GGI, il maltempo figura spesso tra i di-scorsi più consueti della gente, e a
buon motivo. Ce ne lamentiamo con-tinuamente: gite annullate, inondazioni nel
dipartimento dell’Aube, weekend “at home”
diventati insopportabili per la loro ripetizio-ne, prolungamento della costosa stagione
del riscaldamento. I personaggi illustri non
sono necessariamente al riparo dalle solite
banalità su questo tema: nel corso di un in-contro tra Charles De Gaulle e uno dei nostri
scrittori più importanti, le due personalità,
che del resto non avevano un granché da dir-si, ebbero una conversazione piuttosto ba-nale sulla tromba d’acqua che si abbatteva in
quel momento sui vetri del castello di Co-lombey. A Parigi, come altrove, i tavolini al-l’aperto dei caffè sono molto spesso deserti
per ciò che un vecchio militante oggi dimen-ticato, Etienne Fajon (1906-1991), durante
una Festa de L’Humanité trasformata in di-luvio, definì «lo scatenarsi degli elementi»
nello stile fiorito di un maestro elementare
della Belle Époque.
Gli odierni agricoltori hanno, rispetto a un
clima che ritengono a torto o a ragione sre-golato, le loro reazioni abituali: lamentano il
ritardo stagionale della maturazione dei
frutti e degli ortaggi con il rischio che que-st’anno cali la loro qualità. E magari saranno
preoccupati, a più lungo termine, per il rac-colto dei cereali, che finiranno per risentirne
se si prolungherà un tempo freddo, malsano
e iperpiovoso, come dicono quelli del meteo.
Questa infausta eventualità, tuttavia, pur se
concepibile, è tutt’altro che certa. In effetti,
non si può prevedere che tempo farà con
qualche certezza se non entro gli otto o i die-ci giorni.
LE INTEMPERIE PRIMAVERILI
Eppure, alcuni specialisti, che si consi-derano forse a ragione meglio informati,
non provano il minimo imbarazzo nell’an-nunciare un’estate guastata dal maltem-po. Immaginiamo che le attuali intempe-rie primaverili si prolunghino nelle setti-mane e nei mesi a venire. Beninteso, è caso
mai il contrario che può avvenire, ovvero il
ritorno del bel tempo. Ma rimaniamo sul-l’ipotesi del peggio, come si usa fare oggi.
Supponiamo inoltre, ipotesi supplemen-tare e controfattuale, di trovarci in una si-tuazione di povertà quasi globale,
tipica di un mondo medievale o
dell’economia dell’Ancien Régi-me. Si tratterebbe dunque di un
assaggio di una volta, “del bel vec-chio tempo”, di fatto brutto su
quasi tutta la linea, come fu il caso
nelle famose carestie del 1314-1315, o del 1692-1694: raccolti di-strutti dall’eccesso di piovosità;
prezzo dei cereali triplicato o qua-druplicato; pane quotidiano ca-rissimo; aumento della mortalità
per l’estrema sottoalimentazione
e per le epidemie collaterali; ricer-ca disperata di un approvvigiona-mento di viveri attraverso le im-portazioni dai paesi europei o da
altri non toccati dalla carestia né
dall’eccesso di piogge; messe e
preghiere alla Madonna, a reli-quie o a santi protettori di cui si
mutilano le statue per muovere
questi intercessori ad essere più
dinamici contro le precipitazioni
abbondanti.
Non siamo più a questo livello dal pun-to di vista religioso, ma fenomeni di questo
tipo erano relativamente frequenti tra il
XIV e il XVII secolo. La cosa diventava an-cor più pressante quando la carestia, do-vuta alle piogge eccessive, era complicata
da una situazione di guerra oltre confine o,
peggio ancora, di guerra civile. Nel primo
caso, sotto Luigi XIV (1654-1715), per
esempio, le tasse per finanziare gli eserciti
reali subirono un pesante aumen-to: i piccoli contadini e i poveri del-le città ne furono duramente col-piti e morirono in massa, come ac-cadde nell’enorme crisi nell’ap-provvigionamento dei viveri degli
anni 1692-1694, dove si ebbero 1,3
milioni di morti supplementari
tra i 19 o 20 milioni di indigenti del-l’esagono francese. Nel XV secolo,
il complesso guerra civile—guer-ra oltre confine si associa tragica-mente a una situazione meteoro-logica momentaneamente disa-strosa per i raccolti e per l’alimen-tazione popolare. Questo accad-de in particolare nella seconda
metà della Guerra dei Cent’anni
(1337-1453), con le grandi carestie
degli anni 1420, 1432 e 1437-1439.
Le ultime tre furono dovute al
freddo e alle piogge abbondanti,
aggravate da saccheggiatori e
mercenari, inglesi e non solo, che
distruggevano le popolazioni aiu-tati in questo da una congiuntura
meteorologica troppo aggressiva o sem-plicemente troppo umida. Questo era, in
alcuni dei suoi aspetti più negativi, il mon-do che abbiamo perduto, The World We
Have Lost, per riprendere il titolo di un li-bro diventato famoso dello storico inglese
Peter Laslett (1915-2001).
Le carestie dovute al freddo e soprattutto
alle piogge eccessive sono scomparse nel se-colo XVIII, a parte alcuni eventi più inverna-li che pluviometrici. Ad esempio, nel 1740, e
molto più tardi nel 1802, o ancora durante la
Restaurazione nel 1816, in seguito alla note-vole eruzione del vulcano indonesiano
Tambora. Possiamo citare, inoltre, le forti
piogge degli anni 1828-1831, che riguarda-rono la Francia in particolare. Esse contri-buirono, andando a colpire le messi e perfi-no gli allevamenti, al rincaro delle derrate
agricole e di quelle panificabili, causa, tra
tante altre, di una certa agitazione popolare,
a volte rivoluzionaria, a Parigi nel 1830 e a
Lione nel 1832. Dal 1806, la piovosità a volte
eccessiva continua di tanto in tanto a distur-bare i nostri raccolti, ma le importazioni di
frumento americano, argentino e australia-no sono sufficienti per disinnescare even-tuali sommosse.
LE SOMMOSSE OPERAIE IN FRANCIA
A partire dagli anni 1910-1913, anche
in Francia ci sono delle sommosse ope-raie non più per il pane, ma per la carne.
È un fenomeno che si inserisce in un
processo generale di “conversione ali-mentare alla carne”, correlativa all’ec-cesso di animali allevati su scala mon-diale in Brasile. L’operaio della Belle
Époque non reclama più solo il suo pa-ne quotidiano, ma anche la sua bistec-ca. Dal grano alla carne, dal pane alla bi-stecca, potremmo dunque evocare,
nello stile dello storico americano Tho-mas Kuhn (1922-1996), un autentico
cambio di paradigma. Malgrado le re-criminazioni degli scienziati, che si la-mentano a ragione della dipendenza
dei nostri contemporanei dal cibo a ba-se di carne. Questo ha preso il posto —
dobbiamo dire definitivamente? — del
buon pane di una volta e di altri pastic-ci cerealicoli di cui un tempo si riempi-vano volentieri la bocca i Galli nostri an-tenati.
(Traduzione di Luis E. Mo
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