L’italiano era un fotografo di 30 anni, il russo Mironov che è morto con lui in una buca
nei dintorni di Sloviansk era un dissidente e attivista dei diritti umani di 60. «Se sei nel posto giusto le cose succedono», dicevano. Ma il loro non è solo un lavoro. Quando vanno in Ucraina, Daghestan, in Inguscezia, nell’Ossezia di Beslan o in Afghanistan o nelle primavere arabe, la voglia
di emergere o di mettersi alla prova che all’inizio li muove cede presto alla passione
per gli altri. Fino a diventare una seconda
vita. Perché per fare il reporter dei conflitti che insanguinano il pianeta bisogna
soprattutto avere fiducia nel valore di ciò
che si dice al mondo. Sapendo che il mondo non ne ha voglia.
H
O GUARDATO, l’avrete
fatto anche voi, tutto
quello che trovavo in
rete sui due uomini
trucidati in una terra
di nessuno a Sloviansk: un fotografo free-lance italiano e il suo
traduttore, avevano detto le prime notizie. Poi erano arrivati i nomi — si chiamavano Andrea tutti due, Andrea Andy Rocchelli e
Andryj Mironov — e infine la conferma che erano morti. Di Rocchelli, che a 30 anni era uno dei
migliori fotoreporter italiani,
avevo già visto le fotografie in
bianco e nero da Kiev, non abbastanza da impararne il nome. Per
noi spettatori comuni le fotografie memorabili sono come certe
canzoni, che riconosciamo anche se non sappiamo chi fosse
l’autore. Di Mironov, 60 anni, il
doppio dell’altro Andrea, sapevo
molte cose, perché era un personaggio di primo piano per chi si
fosse occupato di opposizione in
Russia e di Caucaso.
Imparare a fotografare, filmare, scrivere, è importante: ma la
cosa più importante è trovarsi
nel posto giusto. «Put yourself in
the situation and things will happen»: l’ho trovato nel sito dell’agenzia di Rocchelli e dei suoi compagni, Cesura, fa da titolo a una
mostra. Se vai nel posto giusto, le
cose succedono: uno scatto essenziale, un video incomparabile. Succede anche di morire, nel
posto giusto. La probabilità (la
fatalità, la chiamano poi quelli rimasti a casa) è in proporzione diretta con il valore della testimonianza. Si mette su un piatto la
verità da vedere e mostrare, sull’altro il rischio. In rete ho letto il
consiglio di un fotografo professionista agli aspiranti free-lance:
«Concentrati sulle foto che possano trovare un compratore. Soprattutto sport, matrimoni,
eventi in generale». Eventi in generale è un modo educato di tacere l’esuberante offerta mondiale di guerre, catastrofi, crimini, naufragi, epidemie che si apre
davanti alla domanda dei freelance che ormai siamo pressoché
tutti, ognuno con la sua misura di
allontanamento da casa. C’è un
video girato da Rocchelli nella
guerra civile kirghiza del 2010:
occorre stomaco forte per guardarlo, dà la misura del suo coraggio, e anche della fiducia che bisogna avere nel valore di ciò che
si mostra al mondo, sapendo che
il mondo non ne ha voglia.
