P
overa imperatrice Michiko,
sposa del Tenno che dal 1989
siede su Trono del Crisantemo;
Quante ne ha dovute passare,
lei, una borghese, figlia di un
ricchissimo produttore di farine e perciò
soprannominata la Mugnaia. Il suocero
Hiro Hito, l’ultimo imperatore giapponese che si sentiva una divinità, la trattava assai sgarbatamente, con crudeltà, e
pare che con le sue angherie le avesse addirittura provocato un aborto nel lontano 1961. Ma ora, alla fine del 2013, ecco
che Michiko si toglie la soddisfazione di
ricevere un pubblico encomio da parte
di suo marito Akihito il quale ieri ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno e ha testualmente detto: «Essere imperatore può portare alla solitudine, ma
la presenza al mio fianco dell’imperatrice mi ha portato conforto e gioia. Mi ha
sempre rispettato e sostenuto».
Queste sue parole non sono soltanto
il riconoscimento dei meriti della consorte ma anche una sommessa confessione di quanto sia duro il mestiere dell’imperatore, specie se si è l’eccentrico
imperatore del Giappone. Si tratta infatti di un essere strano che è piuttosto
un’essenza, non si può guardarlo, toccarlo, parlargli, eppure c’è ma è come se
fosse puro spirito, infatti è divino. O almeno lo era, ovvero si credeva che lo fosse. Abita al centro di Tokyo ma questo
centro è vuoto, custodisce la sua dimora
che è invisibile, mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua. Tutta
la città ruota intorno a questo vuoto che
è insieme, come, scrive Roland Barthes
«interdetto e indifferente, abitato da un
imperatore che non si vede mai, cioè, letteralmente da non si sa chi».
A Tokyo sono molti quelli che si augurano che la dimora imperiale, questo
vuoto reale e simbolico al centro di una
delle città più moderne del mondo, venga inglobato democraticamente nel tessuto urbano senza più obbligare il traffico a una deviazione perpetua. Ho sentito un taxista imprecare nel bel mezzo di
un’ora di punta attorno al Palazzo imperiale: «ci vorrebbe una bomba!» ha detto,
e forse ha avuto il coraggio di esprimersi
così perché la passeggera ero io, chiaramente una straniera. Se fossi stata giap ponese dubito che avrebbe osato, non si
può mai sapere chi è pro e chi è contro
quello che in Giappone si chiama il sistema imperiale, caposaldo e struttura portanti di anacronismi e contraddizioni tradizionalmente riveriti.
Quel centro vuoto forse protegge l’idea
di sacralità di un paese che non è un impero, per Costituzione non è nemmeno una
repubblica né una monarchia ma, superbamente o forse ambiguamente, soltanto
Giappone, ossia la “radice del sole”, questo è il senso dei due ideogrammi che servono a scrivere Giappone: sole e radice.
Così semplicemente si legge sui passaporti dei giapponesi, non repubblica o re del Giappone o altro. La dinastia sul trono che in realtà non regna dal 1945, si ritiene che sia la più antica del mondo e
per questo non si degna di avere un nome di famiglia come dei Windsor, dei Savoia o dei Romanov qualunque che sono degli umani come tutti gli altri. Dio ha
per caso un cognome?
L’essenza divina dell’imperatore, discendente diretto della dea Amaterasu, è
stata una questione assai dibattuta alla fine della seconda guerra mondiale quando i vincitori americani avrebbero potuto
fare del Giappone una repubblica ma il
generale MacArthur si oppose e non volle che l’imperatore Hiro Hito fosse condannato come criminale di guerra. Gli
chiese soltanto di rinunciare alla sua natura divina, cosa che Hiro Hito fece, non
si sa bene se con o senza convinzione in
quanto il proclama che lesse alla radio era
piuttosto ambiguo al riguardo. Tuttavia
fu allora che ebbe inizio il processo di
umanizzazione della figura imperiale, un
processo che ormai dovrebbe essere
giunto a compimento anche se si notano
ancora delle resistenze da parte di tanti
che è difficile definire: sono portatori di
un’ideologia, se così vogliamo chiamarla,
che è troppo facile definire tradizionalista ma è qualcosa di più antico di qualsiasi tradizione. L’unico che potrebbe azzardare una definizione non denigratoria di
un atteggiamento mentale tanto anacronistico potrebbe essere un Mishima redivivo, quel Mishima che con il suo teatrale
harakiri, nel 1970, intendeva difendere
proprio la divinità dell’imperatore considerato essenza eterna del Giappone. Un
nuovo Mishima potrebbe sostenere mai
la tesi di un Giappone paese normale?
L’attuale imperatore confessando la
tristezza della sua solitudine, sembra
anelare alla normalità, lui con la sua brava moglie al fianco, segno che questa normalità gli viene ancora negata. Ma almeno ha avuto il coraggio di esprimersi da
uomo comune. Quanto a suo padre Hiro
Hito, dovrebbe ringraziare il generale
MacArthur se nel 1976, da uomo comune,
visitò gli Stati Uniti e andò a Disneyland
dove si comprò un orologio da polso con
su Topolino. Ma molti giapponesi non
l’hanno mai saputo. Gli è stato tenuto nascosto. Gli dei cadono, gli dei falliscono,
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