G
ià il suo nome suonava come una raffica: Kalàshnikov.
Per quasi 70 anni
quel fucile automatico con l’inconfondibile caricatore a banana inventato da lui ha
intonato milioni di volte il canto
della morte per chi l’ha ascoltato:
non c’è arma da fuoco individuale che abbia ucciso più dell’AK47 progettato da un contadino degli Urali divenuto meccanico e scomparso ieri a 94 anni.
Era divenuta un’icona più
celebre della Coca Cola o delle
orecchie di Topolino, dal suono
diverso da ogni altro fucile, dal
nome che è risuonato come un
grido di terrore e di rivolta in
ogni continente. Aveva una voce tagliente, una tosse secca e
insistente. Chi l’ha ascoltato
cantare anche una sola volta,
non l’ha più dimenticato, se è
sopravvissuto.
Come la daga delle legioni romane che costruirono un impero, come la scimitarra che diffuse nel mondo la parola del Profeta, come la carabina Winchester
che conquistò un continente,
così l’“Avtomat Kalashnikova”,
il fucile automatico inventato da
Mikhail Timofeyevich Kalashnikov è divenuto il logo di un
tempo della storia, una storia
che esso ha cambito. Con 150
milioni di esemplari, fabbricati
in Unione Sovietica e riprodotti
abusivamente da fabbri di paese
e officine in ogni nazione dove ci
fosse un mercato, l’AK 47 ha
verosimilmente fatto più vittime, una alla volta, delle bombe atomiche sganciate dagli
americani sul Giappone, ma
Mikhail Kalashnkov è morto
senza rimorsi. «Il mio fucile
non uccide nessuno — disse in
una intervista nel 1997, quando finalmente la nuova Russia
decise di brevettare quell’arma — uccidono i politicanti
che non riescono ad accordarsi e che sfruttano la gente».
Un alibi che ricorda pericolosamente il mantra della
lobby americana delle armi —
«non sono le pistole che uccidono, ma chi le impugna» —
ma che il piccolo meccanico
siberiano con la seconda media, reclutato fra i carristi nella
guerra contro i nazisti perché
troppo basso di statura per la
fanteria, ma perfetto per le anguste torrette de T 34 staliniani,
ripeteva con la convinzione di
chi era rimasto, fino all’ultimo
giorno, il patriota comunista.
Kalashnikov, con il petto corazzato da ogni possibile decorazione compresa nell’immenso catalogo della chincaglieria
sovietica, promosso generale
senza avere mai comandato
neppure una pattuglia, insignito di lauree ad honorem in ingegneria meccanica senza avere
mai frequentato un’aula univer sitaria, disse di avere «creato
un’arma per il popolo». Semplice, maneggevole, relativamente
leggera a poco più di tre chili,
«perché ogni contadino e operaio potessero usarla senza addestramento».
Fu l’arma di chi non aveva armi. La Volkswagen degli eserciti popolari e della bande irregolari. La usarono e la usano non
necessariamente quegli operai
sfruttati e quei contadini oppressi ai quali lui pensava
quando sottopose il proprio disegno per una nuova carabina
al direttorato per le armi leggere dell’Armata Rossa. La avrebbero imbracciata, e purtroppo
usata, i bambini guerriglieri in
Africa, i terroristi di ogni causa,
fede e colore, i ribelli con legittime aspirazioni ed è, insieme
con la scimitarra araba, l’unica
arma da fuoco a comparire, incrociata con una zappa, su una
bandiera nazionale, quella del
Mozambico.
Non era un’arma di precisione, come non sono mai le automatiche, ma di terrore spruzzato a raffica contro il nemico. Non
ci sarebbe stata la rivoluzione
cubana né la vittoria del Vietnam del Nord e dei Vietcong nel
Sud senza il Kalashnikov. L’aneddoto, forse apocrifo, che
l’inventore amava ripetere più
spesso, e con più orgoglio, era la
testimonianza di soldati Usa
che nelle giungle del Sud est
asiatico abbandonavano le loro
delicate carabine M16 preferendo gli AK47 presi ai nemici
caduti catturati. «Il mio fucile
non si inceppava mai».
Fu, per eccellenza e senza
concorrenti, l’arma di sinistra.
La si poteva trovare, nell’immenso bazar globale delle armi,
per poco più di 100 doll ricani, se usata, in mercatini
pakistani o yemeniti o congolesi, anche per meno. Chi l’avesse
progettata e costruita in altri
paesi sarebbe divenuto miliardario, come i produttori di armi
negli Usa o in Europa, ma non
“Mishka”, l’orsetto del mitragliatore. Fu retribuito con lo stipendio di un tecnico qualsiasi,
via via aumentato con le promozioni e le onorificenze, ma sempre da impiegato statale e né lui,
né il governo, né l’Armata Rossa
pensarono mai di brevettarla.
Robaccia da capitalisti, quel
brevetto.
Soltanto nel 1997, nella nuova
Russia, l’AK47 e le sue varianti
successive furono brevettate e il
figlio maggiore di Mikhail “Mishka” Kalashnikov costituì un
azienda privata per costruirla e
commercializzarla. Trascinava
il padre con sé in giro per il mondo, nei congressi e nelle esposizioni degli armaioli, dove il vecchio veniva esposto e venerato
come una reliquia. Se la morte a
spalla fosse una religione, lui ne
sarebbe stato l’evangelista.
A Izhevsk, la città nella regione dell’Udmurtia, negli Urali,
dove viveva ed è morto, il Partito
gli aveva eretto un monumento
di marmo nero, ancora da vivo,
con un busto realisticamente
corretto, compresa la capigliatura ancora folta. Quel monumento è diventato un luogo di
pellegrinaggio e di devozione
per le coppie di nuovi sposi, che
dopo la cerimonia in municipio
vanno a deporre fiori e a chiedere la sua benedizione, invocandone il nome. Spara per noi, Kalashnik
Nessun commento:
Posta un commento