lunedì 6 gennaio 2014

Zuckerberg dona un miliardo di dollari ai senza tetto della New Economy Il maxi-regalo di Mister Facebook ai nuovi poveri di Silicon Valley

FEDERICO RAMPIN 

M
ARK Zuckerberg balza in
testa alla classifica dei filantropi 2013, chiudendo
l’anno con un miliardo di dollari
donato in beneficenza. Ma la vera
notizia è un’altra. Il fondatore di Facebook non indirizza la sua generosità verso i poveri dell’Africa o le zone malariche dell’Asia, come fa da tempo Bill Gates L
A TOTALITÀ del suo dono va a una ong che
combatte la povertà…
nella Silicon Valley, a due passi da casa sua.
E a New York non si spengono le polemiche sul discorso-shock di Harry Belafonte.
Parlando all’Inauguration
Day del sindaco Bill de Blasio,
il celebre cantante afro-americano ha descritto la New
York di oggi come «una piantagione»: un’economia dove
prosperano minoranze opulente, circondate da poveri.
Le due zone più dinamiche
della East Coast e della West
Coast conoscono lo stesso
problema. Il Nuovo Boom
americano sta generando i
suoi nuovi poveri. Che si manifestano, con le loro forme di
protesta. Se il 2011 fu l’anno di
Occupy Wall Street, l’Inauguration Day di de Blasio è giunto a poche settimane dallo
sciopero dei dipendenti dei
fast-food newyorchesi. Attorno a San Francisco, altri sono
i bersagli. Una recente manifestazione ha cinto d’assedio
la sede di Twitter, per denunciare l’abuso di sgravi fiscali
offerti dalla città, elargiti a
un’azienda il cui collocamento in Borsa ha coperto di miliardi i fondatori. Altre proteste sociali hanno preso di mira i lussuosi pulmini privati
con cui le aziende hi-tech
della Silicon Valley trasportano i loro giovani pendolari (mentre la maggioranza
della popolazione ha trasporti pubblici scadenti).
La sensazione che questi squilibri stiano diventando insostenibili assilla
Zuckerberg, il giovane re
(compie 30 anni a maggio) dei
social network. Lui il suo miliardo di dollari in beneficenza lo ha donato alla Silicon
Valley Community Foundation, che cerca di curare la miseria più sconcertante, quella
dietro l’angolo. Il Financial
Timescommenta il gesto del
fondatore di Facebook: «Cresce la consapevolezza che la
povertà esiste a due passi dalle ville di lusso della Silicon
Valley, o vicino ai ristoranti
modaioli e carissimi di San
Francisco».
Non ci vuole un grande
sforzo per visitare l’altra faccia del boom. East Palo Alto, a
due passi dalla Stanford University e dal quartier generale
di Google, è una zona degradata, infestata da gang di giovani ispanici, piccoli delinquenti, spacciatori. Oakland,
sulla sponda della Baia dirimpetto a San Francisco e a fianco di Berkeley, è una delle
città col più alto tasso di omicidi d’America. Questa prossimità non sembra casuale.
La natura del boom tecnologico, nutre anche il fenomeno
opposto, l’emarginazione dei
più deboli. La stessa Università di Berkeley ha fior di economisti, guidati da Robert
Reich che fu ministro del Lavoro di Bill Clinton, i quali studiano gli effetti perversi della
nuova ricchezza californiana.
Uno dei meccanismi d’impoverimento passa proprio
attraverso scuola e università.
I giganti hi-tech della West
Coast (Apple e Google, Microsoft e Amazon, Facebook e
Twitter) reclutano e premiano i detentori di talenti speciali. Chi ha ricevuto l’istruzione giusta spunta retribuzioni sempre più elevate. Per
gli altri le spinte divaricanti
sul mercato del lavoro sono
feroci: nei mestieri di serie B il
potere d’acquisto dei salari ristagna, anche dopo tre anni di
ripresa Usa. Un altro meccanismo agisce sul mercato immobiliare. La ricchezza generata da Apple, Google e Facebook moltiplica i ragazzinimilionari, i quali fanno lievitare fitti e prezzi delle case in
tutta la Silicon Valley. Gli altri,
inclusi perfino i prof. universitari di Berkeley coi loro stipendi “normali” vengono
cacciati sempre più lontano.
Le recenti manifestazioni di
protesta a San Francisco agitavano cartelli con due parole-chiave: “Gentrification”,
“Evictions”. La gentrification
è la metamorfosi socio-economica delle aree urbane invase dalla nuova élite. Eviction, lo sfratto, è il motore giudiziario che accelera l’espulsione degli antichi abitanti, i
ceti sociali meno abbienti.
Tutto accade mentre l’atmosfera dei campus di Apple,
Google e Facebook è impregnata di valori liberal, progressisti, come descritto nel
romanzo orwelliano “The
Circle” di Dave Eggers.
A New York, de Blasio ha invitato alla cerimonia del suo
giuramento la piccola Dasani
Coates, 12 anni, che da poche
settimane era diventata a modo suo una star tragica. La sua
storia apriva una serie di reportage del New York Times
sui 22.000 bambini senzatetto nella città. La piccola Coates vive in un decrepito centro
di accoglienza di Brooklyn. La
stessa Brooklyn, con quartieri come Williamsburg e Dumbo, ormai gareggia con il
Greenwich Village, con Soho
e Chelsea, per le gallerie d’arte, i teatri d’avanguardia, i ristoranti di alta gastronomia
dove un tavolo va prenotato
due mesi prima. Belafonte suscita un vespaio di polemiche, lo stesso New York Times
in un editoriale giudica troppo radicale il suo discorso. Ma
il vecchio artista nero, compagno di battaglie di Martin
Luther King e amico di Nelson
Mandela, ha visto qualcosa
che per tanti altri è diventato
normale: una città di 400.000
milionari, la massima concentrazione di ricchezza del
globo, dove quasi la metà della popolazione ha redditi definiti di “semi-povertà”, in
rapporto al costo della vit

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