G
iovanni Demichelis era
un uomo di polvere, era
un mangiapolvere.
Questa è infatti una sto-ria di polvere, la puvri, la maledetta fari-na d’amianto e cemento che Giovanni e
altri tremila come lui respirarono, gior-no dopo giorno, per anni, fino a soffo-carne, fino a tornare alla polvere. La re-spirarono operai all’Eternit, e Giovanni
era uno di loro, impiegati o semplici cit-tadini: perché a Casale, per decenni, per
morire è bastato respirare.
Eppure, questa storia di polvere non
finisce in polvere, e non solo perché il
processo d’appello ha reso giustizia a
tanto dolore. La polvere è anche il segno
del tempo che passa, è un simbolo, si po-sa sulle cose e le rende opache e lontane,
è fatta di niente e cancella quasi tutto:
non la memoria di Giovanni Demiche-lis, il primo morto d’amianto che nel
1983 combattè contro l’Eternit in tribu-nale, in barella, ormai quasi in agonia,
per dimostrare che il cancro ai polmoni
e l’asbestosi a Casale non erano un caso,
una maledizione o una coincidenza, ma
una condanna legata al lavoro. Così in-dispensabile, a volte così fatale. Testi-moniò, con un filo di voce, e cinque gior-ni dopo morì. Giovanni, il “paziente ze-ro” di una battaglia di moribondi e fan-tasmi, in nome della vita.
«Mio marito aveva deciso, voleva par-lare al giudice. Io non ero d’accordo, or-mai l’avevo quasi perso, non volevo che
soffrisse di più. Ma gli amici, i suoi com-pagni di fabbrica mi convinsero. E mi
convinse il suo sguardo». La signora
Santa Gallon oggi ha 76 anni, due figli,
tre nipoti e un marito morto d’amianto,
un uomo taciturno e fiero, di quelli che
cambiano il mondo con un sussurro.
«Era un mercoledì, faceva freddo. Era il
16 febbraio 1983. Giovanni lo portam-mo in tribunale con l’ambulanza della
Croce Rossa». Ci sono fotografie di quel
giorno, le pubblicò Il Monferrato . Si ve-de un uomo in barella, con la cuffia in te-sta e una coperta addosso, sembra un
reduce di guerra e in fondo lo è. «Aveva
la febbre a trentanove, e solo 58 anni. Era
in pensione da maggio dell’anno prima,
e tre mesi più tardi, ad agosto, cominciò
a stare male. Fece le lastre. “Giuanìn,
non andiamo mica tanto bene, qui c’è
una brutta bronchite” gli disse il dotto-re, ma lui non ci credette: sapeva. Aveva
il cento per cento di asbestosi, i polmo-ni si riempiono di polvere e poi si soffo-ca. La mutua glielo riconobbe solo dieci
giorni prima di morire».
Gli amici sindacalisti, Bruno Pesce e
Nicola Pondrano, due che hanno passa-to la vita a difendere la vita, ricordano
bene quel 16 febbraio di trent’anni fa.
«Giovanni tremava come una foglia,
eravamo tutti commossi, poi in un gran-de silenzio parlò. Stavamo zitti per poter
sentire quella sua voce debolissima». La
cronaca del Monferrato riporta la testi-monianza dell’operaio: «Ho lavorato al-l’Eternit per vent’anni, dal 1962, quan-do ancora si miscelava l’amianto con il
badile. La polvere era dappertutto, l’a-vevamo addosso, la mangiavamo an-che in mensa. Nel 1981 dovetti abban-donare l’azienda per non morire, chiesi
il prepensionamento, dovevo pensare
ai miei figli».
Giovanni Demichelis aveva chiesto la
“rendita di passaggio”, cioè l’indenniz-zo che però l’Inail aveva appena elimi-nato, fidandosi degli interventi garanti-ti dall’Eternit per migliorare la sicurez-za: una chimera, anzi una menzogna.
Per questo motivo si promosse la prima
causa di lavoro collettiva. «Giovanni era
agitatissimo», ricorda la moglie. «Quan-do ebbe finito di parlare, il giudice che si
chiamava Reposo, dottor Reposo, scese
dalla cattedra e andò a stringergli la ma-no, poi gli fecero firmare la deposizione:
le dita tremavano. Lo riportammo all’o-spedale Santo Spirito dove sarebbe
morto pochi giorni dopo, il lunedì 21
febbraio».
Giovanni lavorò, visse e morì a nome
di tanti, e a nome di tanti lo volle rac-contare con il suo penultimo respiro.
«Ci eravamo conosciuti in fabbrica, in
Svizzera, alla Snia Viscosa di Stekborn.
