo finisce tutto. La lezione è severa e chiarissima: l’uniformità dei
sistemi produttivi che gli uomini
allestiscono e rendono industriali non è adatta all’esistenza in natura. E se ne stanno accorgendo in
tanti; se n’è accorta anche la Fao
(che stima nel 75% la perdita di
biodiversità agricola in soli 100
anni, a causa della diffusione globale di poche varietà vegetali), il
cui direttore generale José Graziano Da Silva ha detto qualche
giorno fa: «Il futuro si allontana
dalla logica di poche commodities
prodotte a livello globale, per andare nella direzione di molti mercati locali, resilienti, differenziati
nelle produzioni che offrono. Andiamo dal fast food allo slow food:
e questo non è il passato. È il futuro».
Al di là del piacere che una citazione può fare a chi, come noi e
tanti altri, in questi anni ha fatto di
questa idea il centro del suo impegno, l’elemento chiave è che le
produzioni diversificate, locali,
sostenibili sono il futuro. L’atteggiamento, innanzitutto culturale,
che deve accompagnare questo
passaggio è il desiderio di fermare
l’erosione della biodiversità. Non
si può tollerare ulteriormente lo
spreco di questa incalcolabile ricchezza che non ci appartiene, ma
che abbiamo il dovere di custodire per garantire il sostentamento
di chi verrà dopo di noi.
E torniamo alle sementi. Il 25
novembre scorso l’onorevole
Sergio Silvestris, relatore italiano
della proposta, avrebbe dovuto
incontrare a Bruxelles i rappresentanti dell’industria sementiera europea. Molte associazioni gli
hanno scritto, manifestandogli
stupore e dissenso per questa iniziativa. Non si capiva, infatti, per
quale regione l’onorevole Silvestris avesse calendarizzato solo
quell’incontro e non si proponesse invece di ascoltare (nello stile
inaugurato dal commissario Dacian Ciolos) anche le altre parti in
causa: non solo, quindi, chi brevettando la vita ha interesse a ridurre costantemente gli spazi per
la moltiplicazione, selezione e
produzione di semi e piante, ma
anche chi ha bisogno di sementi
diverse per fare l’agricoltura che
ritiene più giusta per sé, per il pianeta e per il mercato a cui si riferisce. Le associazioni di categoria
servono a questo, e non è leale incontrarne solo una, perché l’onorevole Silvestris non è stato eletto
solo dalle aziende sementiere né
deve rendere conto solo a loro. E
occorre ascoltare anche chi poi
acquista e mangia i prodotti di
quel che le agricolture producono: le associazioni della società civile servono a questo, e quelli che
mangiano in parte coincidono
con quelli che votano.
Grazie a queste sollecitazioni,
l’incontro poi non c’è stato, e non
so se si programmeranno altre
riunioni. Provo quindi a dire quel
che avrei detto all’onorevole Silvestris, e al suo presidente onorevole Paolo De Castro, se avessero
convocato la società civile: non
possiamo più perdere nemmeno
una sola varietà, una sola razza
animale, una sola cultivar. Non
possiamo legare il nostro destino
esclusivamente a un determinato
tipo di “progresso” in agricoltura,
alle scoperte di chi ricerca e ibrida
per lucro, con interconnessioni
fra industria sementiera, industria della chimica agraria e operatori del mercato del fresco e del
trasformato che facilmente creano cartelli e mettono a repentaglio i valori legati al cibo, oltre all’approvvigionamento stesso!
Le varietà che la storia ci consegna si preservano in un processo
— quello che sta a cuore all’agricoltura contadina — di continuo
miglioramento e di continua selezione. Non importa se non sono
«stabili» secondo protocolli studiati per rispecchiare le caratteristiche delle sementi “moderne”.
Se il Pinot Noir fosse stata una varietà stabile, oggi non avremmo
alcuni dei più grandi vini del mondo. E la conservazione non può
assolutamente essere demandata a pochi centri «museo», a istituzioni che ci lavino la coscienza.
È necessaria la massima nettezza contro l’aumento di costi e
di carichi burocratici che la proposta di legge sulle sementi prevede per piccoli moltiplicatori,
contadini e vivaisti: se per vendere piante richieste, molto spesso,
solo su mercati locali, si richiedono gli stessi adempimenti di una
nuova cultivar di carote brevettata da un colosso olandese, è chiaro che non si ha considerazione
adeguata delle differenze, e che
non si decide con la necessaria
equità, che deve temperare l’uguaglianza, affinché quest’ultima non diventi strumento di ingiustizia.
