APANNORI (LUCCA) — Tutto
merito di un “mago”. Solo nel pae-se delle meraviglie infatti si posso-no vedere scene come questa: alla
stessa ora tutti i cittadini escono di
casa e portano fuori quella che in
troppa parte d’Italia si chiama
“spazzatura” e che qui invece è
stata ribattezzata “risorsa”. Lia ed
Elisa escono dal loro cancello in
via Casalino, posano il sacchetto e
si guardano intorno: tutti hanno
fatto il loro dovere, non c’è uscio
senza il sacchetto marrone del-l’organico. Domani toccherà al
“multimateriale leggero”, poi al
“non riciclabile”, arriverà il giorno
della carta… Meglio tenere il ca-lendario in bella vista, per non
sbagliare. Se dimentichi la conse-gna, non puoi buttare tutto nel
cassonetto, magari di notte. I cas-sonetti, a Capannori, non ci sono
più. Meglio essere puntuali con i
ragazzi e le ragazze che arrivano
davanti a casa, con un’Ape car a
metano, a «prendere la conse-gna».
Si mette a ridere, Rossano Erco-lini, maestro elementare. «Sì, i
miei alunni mi chiamavano mago.
È successo nel 1995, quando c’era
una lotta in tutto il paese contro la
proposta di un inceneritore. Io
compresi che non bastava dire no,
bisognava offrire soluzioni. E così
andai nella mia classe con un sac-co nero di spazzatura e la rovesciai
sulla cattedra. Ecco — dissi — pla-stica e bucce di banana, torsoli di
mela, carta, insalata, legno, pasta
avanzata… Tutta assieme, questa
è spazzatura. Se invece facciamo
una cernita e cominciamo a divi-dere — bucce con torsoli, plastica
con vetro... — diventa una risorsa.
La spazzatura non c’è più». «Sei un
mago», esclamarono i bambini.
Tanti di loro adesso hanno
messo su famiglia e quando pre-parano il sacco per l’Ape car ricor-dano che tutto cominciò allora. Il
loro maestro-mago è diventato fa-moso. In aprile ha ricevuto negli
Stati Uniti il Goldman Environ-mental Prize, definito il “Nobel
per l’ambiente”. Centocinquan-tamila dollari subito impegnati
nell’associazione Zero rifiuti e nel
relativo centro studi. «Il nostro la-voro — dice Rossano Ercolini —
non è stato facile. Come comitato
del no all’inceneritore facemmo
assemblee in città e in tutte le qua-ranta frazioni. Se eliminiamo gran
parte dei rifiuti — questo fu il no-stro slogan — non ci sarà bisogno
dell’inceneritore. La strada è stata
racconta il sindaco Giorgio Del
Ghingaro — ci sia stata una rivolu-zione culturale. Si doveva risolve-re un problema e un territorio si è
trovato unito: adesso 47 mila citta-dini fanno cose mai fatte prima.
C’è una forte partecipazione civi-ca per fare il bene del proprio Co-mune. E questa per me è la politi-ca».
Capannori nel 2007 è stato il
primo Comune ad iscriversi all’as-sociazione Zero Waste, rifiuti ze-ro. La raccolta differenziata con
raccolta porta a porta arriva oggi
all’82 per cento, con punte del 90.
«Arriveremo a zero — dice il sin-daco — nel 2020. Da sei mesi ab-biamo iniziato anche con la “tarif-fa puntuale”: ogni sacco per l’in-differenziata consegnato ai citta-dini ha un chip con il codice del-l’utente. Meno rifiuti consegni,
meno paghi. Ci dicevano che
avremmo speso troppo, con
questo progetto. E invece le
nostre tariffe sono fra le più
basse della Toscana — per
un appartamento di 100
mq con tre persone la tas-sa è di 150 euro all’anno —
e siamo riusciti ad assumere
i sessanta giovani che fanno il
porta a porta».
I rifiuti qui sono una miniera.
Puoi portare ciò che non serve più
in un centro raccolta e già all’in-gresso c’è una cernita. Da una par-te ciò che è davvero da buttare (e va
smontato per recuperare il rame
delle lavatrici, il metallo, il le-gno...), dall’altra tutte le cose che
possono servire agli altri. Ci sono
abiti, mobili, libri, frigoriferi, gio-cattoli che, tramite la Caritas, van-no gratuitamente a chi ha biso-gno. Il progetto Zero Waste coin-volge già anche i privati. C’è un ne-gozio, Effecorta, che non usa im-ballaggi non riciclabili. Olio, vino,
olio vengono imbottigliati sul po-sto. Se vuoi il miele, ti porti il vaso.
Anche detersivi e shampoo sono
sfusi.
Ora i Comuni italiani Zero Wa-ste sono 134 e fra loro c’è anche
Napoli. «Si sono impegnati nella
differenziata — dice Rossano Er-colini — Per ora interessa 250 mi-la cittadini su un milione.
Il sindaco Luigi De Magi-stris ha detto che sarà al-largata ad altri 200 mila
entro la fine di giugno. Gli
impegni vanno mante-nuti». L’ultima battaglia
è contro le cialde per il
caffè. «Se ne consumano
un miliardo all’anno,
nove tonnellate solo qui
a Capannori. Ogni ca-psula contiene dodici
grammi di polvere che
sarebbero utilissimi in
agricoltura. In Califor-nia giovani imprendi-tori ci hanno fatto i sol-di coltivando funghi.
Abbiamo chiesto alle
aziende di fare capsule
diverse, perché ciò che
non è riciclabile o riusa-bile è un errore del produttore». Le
risposte stanno arrivando. A chie-dere la “rivoluzione” ora non c’è
più solo quel “mago” che ancora
oggi insegna alle elementa
mercoledì 17 luglio 2013
I direttori a orologeria colpo di grazia ai musei
OLPO di coda di Orna-ghi, colpo di grazia ai
musei italiani. Delegit-timati davanti ai colleghi stra-nieri dallo scarso potere deci-sionale, umiliati da stipendi
miserevoli, marginalizzati
dall’assenza di risorse, i diret-tori dei nostri musei sono ora
ufficialmente messi alla gogna
da una circolare in gestazione
da mesi (quando Ornaghi era
ministro) a diffusa solo ora dal segretario genera-le del ministero dei Beni culturali. Ne ha
dato notizia il 20 giugno in queste pagi-ne Francesco Erbani: l’idea di base è
che nessun funzionario potrà restare allo stesso po-sto per più di tre anni, e ciò «come misura di pre-venzione della corruzione». Il tutto in un intrico di
norme e codicilli che, si pretende, risponderebbe-ro a superiori disposizioni nientemeno che dell’O-nu e del Consiglio d’Europa. Peccato che tali solle-citazioni, se pure esistono, non siano affatto vinco-lanti per l’Italia, dove l’obbligo costituzionale della
tutela, come ha dimostrato Giuseppe Severini, co-stituisce un’“eccezione culturale” anche rispetto
alle norme, in altri settori ben più cogenti, dell’U-nione Europea. Peccato che in nessun Paese ade-rente all’Onu o al Consiglio d’Europa si stiano met-tendo sul banco degli imputati i direttori di museo,
ritenendoli (come vuole la circolare ministeriale)
«particolarmente esposti alla corruzione». Negli ul-timi mesi, nuovi direttori sono stati nominati in im-portanti musei: al Louvre Jean-Luc Martinez (dopo
dodici anni di brillante direzione di Henri Loyrette),
al Getty Museum Timothy Potts, per fare solo due
esempi. In nessuno di questi e altri casi è venuto in
mente a qualcuno di contingentare la durata della
direzione invocando pretese “sollecitazioni Onu”.
La sorda matrice burocratica che informa il tor-tuoso linguaggio della circolare è dunque made in
Italy : ma è il prodotto dell’Italia di oggi con le sue
marcate tendenze al suicidio, e non di quell’Italia
dove fu creata l’istituzione-museo, non di quella
dove nacque l’idea stessa di norme e strutture pub-bliche della tutela, che dagli antichi Stati italiani si
irradia fino ad oggi in tutto il pianeta. A monte dei
pretestuosi giri di parole con cui la circolare schiaf-feggia l’intero staff del ministero si legge la stolta
concezione che assimila funzionari di soprinten-denza e direttori di museo a passivi ingranaggi di
una qualsiasi burocrazia, prefettura o anagrafe o
catasto. Si è dunque perso per strada, in questo
smemorato Paese, l’alto progetto con cui l’Italia li-berale da cui tanto ci resta da imparare inventò le
soprintendenze territoriali e le articolazioni mu-seali: strutture concepite come istituti di ricerca sul
territorio, di conoscenza del patrimonio e dei pae-saggi, di protezione della memoria storica, di cu-stodia dell’anima stessa del Paese. Eppure fu que-sta concezione, nobile e funzionale insieme, a ispi-rare l’altissimo statuto della tutela scolpito nel-l’art.9 della Costituzione. Perciò le soprintendenze
furono espressamente ricordate, nella discussione
in Costituente, da Concetto Marchesi, uno dei due
proponenti dell’art.9 (l’altro fu Aldo Moro). Perciò
la Corte costituzionale ha riconosciuto il ruolo del-le soprintendenze e di «particolari misure di tutela»
per «salvaguardare beni cui sono connessi interes-si primari per la vita culturale del Paese e conserva-re e garantire la fruizione da parte della collettività»
(sentenza nr. 269/1995).
Si parla tanto oggi, spesso a vuoto, di gestione e di
valorizzazione dei beni culturali: ma come si fa a va-lorizzare quel che non si conosce? Le funzioni co-noscitive (cioè di ricerca) delle direzioni museali e
delle soprintendenze sono essenziali non solo alla
loro missione, ma alla democrazia e alla vita cultu-rale del Paese. Il loro obiettivo è di accrescere le co-noscenze sul patrimonio e sui paesaggi, di farli co-noscere ai cittadini, di consegnarli alle generazioni
future migliorandone lo stato di conservazione e il
contesto di fruizione. Quel che accomuna i musei
di tutto il mondo (quelli, beninteso, che meritano
questo nome) è la centralità della ricerca, la specifi-cità delle competenze, la continuità dei program-mi. È su questa base che in the profession, come si
dice, si svolge una perpetua conversazione, alla pa-ri, fra archeologi e storici dell’arte di ogni Paese. È su
questa base che si stendono progetti di mostre, si
formulano programmi di cooperazione, si stabili-scono sinergie, si scoprono affinità, si coltivano dif-ferenze. Professionalità e potere decisionale sono
sempre intimamente connessi, anche se l’Italia
mortifica i direttori dei musei sottoponendoli a una
schiacciante gerarchia che toglie loro quel che i col-leghi americani, francesi o tedeschi hanno di nor-ma: il potere di dire l’ultima parola. Se di una rifor-ma c’è bisogno, è per dare più potere, più indipen-denza e più responsabilità ai direttori di museo, e
non per umiliarli considerandoli d’ufficio come
esposti alla corruzione. Chi ha scritto la circolare
non sa forse che tre anni non bastano per conosce-re a fondo un territorio e tutelarlo adeguatamente?
Non sa che i musei più seri (per esempio negli Usa)
progettano mostre ed altri eventi con cinque o sei
anni di anticipo? Non sospetta che denunciare la
supposta corruttibilità dei funzionari italiani vuol
dire esporli al ridicolo e al disprezzo dei loro colle-ghi? O il vero scopo di chi ha concepito la perversa
misura è di impedire la conoscenza dei territori e
dei musei, di paralizzare la tutela, di rendere im-possibile la ricerca, di vietare ogni rapporto alla pa-ri con i musei stranieri?
Qualcuno parla di oscure manovre di corridoio,
secondo cui il pessimo ex ministro Ornaghi avreb-be deciso di sparare nel mucchio per colpire poch unzionari a lui sgraditi. Se a un provvedimento già
di per sé negativo si dovesse aggiungere questo ul-teriore ingrediente, il degrado di quel ministero ne
risulterebbe ancor più evidente. Ma è arrivato ora il
momento della verità: se queste pretese sollecita-zioni Onu sono vere, saranno applicate immedia-tamente anche ad altre categorie, come i professo-ri universitari, i direttori generali di tutti i ministeri,
i magistrati? O il sospetto di corruzione è riservato
ai funzionari di soprintendenza? Il nuovo ministro
Massimo Bray ha trovato al Collegio Romano un
paesaggio di rovine, e in qualche altro caso ha già
mostrato la volontà di rimediare. Fiduciosamente
aspettiamo che salvi presto dalla gogna il persona-le che da lui dipende, e che anzi ne valorizzi e rico-nosca le capacità migliorando la job description e le
prospettive di carriera, accrescendo gli stipendi,
provvedendo alle nuove massicce assunzioni che
sono necessarie. Un ministro giovane e colto come
lui non può essere il becchino del suo ministero.
Può e deve essere il difensore della Costituzione.
musei italiani. Delegit-timati davanti ai colleghi stra-nieri dallo scarso potere deci-sionale, umiliati da stipendi
miserevoli, marginalizzati
dall’assenza di risorse, i diret-tori dei nostri musei sono ora
ufficialmente messi alla gogna
da una circolare in gestazione
da mesi (quando Ornaghi era
ministro) a diffusa solo ora dal segretario genera-le del ministero dei Beni culturali. Ne ha
dato notizia il 20 giugno in queste pagi-ne Francesco Erbani: l’idea di base è
che nessun funzionario potrà restare allo stesso po-sto per più di tre anni, e ciò «come misura di pre-venzione della corruzione». Il tutto in un intrico di
norme e codicilli che, si pretende, risponderebbe-ro a superiori disposizioni nientemeno che dell’O-nu e del Consiglio d’Europa. Peccato che tali solle-citazioni, se pure esistono, non siano affatto vinco-lanti per l’Italia, dove l’obbligo costituzionale della
tutela, come ha dimostrato Giuseppe Severini, co-stituisce un’“eccezione culturale” anche rispetto
alle norme, in altri settori ben più cogenti, dell’U-nione Europea. Peccato che in nessun Paese ade-rente all’Onu o al Consiglio d’Europa si stiano met-tendo sul banco degli imputati i direttori di museo,
ritenendoli (come vuole la circolare ministeriale)
«particolarmente esposti alla corruzione». Negli ul-timi mesi, nuovi direttori sono stati nominati in im-portanti musei: al Louvre Jean-Luc Martinez (dopo
dodici anni di brillante direzione di Henri Loyrette),
al Getty Museum Timothy Potts, per fare solo due
esempi. In nessuno di questi e altri casi è venuto in
mente a qualcuno di contingentare la durata della
direzione invocando pretese “sollecitazioni Onu”.
La sorda matrice burocratica che informa il tor-tuoso linguaggio della circolare è dunque made in
Italy : ma è il prodotto dell’Italia di oggi con le sue
marcate tendenze al suicidio, e non di quell’Italia
dove fu creata l’istituzione-museo, non di quella
dove nacque l’idea stessa di norme e strutture pub-bliche della tutela, che dagli antichi Stati italiani si
irradia fino ad oggi in tutto il pianeta. A monte dei
pretestuosi giri di parole con cui la circolare schiaf-feggia l’intero staff del ministero si legge la stolta
concezione che assimila funzionari di soprinten-denza e direttori di museo a passivi ingranaggi di
una qualsiasi burocrazia, prefettura o anagrafe o
catasto. Si è dunque perso per strada, in questo
smemorato Paese, l’alto progetto con cui l’Italia li-berale da cui tanto ci resta da imparare inventò le
soprintendenze territoriali e le articolazioni mu-seali: strutture concepite come istituti di ricerca sul
territorio, di conoscenza del patrimonio e dei pae-saggi, di protezione della memoria storica, di cu-stodia dell’anima stessa del Paese. Eppure fu que-sta concezione, nobile e funzionale insieme, a ispi-rare l’altissimo statuto della tutela scolpito nel-l’art.9 della Costituzione. Perciò le soprintendenze
furono espressamente ricordate, nella discussione
in Costituente, da Concetto Marchesi, uno dei due
proponenti dell’art.9 (l’altro fu Aldo Moro). Perciò
la Corte costituzionale ha riconosciuto il ruolo del-le soprintendenze e di «particolari misure di tutela»
per «salvaguardare beni cui sono connessi interes-si primari per la vita culturale del Paese e conserva-re e garantire la fruizione da parte della collettività»
(sentenza nr. 269/1995).
