martedì 16 luglio 2013

La fine del segreto di Stefano Rodotà

NOSTRI sembrano i tem-pi della scomparsa degli
arcana imperii del sovra-no e dei segreti dei privati. È
vero, esistono segreti ben
custoditi – la formula della
Coca Cola, l’algoritmo di
Google nostri sembrano i tempi della
scomparsa degli arcana impe-riidel sovrano e dei segreti dei
privati. È vero, esistono segre-ti ben custoditi e considerati
inviolabili – la formula della
Coca Cola, l’algoritmo di Goo-gle. Ma, guardando ad altri ca-si, dobbiamo invece dire che
siamo ormai entrati nell’im-pero della trasparenza senza
confini, di una luce abba-gliante che illumina qualsiasi
cosa?
Partiamo da tre nomi – Da-niel Ellsberg, Bradley Man-ning, Edward Snowden. Sono i
tre giovani americani che han-no consentito al mondo intero
di conoscere aspetti essenzia-li e riservati della politica degli
Stati Uniti. Ellsberg rese pub-blici nel 1969 i “Pentagon Pa-pers”, i documenti che riguar-davano la politica americana
negli anni della guerra del
Vietnam. Manning, nel 2010,
passò a Wikileaks di Julian As-sange centinaia di migliaia di
comunicazioni riservate rela-tive alla politica estera del suo
paese. E le informazioni forni-te da Snowden hanno permes-so di scoprire la rete di control-lo stesa dagli Stati Uniti sull’in-tero pianeta.
Non siamo di fronte alle
classiche e limitate fughe di notizie, ma all’applicazione
estrema del detto di un grande
giudice della Corte Suprema
americana, Louis Brandeis,
divenuto quasi un proverbio
democratico: «la luce del sole è
il miglior disinfettante». Non è
certo un caso, allora, che tutte
queste vicende abbiano avuto
il loro epicentro negli Stati
Uniti, dove continua a manife-starsi una robusta tradizione
di consapevolezza civile che
vede nei cittadini, in ogni citta-dino, il depositario e il respon-sabile di un potere di controllo
che deve essere esercitato per
garantire gli equilibri demo-cratici, anche a costo d’essere
processati (com’è puntual-mente accaduto). La traspa-renza, dunque, come irrinun-ciabile risorsa della democra-zia.
Guardando più da vicino
quelle diverse vicende, che
riassumono emblematica-mente la condizione che vivia-mo, si possono subito fare due
considerazioni generali. Vi è
una tesi, non nuova, che esal-ta la società della trasparenza
totale, sostenendo che in essa
può essere eliminata l’asim-metria di potere generata dal-l’impiego delle tecnologie del
controllo, perché queste sono
disponibili sia per i sorve-glianti che per i sorvegliati.
Una tesi ottimistica, o inge-nua, visto che i sorvegliati, co-me dimostra appunto il Data-gate, possono svelare le carat-teristiche di un sistema che
viola su scala planetaria i dirit-ti dei cittadini, ma non riesco-no con le sole loro forze ad im-pedire che le violazioni siano
eliminate.
Più importante è sottolinea-re che, cogliendo l’opportu-nità tecnologica per far cresce-re quasi senza limiti la raccolta
delle informazioni e la loro
conservazione in banche dati
sempre più gigantesche, gli
Stati non si sono resi conto che
in questo modo crescevano,
insieme, trasparenza e vulne-rabilità. La funzionalità di
questi database, infatti, è
strettamente legata alla loro
connessione, alla condivisio-ne, alla possibilità di ampi e
molteplici accessi. Ma soprat-tutto non si è avvertito che lì si
stava depositando un nuovo
sapere sociale, della cui im-portanza e utilizzabilità si ren-devano conto più i cittadini
che i detentori delle informa-zioni. Questo solo fatto redi-stribuiva potere, ed era evi-dente che una così inedita op-portunità prima o poi sarebbe
stata colta. È quello che è avve-nuto, e continua ad accadere.
Ma può la democrazia esse-re identificata con l’assoluta
trasparenza, con l’obbligo di
dire la verità in ogni caso e ad
ogni costo? Kant poneva il di-vieto di mentire dei governan-ti come un imperativo. Ma an-che i regimi democratici cono-scono casi in cui il segreto è
ammissibile, anzi può essere
considerato necessario e do-veroso. Qual è, allora, il tasso di
segretezza, e di insincerità,
che un sistema democratico
può sopportare senza mutare
la propria natura?
Proprio il caso Wikileaks ci
fornisce elementi per comin-ciare a rispondere a questo in-terrogativo. Affidato ad alcunrandi giornali il compito di
selezionare il materiale pub-blicabile, vennero escluse tut-te le informazioni che poteva-no mettere a rischio la vita e la
sicurezza di singole persone o
lo svolgimento di operazioni
in corso. Qui cogliamo una
traccia di quello che, in pole-mica con Kant, sosteneva
Benjamin Constant: «nessun
uomo ha diritto a una verità
che nuoccia ad altri». Ma chi è
l’altro che deve essere tutelato,
il singolo violato nella sua sfe-ra privata o un potere pubbli-co che vuole agire al riparo d’o-gni controllo?
La distinzione è essenziale.
Si dice che ognuno di noi deve
potersi sottrarre ad un conti-nuo e implacabile scrutinio
pubblico, deve poter conser-vare il diritto di “ritirarsi dietro
le quinte”. Che cosa accade,
però, quando si passa dalla
sfera privata a quella pubblica,
quando la persona diventa fi-gura pubblica, quando un po-tere pubblico o privato vuole
innalzare altissime mura per
sottrarsi, attraverso il segreto,
ad ogni forma di controllo? La
democrazia, ricordiamolo,
non è solo governo del popolo,
ma governo “in pubblico”.
Qui, in questa semplice e
profonda verità, sta l’inam-missibilità della menzogna in
politica, che è cosa diversa dal-la necessità di individuare i ca-si in cui la segretezza non è
fondata sulla necessità di  ar-cana imperii , sull’esistenza di
una sfera in cui il potere si tra-sforma nella pretesa dell’in-controllabilità. Rovesciata la
logica che muoveva dal princi-pio di un potere politico sot-tratto dall’occhio del pubbli-co, è possibile individuare ca-si in cui la riservatezza è neces-saria per raggiungere un
obiettivo democraticamente
rilevante, dunque radical-mente all’opposto di quelli le-gati a ben diverse e opposte fi-nalità. Anche per i primi, tutta-via, non sono ammissibili
chiusure più o meno assolute.
La riservatezza può essere ne-cessaria nello svolgimento di
un negoziato, di cui poi si deve
rendere pienamente conto. Il
segreto deve cedere di fronte
al controllo di commissioni
parlamentari o di istituzioni
specifiche (in Italia, ad esem-pio, il Garante per la privacy).
In un preciso quadro di garan-zie, la trasparenza torna così
ad essere condizione per la
partecipazione dei cittadini,
senza che la democrazia ven-ga ridotta all’uso ossessivo e
indiscriminato dello strea-ming

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