Il progresso dell’agricoltura
che vogliamo non passa per la
possibilità di conservare e riprodurre solo varietà «distinte,
uniformi e stabili». Non possiamo
ridurre la valutazione dell’importanza delle sementi a elementi
quantitativi, dimenticando o
ignorando che stiamo parlando
di cibo, anche quando parliamo
di foraggi. Le cultivar locali preservano sapori che sono ad un
tempo identità di chi vive i territori, preziosa scoperta per chi li visita e giacimento per chi ne trae
ispirazione. Non “fa lo stesso” cosa mangiamo, non è carburante.
Noi, come gli animali, viviamo
meglio se mangiamo meglio, e soprattutto se quel che mangiamo
lo possiamo scegliere in base ai
nostri gusti, alla nostra cultura e
alla nostra identità. E per mantenere il nostro diritto alla scelta, occorre che il ventaglio delle possibilità smetta di restringersi.
Per questo, bisognerebbe chiedere espressamente agli onorevoli Silvestris e De Castro, che certamente hanno i loro “cibi del
cuore” che devono la loro specialità ad ingredienti irripetibili: perché mettere a repentaglio il patrimonio di gusto, di sicurezza alimentare, di potenziale gastronomico in una volta sola? Forse che
l’agricoltura contadina, che ha
preservato e selezionato semi per
millenni, ha impedito la nascita e
la crescita dell’industria sementiera? Forse che sono stati i contadini di Bordeaux a portare in Europa la fillossera o quelli di Cuneo
a importare dieci anni fa il parassita del castagno che mina lo storico pane delle nostre montagne?
Non facciamo confusione! Implementate i controlli dei grandi
trader internazionali e non permettete che chi brevetta la vita, e
la considera meramente in un’ottica di profitto, prevalga, anche
nei diritti, sui contadini che vogliono solo custodire, migliorare
e selezionare le sementi della propria agricoltura. E lo fanno, da
sempre, a beneficio di tutti, anche
di chi oggi fa business.
© RIPRODU
Pyongyang, la parata-farsa del leader sanguinario
PECHINO — Migliaia di persone in lacrime
e in ginocchio lungo i bordi delle strade deserte di Pyongyang. Un mare di soldati in
marcia tra lo stadio e la piazza dove sorge il
palazzo Kumsusan, cuore del regime e
mausoleo dei “divini leader” defunti, Kim
Il-sung e Kim Jong-il. «Siamo guerrieri —
gridano le truppe — per salvare il partito
con la vita e per onorare il nostro grande
compagno Kim Jong-un».
Figuranti, militari e membri del partito
sopravvissuti alla “grande purga” degli ultimi giorni, hanno costituito la scenografia
che Kim Jong-un ha mandato in onda ieri
per celebrare il secondo anniversario dalla
morte del padre. Una manifestazione imponente e impressionante, con la tivù di
Stato che ha ripreso gli stessi volti di individui-attori disperati, già trasmessi nel 2011.
Gli occhi del mondo erano però puntati al
di là del 38° parallelo per cogliere i segnali
che la Corea del Nord voleva dare dopo la
spietata fucilazione di Jang Song-Thaek,
numero due del regime e zio-tutore del
nuovo “grande leader”. Il messaggio è stato
chiaro: Kim Jong-un cerca l’appoggio delle
forze armate ed è deciso a comandare con
la spietatezza del nonno e del padre. Televisioni e giornali da giorni sono costretti a
immortalare il giovane Kim sorridente,
spesso scosso da fragorose risate, mentre
ispeziona depositi di pesce secco, caserme,
industrie e persino il nuovo resort di lusso
per lo sci. Ieri, alla commemorazione del
padre trasformata in giuramento di fedeltà
alla dittatura ereditaria, si è presentato a
sorpresa con la moglie Ri Sol Ju, scomparsa
dal 16 ottobre dopo voci che la volevano caduta in disgrazia per un passato di ballerina
dei più alti papaveri del partito. Assente invece la zia Kim Kyong Kui, appena resa vedova e avvolta nel mistero del suo destino.
Dietro la compattezza mostrata in tivù,
con migliaia di soldati e funzionari seduti in
silenzio in uno stadio che scatta in piedi per
applaudire l’ingresso di Kim Jong-un, trapela però più di uno scricchiolio. Dopo l’esecuzione in diretta dello zio, il giovane Kim
ha fatto cancellare gli archivi online di televisioni e giornali, così da privare orwellianamente del passato la nazione, per annullare qualsiasi riferimento ai dirigenti caduti in disgrazia. Distrutti migliaia di articoli,
fotografie e riprese, la storia nordcoreana
degli ultimi vent’anni fino allo scorso ottobre, quando a sparire fu Jang Song-thaek.