Si parla tanto oggi, spesso a vuoto, di gestione e di
valorizzazione dei beni culturali: ma come si fa a va-lorizzare quel che non si conosce? Le funzioni co-noscitive (cioè di ricerca) delle direzioni museali e
delle soprintendenze sono essenziali non solo alla
loro missione, ma alla democrazia e alla vita cultu-rale del Paese. Il loro obiettivo è di accrescere le co-noscenze sul patrimonio e sui paesaggi, di farli co-noscere ai cittadini, di consegnarli alle generazioni
future migliorandone lo stato di conservazione e il
contesto di fruizione. Quel che accomuna i musei
di tutto il mondo (quelli, beninteso, che meritano
questo nome) è la centralità della ricerca, la specifi-cità delle competenze, la continuità dei program-mi. È su questa base che in the profession, come si
dice, si svolge una perpetua conversazione, alla pa-ri, fra archeologi e storici dell’arte di ogni Paese. È su
questa base che si stendono progetti di mostre, si
formulano programmi di cooperazione, si stabili-scono sinergie, si scoprono affinità, si coltivano dif-ferenze. Professionalità e potere decisionale sono
sempre intimamente connessi, anche se l’Italia
mortifica i direttori dei musei sottoponendoli a una
schiacciante gerarchia che toglie loro quel che i col-leghi americani, francesi o tedeschi hanno di nor-ma: il potere di dire l’ultima parola. Se di una rifor-ma c’è bisogno, è per dare più potere, più indipen-denza e più responsabilità ai direttori di museo, e
non per umiliarli considerandoli d’ufficio come
esposti alla corruzione. Chi ha scritto la circolare
non sa forse che tre anni non bastano per conosce-re a fondo un territorio e tutelarlo adeguatamente?
Non sa che i musei più seri (per esempio negli Usa)
progettano mostre ed altri eventi con cinque o sei
anni di anticipo? Non sospetta che denunciare la
supposta corruttibilità dei funzionari italiani vuol
dire esporli al ridicolo e al disprezzo dei loro colle-ghi? O il vero scopo di chi ha concepito la perversa
misura è di impedire la conoscenza dei territori e
dei musei, di paralizzare la tutela, di rendere im-possibile la ricerca, di vietare ogni rapporto alla pa-ri con i musei stranieri?
Qualcuno parla di oscure manovre di corridoio,
secondo cui il pessimo ex ministro Ornaghi avreb-be deciso di sparare nel mucchio per colpire poch unzionari a lui sgraditi. Se a un provvedimento già
di per sé negativo si dovesse aggiungere questo ul-teriore ingrediente, il degrado di quel ministero ne
risulterebbe ancor più evidente. Ma è arrivato ora il
momento della verità: se queste pretese sollecita-zioni Onu sono vere, saranno applicate immedia-tamente anche ad altre categorie, come i professo-ri universitari, i direttori generali di tutti i ministeri,
i magistrati? O il sospetto di corruzione è riservato
ai funzionari di soprintendenza? Il nuovo ministro
Massimo Bray ha trovato al Collegio Romano un
paesaggio di rovine, e in qualche altro caso ha già
mostrato la volontà di rimediare. Fiduciosamente
aspettiamo che salvi presto dalla gogna il persona-le che da lui dipende, e che anzi ne valorizzi e rico-nosca le capacità migliorando la job description e le
prospettive di carriera, accrescendo gli stipendi,
provvedendo alle nuove massicce assunzioni che
sono necessarie. Un ministro giovane e colto come
lui non può essere il becchino del suo ministero.
Può e deve essere il difensore della Costituzione.
martedì 16 luglio 2013
E ora contro il caro-spiagge arriva l’ombrellone part time
S
ARÀ ricordata come l’esta-te dello “stabilimento
creativo”. Il lungomare del
2013 si presenta come un girone
di offerte fantasiose. Tutto pur di
far risparmiare i turisti e distrar-li dalla tentazione, a costo zero,
della spiaggia libera. Benvenu-ta, allora, alla stagione democra-tica. I prezzi non solo non salgo-no, ma scendono ovunque an-che se di poco. E le offerte si mol-tiplicano.’
È CHI offre ombrel-loni “part time” da
condividere nelle
diverse ore della giornata.
Chi punta sulla cabina in
condominio divisa tra più fa-miglie. Chi ricompensa gli
insonni che arrivano all’alba
con un forte sconto. Chi ri-spolvera la formula tre lettini
al prezzo di due. Non manca
l’ingresso a tempo: dieci ore
da spalmare lungo un’intera
settimana (in fondo troppo
sole fa male alla pelle). Taglia
di qua e di là, Federeconsu-matori stima un risparmio
medio che si aggira intorno al
5 per cento per le sdraio, al-l’un per cento per la cabina e
al 2 per cento per l’ombrello-ne. Per i temerari che decido-no di sfidare il meteo, e abbo-narsi per tutta la stagione, si
paga a rate.
Nonostante una politica
low cost da far invidia a Rya-nair, i circa 900 chilometri di
costa occupati dagli stabili-menti balneari, nei primi
giorni dell’estate hanno of-ferto uno spettacolo
sconfortante. Ombrelloni
chiusi, sdraio ripiegate, facce
dei gestori scure e cielo anco-ra più nero. A Padova, tanto
per dirne una, saranno solo 6
su 10 ad andare in vacanza.
Mentre al bagno San Rocco
di Trieste tutto sembra in sa-lita: « Una catastrofe, mai
partiti così male. Gli incassi
sono diminuiti del 90%».
Spiega Riccardo Borgo, pre-sidente del Sindacato Italia-no Balneari: «Con il mese di
maggio piovoso la situazione
si è aggravata ma un freno ge-nerale era già tirato da anni.
Anche perché nei momenti
difficili la giornata al mare è
una delle prime spese che si
può tagliare». E così, chi lo
scorso anno aveva rivisto le
tariffe, quest’anno persevera
con l’offerta low cost. È il ca-so del bagno Nettuno di Via-reggio: «Da noi chi prenota il
venerdì e il sabato ha la do-menica gratis, mentre la ta-riffa per l’ombrellone con tre
sdraio è di tre euro a testa. Le
persone non hanno più soldi
e non resta che ade-guarsi».
Pensano alla terza età sul
litorale pisano. «Proponia-mo ombrelloni gratis dal lu-nedì al venerdì per gli over
65», spiega Fabrizio Fontani
del Bagno Meloria, «si tratta
del progetto “Estate per tutti”
realizzato dalla Società per la
salute, insieme al Sindacato
Balneari. Così agevoliamo
tutti quelli gli anziani con un
reddito inferiore ai 20 mila
euro l’anno».
Viaggiare informati? Si, ma
soprattutto sui nuvoloni. Ec-co, per chi frequenta gli sta-bilimenti abbruzzesi asso-ciati alla Fab, un sms con tut-te le informazioni relative al
meteo. In alcuni casi c’è per-sino il rimborso del costo di
ombrellone e lettino, se la
pioggia arriva improvvisa.
Ad esultare per le iniziative è
soprattutto il Codacons. «Si
tratta di una sorpresa positi-va per i consumatori dopo
anni in cui i listini degli stabi-limenti hanno subito conti-nui rialzi», spiega il presiden-te del Codacons Carlo Rienzi,
«si tratta di offerte in grado di
far risparmiare ai bagnanti
sino al 50 per cento. Le tariffe
restano stabili mentre a far
cambiare le cose sono gli
sconti e le promozioni».
L’importante, precisa anco-ra Borgo, è la correttezza del-le informazioni: «C’è l’obbli-go di mettere bene in eviden-za le tariffe. Nessuno deve
avere sorprese indesidera-te»
ARÀ ricordata come l’esta-te dello “stabilimento
creativo”. Il lungomare del
2013 si presenta come un girone
di offerte fantasiose. Tutto pur di
far risparmiare i turisti e distrar-li dalla tentazione, a costo zero,
della spiaggia libera. Benvenu-ta, allora, alla stagione democra-tica. I prezzi non solo non salgo-no, ma scendono ovunque an-che se di poco. E le offerte si mol-tiplicano.’
È CHI offre ombrel-loni “part time” da
condividere nelle
diverse ore della giornata.
Chi punta sulla cabina in
condominio divisa tra più fa-miglie. Chi ricompensa gli
insonni che arrivano all’alba
con un forte sconto. Chi ri-spolvera la formula tre lettini
al prezzo di due. Non manca
l’ingresso a tempo: dieci ore
da spalmare lungo un’intera
settimana (in fondo troppo
sole fa male alla pelle). Taglia
di qua e di là, Federeconsu-matori stima un risparmio
medio che si aggira intorno al
5 per cento per le sdraio, al-l’un per cento per la cabina e
al 2 per cento per l’ombrello-ne. Per i temerari che decido-no di sfidare il meteo, e abbo-narsi per tutta la stagione, si
paga a rate.
Nonostante una politica
low cost da far invidia a Rya-nair, i circa 900 chilometri di
costa occupati dagli stabili-menti balneari, nei primi
giorni dell’estate hanno of-ferto uno spettacolo
sconfortante. Ombrelloni
chiusi, sdraio ripiegate, facce
dei gestori scure e cielo anco-ra più nero. A Padova, tanto
per dirne una, saranno solo 6
su 10 ad andare in vacanza.
Mentre al bagno San Rocco
di Trieste tutto sembra in sa-lita: « Una catastrofe, mai
partiti così male. Gli incassi
sono diminuiti del 90%».
Spiega Riccardo Borgo, pre-sidente del Sindacato Italia-no Balneari: «Con il mese di
maggio piovoso la situazione
si è aggravata ma un freno ge-nerale era già tirato da anni.
Anche perché nei momenti
difficili la giornata al mare è
una delle prime spese che si
può tagliare». E così, chi lo
scorso anno aveva rivisto le
tariffe, quest’anno persevera
con l’offerta low cost. È il ca-so del bagno Nettuno di Via-reggio: «Da noi chi prenota il
venerdì e il sabato ha la do-menica gratis, mentre la ta-riffa per l’ombrellone con tre
sdraio è di tre euro a testa. Le
persone non hanno più soldi
e non resta che ade-guarsi».
Pensano alla terza età sul
litorale pisano. «Proponia-mo ombrelloni gratis dal lu-nedì al venerdì per gli over
65», spiega Fabrizio Fontani
del Bagno Meloria, «si tratta
del progetto “Estate per tutti”
realizzato dalla Società per la
salute, insieme al Sindacato
Balneari. Così agevoliamo
tutti quelli gli anziani con un
reddito inferiore ai 20 mila
euro l’anno».
Viaggiare informati? Si, ma
soprattutto sui nuvoloni. Ec-co, per chi frequenta gli sta-bilimenti abbruzzesi asso-ciati alla Fab, un sms con tut-te le informazioni relative al
meteo. In alcuni casi c’è per-sino il rimborso del costo di
ombrellone e lettino, se la
pioggia arriva improvvisa.
Ad esultare per le iniziative è
soprattutto il Codacons. «Si
tratta di una sorpresa positi-va per i consumatori dopo
anni in cui i listini degli stabi-limenti hanno subito conti-nui rialzi», spiega il presiden-te del Codacons Carlo Rienzi,
«si tratta di offerte in grado di
far risparmiare ai bagnanti
sino al 50 per cento. Le tariffe
restano stabili mentre a far
cambiare le cose sono gli
sconti e le promozioni».
L’importante, precisa anco-ra Borgo, è la correttezza del-le informazioni: «C’è l’obbli-go di mettere bene in eviden-za le tariffe. Nessuno deve
avere sorprese indesidera-te»
La fine del segreto di Stefano Rodotà
NOSTRI sembrano i tem-pi della scomparsa degli
arcana imperii del sovra-no e dei segreti dei privati. È
vero, esistono segreti ben
custoditi – la formula della
Coca Cola, l’algoritmo di
Google nostri sembrano i tempi della
scomparsa degli arcana impe-riidel sovrano e dei segreti dei
privati. È vero, esistono segre-ti ben custoditi e considerati
inviolabili – la formula della
Coca Cola, l’algoritmo di Goo-gle. Ma, guardando ad altri ca-si, dobbiamo invece dire che
siamo ormai entrati nell’im-pero della trasparenza senza
confini, di una luce abba-gliante che illumina qualsiasi
cosa?
Partiamo da tre nomi – Da-niel Ellsberg, Bradley Man-ning, Edward Snowden. Sono i
tre giovani americani che han-no consentito al mondo intero
di conoscere aspetti essenzia-li e riservati della politica degli
Stati Uniti. Ellsberg rese pub-blici nel 1969 i “Pentagon Pa-pers”, i documenti che riguar-davano la politica americana
negli anni della guerra del
Vietnam. Manning, nel 2010,
passò a Wikileaks di Julian As-sange centinaia di migliaia di
comunicazioni riservate rela-tive alla politica estera del suo
paese. E le informazioni forni-te da Snowden hanno permes-so di scoprire la rete di control-lo stesa dagli Stati Uniti sull’in-tero pianeta.
Non siamo di fronte alle
classiche e limitate fughe di notizie, ma all’applicazione
estrema del detto di un grande
giudice della Corte Suprema
americana, Louis Brandeis,
divenuto quasi un proverbio
democratico: «la luce del sole è
il miglior disinfettante». Non è
certo un caso, allora, che tutte
queste vicende abbiano avuto
il loro epicentro negli Stati
Uniti, dove continua a manife-starsi una robusta tradizione
di consapevolezza civile che
vede nei cittadini, in ogni citta-dino, il depositario e il respon-sabile di un potere di controllo
che deve essere esercitato per
garantire gli equilibri demo-cratici, anche a costo d’essere
processati (com’è puntual-mente accaduto). La traspa-renza, dunque, come irrinun-ciabile risorsa della democra-zia.
Guardando più da vicino
quelle diverse vicende, che
riassumono emblematica-mente la condizione che vivia-mo, si possono subito fare due
considerazioni generali. Vi è
una tesi, non nuova, che esal-ta la società della trasparenza
totale, sostenendo che in essa
può essere eliminata l’asim-metria di potere generata dal-l’impiego delle tecnologie del
controllo, perché queste sono
disponibili sia per i sorve-glianti che per i sorvegliati.
Una tesi ottimistica, o inge-nua, visto che i sorvegliati, co-me dimostra appunto il Data-gate, possono svelare le carat-teristiche di un sistema che
viola su scala planetaria i dirit-ti dei cittadini, ma non riesco-no con le sole loro forze ad im-pedire che le violazioni siano
eliminate.
Più importante è sottolinea-re che, cogliendo l’opportu-nità tecnologica per far cresce-re quasi senza limiti la raccolta
delle informazioni e la loro
conservazione in banche dati
sempre più gigantesche, gli
Stati non si sono resi conto che
in questo modo crescevano,
insieme, trasparenza e vulne-rabilità. La funzionalità di
questi database, infatti, è
strettamente legata alla loro
connessione, alla condivisio-ne, alla possibilità di ampi e
molteplici accessi. Ma soprat-tutto non si è avvertito che lì si
stava depositando un nuovo
sapere sociale, della cui im-portanza e utilizzabilità si ren-devano conto più i cittadini
che i detentori delle informa-zioni. Questo solo fatto redi-stribuiva potere, ed era evi-dente che una così inedita op-portunità prima o poi sarebbe
stata colta. È quello che è avve-nuto, e continua ad accadere.
