EW YORK — Non c’è più limite
al saccheggio della nostra pri-vacy, si direbbe. Forse anche un
po’ piccato per gli scoop della
concorrenza (The Guardian) sul-lo spionaggio digitale, ilNew York
Times rivela un altro caso. È il no-stro Dna la nuova frontiera dello
spionaggio. In questo caso, da
parte della polizia. Anzi, al plura-le, di tutte le polizie locali. Che si
sono messe a fare incetta di cam-pioni di Dna; come non bastasse
la grande banca dati già gestita da
vent’anni dall’Fbi e dai laboratori
centrali della polizia scientifica. Il
rischio è notevole. Le polizie loca-li non hanno regole precise come
quelle che — almeno teorica-mente — disciplinano la raccolta
di campioni di Dna da parte del-l’Fbi. Alcune procedono in ma-niera davvero disinvolta, prele-vando Dna da presunti criminali
ma anche dalle loro vittime; o per-fino dalla raccolta dei rifiuti. Tut-te queste informazioni genetiche,
un giorno possono essere usate
contro di noi. I numeri sono im-pressionanti.
Il solo New York Police Depart-ment ha accumulato già 11.000
“profili genetici” di presunti de-linquenti. Il record assoluto spet-ta però al procuratore di Orange
County in California: 90.000 cam-pionature genetiche. Nel suo caso
la raccolta avviene anche in virtù
dei patteggiamenti: agli imputati
la procura offre uno sconto di pe-na, se accettano che il proprio
Dna sia schedato per sempre nel-la banca dati. I rischi di abusi sono
evidenti. Tanto più che in certi ca-si il Dna viene prelevato ancora
prima dell’incriminazione, quin-di dei cittadini innocenti finisco-no nella schedatura genetica; po-tranno però essere successiva-mente “reperiti” grazie a quei te-st. Queste pratiche vengono inco-raggiate dall’uso dilagante del
Dna come prova di reato nelle au-le dei tribunali; eppure anche i te-st genetici non sono totalmente
immuni dal rischio di errore, so-prattutto a seconda di chi li com-pie e con quali modalità di raccol-ta delle prove sul luogo del delitto.
Sul fronte del Datagate “origi-nario”, quello cioè che riguarda il
massiccio programma di spio-naggio di telefoni e email gestito
dalla National Security Agency
(Nsa), proprio il capo di quest’a-genzia ieri ha promesso traspa-renza. Parlando davanti alla com-missione di vigilanza sui servizi
segreti della Camera, il generale
Keith Alexander ha detto che è sua
intenzione «fornire più informa-zioni su quel programma, ma
senza mettere a repentaglio la si-curezza degli americani». Ha
quindi accusato il 29enne Edward
Snowden, la gola profonda all’o-rigine delle rivelazioni, di «avere
già inflitto seri danni alla sicurez-za nazionale». Il capo dell’Fbi, Ro-bert Mueller, parlando davanti al-la stessa commissione parlamen-tare ha detto che lo spionaggio di-gitale «avrebbe potuto prevenire
l’11 settembre, o un altro attenta-to di Boston». Affermazione sin-golare almeno nel secondo caso:
l’attentato di Boston è avvenuto
quando la Nsa gestiva già da anni
le operazioni di spionaggio. I due
terroristi ceceni erano stati se-gnalati come pericolosi dal gover-no russo. L’avviso fu ignorato,
mentre nell’area di Boston i servi-zi preferivano indagare sui ragaz-zi contestatori del movimento
Occupy Wall Street
Tutti i miei segreti per saltare una coda
così mi sono venduto al Grande Fratello
H
O VENDUTO l’anima al
Grande Fratello in cam-bio di un’ora di lentic-chie. Per la “convenience”, per
la comodità di scavalcare la
massa di umanità compressa
negli intestini degli aeroporti
americani ho ceduto al richia-mo della sirena che mi sussur-rava di dirle tutto di me, in cam-bio di qualche minuto di attesa
evitata. Ho imparato a vivere
con il Grande Fratello e a essere
felice.
Quando la paranoia del post
11 settembre si abbatté sull’A-merica di Bush nel panico della
propria impotenza, sugli aero-porti calò una nuova burocra-zia in uniforme. Fu chiamata
Tsa, Transportation Security
Administration, un’altra buro-crazia che Casa Bianca e Con-gresso, avarissimi nel concede-re un dollaro in più per curare
bambini e vecchi, allagarono di
fondi e personale. Oggi è parte
di quel faraonico apparato
chiamato Agenzia per la Sicu-rezza Nazionale e impiega qua-si 60 mila persone, al costo di 8
miliardi all’anno.