Seul, Tokyo e Washington rilanciano così
l’allarme per «un’instabilità nascosta che
aumenta il pericolo di provocazioni atomiche». I servizi di Seul assicurano che nel
Nord si sta per scatenare una «storica purga di massa», con migliaia di arresti, fucilazioni e deportazioni nei gulag. Ieri Kim ha
riposto bombardando i confini con il Sud di
volantini che annunciavano un attacco dei
«bastardi imperialisti» e l’allarme di un’imminente rappresaglia, tesa a rafforzare il
potere contro il rischio-insurrezione, è
scattato anche a Pechino. Un incubo, tale
da convincere il Giappone ad accelerare il
riarmo. Il governo Abe ha varato un aumento della spesa militare del 5% in cinque
anni.
e in ginocchio lungo i bordi delle strade deserte di Pyongyang. Un mare di soldati in
marcia tra lo stadio e la piazza dove sorge il
palazzo Kumsusan, cuore del regime e
mausoleo dei “divini leader” defunti, Kim
Il-sung e Kim Jong-il. «Siamo guerrieri —
gridano le truppe — per salvare il partito
con la vita e per onorare il nostro grande
compagno Kim Jong-un».
Figuranti, militari e membri del partito
sopravvissuti alla “grande purga” degli ultimi giorni, hanno costituito la scenografia
che Kim Jong-un ha mandato in onda ieri
per celebrare il secondo anniversario dalla
morte del padre. Una manifestazione imponente e impressionante, con la tivù di
Stato che ha ripreso gli stessi volti di individui-attori disperati, già trasmessi nel 2011.
Gli occhi del mondo erano però puntati al
di là del 38° parallelo per cogliere i segnali
che la Corea del Nord voleva dare dopo la
spietata fucilazione di Jang Song-Thaek,
numero due del regime e zio-tutore del
nuovo “grande leader”. Il messaggio è stato
chiaro: Kim Jong-un cerca l’appoggio delle
forze armate ed è deciso a comandare con
la spietatezza del nonno e del padre. Televisioni e giornali da giorni sono costretti a
immortalare il giovane Kim sorridente,
spesso scosso da fragorose risate, mentre
ispeziona depositi di pesce secco, caserme,
industrie e persino il nuovo resort di lusso
per lo sci. Ieri, alla commemorazione del
padre trasformata in giuramento di fedeltà
alla dittatura ereditaria, si è presentato a
sorpresa con la moglie Ri Sol Ju, scomparsa
dal 16 ottobre dopo voci che la volevano caduta in disgrazia per un passato di ballerina
dei più alti papaveri del partito. Assente invece la zia Kim Kyong Kui, appena resa vedova e avvolta nel mistero del suo destino.
Dietro la compattezza mostrata in tivù,
con migliaia di soldati e funzionari seduti in
silenzio in uno stadio che scatta in piedi per
applaudire l’ingresso di Kim Jong-un, trapela però più di uno scricchiolio. Dopo l’esecuzione in diretta dello zio, il giovane Kim
ha fatto cancellare gli archivi online di televisioni e giornali, così da privare orwellianamente del passato la nazione, per annullare qualsiasi riferimento ai dirigenti caduti in disgrazia. Distrutti migliaia di articoli,
fotografie e riprese, la storia nordcoreana
degli ultimi vent’anni fino allo scorso ottobre, quando a sparire fu Jang Song-thaek.
Seul, Tokyo e Washington rilanciano così
l’allarme per «un’instabilità nascosta che
aumenta il pericolo di provocazioni atomiche». I servizi di Seul assicurano che nel
Nord si sta per scatenare una «storica purga di massa», con migliaia di arresti, fucilazioni e deportazioni nei gulag. Ieri Kim ha
riposto bombardando i confini con il Sud di
volantini che annunciavano un attacco dei
«bastardi imperialisti» e l’allarme di un’imminente rappresaglia, tesa a rafforzare il
potere contro il rischio-insurrezione, è
scattato anche a Pechino. Un incubo, tale
da convincere il Giappone ad accelerare il
riarmo. Il governo Abe ha varato un aumento della spesa militare del 5% in cinque
anni.