Ma può la democrazia esse-re identificata con l’assoluta
trasparenza, con l’obbligo di
dire la verità in ogni caso e ad
ogni costo? Kant poneva il di-vieto di mentire dei governan-ti come un imperativo. Ma an-che i regimi democratici cono-scono casi in cui il segreto è
ammissibile, anzi può essere
considerato necessario e do-veroso. Qual è, allora, il tasso di
segretezza, e di insincerità,
che un sistema democratico
può sopportare senza mutare
la propria natura?
Proprio il caso Wikileaks ci
fornisce elementi per comin-ciare a rispondere a questo in-terrogativo. Affidato ad alcunrandi giornali il compito di
selezionare il materiale pub-blicabile, vennero escluse tut-te le informazioni che poteva-no mettere a rischio la vita e la
sicurezza di singole persone o
lo svolgimento di operazioni
in corso. Qui cogliamo una
traccia di quello che, in pole-mica con Kant, sosteneva
Benjamin Constant: «nessun
uomo ha diritto a una verità
che nuoccia ad altri». Ma chi è
l’altro che deve essere tutelato,
il singolo violato nella sua sfe-ra privata o un potere pubbli-co che vuole agire al riparo d’o-gni controllo?
La distinzione è essenziale.
Si dice che ognuno di noi deve
potersi sottrarre ad un conti-nuo e implacabile scrutinio
pubblico, deve poter conser-vare il diritto di “ritirarsi dietro
le quinte”. Che cosa accade,
però, quando si passa dalla
sfera privata a quella pubblica,
quando la persona diventa fi-gura pubblica, quando un po-tere pubblico o privato vuole
innalzare altissime mura per
sottrarsi, attraverso il segreto,
ad ogni forma di controllo? La
democrazia, ricordiamolo,
non è solo governo del popolo,
ma governo “in pubblico”.
Qui, in questa semplice e
profonda verità, sta l’inam-missibilità della menzogna in
politica, che è cosa diversa dal-la necessità di individuare i ca-si in cui la segretezza non è
fondata sulla necessità di ar-cana imperii , sull’esistenza di
una sfera in cui il potere si tra-sforma nella pretesa dell’in-controllabilità. Rovesciata la
logica che muoveva dal princi-pio di un potere politico sot-tratto dall’occhio del pubbli-co, è possibile individuare ca-si in cui la riservatezza è neces-saria per raggiungere un
obiettivo democraticamente
rilevante, dunque radical-mente all’opposto di quelli le-gati a ben diverse e opposte fi-nalità. Anche per i primi, tutta-via, non sono ammissibili
chiusure più o meno assolute.
La riservatezza può essere ne-cessaria nello svolgimento di
un negoziato, di cui poi si deve
rendere pienamente conto. Il
segreto deve cedere di fronte
al controllo di commissioni
parlamentari o di istituzioni
specifiche (in Italia, ad esem-pio, il Garante per la privacy).
In un preciso quadro di garan-zie, la trasparenza torna così
ad essere condizione per la
partecipazione dei cittadini,
senza che la democrazia ven-ga ridotta all’uso ossessivo e
indiscriminato dello strea-ming
arcana imperii del sovra-no e dei segreti dei privati. È
vero, esistono segreti ben
custoditi – la formula della
Coca Cola, l’algoritmo di
Google nostri sembrano i tempi della
scomparsa degli arcana impe-riidel sovrano e dei segreti dei
privati. È vero, esistono segre-ti ben custoditi e considerati
inviolabili – la formula della
Coca Cola, l’algoritmo di Goo-gle. Ma, guardando ad altri ca-si, dobbiamo invece dire che
siamo ormai entrati nell’im-pero della trasparenza senza
confini, di una luce abba-gliante che illumina qualsiasi
cosa?
Partiamo da tre nomi – Da-niel Ellsberg, Bradley Man-ning, Edward Snowden. Sono i
tre giovani americani che han-no consentito al mondo intero
di conoscere aspetti essenzia-li e riservati della politica degli
Stati Uniti. Ellsberg rese pub-blici nel 1969 i “Pentagon Pa-pers”, i documenti che riguar-davano la politica americana
negli anni della guerra del
Vietnam. Manning, nel 2010,
passò a Wikileaks di Julian As-sange centinaia di migliaia di
comunicazioni riservate rela-tive alla politica estera del suo
paese. E le informazioni forni-te da Snowden hanno permes-so di scoprire la rete di control-lo stesa dagli Stati Uniti sull’in-tero pianeta.
Non siamo di fronte alle
classiche e limitate fughe di notizie, ma all’applicazione
estrema del detto di un grande
giudice della Corte Suprema
americana, Louis Brandeis,
divenuto quasi un proverbio
democratico: «la luce del sole è
il miglior disinfettante». Non è
certo un caso, allora, che tutte
queste vicende abbiano avuto
il loro epicentro negli Stati
Uniti, dove continua a manife-starsi una robusta tradizione
di consapevolezza civile che
vede nei cittadini, in ogni citta-dino, il depositario e il respon-sabile di un potere di controllo
che deve essere esercitato per
garantire gli equilibri demo-cratici, anche a costo d’essere
processati (com’è puntual-mente accaduto). La traspa-renza, dunque, come irrinun-ciabile risorsa della democra-zia.
Guardando più da vicino
quelle diverse vicende, che
riassumono emblematica-mente la condizione che vivia-mo, si possono subito fare due
considerazioni generali. Vi è
una tesi, non nuova, che esal-ta la società della trasparenza
totale, sostenendo che in essa
può essere eliminata l’asim-metria di potere generata dal-l’impiego delle tecnologie del
controllo, perché queste sono
disponibili sia per i sorve-glianti che per i sorvegliati.
Una tesi ottimistica, o inge-nua, visto che i sorvegliati, co-me dimostra appunto il Data-gate, possono svelare le carat-teristiche di un sistema che
viola su scala planetaria i dirit-ti dei cittadini, ma non riesco-no con le sole loro forze ad im-pedire che le violazioni siano
eliminate.
Più importante è sottolinea-re che, cogliendo l’opportu-nità tecnologica per far cresce-re quasi senza limiti la raccolta
delle informazioni e la loro
conservazione in banche dati
sempre più gigantesche, gli
Stati non si sono resi conto che
in questo modo crescevano,
insieme, trasparenza e vulne-rabilità. La funzionalità di
questi database, infatti, è
strettamente legata alla loro
connessione, alla condivisio-ne, alla possibilità di ampi e
molteplici accessi. Ma soprat-tutto non si è avvertito che lì si
stava depositando un nuovo
sapere sociale, della cui im-portanza e utilizzabilità si ren-devano conto più i cittadini
che i detentori delle informa-zioni. Questo solo fatto redi-stribuiva potere, ed era evi-dente che una così inedita op-portunità prima o poi sarebbe
stata colta. È quello che è avve-nuto, e continua ad accadere.
Ma può la democrazia esse-re identificata con l’assoluta
trasparenza, con l’obbligo di
dire la verità in ogni caso e ad
ogni costo? Kant poneva il di-vieto di mentire dei governan-ti come un imperativo. Ma an-che i regimi democratici cono-scono casi in cui il segreto è
ammissibile, anzi può essere
considerato necessario e do-veroso. Qual è, allora, il tasso di
segretezza, e di insincerità,
che un sistema democratico
può sopportare senza mutare
la propria natura?
Proprio il caso Wikileaks ci
fornisce elementi per comin-ciare a rispondere a questo in-terrogativo. Affidato ad alcunrandi giornali il compito di
selezionare il materiale pub-blicabile, vennero escluse tut-te le informazioni che poteva-no mettere a rischio la vita e la
sicurezza di singole persone o
lo svolgimento di operazioni
in corso. Qui cogliamo una
traccia di quello che, in pole-mica con Kant, sosteneva
Benjamin Constant: «nessun
uomo ha diritto a una verità
che nuoccia ad altri». Ma chi è
l’altro che deve essere tutelato,
il singolo violato nella sua sfe-ra privata o un potere pubbli-co che vuole agire al riparo d’o-gni controllo?
La distinzione è essenziale.
Si dice che ognuno di noi deve
potersi sottrarre ad un conti-nuo e implacabile scrutinio
pubblico, deve poter conser-vare il diritto di “ritirarsi dietro
le quinte”. Che cosa accade,
però, quando si passa dalla
sfera privata a quella pubblica,
quando la persona diventa fi-gura pubblica, quando un po-tere pubblico o privato vuole
innalzare altissime mura per
sottrarsi, attraverso il segreto,
ad ogni forma di controllo? La
democrazia, ricordiamolo,
non è solo governo del popolo,
ma governo “in pubblico”.
Qui, in questa semplice e
profonda verità, sta l’inam-missibilità della menzogna in
politica, che è cosa diversa dal-la necessità di individuare i ca-si in cui la segretezza non è
fondata sulla necessità di ar-cana imperii , sull’esistenza di
una sfera in cui il potere si tra-sforma nella pretesa dell’in-controllabilità. Rovesciata la
logica che muoveva dal princi-pio di un potere politico sot-tratto dall’occhio del pubbli-co, è possibile individuare ca-si in cui la riservatezza è neces-saria per raggiungere un
obiettivo democraticamente
rilevante, dunque radical-mente all’opposto di quelli le-gati a ben diverse e opposte fi-nalità. Anche per i primi, tutta-via, non sono ammissibili
chiusure più o meno assolute.
La riservatezza può essere ne-cessaria nello svolgimento di
un negoziato, di cui poi si deve
rendere pienamente conto. Il
segreto deve cedere di fronte
al controllo di commissioni
parlamentari o di istituzioni
specifiche (in Italia, ad esem-pio, il Garante per la privacy).
In un preciso quadro di garan-zie, la trasparenza torna così
ad essere condizione per la
partecipazione dei cittadini,
senza che la democrazia ven-ga ridotta all’uso ossessivo e
indiscriminato dello strea-ming
lunedì 15 luglio 2013
Gli americani sempre più schedati “Raccolto il Dna di migliaia di cittadini” La denuncia del New York Times. L’Fbi: “Da Snowden danni alla nazione”
EW YORK — Non c’è più limite
al saccheggio della nostra pri-vacy, si direbbe. Forse anche un
po’ piccato per gli scoop della
concorrenza (The Guardian) sul-lo spionaggio digitale, ilNew York
Times rivela un altro caso. È il no-stro Dna la nuova frontiera dello
spionaggio. In questo caso, da
parte della polizia. Anzi, al plura-le, di tutte le polizie locali. Che si
sono messe a fare incetta di cam-pioni di Dna; come non bastasse
la grande banca dati già gestita da
vent’anni dall’Fbi e dai laboratori
centrali della polizia scientifica. Il
rischio è notevole. Le polizie loca-li non hanno regole precise come
quelle che — almeno teorica-mente — disciplinano la raccolta
di campioni di Dna da parte del-l’Fbi. Alcune procedono in ma-niera davvero disinvolta, prele-vando Dna da presunti criminali
ma anche dalle loro vittime; o per-fino dalla raccolta dei rifiuti. Tut-te queste informazioni genetiche,
un giorno possono essere usate
contro di noi. I numeri sono im-pressionanti.
Il solo New York Police Depart-ment ha accumulato già 11.000
“profili genetici” di presunti de-linquenti. Il record assoluto spet-ta però al procuratore di Orange
County in California: 90.000 cam-pionature genetiche. Nel suo caso
la raccolta avviene anche in virtù
dei patteggiamenti: agli imputati
la procura offre uno sconto di pe-na, se accettano che il proprio
Dna sia schedato per sempre nel-la banca dati. I rischi di abusi sono
evidenti. Tanto più che in certi ca-si il Dna viene prelevato ancora
prima dell’incriminazione, quin-di dei cittadini innocenti finisco-no nella schedatura genetica; po-tranno però essere successiva-mente “reperiti” grazie a quei te-st. Queste pratiche vengono inco-raggiate dall’uso dilagante del
Dna come prova di reato nelle au-le dei tribunali; eppure anche i te-st genetici non sono totalmente
immuni dal rischio di errore, so-prattutto a seconda di chi li com-pie e con quali modalità di raccol-ta delle prove sul luogo del delitto.
Sul fronte del Datagate “origi-nario”, quello cioè che riguarda il
massiccio programma di spio-naggio di telefoni e email gestito
dalla National Security Agency
(Nsa), proprio il capo di quest’a-genzia ieri ha promesso traspa-renza. Parlando davanti alla com-missione di vigilanza sui servizi
segreti della Camera, il generale
Keith Alexander ha detto che è sua
intenzione «fornire più informa-zioni su quel programma, ma
senza mettere a repentaglio la si-curezza degli americani». Ha
quindi accusato il 29enne Edward
Snowden, la gola profonda all’o-rigine delle rivelazioni, di «avere
già inflitto seri danni alla sicurez-za nazionale». Il capo dell’Fbi, Ro-bert Mueller, parlando davanti al-la stessa commissione parlamen-tare ha detto che lo spionaggio di-gitale «avrebbe potuto prevenire
l’11 settembre, o un altro attenta-to di Boston». Affermazione sin-golare almeno nel secondo caso:
l’attentato di Boston è avvenuto
quando la Nsa gestiva già da anni
le operazioni di spionaggio. I due
terroristi ceceni erano stati se-gnalati come pericolosi dal gover-no russo. L’avviso fu ignorato,
mentre nell’area di Boston i servi-zi preferivano indagare sui ragaz-zi contestatori del movimento
Occupy Wall Street
al saccheggio della nostra pri-vacy, si direbbe. Forse anche un
po’ piccato per gli scoop della
concorrenza (The Guardian) sul-lo spionaggio digitale, ilNew York
Times rivela un altro caso. È il no-stro Dna la nuova frontiera dello
spionaggio. In questo caso, da
parte della polizia. Anzi, al plura-le, di tutte le polizie locali. Che si
sono messe a fare incetta di cam-pioni di Dna; come non bastasse
la grande banca dati già gestita da
vent’anni dall’Fbi e dai laboratori
centrali della polizia scientifica. Il
rischio è notevole. Le polizie loca-li non hanno regole precise come
quelle che — almeno teorica-mente — disciplinano la raccolta
di campioni di Dna da parte del-l’Fbi. Alcune procedono in ma-niera davvero disinvolta, prele-vando Dna da presunti criminali
ma anche dalle loro vittime; o per-fino dalla raccolta dei rifiuti. Tut-te queste informazioni genetiche,
un giorno possono essere usate
contro di noi. I numeri sono im-pressionanti.
Il solo New York Police Depart-ment ha accumulato già 11.000
“profili genetici” di presunti de-linquenti. Il record assoluto spet-ta però al procuratore di Orange
County in California: 90.000 cam-pionature genetiche. Nel suo caso
la raccolta avviene anche in virtù
dei patteggiamenti: agli imputati
la procura offre uno sconto di pe-na, se accettano che il proprio
Dna sia schedato per sempre nel-la banca dati. I rischi di abusi sono
evidenti. Tanto più che in certi ca-si il Dna viene prelevato ancora
prima dell’incriminazione, quin-di dei cittadini innocenti finisco-no nella schedatura genetica; po-tranno però essere successiva-mente “reperiti” grazie a quei te-st. Queste pratiche vengono inco-raggiate dall’uso dilagante del
Dna come prova di reato nelle au-le dei tribunali; eppure anche i te-st genetici non sono totalmente
immuni dal rischio di errore, so-prattutto a seconda di chi li com-pie e con quali modalità di raccol-ta delle prove sul luogo del delitto.
