venerdì 3 gennaio 2014

Pyongyang, la parata-farsa del leader sanguinario

PECHINO — Migliaia di persone in lacrime
e in ginocchio lungo i bordi delle strade deserte di Pyongyang. Un mare di soldati in
marcia tra lo stadio e la piazza dove sorge il
palazzo Kumsusan, cuore del regime e
mausoleo dei “divini leader” defunti, Kim
Il-sung e Kim Jong-il. «Siamo guerrieri —
gridano le truppe — per salvare il partito
con la vita e per onorare il nostro grande
compagno Kim Jong-un».
Figuranti, militari e membri del partito
sopravvissuti alla “grande purga” degli ultimi giorni, hanno costituito la scenografia
che Kim Jong-un ha mandato in onda ieri
per celebrare il secondo anniversario dalla
morte del padre. Una manifestazione imponente e impressionante, con la tivù di
Stato che ha ripreso gli stessi volti di individui-attori disperati, già trasmessi nel 2011.
Gli occhi del mondo erano però puntati al
di là del 38° parallelo per cogliere i segnali
che la Corea del Nord voleva dare dopo la
spietata fucilazione di Jang Song-Thaek,
numero due del regime e zio-tutore del
nuovo “grande leader”. Il messaggio è stato
chiaro: Kim Jong-un cerca l’appoggio delle
forze armate ed è deciso a comandare con
la spietatezza del nonno e del padre. Televisioni e giornali da giorni sono costretti a
immortalare il giovane Kim sorridente,
spesso scosso da fragorose risate, mentre
ispeziona depositi di pesce secco, caserme,
industrie e persino il nuovo resort di lusso
per lo sci. Ieri, alla commemorazione del
padre trasformata in giuramento di fedeltà
alla dittatura ereditaria, si è presentato a
sorpresa con la moglie Ri Sol Ju, scomparsa
dal 16 ottobre dopo voci che la volevano caduta in disgrazia per un passato di ballerina
dei più alti papaveri del partito. Assente invece la zia Kim Kyong Kui, appena resa vedova e avvolta nel mistero del suo destino.
Dietro la compattezza mostrata in tivù,
con migliaia di soldati e funzionari seduti in
silenzio in uno stadio che scatta in piedi per
applaudire l’ingresso di Kim Jong-un, trapela però più di uno scricchiolio. Dopo l’esecuzione in diretta dello zio, il giovane Kim
ha fatto cancellare gli archivi online di televisioni e giornali, così da privare orwellianamente del passato la nazione, per annullare qualsiasi riferimento ai dirigenti caduti in disgrazia. Distrutti migliaia di articoli,
fotografie e riprese, la storia nordcoreana
degli ultimi vent’anni fino allo scorso ottobre, quando a sparire fu Jang Song-thaek.
Seul, Tokyo e Washington rilanciano così
l’allarme per «un’instabilità nascosta che
aumenta il pericolo di provocazioni atomiche». I servizi di Seul assicurano che nel
Nord si sta per scatenare una «storica purga di massa», con migliaia di arresti, fucilazioni e deportazioni nei gulag. Ieri Kim ha
riposto bombardando i confini con il Sud di
volantini che annunciavano un attacco dei
«bastardi imperialisti» e l’allarme di un’imminente rappresaglia, tesa a rafforzare il
potere contro il rischio-insurrezione, è
scattato anche a Pechino. Un incubo, tale
da convincere il Giappone ad accelerare il
riarmo. Il governo Abe ha varato un aumento della spesa militare del 5% in cinque
anni.

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