Heidegger, l’ultimo segreto i diari neri contro gli ebrei
U
N MIGLIAIO di pagine.
Vedranno la luce nel marzo del prossimo anno: tre
quaderni, vergati da Martin Heidegger, di cui pochissimi conoscevano l’esistenza. E nei quali il
filosofo professa a più riprese il
proprio antisemitismo. Nel
mondo degli studi filosofici, soprattutto tedesco, c’è molto sbalordimento. Il “Mago di Messkirch” per circa quarant’anni tenne
una sua navigazione segreta
n migliaio di pagine.
Vedranno la luce nel
marzo del prossimo
anno: tre quaderni,
vergati da Martin Heidegger, di cui pochissimi conoscevano l’esistenza. Nel mondo
degli studi filosofici, soprattutto
tedesco, c’è molto sbalordimento.
Il “Mago di Messkirch” (così era
soprannominato dai suoi studenti) per circa quarant’anni (dall’inizio degli anni Trenta al 1975, l’anno precedente alla sua morte) tenne una sua navigazione segreta,
quasi quotidiana. Immaginate
quest’uomo, piccolo, taciturno,
duro, sospettoso come un contadino dell’Alta Svevia che, la sera
nella sua baita di Todtnauberg,
dava libero sfogo ai pensieri più
nascosti, e avrete una vaga idea di
cosa siano questi quaderni (in tutto nove) che Klosterman (editore
delle opere complete) ha deciso di
pubblicare. Sono molti gli interrogativi che queste pagine suscitano.
Vado ad affrontarli con la persona giusta: Donatella Di Cesare,
ordinario di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, autrice di libri sull’etica ebraica, Gadamer e
contro il negazionismo. Il prossimo mese uscirà con un testo su
Israele e la filosofia(per Bollati Boringhieri) e in primavera con Heidegger e la Shoah. Di Cesare è una
singolare figura di studiosa: è
membro della comunità ebraica
di Roma e al tempo stesso vice presidente dell’Heidegger Gesellshaft,
la società filosofica che nel mondo
raccoglie diverse centinaia di studiosi. Del resto, non aveva avuto
Heidegger stesso allievi ebrei? A
cominciare da Hannah Arendt e
poi Karl Löwith, Leo Strauss, Emmanuel Lévinas: pensatori che
hanno beneficiato, anche se in
maniera contrastata, delle riflessioni del maestro. Ma in questi
quaderni la materia che scotta
non riguarda tanto, o solamente,
la questione, ormai annosa, dell’adesione al nazismo, quanto
quella più esplosiva del presunto
antisemitismo di Heidegger.
«Dopo aver letto queste pagine
sono rimasta sconvolta», dice la Di
Cesare, mentre indica sul tavolo le
bozze dei tre quaderni. «Non posso ovviamente rendere pubblico
nessun estratto perché c’è l’embargo dell’editore tedesco fino alla data di pubblicazione dei tre
quaderni, prevista per il 13 marzo.
Ma le assicuro che il mio primo impulso è stato di dimettermi dalla
carica di vice presidente».
Mentre la Di Cesare va a recuperare un suo libretto, sbircio tra
quei fogli. Mi colpisce un’espressione: Weltjudentum, “ebraismo
mondiale”. Richiama scenari cupi, complotti internazionali, l’anticamera del peggior antisemitismo. Davvero Heidegger se ne
macchiò in modo indelebile? «Per
me quell’espressione è carica di
minacce. Ed è inequivocabile sul
piano del significato. È come se individuasse un nemico sugli altri:
l’ebreo. Agli ebrei egli imputa la
bastardizzazione del mondo e
l’autoestraneazione dei popoli.
Potremmo dire che, in negativo, è
il primo esempio di globalizzazione. L’argomentazione heideggeriana non si sviluppa però solo su
un piano politico, ma assume anche contorni filosofici».
I Quaderni neri– l’immaginazione ci spinge a vederne i risvolti
più inquietanti, sebbene la dicitura sia dello stesso Heidegger che
lavorava su dei taccuini dalla copertina di quel colore – sono in tutto trentatré. A quanto pare due di
essi sono andati perduti. Se ne conoscono le date: uno risale al 1931-32, l’altro al 1945-46. Con ogni evidenza, appartengono a periodi
cruciali della vita del filosofo e dei
tedeschi. Da un lato, la Germania
entra nel suo periodo nazista; dall’altro, sconfitta dalla guerra, ne
esce con tutte le terribili conseguenze che sappiamo. Chi sono i
responsabili? Sarebbe stato interessante gettare un occhio sui materiali scomparsi. Vedere cosa
Heidegger pensasse all’inizio e alla fine di quella storia micidiale:
«Alla Klosterman sostengono che
il filosofo prestò quei due quaderni e che non li riebbe mai più indietro. Hanno scritto perciò, nel
loro sito, che se qualcuno ne fosse
ancora in possesso è pregato di restituirli al figlio Hermann Heidegger. La cosa ha il sapore dello
scherzo».