Sul fronte del Datagate “origi-nario”, quello cioè che riguarda il
massiccio programma di spio-naggio di telefoni e email gestito
dalla National Security Agency
(Nsa), proprio il capo di quest’a-genzia ieri ha promesso traspa-renza. Parlando davanti alla com-missione di vigilanza sui servizi
segreti della Camera, il generale
Keith Alexander ha detto che è sua
intenzione «fornire più informa-zioni su quel programma, ma
senza mettere a repentaglio la si-curezza degli americani». Ha
quindi accusato il 29enne Edward
Snowden, la gola profonda all’o-rigine delle rivelazioni, di «avere
già inflitto seri danni alla sicurez-za nazionale». Il capo dell’Fbi, Ro-bert Mueller, parlando davanti al-la stessa commissione parlamen-tare ha detto che lo spionaggio di-gitale «avrebbe potuto prevenire
l’11 settembre, o un altro attenta-to di Boston». Affermazione sin-golare almeno nel secondo caso:
l’attentato di Boston è avvenuto
quando la Nsa gestiva già da anni
le operazioni di spionaggio. I due
terroristi ceceni erano stati se-gnalati come pericolosi dal gover-no russo. L’avviso fu ignorato,
mentre nell’area di Boston i servi-zi preferivano indagare sui ragaz-zi contestatori del movimento
Occupy Wall Street
domenica 7 luglio 2013
Dai telai antichi all’energia solare così si salvano i piccoli borghi
ERRETO ALPI (Reggio Emilia)
«I
l futuro è di chi lo fa,
disse un brigante
10 anni fa». Sono
orgogliosi delle lo-ro magliette, i “bri-ganti” di questo paese a un tiro di
schioppo con il confine toscano.
«Nel 2003 — racconta Renato Fa-rina, capo di questi strani brigan-ti — abbiamo detto basta. Il no-stro paese stava semplicemente
chiudendo. Via la scuola elemen-tare, via la bottega, via il ristoran-te… E anche noi dovevamo anda-re via, a cercare lavoro. Abbiamo
detto basta. In questa terra, nel
1600, arrivò dalla Lunigiana il bri-gante Moncigolo e per anni e an-ni diventò il padrone di queste
terre. Anche noi — ci dicemmo —
dobbiamo fare come lui, diventa-re padroni a casa nostra. E basta
piangere se non c’è lavoro, basta
lamentarsi per il fato avverso. Il
futuro ce lo facciamo noi».
Nacque la cooperativa, natu-ralmente dedicata al brigante.
Undici soci che fanno tutto: dalla
pulizia del bosco al raccolto delle
castagne, e poi le guide nel parco
dell’Appennino, la gestione del
circolo sempre aperto nell’ex
scuola elementare… «. Nella
coop e nel “patto territoriale” c’è
tutto il paese, anche quelle che
erano imprese private che da so-le non sarebbero sopravvissute.
«Ci sono il Comune, la parroc-chia, l’hotel, il ristorante…Tutti
uniti, per presentare il “prodotto
Cerreto Alpi”. E così siamo riusci-ti a restare qui. Ottanta abitanti
d’inverno, 500 d’estate. A lavora-re tutto il giorno, con il computer
o con la ruspa». Sono diventati
anche “professori”, i briganti di
Cerreto. Ieri, nel paese con le ca-se di sasso, c’è stato un convegno
sulle cooperative di comunità e tanti sono venuti a lezione. «Sono
almeno 50, queste coop di comu-nità — racconta Giuliano Poletti,
presidente dell’Alleanza delle
cooperative italiane — nate qua-si tutte in questi ultimi due anni.
Sono l’unica sorpresa positiva in
una crisi che crea sempre più di-sperazione. Dimostrano che non
ci sono solo lo Stato da una parte
e il mercato dall’altra. C’è la ge-stione comune dei beni, che può
produrre reti sociali».
Ci si mette in coop perché il
paese chiude e allora, come nella
vicina Succiso, giovani e meno
giovani, come in kibbutz, orga-nizzano una proprietà comune e
costruiscono agriturismo, alle-vamento di pecore, bottega, ri-storante, forno…Ma le coop na-scono anche per «ricostruire la
cultura di comunità». «Nella no-stra Val di Rabbi — dice Adriana
Paternoster — abbiamo subito
l’aggressività del mercato immo-biliare, che voleva portare anche
da noi le seconde case. I turisti so-no benvenuti, queste seconde
case no perché portano nella val-le i valori della città: il confine del-la proprietà, il cancello, il giardi-no, il citofono…Noi per fortuna
siamo rimasti al margine, rispet-to allo sviluppo del turismo nel
Trentino, e possiamo permetter-ci di cercare la qualità. Dieci soci
nell’associazione del Molino
Ruatti, cento nella “Rabbi vacan-ze”. Lavoriamo soprattutto per recupero dei masi abbandonati e
vogliamo tornare a macinare or-zo e frumento, recuperando ter-reni abbandonati dai contadini».
Anche nella bassa Val di Fiemme
sta nascendo una cooperativa
che interessa cinque Comuni.
«Pure noi — racconta Andrea Da-prà — siamo rimasti al margine
del turismo di massa. E questo ci
permette di offrire un territorio
integro. Per trovare lavoro e sala-ri, reinventiamo gli antichi me-stieri. Da Molina di Fiemme par-tivano 20 “fornellari” verso tutto
l’arco alpino per costruire i “for-nei a ole”. Le ole sono le camere di
combustione con le piastrelle in
ceramica smaltata. È un’attività
che rende ancora oggi. Un forno
nuovo costa 10.000 euro, uno an-tico, restaurato, fino a 150.000.
Potremo costruire camere in le-gno di cirm olo, che rallenta i bat-titi cardiaci e così, almeno dico-no, aiuta a restare giovani. Ab-biamo tante altre idee, come re-cuperare le terrazze di Capria-na, dove c’erano vite e orzo e an-che il lupino con cui si preparava
il nostro “caffè balos”».
«Noi vogliamo solo turisti che
sappiano apprezzare ciò che
possiamo offrire — dice Daniele
Pieiller, uno dei 40 soci di Natu-ravalp della Valpelline —. Da noi
non ci sono impianti di risalita e
non li vogliamo. Abbiamo bel-lissime montagne da scalare,
amate ad esempio da Achille
Ratti, il papa alpinista. Per le ri-salite, possiamo offrire mule e
asine, come nel trekking che or-ganizziamo da Aosta. Gli anima-li portano tende e bagagli e si
viaggia per tre giorni su mulat-tiere usate per secoli e oggi di-menticate».
A volte la coop di comunità
nasce in modo solenne. Il 18 lu-glio 2011, nella piazza San Gior-gio di Melpignano, davanti a un
notaio 75 soci hanno costituito
una cooperativa per la costru-zione e il montaggio di 180 im-pianti fotovoltaici su edifici
pubblici e privati, con la poten-za di un megawatt. L’energia
non consumata verrà venduta e
il ricavato servirà a finanziare
altri progetti della coop. A volte
le realtà sono piccole, come la
cooperativa Il miglio di Miglie-rina, in Calabria. Cinque donne
si occupano di tessitura con an-tichi telai. Ma sta partendo un
albergo diffuso, nel centro stori-co recuperato. Anche a Cerreto
Alpi tutto è cominciato quando
bar e bottega hanno chiuso. E i
ventenni di dieci anni fa, invece
di andare via, decisero di diven-tare “brigant
«I
l futuro è di chi lo fa,
disse un brigante
10 anni fa». Sono
orgogliosi delle lo-ro magliette, i “bri-ganti” di questo paese a un tiro di
schioppo con il confine toscano.
«Nel 2003 — racconta Renato Fa-rina, capo di questi strani brigan-ti — abbiamo detto basta. Il no-stro paese stava semplicemente
chiudendo. Via la scuola elemen-tare, via la bottega, via il ristoran-te… E anche noi dovevamo anda-re via, a cercare lavoro. Abbiamo
detto basta. In questa terra, nel
1600, arrivò dalla Lunigiana il bri-gante Moncigolo e per anni e an-ni diventò il padrone di queste
terre. Anche noi — ci dicemmo —
dobbiamo fare come lui, diventa-re padroni a casa nostra. E basta
piangere se non c’è lavoro, basta
lamentarsi per il fato avverso. Il
futuro ce lo facciamo noi».
Nacque la cooperativa, natu-ralmente dedicata al brigante.
Undici soci che fanno tutto: dalla
pulizia del bosco al raccolto delle
castagne, e poi le guide nel parco
dell’Appennino, la gestione del
circolo sempre aperto nell’ex
scuola elementare… «. Nella
coop e nel “patto territoriale” c’è
tutto il paese, anche quelle che
erano imprese private che da so-le non sarebbero sopravvissute.
«Ci sono il Comune, la parroc-chia, l’hotel, il ristorante…Tutti
uniti, per presentare il “prodotto
Cerreto Alpi”. E così siamo riusci-ti a restare qui. Ottanta abitanti
d’inverno, 500 d’estate. A lavora-re tutto il giorno, con il computer
o con la ruspa». Sono diventati
anche “professori”, i briganti di
Cerreto. Ieri, nel paese con le ca-se di sasso, c’è stato un convegno
sulle cooperative di comunità e tanti sono venuti a lezione. «Sono
almeno 50, queste coop di comu-nità — racconta Giuliano Poletti,
presidente dell’Alleanza delle
cooperative italiane — nate qua-si tutte in questi ultimi due anni.
Sono l’unica sorpresa positiva in
una crisi che crea sempre più di-sperazione. Dimostrano che non
ci sono solo lo Stato da una parte
e il mercato dall’altra. C’è la ge-stione comune dei beni, che può
produrre reti sociali».
Ci si mette in coop perché il
paese chiude e allora, come nella
vicina Succiso, giovani e meno
giovani, come in kibbutz, orga-nizzano una proprietà comune e
costruiscono agriturismo, alle-vamento di pecore, bottega, ri-storante, forno…Ma le coop na-scono anche per «ricostruire la
cultura di comunità». «Nella no-stra Val di Rabbi — dice Adriana
Paternoster — abbiamo subito
l’aggressività del mercato immo-biliare, che voleva portare anche
da noi le seconde case. I turisti so-no benvenuti, queste seconde
case no perché portano nella val-le i valori della città: il confine del-la proprietà, il cancello, il giardi-no, il citofono…Noi per fortuna
siamo rimasti al margine, rispet-to allo sviluppo del turismo nel
Trentino, e possiamo permetter-ci di cercare la qualità. Dieci soci
nell’associazione del Molino
Ruatti, cento nella “Rabbi vacan-ze”. Lavoriamo soprattutto per recupero dei masi abbandonati e
vogliamo tornare a macinare or-zo e frumento, recuperando ter-reni abbandonati dai contadini».
Anche nella bassa Val di Fiemme
sta nascendo una cooperativa
che interessa cinque Comuni.
«Pure noi — racconta Andrea Da-prà — siamo rimasti al margine
del turismo di massa. E questo ci
permette di offrire un territorio
integro. Per trovare lavoro e sala-ri, reinventiamo gli antichi me-stieri. Da Molina di Fiemme par-tivano 20 “fornellari” verso tutto
l’arco alpino per costruire i “for-nei a ole”. Le ole sono le camere di
combustione con le piastrelle in
ceramica smaltata. È un’attività
che rende ancora oggi. Un forno
nuovo costa 10.000 euro, uno an-tico, restaurato, fino a 150.000.
Potremo costruire camere in le-gno di cirm olo, che rallenta i bat-titi cardiaci e così, almeno dico-no, aiuta a restare giovani. Ab-biamo tante altre idee, come re-cuperare le terrazze di Capria-na, dove c’erano vite e orzo e an-che il lupino con cui si preparava
il nostro “caffè balos”».
«Noi vogliamo solo turisti che
sappiano apprezzare ciò che
possiamo offrire — dice Daniele
Pieiller, uno dei 40 soci di Natu-ravalp della Valpelline —. Da noi
non ci sono impianti di risalita e
non li vogliamo. Abbiamo bel-lissime montagne da scalare,
amate ad esempio da Achille
Ratti, il papa alpinista. Per le ri-salite, possiamo offrire mule e
asine, come nel trekking che or-ganizziamo da Aosta. Gli anima-li portano tende e bagagli e si
viaggia per tre giorni su mulat-tiere usate per secoli e oggi di-menticate».
A volte la coop di comunità
nasce in modo solenne. Il 18 lu-glio 2011, nella piazza San Gior-gio di Melpignano, davanti a un
notaio 75 soci hanno costituito
una cooperativa per la costru-zione e il montaggio di 180 im-pianti fotovoltaici su edifici
pubblici e privati, con la poten-za di un megawatt. L’energia
non consumata verrà venduta e
il ricavato servirà a finanziare
altri progetti della coop. A volte
le realtà sono piccole, come la
cooperativa Il miglio di Miglie-rina, in Calabria. Cinque donne
si occupano di tessitura con an-tichi telai. Ma sta partendo un
albergo diffuso, nel centro stori-co recuperato. Anche a Cerreto
Alpi tutto è cominciato quando
bar e bottega hanno chiuso. E i
ventenni di dieci anni fa, invece
di andare via, decisero di diven-tare “brigant
Dalle carestie del Re Sole alle sommosse operaie breve storia del maltempo
GGI, il maltempo figura spesso tra i di-scorsi più consueti della gente, e a
buon motivo. Ce ne lamentiamo con-tinuamente: gite annullate, inondazioni nel
dipartimento dell’Aube, weekend “at home”
diventati insopportabili per la loro ripetizio-ne, prolungamento della costosa stagione
del riscaldamento. I personaggi illustri non
sono necessariamente al riparo dalle solite
banalità su questo tema: nel corso di un in-contro tra Charles De Gaulle e uno dei nostri
scrittori più importanti, le due personalità,
che del resto non avevano un granché da dir-si, ebbero una conversazione piuttosto ba-nale sulla tromba d’acqua che si abbatteva in
quel momento sui vetri del castello di Co-lombey. A Parigi, come altrove, i tavolini al-l’aperto dei caffè sono molto spesso deserti
per ciò che un vecchio militante oggi dimen-ticato, Etienne Fajon (1906-1991), durante
una Festa de L’Humanité trasformata in di-luvio, definì «lo scatenarsi degli elementi»
nello stile fiorito di un maestro elementare
della Belle Époque.
Gli odierni agricoltori hanno, rispetto a un
clima che ritengono a torto o a ragione sre-golato, le loro reazioni abituali: lamentano il
ritardo stagionale della maturazione dei
frutti e degli ortaggi con il rischio che que-st’anno cali la loro qualità. E magari saranno
preoccupati, a più lungo termine, per il rac-colto dei cereali, che finiranno per risentirne
se si prolungherà un tempo freddo, malsano
e iperpiovoso, come dicono quelli del meteo.
Questa infausta eventualità, tuttavia, pur se
concepibile, è tutt’altro che certa. In effetti,
non si può prevedere che tempo farà con
qualche certezza se non entro gli otto o i die-ci giorni.
LE INTEMPERIE PRIMAVERILI
Eppure, alcuni specialisti, che si consi-derano forse a ragione meglio informati,
non provano il minimo imbarazzo nell’an-nunciare un’estate guastata dal maltem-po. Immaginiamo che le attuali intempe-rie primaverili si prolunghino nelle setti-mane e nei mesi a venire. Beninteso, è caso
mai il contrario che può avvenire, ovvero il
ritorno del bel tempo. Ma rimaniamo sul-l’ipotesi del peggio, come si usa fare oggi.
Supponiamo inoltre, ipotesi supplemen-tare e controfattuale, di trovarci in una si-tuazione di povertà quasi globale,
tipica di un mondo medievale o
dell’economia dell’Ancien Régi-me. Si tratterebbe dunque di un
assaggio di una volta, “del bel vec-chio tempo”, di fatto brutto su
quasi tutta la linea, come fu il caso
nelle famose carestie del 1314-1315, o del 1692-1694: raccolti di-strutti dall’eccesso di piovosità;
prezzo dei cereali triplicato o qua-druplicato; pane quotidiano ca-rissimo; aumento della mortalità
per l’estrema sottoalimentazione
e per le epidemie collaterali; ricer-ca disperata di un approvvigiona-mento di viveri attraverso le im-portazioni dai paesi europei o da
altri non toccati dalla carestia né
dall’eccesso di piogge; messe e
preghiere alla Madonna, a reli-quie o a santi protettori di cui si
mutilano le statue per muovere
questi intercessori ad essere più
dinamici contro le precipitazioni
abbondanti.
