domenica 7 luglio 2013

Mi daranno la caccia, ma dovevo parlare perché Obama sta distruggendo la libertà

ONDRA — «Non voglio che l’at-tenzione pubblica sia su di me,
non voglio che questa storia ri-guardi me, voglio che riguardi
quello che sta facendo il governo
americano». Così dice Edward
Snowden, il 29enne ex-agente
della Nsa e della Cia che ha deciso
di farsi identificare come la “tal-pa”, la fonte delle rivelazioni del
Guardian sul Datagate. Ma la
“storia”, a questo punto, è inevi-tabilmente anche la sua: perché
lo ha fatto, cosa pensa, cosa gli
succederà. In una videointervista
e in un articolo messi ieri sera sul
sito del quotidiano londinese,
Snowden sembra calmo, deter-minato e consapevole dei rischi
che corre a essere diventato l’au-tore della più grande fuga di noti-zie dall’interno dell’amministra-zione Usa dal tempo dei Penta-gon Papers durante la guerra del
Vietnam. “E’ un eroe”, lo defini-sce Daniel Ellsberg, colui che
fornì proprio i Pentagon Papers,
le carte sui piani segreti di Nixon
in Indocina, al  New York Times.
Ma il dipartimento di giustizia
americano potrebbe presto incri-minarlo per violazione di spio-naggio.
«Non ho intenzione di nascon-dermi, perché so di non avere fat-to niente di male», afferma lui da
Hong Kong, ammettendo tutta-MONDO
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LUNEDÌ 10 GIUGNO 2013
la Repubblica
L’AMERICA DI OBAMA
PER SAPERNE DI PIÙ
www.guardian.co.uk
www.whitehouse.gov
via: «So che difficilmente rivedrò
casa mia». In un messaggio che ha
indirizzato al Guardianinsieme
alle sue prime rivelazioni, ha
scritto: «Comprendo che mi fa-ranno soffrire per le mie azioni.
Ma sarò contento se le azioni del
paese a base di leggi segrete e irre-sistibili poteri esecutivi che oggi
governa il mondo che io amo ver-ranno alla luce anche per un solo
istante». E nell’intervista confes-sa: «Non ho votato Obama, ma
credevo alle sue promesse. Inve-ce ha continuato le politiche del
suo predecessore».
Circa le reazioni al Dagate, os-serva, «so che il governo america-no mi demonizzerà», ma si augu-ra che le sue rivelazioni servano
ad aprire un dibattito negli Stati
Uniti e nel mondo «sul tipo di so-cietà in cui vogliamo vivere». Non
ci sono altre ragioni per il suo ge-sto, assicura: «Il mio unico scopo
è informare l’opinione pubblica
su quello che viene fatto nel suo
nome e contro di essa». Snowden
racconta che aveva una vita «mol-to confortevole», con un salario di
circa 200 mila dollari l’anno, una
girl-friend con cui condivideva
una casa alle Hawaii, una carriera
stabile, una famiglia a cui è molto
legato: «Ma sono pronto a sacrifi-care tutto questo», dice al Guar-dian, «perché in tutta coscienza
non posso permettere che il go-verno americano distrugga la pri-vacy, la libertà su internet e le li-bertà fondamentali della gente di
tutto il mondo con questa mac-china di sorveglianza segreta che
ha clandestinamente costruito».
Quindi ricostruisce come si è
svolta la sua fuga. Tre settimane
or sono ha copiato tutti i dati che
si preparava a dare al quotidiano
britanni-co. Ha detto ai suoi superiori del-la Nsa che aveva bisogno di pren-dersi due settimane di assenza
dal lavoro per curare l’epilessia di
cui ha scoperto di soffrire. E alla
sua ragazza ha dato spiegazioni
ancora più vaghe. «Ma ciò è nor-male per qualcuno che lavora
nell’intelligence», aggiunge. Poi è
partito per Hong Kong. Temendo
di essere seguito e spiato, in tre
settimane è uscito soltanto tre
volte dalla sua stanza d’albergo e,
quando scrive la password per ac-cedere al suo computer, ricopre
tutto con un grande cappuccio
rosso, per evitare che telecamere
nascoste possano leggerla. Sa che
gli Stati Uniti potrebbero avviare
una richiesta di estradizione, o
che il governo cinese potrebbe ar-restarlo per ottenere da lui infor-mazioni riservate, o che potrebbe
diventare vittima di un’operazio-ne di “illegal rendition”, cioè che
«la Cia o un suo alleato potrebbe
mettermi su un aereo e portar-mi via». Ammette che non sarà
più tranquillo per il resto della
sua vita, ma insiste: «Non ho
paura, perché questa è la scelta
che ho fatto». L’unica cosa di cui
ha timore è l’impatto che il suo
ruolo nel Datagate potrà avere
sulla sua famiglia, molti dei cui
membri, afferma, lavorano an-ch’essi per il governo Usa.
In conclusione, perché l’ha fat-to?«Ci sono cose più importanti
dei soldi», risponde. «Se fossi sta-to motivato dal denaro, avrei po-tuto vendere quelle informazioni
a svariati paesi stranieri e sarei di-ventato ricco». Ha agito, invece,
per una pura questione di princi-pio. «Il governo americano si è da-to poteri a cui nessuno lo ha auto-rizzato. La conseguenza è che
persone con un lavoro come il
mio possono andare oltre i com-piti che sono stati loro assegnati».
Non esclude di riuscire a evitare
incriminazione, processi, prigio-ne o peggio: la sua migliore spe-ranza, confida ai reporter del
Guardian con cui ha lavorato, sa-rebbe ottenere asilo politico, e l’I-slanda, che ha la reputazione di
grande difensore delle libertà su
internet, è “in cima alla lista”. Ma
Reykiavic è quanto mai lontana
da Hong Kong. Qualsiasi cosa ac-cada, conclude Snowden, «non
ho rammarichi, valeva la pena fa-re quello che ho fatto

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