I
L SACRIFICIO è stato sve-gliarsi alle cinque del matti-no per diverse settimane.
«Volevo fotografare i mostri
mentre arrivano, mentre fan-no la posta alla loro preda».
Gianni Berengo Gardin, doge
della fotografia italiana, è nato
a Genova ma ha vissuto a lungo
a Venezia, la città di suo padre,
dove ha perfino gestito per al-cuni anni il negozio di famiglia,
di vetri e collane di Murano.
L NEGOZIO era nella strategica
Calle Larga di San Marco, «allora
chi diceva Berengo Gardin pensa-va alle perle di vetro... Ora invece c’è
un caffè». Tutto cambia a Venezia,
non sempre per il meglio, ma questo
non è un cambio, «questo è un disa-stro, una tragedia...». Il veneziano che
c’è in lui si è ribellato. L’esito è un re-portage duro, severissimo sulle, anzi
contro le gi-gantesche navi
da crociera che
traversano la
Laguna e sfio-rano la regina
del mare con i
loro inchini in-teressati e
«spaventosi».
Le sarà co-stato qualco-sa, Berengo,
dare questa
immagine
della città che
ama...
«Proprio
perché amo
Venezia, da
molti anni non
sopporto di ve-derla stuprata
da orde di turi-sti che vengo-no a Venezia
solo perché
“bisogna andare a vedere Venezia”
ma in realtà non gliene frega niente.
Ma Venezia vive anche di questo, e mi
sono sempre trattenuto. Però di fron-te a questi mostri non ce l’ho fatta. Qui
non è più solo questione di scempio
del paesaggio veneziano, di sporcizia,
di folla che straripa, qui c’è un perico-lo, un pericolo reale. Ci vuol niente
che succeda come a Genova, che uno
di questi grattacieli orizzontali vada a
sbattere su Palazzo Ducale, su San
Giorgio, sulla Punta della Dogana. Li
ho fotografati così perché si vedesse
non solo che sono orrendi, ma che
fanno terrore».
Un reportage di denuncia, un ge-sto politico?
«A Venezia c’è un gruppo di cittadi-ni, mi pare si chiami “No Grandi Na-vi”, che si batte contro i mostri del ma-re, ma io mi sono mosso per conto
mio. Sì, ho fatto un reportage di de-nuncia, schierato, i reporter fanno an-che questo, è un dovere civile, ma è un
lavoro giornalistico. Se poi mi chiede-ranno queste foto per appoggiare la
loro battaglia, sarò lieto di dargliele».
Perché, per una volta, non ha usa-to la fotografia a colori? Non sareb-be stato più forte l’impatto?
«Al contrario. Il colore distrae. Un
cielo azzurro brillante sistema molte
cose. Il libro che dedicai a Venezia,
nel ’62, era in bianco e nero, ma quel-la Venezia ora sembra irreale. Il bian-co e nero dà quello scarto rispetto al-la visione naturale che ti costringe a
guardare meglio. Quel muro bianco
che sembra un cielo e invece è pieno
di oblò, appiccicato alle case vene-ziane grigie con le loro finestre goti-che: è il pittoresco ribaltato. Volevo
che fosse un effetto di shock anche
per i veneziani che sanno a memoria
la loro città».
Ha usato qualche attrezzo del me-stiere per dare più forza al suo sde-gno?
«In alcuni casi ho usato un teleob-biettivo, ma molto moderato, un 80
millimetri, in altri un normale 50.
Non c’è affatto bisogno di forzare
l’immagine, chiunque passeggi per
Venezia avrà coi suoi occhi le stesse
impressioni di queste immagini».
Eppure i passanti nelle calli e nel-le piazze sembrano indifferenti a
quella massa di metallo che incom-be.
«Ne passano anche quattro al gior-no. I veneziani purtroppo ci stanno
facendo l’abitudine. Per i turisti in-vece sta diventando la nuova mera-viglia veneziana, li vedi tutti a foto-grafare le navi sullo sfondo delle cal-li, con i loro telefonini... Guardano
più lo spettacolo delle navi che Vene-zia, ormai. I mostri hanno preso il so-pravvento anche nell’immagina-rio».
Ma Venezia è una città
di mare. Ha sempre fatto
i conti con le barche e con
le navi.
«In un libro di inediti ho
pubblicato un anno fa la
fotografia di una nave
mercantile che diversi decenni or so-no vidi ormeggiata sulla Riva dei set-te Martiri. La fotografai perché mi
sembrò enorme, impressionante.
Era niente al confronto con queste
qui. Non c’è più alcuna misura, capi-sce? Sono navi smisurate rispetto al-le proporzioni della città, non c’è co-mune misura. Sono alte il doppio di
palazzo Ducale, lunghe il doppio di
piazza San Marco. Nessun luogo re-siste a questa sproporzione, a questa
prepotenza visuale».
Perché lo fanno?
«Io posso im-maginare che, vi-sta da lassù, Ve-nezia sia uno
spettacolo mera-viglioso. Ma in
questo modo, vi-sta così, Venezia
diventa un mo-dellino, una mi-niatura, un gio-cattolo. Non c’è
più differenza fra
questa Venezia
vista dal dorso
del mostro e le
Venezie artificia-li che hanno ri-fatto in America.
Sono la stessa co-sa, ormai. Anzi
quelle resiste-ranno meglio e
fra un po’ saran-no più vere. La-sciamo stare un
momento gli in-cidenti che sono drammaticamente
possibili: già adesso queste navi
stanno sgretolando Venezia, anche
senza toccarla materialmente»
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