Non siamo più a questo livello dal pun-to di vista religioso, ma fenomeni di questo
tipo erano relativamente frequenti tra il
XIV e il XVII secolo. La cosa diventava an-cor più pressante quando la carestia, do-vuta alle piogge eccessive, era complicata
da una situazione di guerra oltre confine o,
peggio ancora, di guerra civile. Nel primo
caso, sotto Luigi XIV (1654-1715), per
esempio, le tasse per finanziare gli eserciti
reali subirono un pesante aumen-to: i piccoli contadini e i poveri del-le città ne furono duramente col-piti e morirono in massa, come ac-cadde nell’enorme crisi nell’ap-provvigionamento dei viveri degli
anni 1692-1694, dove si ebbero 1,3
milioni di morti supplementari
tra i 19 o 20 milioni di indigenti del-l’esagono francese. Nel XV secolo,
il complesso guerra civile—guer-ra oltre confine si associa tragica-mente a una situazione meteoro-logica momentaneamente disa-strosa per i raccolti e per l’alimen-tazione popolare. Questo accad-de in particolare nella seconda
metà della Guerra dei Cent’anni
(1337-1453), con le grandi carestie
degli anni 1420, 1432 e 1437-1439.
Le ultime tre furono dovute al
freddo e alle piogge abbondanti,
aggravate da saccheggiatori e
mercenari, inglesi e non solo, che
distruggevano le popolazioni aiu-tati in questo da una congiuntura
meteorologica troppo aggressiva o sem-plicemente troppo umida. Questo era, in
alcuni dei suoi aspetti più negativi, il mon-do che abbiamo perduto, The World We
Have Lost, per riprendere il titolo di un li-bro diventato famoso dello storico inglese
Peter Laslett (1915-2001).
Le carestie dovute al freddo e soprattutto
alle piogge eccessive sono scomparse nel se-colo XVIII, a parte alcuni eventi più inverna-li che pluviometrici. Ad esempio, nel 1740, e
molto più tardi nel 1802, o ancora durante la
Restaurazione nel 1816, in seguito alla note-vole eruzione del vulcano indonesiano
Tambora. Possiamo citare, inoltre, le forti
piogge degli anni 1828-1831, che riguarda-rono la Francia in particolare. Esse contri-buirono, andando a colpire le messi e perfi-no gli allevamenti, al rincaro delle derrate
agricole e di quelle panificabili, causa, tra
tante altre, di una certa agitazione popolare,
a volte rivoluzionaria, a Parigi nel 1830 e a
Lione nel 1832. Dal 1806, la piovosità a volte
eccessiva continua di tanto in tanto a distur-bare i nostri raccolti, ma le importazioni di
frumento americano, argentino e australia-no sono sufficienti per disinnescare even-tuali sommosse.
LE SOMMOSSE OPERAIE IN FRANCIA
A partire dagli anni 1910-1913, anche
in Francia ci sono delle sommosse ope-raie non più per il pane, ma per la carne.
È un fenomeno che si inserisce in un
processo generale di “conversione ali-mentare alla carne”, correlativa all’ec-cesso di animali allevati su scala mon-diale in Brasile. L’operaio della Belle
Époque non reclama più solo il suo pa-ne quotidiano, ma anche la sua bistec-ca. Dal grano alla carne, dal pane alla bi-stecca, potremmo dunque evocare,
nello stile dello storico americano Tho-mas Kuhn (1922-1996), un autentico
cambio di paradigma. Malgrado le re-criminazioni degli scienziati, che si la-mentano a ragione della dipendenza
dei nostri contemporanei dal cibo a ba-se di carne. Questo ha preso il posto —
dobbiamo dire definitivamente? — del
buon pane di una volta e di altri pastic-ci cerealicoli di cui un tempo si riempi-vano volentieri la bocca i Galli nostri an-tenati.
(Traduzione di Luis E. Mo
buon motivo. Ce ne lamentiamo con-tinuamente: gite annullate, inondazioni nel
dipartimento dell’Aube, weekend “at home”
diventati insopportabili per la loro ripetizio-ne, prolungamento della costosa stagione
del riscaldamento. I personaggi illustri non
sono necessariamente al riparo dalle solite
banalità su questo tema: nel corso di un in-contro tra Charles De Gaulle e uno dei nostri
scrittori più importanti, le due personalità,
che del resto non avevano un granché da dir-si, ebbero una conversazione piuttosto ba-nale sulla tromba d’acqua che si abbatteva in
quel momento sui vetri del castello di Co-lombey. A Parigi, come altrove, i tavolini al-l’aperto dei caffè sono molto spesso deserti
per ciò che un vecchio militante oggi dimen-ticato, Etienne Fajon (1906-1991), durante
una Festa de L’Humanité trasformata in di-luvio, definì «lo scatenarsi degli elementi»
nello stile fiorito di un maestro elementare
della Belle Époque.
Gli odierni agricoltori hanno, rispetto a un
clima che ritengono a torto o a ragione sre-golato, le loro reazioni abituali: lamentano il
ritardo stagionale della maturazione dei
frutti e degli ortaggi con il rischio che que-st’anno cali la loro qualità. E magari saranno
preoccupati, a più lungo termine, per il rac-colto dei cereali, che finiranno per risentirne
se si prolungherà un tempo freddo, malsano
e iperpiovoso, come dicono quelli del meteo.
Questa infausta eventualità, tuttavia, pur se
concepibile, è tutt’altro che certa. In effetti,
non si può prevedere che tempo farà con
qualche certezza se non entro gli otto o i die-ci giorni.
LE INTEMPERIE PRIMAVERILI
Eppure, alcuni specialisti, che si consi-derano forse a ragione meglio informati,
non provano il minimo imbarazzo nell’an-nunciare un’estate guastata dal maltem-po. Immaginiamo che le attuali intempe-rie primaverili si prolunghino nelle setti-mane e nei mesi a venire. Beninteso, è caso
mai il contrario che può avvenire, ovvero il
ritorno del bel tempo. Ma rimaniamo sul-l’ipotesi del peggio, come si usa fare oggi.
Supponiamo inoltre, ipotesi supplemen-tare e controfattuale, di trovarci in una si-tuazione di povertà quasi globale,
tipica di un mondo medievale o
dell’economia dell’Ancien Régi-me. Si tratterebbe dunque di un
assaggio di una volta, “del bel vec-chio tempo”, di fatto brutto su
quasi tutta la linea, come fu il caso
nelle famose carestie del 1314-1315, o del 1692-1694: raccolti di-strutti dall’eccesso di piovosità;
prezzo dei cereali triplicato o qua-druplicato; pane quotidiano ca-rissimo; aumento della mortalità
per l’estrema sottoalimentazione
e per le epidemie collaterali; ricer-ca disperata di un approvvigiona-mento di viveri attraverso le im-portazioni dai paesi europei o da
altri non toccati dalla carestia né
dall’eccesso di piogge; messe e
preghiere alla Madonna, a reli-quie o a santi protettori di cui si
mutilano le statue per muovere
questi intercessori ad essere più
dinamici contro le precipitazioni
abbondanti.
Non siamo più a questo livello dal pun-to di vista religioso, ma fenomeni di questo
tipo erano relativamente frequenti tra il
XIV e il XVII secolo. La cosa diventava an-cor più pressante quando la carestia, do-vuta alle piogge eccessive, era complicata
da una situazione di guerra oltre confine o,
peggio ancora, di guerra civile. Nel primo
caso, sotto Luigi XIV (1654-1715), per
esempio, le tasse per finanziare gli eserciti
reali subirono un pesante aumen-to: i piccoli contadini e i poveri del-le città ne furono duramente col-piti e morirono in massa, come ac-cadde nell’enorme crisi nell’ap-provvigionamento dei viveri degli
anni 1692-1694, dove si ebbero 1,3
milioni di morti supplementari
tra i 19 o 20 milioni di indigenti del-l’esagono francese. Nel XV secolo,
il complesso guerra civile—guer-ra oltre confine si associa tragica-mente a una situazione meteoro-logica momentaneamente disa-strosa per i raccolti e per l’alimen-tazione popolare. Questo accad-de in particolare nella seconda
metà della Guerra dei Cent’anni
(1337-1453), con le grandi carestie
degli anni 1420, 1432 e 1437-1439.
Le ultime tre furono dovute al
freddo e alle piogge abbondanti,
aggravate da saccheggiatori e
mercenari, inglesi e non solo, che
distruggevano le popolazioni aiu-tati in questo da una congiuntura
meteorologica troppo aggressiva o sem-plicemente troppo umida. Questo era, in
alcuni dei suoi aspetti più negativi, il mon-do che abbiamo perduto, The World We
Have Lost, per riprendere il titolo di un li-bro diventato famoso dello storico inglese
Peter Laslett (1915-2001).
Le carestie dovute al freddo e soprattutto
alle piogge eccessive sono scomparse nel se-colo XVIII, a parte alcuni eventi più inverna-li che pluviometrici. Ad esempio, nel 1740, e
molto più tardi nel 1802, o ancora durante la
Restaurazione nel 1816, in seguito alla note-vole eruzione del vulcano indonesiano
Tambora. Possiamo citare, inoltre, le forti
piogge degli anni 1828-1831, che riguarda-rono la Francia in particolare. Esse contri-buirono, andando a colpire le messi e perfi-no gli allevamenti, al rincaro delle derrate
agricole e di quelle panificabili, causa, tra
tante altre, di una certa agitazione popolare,
a volte rivoluzionaria, a Parigi nel 1830 e a
Lione nel 1832. Dal 1806, la piovosità a volte
eccessiva continua di tanto in tanto a distur-bare i nostri raccolti, ma le importazioni di
frumento americano, argentino e australia-no sono sufficienti per disinnescare even-tuali sommosse.
LE SOMMOSSE OPERAIE IN FRANCIA
A partire dagli anni 1910-1913, anche
in Francia ci sono delle sommosse ope-raie non più per il pane, ma per la carne.
È un fenomeno che si inserisce in un
processo generale di “conversione ali-mentare alla carne”, correlativa all’ec-cesso di animali allevati su scala mon-diale in Brasile. L’operaio della Belle
Époque non reclama più solo il suo pa-ne quotidiano, ma anche la sua bistec-ca. Dal grano alla carne, dal pane alla bi-stecca, potremmo dunque evocare,
nello stile dello storico americano Tho-mas Kuhn (1922-1996), un autentico
cambio di paradigma. Malgrado le re-criminazioni degli scienziati, che si la-mentano a ragione della dipendenza
dei nostri contemporanei dal cibo a ba-se di carne. Questo ha preso il posto —
dobbiamo dire definitivamente? — del
buon pane di una volta e di altri pastic-ci cerealicoli di cui un tempo si riempi-vano volentieri la bocca i Galli nostri an-tenati.
(Traduzione di Luis E. Mo
Mi daranno la caccia, ma dovevo parlare perché Obama sta distruggendo la libertà
ONDRA — «Non voglio che l’at-tenzione pubblica sia su di me,
non voglio che questa storia ri-guardi me, voglio che riguardi
quello che sta facendo il governo
americano». Così dice Edward
Snowden, il 29enne ex-agente
della Nsa e della Cia che ha deciso
di farsi identificare come la “tal-pa”, la fonte delle rivelazioni del
Guardian sul Datagate. Ma la
“storia”, a questo punto, è inevi-tabilmente anche la sua: perché
lo ha fatto, cosa pensa, cosa gli
succederà. In una videointervista
e in un articolo messi ieri sera sul
sito del quotidiano londinese,
Snowden sembra calmo, deter-minato e consapevole dei rischi
che corre a essere diventato l’au-tore della più grande fuga di noti-zie dall’interno dell’amministra-zione Usa dal tempo dei Penta-gon Papers durante la guerra del
Vietnam. “E’ un eroe”, lo defini-sce Daniel Ellsberg, colui che
fornì proprio i Pentagon Papers,
le carte sui piani segreti di Nixon
in Indocina, al New York Times.
Ma il dipartimento di giustizia
americano potrebbe presto incri-minarlo per violazione di spio-naggio.
«Non ho intenzione di nascon-dermi, perché so di non avere fat-to niente di male», afferma lui da
Hong Kong, ammettendo tutta-MONDO
■ 15
@
LUNEDÌ 10 GIUGNO 2013
la Repubblica
L’AMERICA DI OBAMA
PER SAPERNE DI PIÙ
www.guardian.co.uk
www.whitehouse.gov
via: «So che difficilmente rivedrò
casa mia». In un messaggio che ha
indirizzato al Guardianinsieme
alle sue prime rivelazioni, ha
scritto: «Comprendo che mi fa-ranno soffrire per le mie azioni.
Ma sarò contento se le azioni del
paese a base di leggi segrete e irre-sistibili poteri esecutivi che oggi
governa il mondo che io amo ver-ranno alla luce anche per un solo
istante». E nell’intervista confes-sa: «Non ho votato Obama, ma
credevo alle sue promesse. Inve-ce ha continuato le politiche del
suo predecessore».
Circa le reazioni al Dagate, os-serva, «so che il governo america-no mi demonizzerà», ma si augu-ra che le sue rivelazioni servano
ad aprire un dibattito negli Stati
Uniti e nel mondo «sul tipo di so-cietà in cui vogliamo vivere». Non
ci sono altre ragioni per il suo ge-sto, assicura: «Il mio unico scopo
è informare l’opinione pubblica
su quello che viene fatto nel suo
nome e contro di essa». Snowden
racconta che aveva una vita «mol-to confortevole», con un salario di
circa 200 mila dollari l’anno, una
girl-friend con cui condivideva
una casa alle Hawaii, una carriera
stabile, una famiglia a cui è molto
legato: «Ma sono pronto a sacrifi-care tutto questo», dice al Guar-dian, «perché in tutta coscienza
non posso permettere che il go-verno americano distrugga la pri-vacy, la libertà su internet e le li-bertà fondamentali della gente di
tutto il mondo con questa mac-china di sorveglianza segreta che
ha clandestinamente costruito».
Quindi ricostruisce come si è
svolta la sua fuga. Tre settimane
or sono ha copiato tutti i dati che
si preparava a dare al quotidiano
britanni-co. Ha detto ai suoi superiori del-la Nsa che aveva bisogno di pren-dersi due settimane di assenza
dal lavoro per curare l’epilessia di
cui ha scoperto di soffrire. E alla
sua ragazza ha dato spiegazioni
ancora più vaghe. «Ma ciò è nor-male per qualcuno che lavora
nell’intelligence», aggiunge. Poi è
partito per Hong Kong. Temendo
di essere seguito e spiato, in tre
settimane è uscito soltanto tre
volte dalla sua stanza d’albergo e,
quando scrive la password per ac-cedere al suo computer, ricopre
tutto con un grande cappuccio
rosso, per evitare che telecamere
nascoste possano leggerla. Sa che
gli Stati Uniti potrebbero avviare
una richiesta di estradizione, o
che il governo cinese potrebbe ar-restarlo per ottenere da lui infor-mazioni riservate, o che potrebbe
diventare vittima di un’operazio-ne di “illegal rendition”, cioè che
«la Cia o un suo alleato potrebbe
mettermi su un aereo e portar-mi via». Ammette che non sarà
più tranquillo per il resto della
sua vita, ma insiste: «Non ho
paura, perché questa è la scelta
che ho fatto». L’unica cosa di cui
ha timore è l’impatto che il suo
ruolo nel Datagate potrà avere
sulla sua famiglia, molti dei cui
membri, afferma, lavorano an-ch’essi per il governo Usa.
