ERRETO ALPI (Reggio Emilia)
«I
l futuro è di chi lo fa,
disse un brigante
10 anni fa». Sono
orgogliosi delle lo-ro magliette, i “bri-ganti” di questo paese a un tiro di
schioppo con il confine toscano.
«Nel 2003 — racconta Renato Fa-rina, capo di questi strani brigan-ti — abbiamo detto basta. Il no-stro paese stava semplicemente
chiudendo. Via la scuola elemen-tare, via la bottega, via il ristoran-te… E anche noi dovevamo anda-re via, a cercare lavoro. Abbiamo
detto basta. In questa terra, nel
1600, arrivò dalla Lunigiana il bri-gante Moncigolo e per anni e an-ni diventò il padrone di queste
terre. Anche noi — ci dicemmo —
dobbiamo fare come lui, diventa-re padroni a casa nostra. E basta
piangere se non c’è lavoro, basta
lamentarsi per il fato avverso. Il
futuro ce lo facciamo noi».
Nacque la cooperativa, natu-ralmente dedicata al brigante.
Undici soci che fanno tutto: dalla
pulizia del bosco al raccolto delle
castagne, e poi le guide nel parco
dell’Appennino, la gestione del
circolo sempre aperto nell’ex
scuola elementare… «. Nella
coop e nel “patto territoriale” c’è
tutto il paese, anche quelle che
erano imprese private che da so-le non sarebbero sopravvissute.
«Ci sono il Comune, la parroc-chia, l’hotel, il ristorante…Tutti
uniti, per presentare il “prodotto
Cerreto Alpi”. E così siamo riusci-ti a restare qui. Ottanta abitanti
d’inverno, 500 d’estate. A lavora-re tutto il giorno, con il computer
o con la ruspa». Sono diventati
anche “professori”, i briganti di
Cerreto. Ieri, nel paese con le ca-se di sasso, c’è stato un convegno
sulle cooperative di comunità e tanti sono venuti a lezione. «Sono
almeno 50, queste coop di comu-nità — racconta Giuliano Poletti,
presidente dell’Alleanza delle
cooperative italiane — nate qua-si tutte in questi ultimi due anni.
Sono l’unica sorpresa positiva in
una crisi che crea sempre più di-sperazione. Dimostrano che non
ci sono solo lo Stato da una parte
e il mercato dall’altra. C’è la ge-stione comune dei beni, che può
produrre reti sociali».
Ci si mette in coop perché il
paese chiude e allora, come nella
vicina Succiso, giovani e meno
giovani, come in kibbutz, orga-nizzano una proprietà comune e
costruiscono agriturismo, alle-vamento di pecore, bottega, ri-storante, forno…Ma le coop na-scono anche per «ricostruire la
cultura di comunità». «Nella no-stra Val di Rabbi — dice Adriana
Paternoster — abbiamo subito
l’aggressività del mercato immo-biliare, che voleva portare anche
da noi le seconde case. I turisti so-no benvenuti, queste seconde
case no perché portano nella val-le i valori della città: il confine del-la proprietà, il cancello, il giardi-no, il citofono…Noi per fortuna
siamo rimasti al margine, rispet-to allo sviluppo del turismo nel
Trentino, e possiamo permetter-ci di cercare la qualità. Dieci soci
nell’associazione del Molino
Ruatti, cento nella “Rabbi vacan-ze”. Lavoriamo soprattutto per recupero dei masi abbandonati e
vogliamo tornare a macinare or-zo e frumento, recuperando ter-reni abbandonati dai contadini».
Anche nella bassa Val di Fiemme
sta nascendo una cooperativa
che interessa cinque Comuni.
«Pure noi — racconta Andrea Da-prà — siamo rimasti al margine
del turismo di massa. E questo ci
permette di offrire un territorio
integro. Per trovare lavoro e sala-ri, reinventiamo gli antichi me-stieri. Da Molina di Fiemme par-tivano 20 “fornellari” verso tutto
l’arco alpino per costruire i “for-nei a ole”. Le ole sono le camere di
combustione con le piastrelle in
ceramica smaltata. È un’attività
che rende ancora oggi. Un forno
nuovo costa 10.000 euro, uno an-tico, restaurato, fino a 150.000.
Potremo costruire camere in le-gno di cirm olo, che rallenta i bat-titi cardiaci e così, almeno dico-no, aiuta a restare giovani. Ab-biamo tante altre idee, come re-cuperare le terrazze di Capria-na, dove c’erano vite e orzo e an-che il lupino con cui si preparava
il nostro “caffè balos”».
«Noi vogliamo solo turisti che
sappiano apprezzare ciò che
possiamo offrire — dice Daniele
Pieiller, uno dei 40 soci di Natu-ravalp della Valpelline —. Da noi
non ci sono impianti di risalita e
non li vogliamo. Abbiamo bel-lissime montagne da scalare,
amate ad esempio da Achille
Ratti, il papa alpinista. Per le ri-salite, possiamo offrire mule e
asine, come nel trekking che or-ganizziamo da Aosta. Gli anima-li portano tende e bagagli e si
viaggia per tre giorni su mulat-tiere usate per secoli e oggi di-menticate».
A volte la coop di comunità
nasce in modo solenne. Il 18 lu-glio 2011, nella piazza San Gior-gio di Melpignano, davanti a un
notaio 75 soci hanno costituito
una cooperativa per la costru-zione e il montaggio di 180 im-pianti fotovoltaici su edifici
pubblici e privati, con la poten-za di un megawatt. L’energia
non consumata verrà venduta e
il ricavato servirà a finanziare
altri progetti della coop. A volte
le realtà sono piccole, come la
cooperativa Il miglio di Miglie-rina, in Calabria. Cinque donne
si occupano di tessitura con an-tichi telai. Ma sta partendo un
albergo diffuso, nel centro stori-co recuperato. Anche a Cerreto
Alpi tutto è cominciato quando
bar e bottega hanno chiuso. E i
ventenni di dieci anni fa, invece
di andare via, decisero di diven-tare “brigant
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