Io avevo vent’anni, lui dodici di più. Era
un uomo silenzioso, senza vizi, intelli-gente. Gli piaceva leggere e voleva farsi
una famiglia. Ci sposammo il 7 settem-bre del ’57 e venimmo in Italia, prima lui
lavorò a Novara, alla Montecatini e poi
all’Eternit dove si guadagnava bene. Era
addetto alla macchina che sfilacciava
l’amianto. Io sono veneta, lui invece ca-salese di Borgo Popolo, suo padre Gu-glielmo morì di cancro ai polmoni, se
l’era preso alla Montecatini. “Se riesco a
tirarmi fuori — mi ripeteva alla fine —
andiamo in Veneto dove l’aria è fresca”:
io sono della provincia di Treviso, dove
ho portato i miei figli Mauro e Marialisa
dopo la morte di Giovanni, credo sal-vandoli. Giovanni mi aveva spiegato
tutto, nelle ultime settimane parlava in
continuazione, mi disse come avrei do-vuto fare, per la casa e il lavoro e i bam-bini. Mi ricordo che, al processo, l’avvo-cato dell’Eternit, mi pare si chiamasse
Ponte, sbuffò dopo la testimonianza di
mio marito, disse “il cancro viene anche
a chi fuma” e intanto aveva la sigaretta
accesa. Gli risposi: scusi, avvocato, ma
allora perché lei non la spegne? Giovan-ni mi raccomandò di seppellirlo in Ve-neto, non a Casale, dove non voleva più
stare neanche da morto. Nei mesi della
chemio vide arrendersi tanti amici, per
esempio il suo caporeparto Giovanni
Squera, ma anche persone che non ave-vano mai lavorato all’Eternit. Io adesso
ringrazio chi si è battuto per tanto tem-po, i giudici e gli avvocati, e il comitato
dei parenti, perché alla fine un po’ di giu stizia è arrivata. E credo che la testimo-nianza di Giovanni, così lontana e così
dolorosa, sia servita».
Neppure un granello si è posato sui
vetri dello schedario dove Giovanni,
adesso, è una cartellina: insieme alla
sua, altre 2.288. Bianche: lavoratori
morti. Rosa: cittadini morti. Gialle: lavo-ratori malati. Due stanzette in piazza
Castello, è la sede dell’Afeva, l’associa-zione dei famigliari delle vittime. L’ulti-ma a morire si chiamava Paola Chiabre-ra, aveva 36 anni, se n’è andata a maggio.
Mai lavorato all’Eternit. Anche a lei è ba-stato respirare. Quando Giovanni De-michelis sussurrò in barella la sua storia,
Paola aveva appena sei anni.
A volte, la morte ha nomi gentili e mi-steriosi: crisotilo, fibra d’oro, fiocco di
lana, crocidolite, garofano, pietra rag-giata. Ogni fibra d’amianto è 1300 volte
meno sottile di un capello. Giovanni e gli
altri, a fine turno si pulivano alla bell’e
meglio con l’aria compressa, ma le bri-ciole infernali erano già dentro di loro
per sempre, indistruttibili, eterne come
l’Eternit che pure chiuse nel 1986. Ma
oggi, ancora si muore: 2000 vittime al-l’anno in Italia, 25 nuovi casi di malattia
a Casale in quattro mesi nel 2013, e il pic-co dei tumori è previsto nel 2020. Qui,
dove il dilemma tra il lavoro che uccide
e il bisogno del lavoro per vivere è stato
risolto, a prezzo di immane dolore,
trent’anni prima dell’Ilva, e comunque
la soluzione perfetta non esiste.
Questa è una storia che somiglia alla
polvere, ma non lo è. Somiglia anche al
cielo oltremare, al blu cobalto e all’aria
frizzante di questo pomeriggio che è un
delirio di luce, qui sul rettilineo dell’E-ternit o quel che ne resta, nel quartiere
Ronzone. Due palazzine decrepite, ca-daveri di mattoni e un sarcofago di ce-mento per coprire il cratere dell’a-mianto. Una vittoria che appartiene
anche a Giovanni: pochi mesi dopo il
processo, in quel preistorico e fonda-mentale 1983, l’Istituto tumori e la Pro-cura di Torino segnalarono i dati ano-mali sulla mortalità a Casale. E si co-minciò a capire.
Ecco il muro d’ingresso, dove veniva-no incollati i manifesti funebri dei lavo-ratori: pochi arrivavano ai cinquant’an-ni, quasi nessuno alla pensione. C’è un
buco nella rete del cancello, si può en-trare. Tra le inferriate filtra un alito fred-do, dentro è umido e buio, fuori invece
trillano i passerotti, incongrui e incu-ranti. I papaveri e le erbacce si mangia-no il luogo che si mangiò tante vite, è co-me essere ad Auschwitz, le stanze del
dolore senza scopo si assomigliano tut-te. Sotto il sarcofago, nel regno del “pol-verino” (a volte i diminutivi provano a
ingentilire l’apocalisse) si producevano
tegole, tettoie, tubazioni, fioriere, persi-no la neve finta per gli spettacoli teatra-li, e Giovanni che cambiò il mondo la
mescolava con il badile.
Davanti ai resti dell’Eternit e della sua
effimera eternità, c’è una scuola mater-na coloratissima: oggi è giorno di collo-quio per la classe degli arancioni. Sfila-no mamme e papà, insieme al pomerig-gio che scivola come polvere. La vita ha
una forza pazzesca, sempre, e urla con-tro il buio. Si sentono giocare i bambini
oltre il giardino, in un orizzonte di orti-che e nuvole
Nessun commento:
Posta un commento