mercoledì 17 luglio 2013

I direttori a orologeria colpo di grazia ai musei

OLPO di coda di Orna-ghi, colpo di grazia ai
musei italiani. Delegit-timati davanti ai colleghi stra-nieri dallo scarso potere deci-sionale, umiliati da stipendi
miserevoli, marginalizzati
dall’assenza di risorse, i diret-tori dei nostri musei sono ora
ufficialmente messi alla gogna
da una circolare in gestazione
da mesi (quando Ornaghi era
ministro) a diffusa solo ora dal segretario genera-le del ministero dei Beni culturali. Ne ha
dato notizia il 20 giugno in queste pagi-ne Francesco Erbani: l’idea di base è
che nessun funzionario potrà restare allo stesso po-sto per più di tre anni, e ciò «come misura di pre-venzione della corruzione». Il tutto in un intrico di
norme e codicilli che, si pretende, risponderebbe-ro a superiori disposizioni nientemeno che dell’O-nu e del Consiglio d’Europa. Peccato che tali solle-citazioni, se pure esistono, non siano affatto vinco-lanti per l’Italia, dove l’obbligo costituzionale della
tutela, come ha dimostrato Giuseppe Severini, co-stituisce un’“eccezione culturale” anche rispetto
alle norme, in altri settori ben più cogenti, dell’U-nione Europea. Peccato che in nessun Paese ade-rente all’Onu o al Consiglio d’Europa si stiano met-tendo sul banco degli imputati i direttori di museo,
ritenendoli (come vuole la circolare ministeriale)
«particolarmente esposti alla corruzione». Negli ul-timi mesi, nuovi direttori sono stati nominati in im-portanti musei: al Louvre Jean-Luc Martinez (dopo
dodici anni di brillante direzione di Henri Loyrette),
al Getty Museum Timothy Potts, per fare solo due
esempi. In nessuno di questi e altri casi è venuto in
mente a qualcuno di contingentare la durata della
direzione invocando pretese “sollecitazioni Onu”.
La sorda matrice burocratica che informa il tor-tuoso linguaggio della circolare è dunque made in
Italy : ma è il prodotto dell’Italia di oggi con le sue
marcate tendenze al suicidio, e non di quell’Italia
dove fu creata l’istituzione-museo, non di quella
dove nacque l’idea stessa di norme e strutture pub-bliche della tutela, che dagli antichi Stati italiani si
irradia fino ad oggi in tutto il pianeta. A monte dei
pretestuosi giri di parole con cui la circolare schiaf-feggia l’intero staff del ministero si legge la stolta
concezione che assimila funzionari di soprinten-denza e direttori di museo a passivi ingranaggi di
una qualsiasi burocrazia, prefettura o anagrafe o
catasto. Si è dunque perso per strada, in questo
smemorato Paese, l’alto progetto con cui l’Italia li-berale da cui tanto ci resta da imparare inventò le
soprintendenze territoriali e le articolazioni mu-seali: strutture concepite come istituti di ricerca sul
territorio, di conoscenza del patrimonio e dei pae-saggi, di protezione della memoria storica, di cu-stodia dell’anima stessa del Paese. Eppure fu que-sta concezione, nobile e funzionale insieme, a ispi-rare l’altissimo statuto della tutela scolpito nel-l’art.9 della Costituzione. Perciò le soprintendenze
furono espressamente ricordate, nella discussione
in Costituente, da Concetto Marchesi, uno dei due
proponenti dell’art.9 (l’altro fu Aldo Moro). Perciò
la Corte costituzionale ha riconosciuto il ruolo del-le soprintendenze e di «particolari misure di tutela»
per «salvaguardare beni cui sono connessi interes-si primari per la vita culturale del Paese e conserva-re e garantire la fruizione da parte della collettività»
(sentenza nr. 269/1995).
Si parla tanto oggi, spesso a vuoto, di gestione e di
valorizzazione dei beni culturali: ma come si fa a va-lorizzare quel che non si conosce? Le funzioni co-noscitive (cioè di ricerca) delle direzioni museali e
delle soprintendenze sono essenziali non solo alla
loro missione, ma alla democrazia e alla vita cultu-rale del Paese. Il loro obiettivo è di accrescere le co-noscenze sul patrimonio e sui paesaggi, di farli co-noscere ai cittadini, di consegnarli alle generazioni
future migliorandone lo stato di conservazione e il
contesto di fruizione. Quel che accomuna i musei
di tutto il mondo (quelli, beninteso, che meritano
questo nome) è la centralità della ricerca, la specifi-cità delle competenze, la continuità dei program-mi. È su questa base che in  the profession, come si
dice, si svolge una perpetua conversazione, alla pa-ri, fra archeologi e storici dell’arte di ogni Paese. È su
questa base che si stendono progetti di mostre, si
formulano programmi di cooperazione, si stabili-scono sinergie, si scoprono affinità, si coltivano dif-ferenze. Professionalità e potere decisionale sono
sempre intimamente connessi, anche se l’Italia
mortifica i direttori dei musei sottoponendoli a una
schiacciante gerarchia che toglie loro quel che i col-leghi americani, francesi o tedeschi hanno di nor-ma: il potere di dire l’ultima parola. Se di una rifor-ma c’è bisogno, è per dare più potere, più indipen-denza e più responsabilità ai direttori di museo, e
non per umiliarli considerandoli d’ufficio come
esposti alla corruzione. Chi ha scritto la circolare
non sa forse che tre anni non bastano per conosce-re a fondo un territorio e tutelarlo adeguatamente?
Non sa che i musei più seri (per esempio negli Usa)
progettano mostre ed altri eventi con cinque o sei
anni di anticipo? Non sospetta che denunciare la
supposta corruttibilità dei funzionari italiani vuol
dire esporli al ridicolo e al disprezzo dei loro colle-ghi? O il vero scopo di chi ha concepito la perversa
misura è di impedire la conoscenza dei territori e
dei musei, di paralizzare la tutela, di rendere im-possibile la ricerca, di vietare ogni rapporto alla pa-ri con i musei stranieri?
Qualcuno parla di oscure manovre di corridoio,
secondo cui il pessimo ex ministro Ornaghi avreb-be deciso di sparare nel mucchio per colpire poch unzionari a lui sgraditi. Se a un provvedimento già
di per sé negativo si dovesse aggiungere questo ul-teriore ingrediente, il degrado di quel ministero ne
risulterebbe ancor più evidente. Ma è arrivato ora il
momento della verità: se queste pretese sollecita-zioni Onu sono vere, saranno applicate immedia-tamente anche ad altre categorie, come i professo-ri universitari, i direttori generali di tutti i ministeri,
i magistrati? O il sospetto di corruzione è riservato
ai funzionari di soprintendenza? Il nuovo ministro
Massimo Bray ha trovato al Collegio Romano un
paesaggio di rovine, e in qualche altro caso ha già
mostrato la volontà di rimediare. Fiduciosamente
aspettiamo che salvi presto dalla gogna il persona-le che da lui dipende, e che anzi ne valorizzi e rico-nosca le capacità migliorando la job description e le
prospettive di carriera, accrescendo gli stipendi,
provvedendo alle nuove massicce assunzioni che
sono necessarie. Un ministro giovane e colto come
lui non può essere il becchino del suo ministero.
Può e deve essere il difensore della Costituzione.

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