In conclusione, perché l’ha fat-to?«Ci sono cose più importanti
dei soldi», risponde. «Se fossi sta-to motivato dal denaro, avrei po-tuto vendere quelle informazioni
a svariati paesi stranieri e sarei di-ventato ricco». Ha agito, invece,
per una pura questione di princi-pio. «Il governo americano si è da-to poteri a cui nessuno lo ha auto-rizzato. La conseguenza è che
persone con un lavoro come il
mio possono andare oltre i com-piti che sono stati loro assegnati».
Non esclude di riuscire a evitare
incriminazione, processi, prigio-ne o peggio: la sua migliore spe-ranza, confida ai reporter del
Guardian con cui ha lavorato, sa-rebbe ottenere asilo politico, e l’I-slanda, che ha la reputazione di
grande difensore delle libertà su
internet, è “in cima alla lista”. Ma
Reykiavic è quanto mai lontana
da Hong Kong. Qualsiasi cosa ac-cada, conclude Snowden, «non
ho rammarichi, valeva la pena fa-re quello che ho fatto
non voglio che questa storia ri-guardi me, voglio che riguardi
quello che sta facendo il governo
americano». Così dice Edward
Snowden, il 29enne ex-agente
della Nsa e della Cia che ha deciso
di farsi identificare come la “tal-pa”, la fonte delle rivelazioni del
Guardian sul Datagate. Ma la
“storia”, a questo punto, è inevi-tabilmente anche la sua: perché
lo ha fatto, cosa pensa, cosa gli
succederà. In una videointervista
e in un articolo messi ieri sera sul
sito del quotidiano londinese,
Snowden sembra calmo, deter-minato e consapevole dei rischi
che corre a essere diventato l’au-tore della più grande fuga di noti-zie dall’interno dell’amministra-zione Usa dal tempo dei Penta-gon Papers durante la guerra del
Vietnam. “E’ un eroe”, lo defini-sce Daniel Ellsberg, colui che
fornì proprio i Pentagon Papers,
le carte sui piani segreti di Nixon
in Indocina, al New York Times.
Ma il dipartimento di giustizia
americano potrebbe presto incri-minarlo per violazione di spio-naggio.
«Non ho intenzione di nascon-dermi, perché so di non avere fat-to niente di male», afferma lui da
Hong Kong, ammettendo tutta-MONDO
■ 15
@
LUNEDÌ 10 GIUGNO 2013
la Repubblica
L’AMERICA DI OBAMA
PER SAPERNE DI PIÙ
www.guardian.co.uk
www.whitehouse.gov
via: «So che difficilmente rivedrò
casa mia». In un messaggio che ha
indirizzato al Guardianinsieme
alle sue prime rivelazioni, ha
scritto: «Comprendo che mi fa-ranno soffrire per le mie azioni.
Ma sarò contento se le azioni del
paese a base di leggi segrete e irre-sistibili poteri esecutivi che oggi
governa il mondo che io amo ver-ranno alla luce anche per un solo
istante». E nell’intervista confes-sa: «Non ho votato Obama, ma
credevo alle sue promesse. Inve-ce ha continuato le politiche del
suo predecessore».
Circa le reazioni al Dagate, os-serva, «so che il governo america-no mi demonizzerà», ma si augu-ra che le sue rivelazioni servano
ad aprire un dibattito negli Stati
Uniti e nel mondo «sul tipo di so-cietà in cui vogliamo vivere». Non
ci sono altre ragioni per il suo ge-sto, assicura: «Il mio unico scopo
è informare l’opinione pubblica
su quello che viene fatto nel suo
nome e contro di essa». Snowden
racconta che aveva una vita «mol-to confortevole», con un salario di
circa 200 mila dollari l’anno, una
girl-friend con cui condivideva
una casa alle Hawaii, una carriera
stabile, una famiglia a cui è molto
legato: «Ma sono pronto a sacrifi-care tutto questo», dice al Guar-dian, «perché in tutta coscienza
non posso permettere che il go-verno americano distrugga la pri-vacy, la libertà su internet e le li-bertà fondamentali della gente di
tutto il mondo con questa mac-china di sorveglianza segreta che
ha clandestinamente costruito».
Quindi ricostruisce come si è
svolta la sua fuga. Tre settimane
or sono ha copiato tutti i dati che
si preparava a dare al quotidiano
britanni-co. Ha detto ai suoi superiori del-la Nsa che aveva bisogno di pren-dersi due settimane di assenza
dal lavoro per curare l’epilessia di
cui ha scoperto di soffrire. E alla
sua ragazza ha dato spiegazioni
ancora più vaghe. «Ma ciò è nor-male per qualcuno che lavora
nell’intelligence», aggiunge. Poi è
partito per Hong Kong. Temendo
di essere seguito e spiato, in tre
settimane è uscito soltanto tre
volte dalla sua stanza d’albergo e,
quando scrive la password per ac-cedere al suo computer, ricopre
tutto con un grande cappuccio
rosso, per evitare che telecamere
nascoste possano leggerla. Sa che
gli Stati Uniti potrebbero avviare
una richiesta di estradizione, o
che il governo cinese potrebbe ar-restarlo per ottenere da lui infor-mazioni riservate, o che potrebbe
diventare vittima di un’operazio-ne di “illegal rendition”, cioè che
«la Cia o un suo alleato potrebbe
mettermi su un aereo e portar-mi via». Ammette che non sarà
più tranquillo per il resto della
sua vita, ma insiste: «Non ho
paura, perché questa è la scelta
che ho fatto». L’unica cosa di cui
ha timore è l’impatto che il suo
ruolo nel Datagate potrà avere
sulla sua famiglia, molti dei cui
membri, afferma, lavorano an-ch’essi per il governo Usa.
In conclusione, perché l’ha fat-to?«Ci sono cose più importanti
dei soldi», risponde. «Se fossi sta-to motivato dal denaro, avrei po-tuto vendere quelle informazioni
a svariati paesi stranieri e sarei di-ventato ricco». Ha agito, invece,
per una pura questione di princi-pio. «Il governo americano si è da-to poteri a cui nessuno lo ha auto-rizzato. La conseguenza è che
persone con un lavoro come il
mio possono andare oltre i com-piti che sono stati loro assegnati».
Non esclude di riuscire a evitare
incriminazione, processi, prigio-ne o peggio: la sua migliore spe-ranza, confida ai reporter del
Guardian con cui ha lavorato, sa-rebbe ottenere asilo politico, e l’I-slanda, che ha la reputazione di
grande difensore delle libertà su
internet, è “in cima alla lista”. Ma
Reykiavic è quanto mai lontana
da Hong Kong. Qualsiasi cosa ac-cada, conclude Snowden, «non
ho rammarichi, valeva la pena fa-re quello che ho fatto
Giuanìn, il paziente zero che per primo sfidò l’Eternit
G
iovanni Demichelis era
un uomo di polvere, era
un mangiapolvere.
Questa è infatti una sto-ria di polvere, la puvri, la maledetta fari-na d’amianto e cemento che Giovanni e
altri tremila come lui respirarono, gior-no dopo giorno, per anni, fino a soffo-carne, fino a tornare alla polvere. La re-spirarono operai all’Eternit, e Giovanni
era uno di loro, impiegati o semplici cit-tadini: perché a Casale, per decenni, per
morire è bastato respirare.
Eppure, questa storia di polvere non
finisce in polvere, e non solo perché il
processo d’appello ha reso giustizia a
tanto dolore. La polvere è anche il segno
del tempo che passa, è un simbolo, si po-sa sulle cose e le rende opache e lontane,
è fatta di niente e cancella quasi tutto:
non la memoria di Giovanni Demiche-lis, il primo morto d’amianto che nel
1983 combattè contro l’Eternit in tribu-nale, in barella, ormai quasi in agonia,
per dimostrare che il cancro ai polmoni
e l’asbestosi a Casale non erano un caso,
una maledizione o una coincidenza, ma
una condanna legata al lavoro. Così in-dispensabile, a volte così fatale. Testi-moniò, con un filo di voce, e cinque gior-ni dopo morì. Giovanni, il “paziente ze-ro” di una battaglia di moribondi e fan-tasmi, in nome della vita.
«Mio marito aveva deciso, voleva par-lare al giudice. Io non ero d’accordo, or-mai l’avevo quasi perso, non volevo che
soffrisse di più. Ma gli amici, i suoi com-pagni di fabbrica mi convinsero. E mi
convinse il suo sguardo». La signora
Santa Gallon oggi ha 76 anni, due figli,
tre nipoti e un marito morto d’amianto,
un uomo taciturno e fiero, di quelli che
cambiano il mondo con un sussurro.
«Era un mercoledì, faceva freddo. Era il
16 febbraio 1983. Giovanni lo portam-mo in tribunale con l’ambulanza della
Croce Rossa». Ci sono fotografie di quel
giorno, le pubblicò Il Monferrato . Si ve-de un uomo in barella, con la cuffia in te-sta e una coperta addosso, sembra un
reduce di guerra e in fondo lo è. «Aveva
la febbre a trentanove, e solo 58 anni. Era
in pensione da maggio dell’anno prima,
e tre mesi più tardi, ad agosto, cominciò
a stare male. Fece le lastre. “Giuanìn,
non andiamo mica tanto bene, qui c’è
una brutta bronchite” gli disse il dotto-re, ma lui non ci credette: sapeva. Aveva
il cento per cento di asbestosi, i polmo-ni si riempiono di polvere e poi si soffo-ca. La mutua glielo riconobbe solo dieci
giorni prima di morire».
Gli amici sindacalisti, Bruno Pesce e
Nicola Pondrano, due che hanno passa-to la vita a difendere la vita, ricordano
bene quel 16 febbraio di trent’anni fa.
«Giovanni tremava come una foglia,
eravamo tutti commossi, poi in un gran-de silenzio parlò. Stavamo zitti per poter
sentire quella sua voce debolissima». La
cronaca del Monferrato riporta la testi-monianza dell’operaio: «Ho lavorato al-l’Eternit per vent’anni, dal 1962, quan-do ancora si miscelava l’amianto con il
badile. La polvere era dappertutto, l’a-vevamo addosso, la mangiavamo an-che in mensa. Nel 1981 dovetti abban-donare l’azienda per non morire, chiesi
il prepensionamento, dovevo pensare
ai miei figli».
Giovanni Demichelis aveva chiesto la
“rendita di passaggio”, cioè l’indenniz-zo che però l’Inail aveva appena elimi-nato, fidandosi degli interventi garanti-ti dall’Eternit per migliorare la sicurez-za: una chimera, anzi una menzogna.
Per questo motivo si promosse la prima
causa di lavoro collettiva. «Giovanni era
agitatissimo», ricorda la moglie. «Quan-do ebbe finito di parlare, il giudice che si
chiamava Reposo, dottor Reposo, scese
dalla cattedra e andò a stringergli la ma-no, poi gli fecero firmare la deposizione:
le dita tremavano. Lo riportammo all’o-spedale Santo Spirito dove sarebbe
morto pochi giorni dopo, il lunedì 21
febbraio».
Giovanni lavorò, visse e morì a nome
di tanti, e a nome di tanti lo volle rac-contare con il suo penultimo respiro.
«Ci eravamo conosciuti in fabbrica, in
Svizzera, alla Snia Viscosa di Stekborn.
Io avevo vent’anni, lui dodici di più. Era
un uomo silenzioso, senza vizi, intelli-gente. Gli piaceva leggere e voleva farsi
una famiglia. Ci sposammo il 7 settem-bre del ’57 e venimmo in Italia, prima lui
lavorò a Novara, alla Montecatini e poi
all’Eternit dove si guadagnava bene. Era
addetto alla macchina che sfilacciava
l’amianto. Io sono veneta, lui invece ca-salese di Borgo Popolo, suo padre Gu-glielmo morì di cancro ai polmoni, se
l’era preso alla Montecatini. “Se riesco a
tirarmi fuori — mi ripeteva alla fine —
andiamo in Veneto dove l’aria è fresca”:
io sono della provincia di Treviso, dove
ho portato i miei figli Mauro e Marialisa
dopo la morte di Giovanni, credo sal-vandoli. Giovanni mi aveva spiegato
tutto, nelle ultime settimane parlava in
continuazione, mi disse come avrei do-vuto fare, per la casa e il lavoro e i bam-bini. Mi ricordo che, al processo, l’avvo-cato dell’Eternit, mi pare si chiamasse
Ponte, sbuffò dopo la testimonianza di
mio marito, disse “il cancro viene anche
a chi fuma” e intanto aveva la sigaretta
accesa. Gli risposi: scusi, avvocato, ma
allora perché lei non la spegne? Giovan-ni mi raccomandò di seppellirlo in Ve-neto, non a Casale, dove non voleva più
stare neanche da morto. Nei mesi della
chemio vide arrendersi tanti amici, per
esempio il suo caporeparto Giovanni
Squera, ma anche persone che non ave-vano mai lavorato all’Eternit. Io adesso
ringrazio chi si è battuto per tanto tem-po, i giudici e gli avvocati, e il comitato
dei parenti, perché alla fine un po’ di giu stizia è arrivata. E credo che la testimo-nianza di Giovanni, così lontana e così
dolorosa, sia servita».
Neppure un granello si è posato sui
vetri dello schedario dove Giovanni,
adesso, è una cartellina: insieme alla
sua, altre 2.288. Bianche: lavoratori
morti. Rosa: cittadini morti. Gialle: lavo-ratori malati. Due stanzette in piazza
Castello, è la sede dell’Afeva, l’associa-zione dei famigliari delle vittime. L’ulti-ma a morire si chiamava Paola Chiabre-ra, aveva 36 anni, se n’è andata a maggio.
Mai lavorato all’Eternit. Anche a lei è ba-stato respirare. Quando Giovanni De-michelis sussurrò in barella la sua storia,
Paola aveva appena sei anni.
A volte, la morte ha nomi gentili e mi-steriosi: crisotilo, fibra d’oro, fiocco di
lana, crocidolite, garofano, pietra rag-giata. Ogni fibra d’amianto è 1300 volte
meno sottile di un capello. Giovanni e gli
altri, a fine turno si pulivano alla bell’e
meglio con l’aria compressa, ma le bri-ciole infernali erano già dentro di loro
per sempre, indistruttibili, eterne come
l’Eternit che pure chiuse nel 1986. Ma
oggi, ancora si muore: 2000 vittime al-l’anno in Italia, 25 nuovi casi di malattia
a Casale in quattro mesi nel 2013, e il pic-co dei tumori è previsto nel 2020. Qui,
dove il dilemma tra il lavoro che uccide
e il bisogno del lavoro per vivere è stato
risolto, a prezzo di immane dolore,
trent’anni prima dell’Ilva, e comunque
la soluzione perfetta non esiste.
Questa è una storia che somiglia alla
polvere, ma non lo è. Somiglia anche al
cielo oltremare, al blu cobalto e all’aria
frizzante di questo pomeriggio che è un
delirio di luce, qui sul rettilineo dell’E-ternit o quel che ne resta, nel quartiere
Ronzone. Due palazzine decrepite, ca-daveri di mattoni e un sarcofago di ce-mento per coprire il cratere dell’a-mianto. Una vittoria che appartiene
anche a Giovanni: pochi mesi dopo il
processo, in quel preistorico e fonda-mentale 1983, l’Istituto tumori e la Pro-cura di Torino segnalarono i dati ano-mali sulla mortalità a Casale. E si co-minciò a capire.