Hermann – oggi ultranovantenne, figlio sì di Heidegger, ma
che la moglie Elfride ebbe con un
altro – è sempre stato un custode
ortodosso delle opere del padre. Si
sospetta che quei due quaderni
siano stati sfilati da qualche “manina santa”. Perché? «Non bisogna essere troppo svegli per intuire che lì dentro, con ogni probabilità, ci sono i pensieri più compromettenti del filosofo sulla questione ebraica».
Naturalmente qui si cammina
sul ghiaccio. Ma c’è molto fermento nella Heidegger Gesellshaftche,
non essendo la Spectre, si interroga oggi su quanto di male stia accadendo. Nel frattempo il ruolo
che era di Hermann, in qualità di
membro familiare presente nella
società filosofica, è stato preso dal
figlio Arnulf. Un uomo, dice la Di
Cesare, generoso e di grande libertà mentale. «Grazie a lui, alcni di noi si sono resi conto che l’edizione delle opere complete di
Heidegger presenta qualche manomissione. Sono state ad esempio eliminate alcune parole. La
domanda è: perché superflue o
perché compromettenti? Per ora
ci limitiamo a questo».
Mi chiedo chi potrebbe essere il
“perverso filologo”, o meglio il
censore. E il pensiero corre a Hermann Heidegger, ai suoi celebri
diktateditoriali. «Non lo sappiamo», si cautela la Di Cesare. Chiedo se dietro all’affairenon vi sia la
longa manus di F. W. Von Herrmann, assistente di Heidegger,
negli ultimi anni, e curatore di parecchie opere. Anche qui cautela.
Ma sembra sia stato proprio Von
Herrmann a impedire la pubblicazione di questi sorprendenti
Quaderni neri. C’è un dettaglio rilevante, aggiunge la Di Cesare:
«Heidegger in persona ha lasciato,
tra le sue volontà testamentarie,
l’indicazione che i Quadernifossero pubblicati a compimento
dell’edizione delle sue opere. Hermann Heidegger non si è mai pronunciato circa l’esistenza di questo lascito. Nessuno, fino alla primavera di quest’anno, ne sapeva
nulla. Sono convinta che la loro
pubblicazione non sarà un danno
per l’immagine del filosofo. Lì
dentro ci sono moltissime cose
che chiariscono il suo pensiero».
Dunque non solo un polemico
atto d’accusa, ma anche una vertiginosa discesa nella sua filosofia.
Spiega la Di Cesare: «Lo stile è diverso da quello che conosciamo.
Di solito siamo abituati a leggere
Heidegger attraverso i suoi saggi e
le sue lezioni. Dentro una prosa
oscura e meticolosa. Qui, in gran
parte, si tratta di riflessioni che
vengono svolte con un andamento aforistico, quasi di impronta
nicciana. Sono considerazioni
prevalentemente filosofiche ma
con una continua presa di posizione su questioni attuali, anche politiche. Sono convinta che i Quaderni nerimuteranno la visione
che abbiamo di Heidegger».
In bene? In male? Vediamo.
Tornando alla spinosissima questione dell’antisemitismo c’è da
aggiungere un particolare. Heidegger, secondo la Di Cesare, non
parla mai degli ebrei come razza.
Riporta quell’esperienza alla sua
concezione metafisica. Quindi ne
fa un problema filosofico. Come
va intesa questa affermazione? Si
sa che Heidegger pose sullo stesso
piano americanismo, bolscevismo e, da ultimo, lo stesso nazismo, come manifestazioni dell’epoca della tecnica. Anche l’ebraismo, chiedo, finisce nello stesso
calderone? Risponde la Di Cesare:
«Proprio alla luce della rilettura
che fa della storia dell’Essere, notiamo qui qualcosa di più radicale
e diverso. In alcune pagine dei
Quaderniparla di Entwurzelung,
di sradicamento dell’Essere, e dice che questo “sradicamento” è
imputabile agli ebrei. È un’accusa
metafisica. Non c’entrano niente
il sangue e la razza». E allora? «L’idea che mi sono fatta è che accanto a una questione filosofica ci sia
in Heidegger una questione teologico-politica che non va sottovalutata. In fondo, leggendo Jacob
Taubes e Carl Schmitt ci si accorge
che le posizioni di Heidegger non
erano poi così distanti. La cosa che
interessava a tutti e tre era il lato
messianico dell’ebraismo».
