e immagini non sapevano
ancora volare, smaterializzate, fra le nuvole di internet. Ma sapevano camminare. E camminando arrivavano altrettanto lontano, ai quattro angoli della Terra. Per tre secoli, le immagini ebbero gambe e spalle. Paraná, India, Cina, Siberia: chiuse in scrigni di legno
portati a mo’ di zaini, passo dopo passo,
le immagini si diffondevano in tutto il
mondo.
Ma la fonte delle immagini era qui, in
questa piccola conca verde che si può
abbracciare in un solo sguardo, nascosta dietro la Valsugana, tre villaggi, Pieve, Castello, Cinte, disposti a girotondo:
il Tesino. Da qui quando veniva l’autunno si incamminavano le immagini di cui
il mondo nuovo aveva sempre più fame.
E loro, i Tesini, magnifici vagabondi,
ambulanti dell’occhio, quella fame saziavano, mettendosi per via, camminando mesi, a volte anni, attraverso
paesi e città, nazioni e continenti. E “Per
Via” si chiama ora il piccolo, intelligente, sorprendente museo che a Pieve Tesino, finalmente, ne celebra il mito e ne
racconta la storia. Che è un po’ questa.
I primi iconauti, padri pellegrini della civiltà delle immagini, nomadi delle
figure, erano contadini e pastori. Gente
di frontiera, abituata a cambiar padroni
e lingua a seconda delle contorsioni della Storia. La romana via Claudia Augusta
Altinate passa per il Tesino, tentatrice.
Per secoli però i Tesini si mossero solo
avanti e indietro secondo i ritmi della
transumanza. Finché l’Europa non
rimbombò del tuono di quella nuova
tecnologia di guerra che impressionò
l’Ariosto, «un ferro bugio, lungo da dua
braccia», l’archibugio, che per funzionare aveva bisogno di una pietruzza che
sprizzava scintille; e di pietra focaia era
ricco il suolo del Tesino, così i pastori
scendendo a valle ne riempivano le gerle e la vendevano e scoprivano che il
commercio ambulante rendeva di più e
annoiava di meno della pastorizia. Sicché quando Remondini, il tipografo di
Bassano, a metà del Seicento, ebbe la geniale intuizione di ampliare il mercato
delle sue stampine con la vendita porta
a porta, trovò già pronti, a poche valli di
distanza, i commessi viaggiatori ideali,
esperti, scafati e ansiosi di partire.
E partirono. In tanti. Quando il Tesino aveva sì e no cinquemila abitanti,
cinque o seicento contemporaneamente erano in giro a vender le stampe
di Remondini. Uno o due per famiglia.
Prima vicino, poi lontano. I primi erano
viaggi stagionali, si partiva d’autunno e
si tornava a primavera, in tempo per dare una mano nei campi. Poi i viaggi cominciarono a durare anni. Si partiva ragazzi, a tredici anni, si tornava uomini
fatti. Il Tesino rimaneva una valle di
donne e di anziani. Gli uomini validi erano sulle strade d’Europa. A vendere una
merce strana, che non si mangiava, che
non serviva a nulla, se non all’anima. Era
l’alba della videociviltà. L’occhio scopriva di volere la sua parte.
La casseladi legno con le bretelle partiva piena. Di stampine d’ogni genere.
Xilografie di santi da pochi soldi, incisioni in rame acquerellate, più tardi le
strepitose litografie a colori. Un’immagine per ogni cliente. Le contadine, e le
servette di città, compravano santi e
madonnine, magari di nascosto ai mariti che non avrebbero gradito la spesa
per quelle frivolezze, poi le appendevano nei loro altarini segreti: l’interno degli armadi dei lini e delle biancherie, dove gli uomini di sicuro non andavano
mai a guardare. I cittadini e i borghesi invece preferivano immagini di città, paesaggi, battaglie da appendere nei salotti, per curiosità, per status symbol.
«Aussicht! Voilà les belles images!» gridavano nelle piazze i Tesini poliglotti, appendendo a un filo, con le gioe, le mollette di legno, quelle merci inutili e fascinose. Che loro sapevano piazzare da veri artisti. E un po’ da furbi. Un santo poteva cambiare nome, se necessario, e
diventare guarda un po’ proprio il patrono del paese in cui si trovavano a vendere in quel momento. Tanto, chi ha
mai visto di persona san Pantaleo o
sant’Orso? Però, dài e dài, erano dive tati iconologi da
campo, divulgatori di pensiero visuale, sapevano spiegare, descrivere, affabulare le loro immagini. Tönle, l’ambulante tesino di un
racconto di Rigoni Stern, si innamora
delle sue stampe più belle e non le vuole più vendere. Misuravano la risposta
del mercato. Tornando, portavano i dietro un feedback: «San Giuseppe così
giovane in Germania non va, devi invecchiarlo», protestavano con l’incisore, che teneva conto e adeguava il prodotto alla domanda. Giovanni, nonno
di Elda Fietta Ielen, da decenni studiosa
dei Tesini, «teneva un taccuino rilegato
in pelle, con i titoli di tutte le stampe, e a
fianco segnava da una a quattro barrette il gradimento dei clienti». I likedi Fa cebook non sono poi quella gran novità.