Ecco il muro d’ingresso, dove veniva-no incollati i manifesti funebri dei lavo-ratori: pochi arrivavano ai cinquant’an-ni, quasi nessuno alla pensione. C’è un
buco nella rete del cancello, si può en-trare. Tra le inferriate filtra un alito fred-do, dentro è umido e buio, fuori invece
trillano i passerotti, incongrui e incu-ranti. I papaveri e le erbacce si mangia-no il luogo che si mangiò tante vite, è co-me essere ad Auschwitz, le stanze del
dolore senza scopo si assomigliano tut-te. Sotto il sarcofago, nel regno del “pol-verino” (a volte i diminutivi provano a
ingentilire l’apocalisse) si producevano
tegole, tettoie, tubazioni, fioriere, persi-no la neve finta per gli spettacoli teatra-li, e Giovanni che cambiò il mondo la
mescolava con il badile.
Davanti ai resti dell’Eternit e della sua
effimera eternità, c’è una scuola mater-na coloratissima: oggi è giorno di collo-quio per la classe degli arancioni. Sfila-no mamme e papà, insieme al pomerig-gio che scivola come polvere. La vita ha
una forza pazzesca, sempre, e urla con-tro il buio. Si sentono giocare i bambini
oltre il giardino, in un orizzonte di orti-che e nuvole
iovanni Demichelis era
un uomo di polvere, era
un mangiapolvere.
Questa è infatti una sto-ria di polvere, la puvri, la maledetta fari-na d’amianto e cemento che Giovanni e
altri tremila come lui respirarono, gior-no dopo giorno, per anni, fino a soffo-carne, fino a tornare alla polvere. La re-spirarono operai all’Eternit, e Giovanni
era uno di loro, impiegati o semplici cit-tadini: perché a Casale, per decenni, per
morire è bastato respirare.
Eppure, questa storia di polvere non
finisce in polvere, e non solo perché il
processo d’appello ha reso giustizia a
tanto dolore. La polvere è anche il segno
del tempo che passa, è un simbolo, si po-sa sulle cose e le rende opache e lontane,
è fatta di niente e cancella quasi tutto:
non la memoria di Giovanni Demiche-lis, il primo morto d’amianto che nel
1983 combattè contro l’Eternit in tribu-nale, in barella, ormai quasi in agonia,
per dimostrare che il cancro ai polmoni
e l’asbestosi a Casale non erano un caso,
una maledizione o una coincidenza, ma
una condanna legata al lavoro. Così in-dispensabile, a volte così fatale. Testi-moniò, con un filo di voce, e cinque gior-ni dopo morì. Giovanni, il “paziente ze-ro” di una battaglia di moribondi e fan-tasmi, in nome della vita.
«Mio marito aveva deciso, voleva par-lare al giudice. Io non ero d’accordo, or-mai l’avevo quasi perso, non volevo che
soffrisse di più. Ma gli amici, i suoi com-pagni di fabbrica mi convinsero. E mi
convinse il suo sguardo». La signora
Santa Gallon oggi ha 76 anni, due figli,
tre nipoti e un marito morto d’amianto,
un uomo taciturno e fiero, di quelli che
cambiano il mondo con un sussurro.
«Era un mercoledì, faceva freddo. Era il
16 febbraio 1983. Giovanni lo portam-mo in tribunale con l’ambulanza della
Croce Rossa». Ci sono fotografie di quel
giorno, le pubblicò Il Monferrato . Si ve-de un uomo in barella, con la cuffia in te-sta e una coperta addosso, sembra un
reduce di guerra e in fondo lo è. «Aveva
la febbre a trentanove, e solo 58 anni. Era
in pensione da maggio dell’anno prima,
e tre mesi più tardi, ad agosto, cominciò
a stare male. Fece le lastre. “Giuanìn,
non andiamo mica tanto bene, qui c’è
una brutta bronchite” gli disse il dotto-re, ma lui non ci credette: sapeva. Aveva
il cento per cento di asbestosi, i polmo-ni si riempiono di polvere e poi si soffo-ca. La mutua glielo riconobbe solo dieci
giorni prima di morire».
Gli amici sindacalisti, Bruno Pesce e
Nicola Pondrano, due che hanno passa-to la vita a difendere la vita, ricordano
bene quel 16 febbraio di trent’anni fa.
«Giovanni tremava come una foglia,
eravamo tutti commossi, poi in un gran-de silenzio parlò. Stavamo zitti per poter
sentire quella sua voce debolissima». La
cronaca del Monferrato riporta la testi-monianza dell’operaio: «Ho lavorato al-l’Eternit per vent’anni, dal 1962, quan-do ancora si miscelava l’amianto con il
badile. La polvere era dappertutto, l’a-vevamo addosso, la mangiavamo an-che in mensa. Nel 1981 dovetti abban-donare l’azienda per non morire, chiesi
il prepensionamento, dovevo pensare
ai miei figli».
Giovanni Demichelis aveva chiesto la
“rendita di passaggio”, cioè l’indenniz-zo che però l’Inail aveva appena elimi-nato, fidandosi degli interventi garanti-ti dall’Eternit per migliorare la sicurez-za: una chimera, anzi una menzogna.
Per questo motivo si promosse la prima
causa di lavoro collettiva. «Giovanni era
agitatissimo», ricorda la moglie. «Quan-do ebbe finito di parlare, il giudice che si
chiamava Reposo, dottor Reposo, scese
dalla cattedra e andò a stringergli la ma-no, poi gli fecero firmare la deposizione:
le dita tremavano. Lo riportammo all’o-spedale Santo Spirito dove sarebbe
morto pochi giorni dopo, il lunedì 21
febbraio».
Giovanni lavorò, visse e morì a nome
di tanti, e a nome di tanti lo volle rac-contare con il suo penultimo respiro.
«Ci eravamo conosciuti in fabbrica, in
Svizzera, alla Snia Viscosa di Stekborn.
Io avevo vent’anni, lui dodici di più. Era
un uomo silenzioso, senza vizi, intelli-gente. Gli piaceva leggere e voleva farsi
una famiglia. Ci sposammo il 7 settem-bre del ’57 e venimmo in Italia, prima lui
lavorò a Novara, alla Montecatini e poi
all’Eternit dove si guadagnava bene. Era
addetto alla macchina che sfilacciava
l’amianto. Io sono veneta, lui invece ca-salese di Borgo Popolo, suo padre Gu-glielmo morì di cancro ai polmoni, se
l’era preso alla Montecatini. “Se riesco a
tirarmi fuori — mi ripeteva alla fine —
andiamo in Veneto dove l’aria è fresca”:
io sono della provincia di Treviso, dove
ho portato i miei figli Mauro e Marialisa
dopo la morte di Giovanni, credo sal-vandoli. Giovanni mi aveva spiegato
tutto, nelle ultime settimane parlava in
continuazione, mi disse come avrei do-vuto fare, per la casa e il lavoro e i bam-bini. Mi ricordo che, al processo, l’avvo-cato dell’Eternit, mi pare si chiamasse
Ponte, sbuffò dopo la testimonianza di
mio marito, disse “il cancro viene anche
a chi fuma” e intanto aveva la sigaretta
accesa. Gli risposi: scusi, avvocato, ma
allora perché lei non la spegne? Giovan-ni mi raccomandò di seppellirlo in Ve-neto, non a Casale, dove non voleva più
stare neanche da morto. Nei mesi della
chemio vide arrendersi tanti amici, per
esempio il suo caporeparto Giovanni
Squera, ma anche persone che non ave-vano mai lavorato all’Eternit. Io adesso
ringrazio chi si è battuto per tanto tem-po, i giudici e gli avvocati, e il comitato
dei parenti, perché alla fine un po’ di giu stizia è arrivata. E credo che la testimo-nianza di Giovanni, così lontana e così
dolorosa, sia servita».
Neppure un granello si è posato sui
vetri dello schedario dove Giovanni,
adesso, è una cartellina: insieme alla
sua, altre 2.288. Bianche: lavoratori
morti. Rosa: cittadini morti. Gialle: lavo-ratori malati. Due stanzette in piazza
Castello, è la sede dell’Afeva, l’associa-zione dei famigliari delle vittime. L’ulti-ma a morire si chiamava Paola Chiabre-ra, aveva 36 anni, se n’è andata a maggio.
Mai lavorato all’Eternit. Anche a lei è ba-stato respirare. Quando Giovanni De-michelis sussurrò in barella la sua storia,
Paola aveva appena sei anni.
A volte, la morte ha nomi gentili e mi-steriosi: crisotilo, fibra d’oro, fiocco di
lana, crocidolite, garofano, pietra rag-giata. Ogni fibra d’amianto è 1300 volte
meno sottile di un capello. Giovanni e gli
altri, a fine turno si pulivano alla bell’e
meglio con l’aria compressa, ma le bri-ciole infernali erano già dentro di loro
per sempre, indistruttibili, eterne come
l’Eternit che pure chiuse nel 1986. Ma
oggi, ancora si muore: 2000 vittime al-l’anno in Italia, 25 nuovi casi di malattia
a Casale in quattro mesi nel 2013, e il pic-co dei tumori è previsto nel 2020. Qui,
dove il dilemma tra il lavoro che uccide
e il bisogno del lavoro per vivere è stato
risolto, a prezzo di immane dolore,
trent’anni prima dell’Ilva, e comunque
la soluzione perfetta non esiste.
Questa è una storia che somiglia alla
polvere, ma non lo è. Somiglia anche al
cielo oltremare, al blu cobalto e all’aria
frizzante di questo pomeriggio che è un
delirio di luce, qui sul rettilineo dell’E-ternit o quel che ne resta, nel quartiere
Ronzone. Due palazzine decrepite, ca-daveri di mattoni e un sarcofago di ce-mento per coprire il cratere dell’a-mianto. Una vittoria che appartiene
anche a Giovanni: pochi mesi dopo il
processo, in quel preistorico e fonda-mentale 1983, l’Istituto tumori e la Pro-cura di Torino segnalarono i dati ano-mali sulla mortalità a Casale. E si co-minciò a capire.
Ecco il muro d’ingresso, dove veniva-no incollati i manifesti funebri dei lavo-ratori: pochi arrivavano ai cinquant’an-ni, quasi nessuno alla pensione. C’è un
buco nella rete del cancello, si può en-trare. Tra le inferriate filtra un alito fred-do, dentro è umido e buio, fuori invece
trillano i passerotti, incongrui e incu-ranti. I papaveri e le erbacce si mangia-no il luogo che si mangiò tante vite, è co-me essere ad Auschwitz, le stanze del
dolore senza scopo si assomigliano tut-te. Sotto il sarcofago, nel regno del “pol-verino” (a volte i diminutivi provano a
ingentilire l’apocalisse) si producevano
tegole, tettoie, tubazioni, fioriere, persi-no la neve finta per gli spettacoli teatra-li, e Giovanni che cambiò il mondo la
mescolava con il badile.
Davanti ai resti dell’Eternit e della sua
effimera eternità, c’è una scuola mater-na coloratissima: oggi è giorno di collo-quio per la classe degli arancioni. Sfila-no mamme e papà, insieme al pomerig-gio che scivola come polvere. La vita ha
una forza pazzesca, sempre, e urla con-tro il buio. Si sentono giocare i bambini
oltre il giardino, in un orizzonte di orti-che e nuvole
“Vi mostro i giganti che sfregiano Venezia”
I
L SACRIFICIO è stato sve-gliarsi alle cinque del matti-no per diverse settimane.
«Volevo fotografare i mostri
mentre arrivano, mentre fan-no la posta alla loro preda».
Gianni Berengo Gardin, doge
della fotografia italiana, è nato
a Genova ma ha vissuto a lungo
a Venezia, la città di suo padre,
dove ha perfino gestito per al-cuni anni il negozio di famiglia,
di vetri e collane di Murano.
L NEGOZIO era nella strategica
Calle Larga di San Marco, «allora
chi diceva Berengo Gardin pensa-va alle perle di vetro... Ora invece c’è
un caffè». Tutto cambia a Venezia,
non sempre per il meglio, ma questo
non è un cambio, «questo è un disa-stro, una tragedia...». Il veneziano che
c’è in lui si è ribellato. L’esito è un re-portage duro, severissimo sulle, anzi
contro le gi-gantesche navi
da crociera che
traversano la
Laguna e sfio-rano la regina
del mare con i
loro inchini in-teressati e
«spaventosi».
Le sarà co-stato qualco-sa, Berengo,
dare questa
immagine
della città che
ama...
«Proprio
perché amo
Venezia, da
molti anni non
sopporto di ve-derla stuprata
da orde di turi-sti che vengo-no a Venezia
solo perché
“bisogna andare a vedere Venezia”
ma in realtà non gliene frega niente.
Ma Venezia vive anche di questo, e mi
sono sempre trattenuto. Però di fron-te a questi mostri non ce l’ho fatta. Qui
non è più solo questione di scempio
del paesaggio veneziano, di sporcizia,
di folla che straripa, qui c’è un perico-lo, un pericolo reale. Ci vuol niente
che succeda come a Genova, che uno
di questi grattacieli orizzontali vada a
sbattere su Palazzo Ducale, su San
Giorgio, sulla Punta della Dogana. Li
ho fotografati così perché si vedesse
non solo che sono orrendi, ma che
fanno terrore».
Un reportage di denuncia, un ge-sto politico?
«A Venezia c’è un gruppo di cittadi-ni, mi pare si chiami “No Grandi Na-vi”, che si batte contro i mostri del ma-re, ma io mi sono mosso per conto
mio. Sì, ho fatto un reportage di de-nuncia, schierato, i reporter fanno an-che questo, è un dovere civile, ma è un
lavoro giornalistico. Se poi mi chiede-ranno queste foto per appoggiare la
loro battaglia, sarò lieto di dargliele».
Perché, per una volta, non ha usa-to la fotografia a colori? Non sareb-be stato più forte l’impatto?
«Al contrario. Il colore distrae. Un
cielo azzurro brillante sistema molte
cose. Il libro che dedicai a Venezia,
nel ’62, era in bianco e nero, ma quel-la Venezia ora sembra irreale. Il bian-co e nero dà quello scarto rispetto al-la visione naturale che ti costringe a
guardare meglio. Quel muro bianco
che sembra un cielo e invece è pieno
di oblò, appiccicato alle case vene-ziane grigie con le loro finestre goti-che: è il pittoresco ribaltato. Volevo
che fosse un effetto di shock anche
per i veneziani che sanno a memoria
la loro città».
Ha usato qualche attrezzo del me-stiere per dare più forza al suo sde-gno?
«In alcuni casi ho usato un teleob-biettivo, ma molto moderato, un 80
millimetri, in altri un normale 50.
Non c’è affatto bisogno di forzare
l’immagine, chiunque passeggi per
Venezia avrà coi suoi occhi le stesse
impressioni di queste immagini».
Eppure i passanti nelle calli e nel-le piazze sembrano indifferenti a
quella massa di metallo che incom-be.
«Ne passano anche quattro al gior-no. I veneziani purtroppo ci stanno
facendo l’abitudine. Per i turisti in-vece sta diventando la nuova mera-viglia veneziana, li vedi tutti a foto-grafare le navi sullo sfondo delle cal-li, con i loro telefonini... Guardano
più lo spettacolo delle navi che Vene-zia, ormai. I mostri hanno preso il so-pravvento anche nell’immagina-rio».
Ma Venezia è una città
di mare. Ha sempre fatto
i conti con le barche e con
le navi.
«In un libro di inediti ho
pubblicato un anno fa la
fotografia di una nave
mercantile che diversi decenni or so-no vidi ormeggiata sulla Riva dei set-te Martiri. La fotografai perché mi
sembrò enorme, impressionante.
Era niente al confronto con queste
qui. Non c’è più alcuna misura, capi-sce? Sono navi smisurate rispetto al-le proporzioni della città, non c’è co-mune misura. Sono alte il doppio di
palazzo Ducale, lunghe il doppio di
piazza San Marco. Nessun luogo re-siste a questa sproporzione, a questa
prepotenza visuale».
Perché lo fanno?
