domenica 7 luglio 2013

Balena Ai giapponesi non piace più ma nessuno ferma la caccia

ietro l’arpione c’è ri-masto ben poco. I
vecchi motivi per in-sistere nello stermi-nio dei cetacei in via
di estinzione sono ormai solo un
pretesto. Salvaguardia della tra-dizione, tutela di un settore eco-nomico, passione culinaria, ne-cessità scientifiche... in realtà do-cumenti e notizie sulla caccia alle
balene confermano che non c’è
più nemmeno il mito, c’è solo una
lobby che sfrutta il nazionalismo
giapponese. Il sapore di Moby
Dick non conquista più, ha stan-cato anche i palati giapponesi più
ghiotti, e il mercato non tira: se-condo l’ Institute for Cetacean
Research nel 2003 dovevano es-sere congelate nei frigoriferi del
pianeta perché invendute 2200
tonnellate di carne di balena,
nel 2012 erano nientemeno che
4700, di cui solo in Giappone
4000 (quanto tutte le riserve au-ree della Cina...).
«Bisogna smitizzare la passio-ne dei giapponesi per la carne di
balena, i sondaggi che Greenpea-ce ha commissionato
dimostrano che solo un 5 per
cento scarso occasionalmente
la consuma», sottolinea Ales-sandro Giannì, direttore delle
Campagne per l’Italia. «Il con-sumo è limitato ad alcune co-munità ristrette e agli anziani
che ricordano i tempi della scar-sità di proteine nel dopoguerra.
La carne ha un gusto molto de-ciso, i giova ni non la mangiano».
Visto che gli umani sono di-sinteressati, la giapponese Mi-chinoku ha deciso di utilizzare
carne di cetacei in una linea di ci-bo per cani. Alimenti di lusso,
s’intende: a basso contenuto di
grassi, con poche calorie, pieni
di proteine. Solo la rabbia degli
“industriali” viene dai dati del-l’ultimo rapporto di  Iruka e Kuji-ra Action Network (Ikan — Rete
d’azione per Delfini e Balene): se-condo l’organizzazione, la so-pravvivenza dell’industria nip-ponica è legata solo ai finanzia-menti pubblici — ottenuti grazie
al lavoro della potentissima lobby
baleniera — e allo spirito “patriot-tico” che muove i governi di
Tokyo. In passato il Giappone si
era conquistato l’antipatia degli
ambientalisti sfruttando i varchi
delle leggi internazionali e pagan-do i delegati di altri paesi alla
Commissione baleniera interna-zionale così da poter ancora spac-ciare per esigenze di “ricerca
scientifica” l’abbattimento di
centinaia di balene ogni anno. Ma
anche questa motivazione non
funziona più: gli specialisti sotto-lineano che la gran parte delle
informazioni ottenute aprendo
fisicamente lo stomaco di un ce-taceo sono disponibili anche solo
esaminandone le feci, senza dun-que sacrificare l’animale.
E adesso che persino i gourmet
più conservatori stanno girando
le spalle al rito sanguinoso della
macellazione di balene, il gover-no giapponese — denunciano
gli attivisti di Ikan — distoglie
somme enormi dalla ricostru-zione di Fukushima e dai proget-ti di studio sulla pesca sostenibi-le per mantenere alta nei mari
frequentati dai cetacei la bandie-ra del Sol Levante.
A sentire gli studi segnalati dai
difensori più pugnaci, quelli di
Sea Shepherd, le balene hanno
una massa cerebrale e una strut-tura dei lobi tali da poter ipotizza-re che abbiano una sviluppata
coscienza di sé, una percezione
della  sofferenza, una capacità
artistica e culturale, e persino
una potenzialità di riflessione fi-losofica. Insomma, se ci fa piace-re immaginare che i delfini ab-biano un cervello simile a quello
dell’uomo e possano diventare
“compagni” degli esseri umani
nelle scorribande  acquatiche,
per le balene il rispetto dovrebbe
essere persino maggiore.
E invece gli aspiranti capitan
Achab delle flotte norvegesi, islan-desi, nipponiche sognano di tin-gere il blu in rosso, per veder ago-nizzare sul ponte di navi mattatoio
le regine degli abissi. Che importa
dove andranno? Filetti di balenot-tera sono stati trovati al posto del
salmone, nel sashimi di ristoranti
giapponesi di California e Corea.
Dopo la caccia e il massacro, della
polemica nazionalista resta solo
una piccola frod

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