Era fatica: in “compagnie” da due-tre
persone arrivavano fino al nord Europa
sempre a piedi, a tappe ormai collaudate, vendendo borgo per borgo. Guadagnavano bene, con le stampe: tre volte
quel che le avevano pagate. Se però riuscivano a venderle tutte. Se un temporale non gliele macerava, se non gliele
sequestrava qualche censore severo o
qualche doganiere pignolo, se non gliele rubavano di notte mentre, per risparmiare, dormivano in qualche pagliaio.
Se capitava, erano dolori. Remondini le
stampe le dava in conto vendita, ma voleva una garanzia: un pezzo di terra, che
spesso incassava, e la gente della valle
masticava amaro: «I santi dei Remondini si mangiano le terre dei Tesini...».
Però poi furono i Remondini a fallire,
nel 1859. Ma i Tesini andarono avanti lo
stesso. Ormai erano una potenza commerciale, una rete ben stretta che legava tutta l’Europa. Avevano cominciato
ad aprire sedi stabili, prima magazzini,
poi veri negozi: i Tessari ad Augusta e Parigi, i Buffa ad Amsterdam, i Fietta a
Metz, i Pellizzaro a Gand, gli Avanzo a
Bruxelles. Gelosi, chiamavano come lavoranti e poi cedevano l’attività solo a
compaesani, e la parola Tesino divenne
sinonimo internazionale di venditore di
immagini. Da perteganti e cromeri, che
vuol dire piazzisti ambulanti poveracci,
da santari di strada, molti erano ormai
diventati dei signori, connoisseurraffinati. Ordinavano le immagini, adesso,
dalle migliori stamperie d’Europa, soprattutto inglesi, qualcuno era diventa to editore in proprio. Certuni erano divenuti delle personalità: come Giuseppe Daziaro, che aprì sontuosi negozi di
oggetti d’arte nei passeggi eleganti di
San Pietroburgo e Mosca, davanti alle
sue vetrine passarono Tolstoj e Dostoevskij e ne scrissero. E quando i bolscevichi confiscarono tutto, Lunacarskij, ministro per la cultura, salvò la vita
all’ultimo Daziaro, perché le loro immagini avevano «rispecchiato la vita del
popolo russo favorendone il risveglio».
Capitò ad altri, come a Ulisse, d’ammalarsi di mal del viaggio. Tommaso
Marchetto, con quella mania di «andare un po’ più lontano», finì in Cina. Sebastiano Avanzo passò l’Atlantico, eccolo in una foto all’albumina, revolver
nella fondina perché, c’è scritto dietro,
«in Messico la giustizia sta appesa alla
cintura». Altri finirono in Cile, in Siberia,
in India.
Ma i più volevano tornare a morire a
casa. Il mondo nei piedi e negli occhi, il
Tesino nell’anima. Prima del tracollo, i
Daziaro si fecero costruire una imponente villona rossa che ancora oggi domina da un poggio. I soldi spediti a casa
cambiarono la vita della valle: ci costruirono un ospedale, un albergo, perfino
una scuola di lingue. Bisognava essere
attrezzati, per partire alla conquista del
mondo. Nei tinelli dei contadini di questa valle isolata erano appese vedute di
Baltimora e lettere da Calcutta, nelle sue
taverne si raccontava della guerra boera o della secessione americana. Molti
però non tornavano, ma l’arciprete faceva rintoccare le campane a ogni lettera funesta arrivata da lontano.
L’epopea degli hommes des images
finì con la Grande Guerra. Le frontiere
diventate trincee erano insuperabili.
L’Europa sotto macello non comprava
più stampe, e ormai i giornali illustrati
placavano la fame dell’occhio, senza
più bisogno delle gambe dei Tesini.
Oggi idealmente tornano tutti a casa,
perché “Per Via”, ricavato nel cuore del
paese da un’abitazione modesta, è un
po’ museo-archivio e un po’ casa, con le
cucine, il salottino, la stube. Passiamo a
salutarli. Noi che viviamo di tivù e di fotocellulari abbiamo un debito con loro:
per primi, con la fatica dei loro muscoli,
hanno reso il mon
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