Ma lo declinano in modi diversi, replico. «È vero, ma lo sfondo
teologico-politico è il medesimo.
Con questa precisazione. Quando
Heidegger parla di sradicamento,
in realtà sta alludendo alla forza
messianica, planetaria, dell’ebraismo e reagisce come farebbe
un conservatore della vecchia Europa. Ossia delineando uno scontro planetario (che del resto la
guerra in qualche modo legittimava): da un lato lo sradicamento,
dall’altro la Germania – che lui
identificava con l’Europa – che deve rispondere con la forza del Bodenossia del radicamento al suolo, alla terra, alla dissoluzione planetaria. I passi contenuti nei Quadernimostrano una profonda intuizione del messianismo. Heidegger capisce tutto. Stando dalla
parte sbagliata».
Bisognerebbe, a questo punto,
domandarsi cosa ha significato la
lunga e perfino penosa reticenza
da parte del filosofo nei riguardi di
chi gli chiedeva una spiegazione
delle mostruosità che erano accadute. Solo in un’occasione, per
quel che ne so, Heidegger si pronunciò alludendo ai campi di sterminio. Parlò della «fabbricazione
dei cadaveri». Poi più nulla. Salvo
accorgersi che, in quelle sere passate nella sua “capanna”, i pensieri tornavano spesso su quel dramma. Quasi fosse un algido affresco
dell’inferno. Dobbiamo essere indulgenti con un grande pensatore? Dobbiamo continuare a distinguere la sua filosofia dai suoi
comportamenti? È su questo che i
Quaderni nerioggi ci interpellano.
E quel lungo silenzio – che Derrida
interpretò come la scelta di un filosofo che non giudicava nessuna
parola all’altezza di quella tragedia – andrebbe sciolto in una nuova consapevolezza. O quanto meno in una più evidente ragione sulle responsabilità della filosofia
verso la politica.
N MIGLIAIO di pagine.
Vedranno la luce nel marzo del prossimo anno: tre
quaderni, vergati da Martin Heidegger, di cui pochissimi conoscevano l’esistenza. E nei quali il
filosofo professa a più riprese il
proprio antisemitismo. Nel
mondo degli studi filosofici, soprattutto tedesco, c’è molto sbalordimento. Il “Mago di Messkirch” per circa quarant’anni tenne
una sua navigazione segreta
n migliaio di pagine.
Vedranno la luce nel
marzo del prossimo
anno: tre quaderni,
vergati da Martin Heidegger, di cui pochissimi conoscevano l’esistenza. Nel mondo
degli studi filosofici, soprattutto
tedesco, c’è molto sbalordimento.
Il “Mago di Messkirch” (così era
soprannominato dai suoi studenti) per circa quarant’anni (dall’inizio degli anni Trenta al 1975, l’anno precedente alla sua morte) tenne una sua navigazione segreta,
quasi quotidiana. Immaginate
quest’uomo, piccolo, taciturno,
duro, sospettoso come un contadino dell’Alta Svevia che, la sera
nella sua baita di Todtnauberg,
dava libero sfogo ai pensieri più
nascosti, e avrete una vaga idea di
cosa siano questi quaderni (in tutto nove) che Klosterman (editore
delle opere complete) ha deciso di
pubblicare. Sono molti gli interrogativi che queste pagine suscitano.
Vado ad affrontarli con la persona giusta: Donatella Di Cesare,
ordinario di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, autrice di libri sull’etica ebraica, Gadamer e
contro il negazionismo. Il prossimo mese uscirà con un testo su
Israele e la filosofia(per Bollati Boringhieri) e in primavera con Heidegger e la Shoah. Di Cesare è una
singolare figura di studiosa: è
membro della comunità ebraica
di Roma e al tempo stesso vice presidente dell’Heidegger Gesellshaft,
la società filosofica che nel mondo
raccoglie diverse centinaia di studiosi. Del resto, non aveva avuto
Heidegger stesso allievi ebrei? A
cominciare da Hannah Arendt e
poi Karl Löwith, Leo Strauss, Emmanuel Lévinas: pensatori che
hanno beneficiato, anche se in
maniera contrastata, delle riflessioni del maestro. Ma in questi
quaderni la materia che scotta
non riguarda tanto, o solamente,
la questione, ormai annosa, dell’adesione al nazismo, quanto
quella più esplosiva del presunto
antisemitismo di Heidegger.
