B
envenuti nel paese
dei Signor Bonaventura. Il petrolio e il
boom delle Borse
hanno fatto il miracolo: il valore del fondo sovrano
di Oslo, il maxi-salvadanaio dove la Norvegia deposita da
vent’anni i profitti garantiti dai
pozzi nel Mare del Nord, è arrivato a Natale a 5,11 trilioni di corone, 608 miliardi di euro. E i
5,09 milioni di abitanti della nazione vichinga si sono ritrovati
improvvisamente tutti milionari. Ogni norvegese — vecchi e
bambini compresi — ha in tasca
oggi 1.040.000 corone del
Norway Global Fund, qualcosa
come 118mila euro. Si tratta, intendiamoci, di soldi virtuali, visto che nessuno può svegliarsi la
mattina e andare a ritirare quei
quattrini come al Bancomat.
Ma proprio per questo valgono
forse ancora di più: il tesoretto di
Oslo è (e verrà) utilizzato dallo
Stato per continuare a garantire
il generosissimo welfare nazionale e per ammortizzare contraccolpi sull’economia nazionale nel caso — da quelle parti
incrociano tutti le dita — il greggio passi di moda.
La storia, a modo suo, è un
déjà vu: gli idrocarburi hanno
cambiato il destino di tanti paesi. Ma mentre nel Golfo Persico
e dintorni i petrodollari sono
stati un affare per pochi emiri, ai
71 gradi latitudine Nord della
democraticissima Norvegia, la
pioggia di profitti garantiti dalla
Bonanza dell’oro nero è finita
(per legge) nelle tasche di tutti.
I Paperoni artici hanno iniziato a costruire la loro fortuna a cavallo tra gli Anni ’70-’80, quando
due choc petroliferi consecutivi
hanno spinto le quotazioni alle
stelle e le trivelle delle sette sorelle a cercare pozzi più sicuri
nei fondali del Mare del Nord. La
caccia al tesoro è andata bene: le
acque territoriali di Oslo si sono
rivelate il Golfo Persico d’Europa e nelle casse dello Stato hanno iniziato a piovere fiumi d royalty, dividendi e diritti esplorativi. Che farne? Per un po’ di
anni — un milione alla volta —
la Norvegia ha utilizzato questa
ricchezza piovuta dal mare per
gettare le basi di quello stato sociale che ne fa oggi la seconda
nazione più felice del mondo e
la prima per indice di sviluppo.
Nel 1990 la svolta: il petrolio —
contrariamente ai diamanti —
non è per sempre, si sono detti i
politici nazionali. E per evitare
la fine della Cicala di Esopo,
hanno deciso di mettere un po’
di soldi da parte in vista dei periodi di vacche magre, istituendo il super-fondo nazionale.
Il suo funzionamento è uguale a quello, vecchio come il mondo, del salvadanaio. Oslo versa
tutte le entrate garantite dagli
idrocarburi — le licenze d’esplorazione e i dividendi di Statoil, l’Eni norvegese — sul conto
corrente del Norway Global
fund. I soldi vengono investiti in
azioni e titoli di stato stranieri
per non surriscaldare il listino
locale e il governo utilizza i profitti — fino a un tetto massimo
del 4% del valore del patrimonio
— per tappare i buchi aperti nel
bilancio pubblico dal sistema di
welfarepiù generoso al mondo.
Siamo a livelli da Bengodi: Oslo
garantisce il dentista gratuito
per tutti i suoi cittadini fino a 19
anni, fornisce il riscaldamento
per le stalle oltre il Circolo polare e garantisce un congruo sussidio di disoccupazione che ha
convinto un adulto su 5 a vivere
a spese dello Stato senza lavorare, con un tasso di senza lavoro
fermo lo stesso attorno al 3%.
Le cose, fino ad oggi, sono andate benissimo. Il petrolio, tr alti e bassi, non ha mai smesso di
foraggiare le casse del Tesoro. Il
Pil procapite nel paese dei milionari è arrivato a 80mila euro
circa l’anno. E nessuno ha mai
dovuto mettere mano al martello per rompere il super-salvadanaio. Risultato: la ricchezza del
fondo — complice il buon momento delle borse — è andata alle stelle. Oggi il Norway Global è
il primo investitore al mondo e
controlla l’1% delle Borse globali. Il suo problema, oltre che far
soldi, è dove metterli: ora il 63%
è in azioni e il 35% in bond, tra
cui 3,5 miliardi di titoli italiani.
Negli ultimi anni il Governo ha
prima autorizzato il suo sbarco
nei paesi emergenti, poi gli acquisti di immobili (si è appena
comprato per la modica cifra di
684 milioni il 45% della torre di
Times Square a New York). E
ora, a caccia di rendimenti, potrebbe dare l’ok al suo ingresso
diretto in opere infrastrutturali.
Il bello è che troppa ricchezza, alla fine, ha finito per mettere in difficoltà persino la Norvegia dei milionari. I prezzi delle
case — al netto di una timida frenata negli ultimi mesi — è raddoppiato in 10 anni. La crisi dell’euro ha spedito per diverso
tempo la corona alle stelle penalizzando le esportazioni e i tassi
bassi hanno fatto volare al 200%
del reddito disponibile l’indebitamento dei privati. Il nuovo governo conservatore eletto qualche mese fa è stato così costretto (beati loro) a fare i conti con gli
eccessi di successo del modello
norvegese, provando a frenare il
costo della vita. Qualcuno — davanti a un pil che crescerà solo
del 2,2% nel 2014 dopo la media
del 6% registrata per quasi un
ventennio dal 1993 — ha iniziato persino a ventilare l’ipotesi di
ridurre i benefit dello stato sociale. I norvegesi per ora non si
preoccupano. Mal che vada
hanno in tasca una certezza: un
milione a testa
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