Mentre all’ingresso negli
Stati Uniti, un’altra burocrazia
in uniforme, l’Ins, Immigrazio-ne e Naturalizzazione anche
nota ai latino americani come
“la Migra”, controlla passapor-ti, scruta pupille, scannerizza
visti e stampa impronte digita-li, all’uscita uomini e donne
della Tsa zappano passeggeri
all’imbarco, sequestrano bibe-ron, svuotano flaconi di creme
detergenti, sfilano cinture e
scarpe. Ore di vita sprecate nel-la speranza di salvarsi la vita.
Per questo, quando uno spi-raglio si aprì, mi ci tuffai dentro.
In cambio della completa ces-sione dei miei dati e della mia
storia personale, Cerberi e Ca-ronti mi avrebbero risparmiato
il tormento all’ingresso e all’u-scita. Sarebbe bastato il sempli-ce passaggio del passaporto
nella fessurina accogliente di
un computer e via, appunto, il
computer. Per ottenere il servi-zio detto “Global Entry” dovet-ti compilare un curriculum vi-tae completo di codice fiscale e
ogni altro “segno vitale”. Dopo
un’attenta e inappellabile ru-minazione della mia vita nel
proprio immenso stomaco per
un mese, l’Onnisciente mi con-vocò per l’ultimo esame. Docu-menti, certificati, carte di credi-to, storia creditizia, perché nel-la terra del dollaro non c’è bla-sfemia più grande del “chiodo”
piantato e non ripagato, inter-rogatorio, sguardi diffidenti. E
infine il rito della dita, tutte, sul
vetrino luminoso che fotografa
le impronte e, ora lo sanno tut-ti, striscia quanto basta del Dna
per entrare nel catalogo nazio-nale, statale e locale dei possibi-li padri. O futuri criminali. Sia-mo tutti potenziali delinquenti
in questo Minority Report. Fini-to lo “screening” per l’ingresso,
arrivò quello del “pre scree-ning” per l’uscita, altra proce-dura per dribblare la processio-ne dei dannati con le brache
senza cintura tenute su con una
mano, il portatile nell’altra, il
biglietto in bocca e le calze con
i buchi in bella vista. Io, accolto
fra i beati nell’Empireo delle
anime denudate, convertito al-le gioie del Fratellone elettroni-co, volo sopra le loro miserie di
individui a Lui ignoti.
Ora tutti sanno tutto di me.
La National Security Agency, la
Cia, il Dipartimento di Stato, lo
Fbi, la Homeland Security
Agency, la Apple, la Microsoft,
la Verizon, la AT&T, la Cina che
fruga nei loro database, la Rus-sia che fruga nei database della
Cina, il Mossad che traffica nei
dati di tutti, la Nsa che fruga nei
computer dei cinesi per scopri-re quello che i cinesi hanno pe-scato dai propri computer, in
un “loop”, in un cerchio ormai
senza più inizio né fine dove gli
altri scoprono non i segreti al-trui, ma i propri. Tutto perfetta-mente sancito da leggi e auto-rizzato da tribunali che appro-vano misure che non capisco-no.
Quando il mio passaporto
sveglia il terminale del Grande
Computer Universale all’aero-porto, qualcuno a Shanghai,
che ha hackerato sicuramente
il server della “Migra” america-na saprà, se gliene importasse
qualcosa, da dove vengo, dove
vado, quanto ho dichiarato di
reddito, quant’è la mia coleste-rolemia poiché anche le cartel-le cliniche sono ormai trasmes-se in Rete, quanti libri ho com-perato, quali app ho scaricato,
quante foto di nipoti al baseball
o al calcio o allo spettacolino di
fine anno ho ricevuto e ritra-smesso. Saprà di me cose che
neppure io so.
Questo perché il vero, inarre-stabile, inesorabile Grande
Fratello di me stesso sono io.
Sono io, non Obama, non Bush,
non la Nsa o la Tsa o l’Ins o il
compagno Zhang che ho scelto
di rinunciare alla mia privacy,
di rivelare i piccoli segreti della
mia vita banale per la “conve-nience”, per avere il libro reca-pitato a casa, la app scaricata
dal wi-fi, il bonifico con un clic
e il passaporto che mi fa volare.
Siamo noi le spie di noi stessi.
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