«Dopo aver letto queste pagine
sono rimasta sconvolta», dice la Di
Cesare, mentre indica sul tavolo le
bozze dei tre quaderni. «Non posso ovviamente rendere pubblico
nessun estratto perché c’è l’embargo dell’editore tedesco fino alla data di pubblicazione dei tre
quaderni, prevista per il 13 marzo.
Ma le assicuro che il mio primo impulso è stato di dimettermi dalla
carica di vice presidente».
Mentre la Di Cesare va a recuperare un suo libretto, sbircio tra
quei fogli. Mi colpisce un’espressione: Weltjudentum, “ebraismo
mondiale”. Richiama scenari cupi, complotti internazionali, l’anticamera del peggior antisemitismo. Davvero Heidegger se ne
macchiò in modo indelebile? «Per
me quell’espressione è carica di
minacce. Ed è inequivocabile sul
piano del significato. È come se individuasse un nemico sugli altri:
l’ebreo. Agli ebrei egli imputa la
bastardizzazione del mondo e
l’autoestraneazione dei popoli.
Potremmo dire che, in negativo, è
il primo esempio di globalizzazione. L’argomentazione heideggeriana non si sviluppa però solo su
un piano politico, ma assume anche contorni filosofici».
I Quaderni neri– l’immaginazione ci spinge a vederne i risvolti
più inquietanti, sebbene la dicitura sia dello stesso Heidegger che
lavorava su dei taccuini dalla copertina di quel colore – sono in tutto trentatré. A quanto pare due di
essi sono andati perduti. Se ne conoscono le date: uno risale al 1931-32, l’altro al 1945-46. Con ogni evidenza, appartengono a periodi
cruciali della vita del filosofo e dei
tedeschi. Da un lato, la Germania
entra nel suo periodo nazista; dall’altro, sconfitta dalla guerra, ne
esce con tutte le terribili conseguenze che sappiamo. Chi sono i
responsabili? Sarebbe stato interessante gettare un occhio sui materiali scomparsi. Vedere cosa
Heidegger pensasse all’inizio e alla fine di quella storia micidiale:
«Alla Klosterman sostengono che
il filosofo prestò quei due quaderni e che non li riebbe mai più indietro. Hanno scritto perciò, nel
loro sito, che se qualcuno ne fosse
ancora in possesso è pregato di restituirli al figlio Hermann Heidegger. La cosa ha il sapore dello
scherzo».
Hermann – oggi ultranovantenne, figlio sì di Heidegger, ma
che la moglie Elfride ebbe con un
altro – è sempre stato un custode
ortodosso delle opere del padre. Si
sospetta che quei due quaderni
siano stati sfilati da qualche “manina santa”. Perché? «Non bisogna essere troppo svegli per intuire che lì dentro, con ogni probabilità, ci sono i pensieri più compromettenti del filosofo sulla questione ebraica».
Naturalmente qui si cammina
sul ghiaccio. Ma c’è molto fermento nella Heidegger Gesellshaftche,
non essendo la Spectre, si interroga oggi su quanto di male stia accadendo. Nel frattempo il ruolo
che era di Hermann, in qualità di
membro familiare presente nella
società filosofica, è stato preso dal
figlio Arnulf. Un uomo, dice la Di
Cesare, generoso e di grande libertà mentale. «Grazie a lui, alcni di noi si sono resi conto che l’edizione delle opere complete di
Heidegger presenta qualche manomissione. Sono state ad esempio eliminate alcune parole. La
domanda è: perché superflue o
perché compromettenti? Per ora
ci limitiamo a questo».
Mi chiedo chi potrebbe essere il
“perverso filologo”, o meglio il
censore. E il pensiero corre a Hermann Heidegger, ai suoi celebri
diktateditoriali. «Non lo sappiamo», si cautela la Di Cesare. Chiedo se dietro all’affairenon vi sia la
longa manus di F. W. Von Herrmann, assistente di Heidegger,
negli ultimi anni, e curatore di parecchie opere. Anche qui cautela.
