venerdì 3 gennaio 2014

“I semi non hanno padroni” i contadini d’Europa sfidano le multinazionali

(segue dalla prima pagina)
L
A PROPOSTA, figlia di
un’incubazione di quasi
cinque anni, non piace a
tante associazioni che in Italia e in
Europa si impegnano per la protezione dell’agricoltura tradizionale, di piccola scala, sostenibile:
quella che qualcuno, con bella
espressione, chiama “agricoltura
contadina” per differenziarla
dall’“agricoltura industriale”.
La biodiversità agricola e selvatica è una risorsa chiave per la sovranità alimentare sicura. Tutte le
misure che concorrono a diminuirla minano la nostra capacità
di rispondere ad avversità atmosferiche, malattie, parassiti: guardate cosa sta succedendo al kiwi
italiano, un’unica gigantesca monocultura di (pressoché) un’unica cultivar, la varietà coltivata: ebbene, il kiwi italiano è in via di devastazione a causa di un batterio,
lo  pseudomonas syringae.
Trent’anni di coltivazione e di colpo finisce tutto. La lezione è severa e chiarissima: l’uniformità dei
sistemi produttivi che gli uomini
allestiscono e rendono industriali non è adatta all’esistenza in natura. E se ne stanno accorgendo in
tanti; se n’è accorta anche la Fao
(che stima nel 75% la perdita di
biodiversità agricola in soli 100
anni, a causa della diffusione globale di poche varietà vegetali), il
cui direttore generale José Graziano Da Silva ha detto qualche
giorno fa: «Il futuro si allontana
dalla logica di poche commodities
prodotte a livello globale, per andare nella direzione di molti mercati locali, resilienti, differenziati
nelle produzioni che offrono. Andiamo dal fast food allo slow food:
e questo non è il passato. È il futuro».
Al di là del piacere che una citazione può fare a chi, come noi e
tanti altri, in questi anni ha fatto di
questa idea il centro del suo impegno, l’elemento chiave è che le
produzioni diversificate, locali,
sostenibili sono il futuro. L’atteggiamento, innanzitutto culturale,
che deve accompagnare questo
passaggio è il desiderio di fermare
l’erosione della biodiversità. Non
si può tollerare ulteriormente lo
spreco di questa incalcolabile ricchezza che non ci appartiene, ma
che abbiamo il dovere di custodire per garantire il sostentamento
di chi verrà dopo di noi.
E torniamo alle sementi. Il 25
novembre scorso l’onorevole
Sergio Silvestris, relatore italiano
della proposta, avrebbe dovuto
incontrare a Bruxelles i rappresentanti dell’industria sementiera europea. Molte associazioni gli
hanno scritto, manifestandogli
stupore e dissenso per questa iniziativa. Non si capiva, infatti, per
quale regione l’onorevole Silvestris avesse calendarizzato solo
quell’incontro e non si proponesse invece di ascoltare (nello stile
inaugurato dal commissario Dacian Ciolos) anche le altre parti in
causa: non solo, quindi, chi brevettando la vita ha interesse a ridurre costantemente gli spazi per
la moltiplicazione, selezione e
produzione di semi e piante, ma
anche chi ha bisogno di sementi
diverse per fare l’agricoltura che
ritiene più giusta per sé, per il pianeta e per il mercato a cui si riferisce. Le associazioni di categoria
servono a questo, e non è leale incontrarne solo una, perché l’onorevole Silvestris non è stato eletto
solo dalle aziende sementiere né
deve rendere conto solo a loro. E
occorre ascoltare anche chi poi
acquista e mangia i prodotti di
quel che le agricolture producono: le associazioni della società civile servono a questo, e quelli che
mangiano in parte coincidono
con quelli che votano.
Grazie a queste sollecitazioni,
l’incontro poi non c’è stato, e non
so se si programmeranno altre
riunioni. Provo quindi a dire quel
che avrei detto all’onorevole Silvestris, e al suo presidente onorevole Paolo De Castro, se avessero
convocato la società civile: non
possiamo più perdere nemmeno
una sola varietà, una sola razza
animale, una sola cultivar. Non
possiamo legare il nostro destino
esclusivamente a un determinato
tipo di “progresso” in agricoltura,
alle scoperte di chi ricerca e ibrida
per lucro, con interconnessioni
fra industria sementiera, industria della chimica agraria e operatori del mercato del fresco e del
trasformato che facilmente creano cartelli e mettono a repentaglio i valori legati al cibo, oltre all’approvvigionamento stesso!
Le varietà che la storia ci consegna si preservano in un processo
— quello che sta a cuore all’agricoltura contadina — di continuo
miglioramento e di continua selezione. Non importa se non sono
«stabili» secondo protocolli studiati per rispecchiare le caratteristiche delle sementi “moderne”.
Se il Pinot Noir fosse stata una varietà stabile, oggi non avremmo
alcuni dei più grandi vini del mondo. E la conservazione non può
assolutamente essere demandata a pochi centri «museo», a istituzioni che ci lavino la coscienza.
È necessaria la massima nettezza contro l’aumento di costi e
di carichi burocratici che la proposta di legge sulle sementi prevede per piccoli moltiplicatori,
contadini e vivaisti: se per vendere piante richieste, molto spesso,
solo su mercati locali, si richiedono gli stessi adempimenti di una
nuova cultivar di carote brevettata da un colosso olandese, è chiaro che non si ha considerazione
adeguata delle differenze, e che
non si decide con la necessaria
equità, che deve temperare l’uguaglianza, affinché quest’ultima non diventi strumento di ingiustizia.
Il progresso dell’agricoltura
che vogliamo non passa per la
possibilità di conservare e riprodurre solo varietà «distinte,
uniformi e stabili». Non possiamo
ridurre la valutazione dell’importanza delle sementi a elementi
quantitativi, dimenticando o
ignorando che stiamo parlando
di cibo, anche quando parliamo
di foraggi. Le cultivar locali preservano sapori che sono ad un
tempo identità di chi vive i territori, preziosa scoperta per chi li visita e giacimento per chi ne trae
ispirazione. Non “fa lo stesso” cosa mangiamo, non è carburante.
Noi, come gli animali, viviamo
meglio se mangiamo meglio, e soprattutto se quel che mangiamo
lo possiamo scegliere in base ai
nostri gusti, alla nostra cultura e
alla nostra identità. E per mantenere il nostro diritto alla scelta, occorre che il ventaglio delle possibilità smetta di restringersi.
Per questo, bisognerebbe chiedere espressamente agli onorevoli Silvestris e De Castro, che certamente hanno i loro “cibi del
cuore” che devono la loro specialità ad ingredienti irripetibili: perché mettere a repentaglio il patrimonio di gusto, di sicurezza alimentare, di potenziale gastronomico in una volta sola? Forse che
l’agricoltura contadina, che ha
preservato e selezionato semi per
millenni, ha impedito la nascita e
la crescita dell’industria sementiera? Forse che sono stati i contadini di Bordeaux a portare in Europa la fillossera o quelli di Cuneo
a importare dieci anni fa il parassita del castagno che mina lo storico pane delle nostre montagne?
Non facciamo confusione! Implementate i controlli dei grandi
trader internazionali e non permettete che chi brevetta la vita, e
la considera meramente in un’ottica di profitto, prevalga, anche
nei diritti, sui contadini che vogliono solo custodire, migliorare
e selezionare le sementi della propria agricoltura. E lo fanno, da
sempre, a beneficio di tutti, anche
di chi oggi fa business.
© RIPRODU

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