Rocchelli e i suoi amici spiegano che i loro lavori commerciali
servono a pagare i reportage dai
luoghi delle guerre e dei dolori
senza voce. Amano la fotografia,
si sono formati alla scuola dei migliori, considerano essenziale la
stampa. Quando si va, come aveva fatto Rocchelli, in Daghestan,
o in Inguscezia, o nell’Ossezia di
Beslan, o in Afghanistan e nelle
primavere arabe e nella piazza
Maidan, qualunque ragione vi
abbia spinti, la voglia di emergere, o di mettervi alla prova, cede
presto, nei migliori, alla passione
per gli altri. Si guadagna una doppia vita: si conserva la propria, il
paese, la casa, la famiglia — il figlio di tre anni — cui ogni volta si
torna, e se ne conquista una dentro un altro paese, un altro popolo, senza più casa, con le famiglie
squartate, i bambini orfani. Che
Rocchelli e Mironov fossero insieme in quella terra di nessuno
degli sparatori non è un caso, e
nemmeno una fatalità. Se non
sbaglio, erano stati compagni di
quella missione civile già nel
Caucaso. Mironov, figura di rilievo di Memorial, amico di Anna
Politkovskaja, dissidente nella
vecchia Urss e nella “sbirrocrazia” putiniana (così la chiama, ricordando si compone al 75 per
cento di ex dipendenti del KGB),
fu prigioniero ancora in epoca
gorbacioviana per diffusione di
samizdat («ricopiai a mano migliaia di libri»), subì una pesante
aggressione fisica, si batté tenacemente per la nonviolenza contro la guerra cecena. In Italia era
assiduo, da ultimo era venuto a
sostenere che la lotta per la democrazia in Russia coincideva
con la lotta per la democrazia in
Ucraina e per l’Europa dei diritti.
Radio Radicale (era stato iscritto) ha ritrasmesso un’intervista
del 2004 in cui spiegava nel suo
italiano limpidissimo che la storia era sempre quella del “piccolo Cappuccio Rosso”, e che c’era
sempre bisogno di una guerra,
oggi in Cecenia, domani in Georgia — dopodomani in Ucraina —
per rispondere alla domanda:
«Perché hai i denti così grandi?»
Secondo il Cremlino, diceva,
«non c’è nessuno a cui parlare, in
Cecenia, c’è solo a cui sparare».
Delle tante fotografie che abbiamo guardato ieri, dopo la notizia dal Donetsk, due specialmente vorrei ritenerne: una fatta da Rocchelli, e una no. La prima, che era comprensibilmente
in cima a tanti siti, è quella dei
bambini seduti in uno scantinato, uno sgabuzzino sotto una botola, per ripararsi dalle bombe:
dieci bambini «adottati dalla famiglia Kushov», a colori questa
volta, stretti su panchetti di fortuna sotto vasi di conserve e sottaceti, che guardano in su verso
il loro giovane visitatore italiano
diventato padre. Niente di più ovvio che fotografare bambini dentro una guerra civile: per questo
era difficile fare una fotografia
così bella. Il servizio andò sulla
Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja.
La seconda foto è quella in cui
Rocchelli e Mironov, l’Andrea veterano e l’Andrea giovane, sono
in posa l’uno accosto all’altro. Se
sorridessero, sembrerebbe che
stiano inscenando per scherzo
una certa aria marziale. Ma sono
seri, e Mironov, sovrastato nella
statura, se ne sta testa alta, con
la fierezza che si terrebbe davanti al fotografo della matricola carceraria. Quando lo liberarono,
Mironov dichiarò: «Sono un turista che ha visitato il gulag». Questa volta magari avrebbe detto:
«Sono un turista che ha visitato
l’Ucraina». Il colpo di mortaio ha
portato via la testa a Mironov.
Rocchelli, ha detto il suo amico
e collega Micalizzi, voleva raccontare la storia di due amici
ucraini che si trovavano dalla
parte opposta della barricata: come in tutte le guerre civili, come
in tanta storia italiana. Andrea,
Andryj, sono finiti in mezzo, e
hanno fatto da bersaglio deliberato; poi lo scambio di accuse fra
kievisti e filorussi. Scambio inutile: sono stati ambedue. Naturalmente, a riguardarla ora quella fotografia sembra attraversata da un presagio. Non è così, era
una foto ricordo, che si sarebbero portati indietro, uno a Mosca,
l’altro sull’Appennino piacentino, fino alla prossima missione.
Però nelle donne e negli uomini
che partono per andare agli angoli bui della terra, a vedere e raccontare, o a curare e aiutare, o solo a capire, l’ombra di un presagio c’è, anche quando ridano forte, facciano le smorfie e dicano alla camera: Ciao mamma.
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