Ma sembra sia stato proprio Von
Herrmann a impedire la pubblicazione di questi sorprendenti
Quaderni neri. C’è un dettaglio rilevante, aggiunge la Di Cesare:
«Heidegger in persona ha lasciato,
tra le sue volontà testamentarie,
l’indicazione che i Quadernifossero pubblicati a compimento
dell’edizione delle sue opere. Hermann Heidegger non si è mai pronunciato circa l’esistenza di questo lascito. Nessuno, fino alla primavera di quest’anno, ne sapeva
nulla. Sono convinta che la loro
pubblicazione non sarà un danno
per l’immagine del filosofo. Lì
dentro ci sono moltissime cose
che chiariscono il suo pensiero».
Dunque non solo un polemico
atto d’accusa, ma anche una vertiginosa discesa nella sua filosofia.
Spiega la Di Cesare: «Lo stile è diverso da quello che conosciamo.
Di solito siamo abituati a leggere
Heidegger attraverso i suoi saggi e
le sue lezioni. Dentro una prosa
oscura e meticolosa. Qui, in gran
parte, si tratta di riflessioni che
vengono svolte con un andamento aforistico, quasi di impronta
nicciana. Sono considerazioni
prevalentemente filosofiche ma
con una continua presa di posizione su questioni attuali, anche politiche. Sono convinta che i Quaderni nerimuteranno la visione
che abbiamo di Heidegger».
In bene? In male? Vediamo.
Tornando alla spinosissima questione dell’antisemitismo c’è da
aggiungere un particolare. Heidegger, secondo la Di Cesare, non
parla mai degli ebrei come razza.
Riporta quell’esperienza alla sua
concezione metafisica. Quindi ne
fa un problema filosofico. Come
va intesa questa affermazione? Si
sa che Heidegger pose sullo stesso
piano americanismo, bolscevismo e, da ultimo, lo stesso nazismo, come manifestazioni dell’epoca della tecnica. Anche l’ebraismo, chiedo, finisce nello stesso
calderone? Risponde la Di Cesare:
«Proprio alla luce della rilettura
che fa della storia dell’Essere, notiamo qui qualcosa di più radicale
e diverso. In alcune pagine dei
Quaderniparla di Entwurzelung,
di sradicamento dell’Essere, e dice che questo “sradicamento” è
imputabile agli ebrei. È un’accusa
metafisica. Non c’entrano niente
il sangue e la razza». E allora? «L’idea che mi sono fatta è che accanto a una questione filosofica ci sia
in Heidegger una questione teologico-politica che non va sottovalutata. In fondo, leggendo Jacob
Taubes e Carl Schmitt ci si accorge
che le posizioni di Heidegger non
erano poi così distanti. La cosa che
interessava a tutti e tre era il lato
messianico dell’ebraismo».
Ma lo declinano in modi diversi, replico. «È vero, ma lo sfondo
teologico-politico è il medesimo.
Con questa precisazione. Quando
Heidegger parla di sradicamento,
in realtà sta alludendo alla forza
messianica, planetaria, dell’ebraismo e reagisce come farebbe
un conservatore della vecchia Europa. Ossia delineando uno scontro planetario (che del resto la
guerra in qualche modo legittimava): da un lato lo sradicamento,
dall’altro la Germania – che lui
identificava con l’Europa – che deve rispondere con la forza del Bodenossia del radicamento al suolo, alla terra, alla dissoluzione planetaria. I passi contenuti nei Quadernimostrano una profonda intuizione del messianismo. Heidegger capisce tutto. Stando dalla
parte sbagliata».
Bisognerebbe, a questo punto,
domandarsi cosa ha significato la
lunga e perfino penosa reticenza
da parte del filosofo nei riguardi di
chi gli chiedeva una spiegazione
delle mostruosità che erano accadute. Solo in un’occasione, per
quel che ne so, Heidegger si pronunciò alludendo ai campi di sterminio. Parlò della «fabbricazione
dei cadaveri». Poi più nulla. Salvo
accorgersi che, in quelle sere passate nella sua “capanna”, i pensieri tornavano spesso su quel dramma. Quasi fosse un algido affresco
dell’inferno. Dobbiamo essere indulgenti con un grande pensatore? Dobbiamo continuare a distinguere la sua filosofia dai suoi
comportamenti? È su questo che i
Quaderni nerioggi ci interpellano.
E quel lungo silenzio – che Derrida
interpretò come la scelta di un filosofo che non giudicava nessuna
parola all’altezza di quella tragedia – andrebbe sciolto in una nuova consapevolezza. O quanto meno in una più evidente ragione sulle responsabilità della filosofia
verso la politica.
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