«Io posso im-maginare che, vi-sta da lassù, Ve-nezia sia uno
spettacolo mera-viglioso. Ma in
questo modo, vi-sta così, Venezia
diventa un mo-dellino, una mi-niatura, un gio-cattolo. Non c’è
più differenza fra
questa Venezia
vista dal dorso
del mostro e le
Venezie artificia-li che hanno ri-fatto in America.
Sono la stessa co-sa, ormai. Anzi
quelle resiste-ranno meglio e
fra un po’ saran-no più vere. La-sciamo stare un
momento gli in-cidenti che sono drammaticamente
possibili: già adesso queste navi
stanno sgretolando Venezia, anche
senza toccarla materialmente»
L SACRIFICIO è stato sve-gliarsi alle cinque del matti-no per diverse settimane.
«Volevo fotografare i mostri
mentre arrivano, mentre fan-no la posta alla loro preda».
Gianni Berengo Gardin, doge
della fotografia italiana, è nato
a Genova ma ha vissuto a lungo
a Venezia, la città di suo padre,
dove ha perfino gestito per al-cuni anni il negozio di famiglia,
di vetri e collane di Murano.
L NEGOZIO era nella strategica
Calle Larga di San Marco, «allora
chi diceva Berengo Gardin pensa-va alle perle di vetro... Ora invece c’è
un caffè». Tutto cambia a Venezia,
non sempre per il meglio, ma questo
non è un cambio, «questo è un disa-stro, una tragedia...». Il veneziano che
c’è in lui si è ribellato. L’esito è un re-portage duro, severissimo sulle, anzi
contro le gi-gantesche navi
da crociera che
traversano la
Laguna e sfio-rano la regina
del mare con i
loro inchini in-teressati e
«spaventosi».
Le sarà co-stato qualco-sa, Berengo,
dare questa
immagine
della città che
ama...
«Proprio
perché amo
Venezia, da
molti anni non
sopporto di ve-derla stuprata
da orde di turi-sti che vengo-no a Venezia
solo perché
“bisogna andare a vedere Venezia”
ma in realtà non gliene frega niente.
Ma Venezia vive anche di questo, e mi
sono sempre trattenuto. Però di fron-te a questi mostri non ce l’ho fatta. Qui
non è più solo questione di scempio
del paesaggio veneziano, di sporcizia,
di folla che straripa, qui c’è un perico-lo, un pericolo reale. Ci vuol niente
che succeda come a Genova, che uno
di questi grattacieli orizzontali vada a
sbattere su Palazzo Ducale, su San
Giorgio, sulla Punta della Dogana. Li
ho fotografati così perché si vedesse
non solo che sono orrendi, ma che
fanno terrore».
Un reportage di denuncia, un ge-sto politico?
«A Venezia c’è un gruppo di cittadi-ni, mi pare si chiami “No Grandi Na-vi”, che si batte contro i mostri del ma-re, ma io mi sono mosso per conto
mio. Sì, ho fatto un reportage di de-nuncia, schierato, i reporter fanno an-che questo, è un dovere civile, ma è un
lavoro giornalistico. Se poi mi chiede-ranno queste foto per appoggiare la
loro battaglia, sarò lieto di dargliele».
Perché, per una volta, non ha usa-to la fotografia a colori? Non sareb-be stato più forte l’impatto?
«Al contrario. Il colore distrae. Un
cielo azzurro brillante sistema molte
cose. Il libro che dedicai a Venezia,
nel ’62, era in bianco e nero, ma quel-la Venezia ora sembra irreale. Il bian-co e nero dà quello scarto rispetto al-la visione naturale che ti costringe a
guardare meglio. Quel muro bianco
che sembra un cielo e invece è pieno
di oblò, appiccicato alle case vene-ziane grigie con le loro finestre goti-che: è il pittoresco ribaltato. Volevo
che fosse un effetto di shock anche
per i veneziani che sanno a memoria
la loro città».
Ha usato qualche attrezzo del me-stiere per dare più forza al suo sde-gno?
«In alcuni casi ho usato un teleob-biettivo, ma molto moderato, un 80
millimetri, in altri un normale 50.
Non c’è affatto bisogno di forzare
l’immagine, chiunque passeggi per
Venezia avrà coi suoi occhi le stesse
impressioni di queste immagini».
Eppure i passanti nelle calli e nel-le piazze sembrano indifferenti a
quella massa di metallo che incom-be.
«Ne passano anche quattro al gior-no. I veneziani purtroppo ci stanno
facendo l’abitudine. Per i turisti in-vece sta diventando la nuova mera-viglia veneziana, li vedi tutti a foto-grafare le navi sullo sfondo delle cal-li, con i loro telefonini... Guardano
più lo spettacolo delle navi che Vene-zia, ormai. I mostri hanno preso il so-pravvento anche nell’immagina-rio».
Ma Venezia è una città
di mare. Ha sempre fatto
i conti con le barche e con
le navi.
«In un libro di inediti ho
pubblicato un anno fa la
fotografia di una nave
mercantile che diversi decenni or so-no vidi ormeggiata sulla Riva dei set-te Martiri. La fotografai perché mi
sembrò enorme, impressionante.
Era niente al confronto con queste
qui. Non c’è più alcuna misura, capi-sce? Sono navi smisurate rispetto al-le proporzioni della città, non c’è co-mune misura. Sono alte il doppio di
palazzo Ducale, lunghe il doppio di
piazza San Marco. Nessun luogo re-siste a questa sproporzione, a questa
prepotenza visuale».
Perché lo fanno?
«Io posso im-maginare che, vi-sta da lassù, Ve-nezia sia uno
spettacolo mera-viglioso. Ma in
questo modo, vi-sta così, Venezia
diventa un mo-dellino, una mi-niatura, un gio-cattolo. Non c’è
più differenza fra
questa Venezia
vista dal dorso
del mostro e le
Venezie artificia-li che hanno ri-fatto in America.
Sono la stessa co-sa, ormai. Anzi
quelle resiste-ranno meglio e
fra un po’ saran-no più vere. La-sciamo stare un
momento gli in-cidenti che sono drammaticamente
possibili: già adesso queste navi
stanno sgretolando Venezia, anche
senza toccarla materialmente»
Balena Ai giapponesi non piace più ma nessuno ferma la caccia
ietro l’arpione c’è ri-masto ben poco. I
vecchi motivi per in-sistere nello stermi-nio dei cetacei in via
di estinzione sono ormai solo un
pretesto. Salvaguardia della tra-dizione, tutela di un settore eco-nomico, passione culinaria, ne-cessità scientifiche... in realtà do-cumenti e notizie sulla caccia alle
balene confermano che non c’è
più nemmeno il mito, c’è solo una
lobby che sfrutta il nazionalismo
giapponese. Il sapore di Moby
Dick non conquista più, ha stan-cato anche i palati giapponesi più
ghiotti, e il mercato non tira: se-condo l’ Institute for Cetacean
Research nel 2003 dovevano es-sere congelate nei frigoriferi del
pianeta perché invendute 2200
tonnellate di carne di balena,
nel 2012 erano nientemeno che
4700, di cui solo in Giappone
4000 (quanto tutte le riserve au-ree della Cina...).
«Bisogna smitizzare la passio-ne dei giapponesi per la carne di
balena, i sondaggi che Greenpea-ce ha commissionato
dimostrano che solo un 5 per
cento scarso occasionalmente
la consuma», sottolinea Ales-sandro Giannì, direttore delle
Campagne per l’Italia. «Il con-sumo è limitato ad alcune co-munità ristrette e agli anziani
che ricordano i tempi della scar-sità di proteine nel dopoguerra.
La carne ha un gusto molto de-ciso, i giova ni non la mangiano».
Visto che gli umani sono di-sinteressati, la giapponese Mi-chinoku ha deciso di utilizzare
carne di cetacei in una linea di ci-bo per cani. Alimenti di lusso,
s’intende: a basso contenuto di
grassi, con poche calorie, pieni
di proteine. Solo la rabbia degli
“industriali” viene dai dati del-l’ultimo rapporto di Iruka e Kuji-ra Action Network (Ikan — Rete
d’azione per Delfini e Balene): se-condo l’organizzazione, la so-pravvivenza dell’industria nip-ponica è legata solo ai finanzia-menti pubblici — ottenuti grazie
al lavoro della potentissima lobby
baleniera — e allo spirito “patriot-tico” che muove i governi di
Tokyo. In passato il Giappone si
era conquistato l’antipatia degli
ambientalisti sfruttando i varchi
delle leggi internazionali e pagan-do i delegati di altri paesi alla
Commissione baleniera interna-zionale così da poter ancora spac-ciare per esigenze di “ricerca
scientifica” l’abbattimento di
centinaia di balene ogni anno. Ma
anche questa motivazione non
funziona più: gli specialisti sotto-lineano che la gran parte delle
informazioni ottenute aprendo
fisicamente lo stomaco di un ce-taceo sono disponibili anche solo
esaminandone le feci, senza dun-que sacrificare l’animale.
E adesso che persino i gourmet
più conservatori stanno girando
le spalle al rito sanguinoso della
macellazione di balene, il gover-no giapponese — denunciano
gli attivisti di Ikan — distoglie
somme enormi dalla ricostru-zione di Fukushima e dai proget-ti di studio sulla pesca sostenibi-le per mantenere alta nei mari
frequentati dai cetacei la bandie-ra del Sol Levante.
A sentire gli studi segnalati dai
difensori più pugnaci, quelli di
Sea Shepherd, le balene hanno
una massa cerebrale e una strut-tura dei lobi tali da poter ipotizza-re che abbiano una sviluppata
coscienza di sé, una percezione
della sofferenza, una capacità
artistica e culturale, e persino
una potenzialità di riflessione fi-losofica. Insomma, se ci fa piace-re immaginare che i delfini ab-biano un cervello simile a quello
dell’uomo e possano diventare
“compagni” degli esseri umani
nelle scorribande acquatiche,
per le balene il rispetto dovrebbe
essere persino maggiore.
E invece gli aspiranti capitan
Achab delle flotte norvegesi, islan-desi, nipponiche sognano di tin-gere il blu in rosso, per veder ago-nizzare sul ponte di navi mattatoio
le regine degli abissi. Che importa
dove andranno? Filetti di balenot-tera sono stati trovati al posto del
salmone, nel sashimi di ristoranti
giapponesi di California e Corea.
Dopo la caccia e il massacro, della
polemica nazionalista resta solo
una piccola frod
vecchi motivi per in-sistere nello stermi-nio dei cetacei in via
di estinzione sono ormai solo un
pretesto. Salvaguardia della tra-dizione, tutela di un settore eco-nomico, passione culinaria, ne-cessità scientifiche... in realtà do-cumenti e notizie sulla caccia alle
balene confermano che non c’è
più nemmeno il mito, c’è solo una
lobby che sfrutta il nazionalismo
giapponese. Il sapore di Moby
Dick non conquista più, ha stan-cato anche i palati giapponesi più
ghiotti, e il mercato non tira: se-condo l’ Institute for Cetacean
Research nel 2003 dovevano es-sere congelate nei frigoriferi del
pianeta perché invendute 2200
tonnellate di carne di balena,
nel 2012 erano nientemeno che
4700, di cui solo in Giappone
4000 (quanto tutte le riserve au-ree della Cina...).
«Bisogna smitizzare la passio-ne dei giapponesi per la carne di
balena, i sondaggi che Greenpea-ce ha commissionato
dimostrano che solo un 5 per
cento scarso occasionalmente
la consuma», sottolinea Ales-sandro Giannì, direttore delle
Campagne per l’Italia. «Il con-sumo è limitato ad alcune co-munità ristrette e agli anziani
che ricordano i tempi della scar-sità di proteine nel dopoguerra.
La carne ha un gusto molto de-ciso, i giova ni non la mangiano».
Visto che gli umani sono di-sinteressati, la giapponese Mi-chinoku ha deciso di utilizzare
carne di cetacei in una linea di ci-bo per cani. Alimenti di lusso,
s’intende: a basso contenuto di
grassi, con poche calorie, pieni
di proteine. Solo la rabbia degli
“industriali” viene dai dati del-l’ultimo rapporto di Iruka e Kuji-ra Action Network (Ikan — Rete
d’azione per Delfini e Balene): se-condo l’organizzazione, la so-pravvivenza dell’industria nip-ponica è legata solo ai finanzia-menti pubblici — ottenuti grazie
al lavoro della potentissima lobby
baleniera — e allo spirito “patriot-tico” che muove i governi di
Tokyo. In passato il Giappone si
era conquistato l’antipatia degli
ambientalisti sfruttando i varchi
delle leggi internazionali e pagan-do i delegati di altri paesi alla
Commissione baleniera interna-zionale così da poter ancora spac-ciare per esigenze di “ricerca
scientifica” l’abbattimento di
centinaia di balene ogni anno. Ma
anche questa motivazione non
funziona più: gli specialisti sotto-lineano che la gran parte delle
informazioni ottenute aprendo
fisicamente lo stomaco di un ce-taceo sono disponibili anche solo
esaminandone le feci, senza dun-que sacrificare l’animale.
E adesso che persino i gourmet
più conservatori stanno girando
le spalle al rito sanguinoso della
macellazione di balene, il gover-no giapponese — denunciano
gli attivisti di Ikan — distoglie
somme enormi dalla ricostru-zione di Fukushima e dai proget-ti di studio sulla pesca sostenibi-le per mantenere alta nei mari
frequentati dai cetacei la bandie-ra del Sol Levante.
A sentire gli studi segnalati dai
difensori più pugnaci, quelli di
Sea Shepherd, le balene hanno
una massa cerebrale e una strut-tura dei lobi tali da poter ipotizza-re che abbiano una sviluppata
coscienza di sé, una percezione
della sofferenza, una capacità
artistica e culturale, e persino
una potenzialità di riflessione fi-losofica. Insomma, se ci fa piace-re immaginare che i delfini ab-biano un cervello simile a quello
dell’uomo e possano diventare
“compagni” degli esseri umani
nelle scorribande acquatiche,
per le balene il rispetto dovrebbe
essere persino maggiore.
E invece gli aspiranti capitan
Achab delle flotte norvegesi, islan-desi, nipponiche sognano di tin-gere il blu in rosso, per veder ago-nizzare sul ponte di navi mattatoio
le regine degli abissi. Che importa
dove andranno? Filetti di balenot-tera sono stati trovati al posto del
salmone, nel sashimi di ristoranti
giapponesi di California e Corea.
Dopo la caccia e il massacro, della
polemica nazionalista resta solo
una piccola frod
sabato 6 luglio 2013
Ordini in crisi, dai gesuiti alle clarisse quattrocentomila i religiosi in meno Un crollo dal ’70 a oggi. E le case generalizie sono vuote
U
N PARADOSSO all’om-bra di San Pietro. Ora
che sul soglio pontificio
siede il primo Papa degli ultimi
150 anni proveniente da un or-dine religioso (prima del gesui-ta Francesco il precedente fu un
camaldolese italiano), le con-gregazioni conoscono una crisi
di vocazioni senza precedenti.
A leggere i dati diramati dal Va-ticano pochi giorni fa all’inter-no dell’annuario statistico
2013, fa rumore il crollo costan-te e continuo di vocazioni ma-schili e femminili. Dai gesuiti ai
francescani, oggi sono poco più
di centomila i religiosi nel mon-do, 710mila circa le religiose.
Ma erano rispettivamente più
di 150mila e più di un milione
all’inizio degli anni Settanta, gli
anni del grande boom in scia al
vento del concilio Vaticano II.
Poi una decrescita inesorabile,
che in proporzione ha colpito
di più le donne degli uomini: il
calo negli ultimi anni ha riguar-dato tre continenti (Europa,
America e Oceania), con varia-zioni anche di rilievo (-22 per
cento in Europa, - 21 per cento
in Oceania e -17 per cento in
America).
Le case generalizie degli isti-tuti religiosi si trovano in ogni
angolo a Roma. Enormi edifici
nascosti dietro mura imponen-ti. Costruiti dopo il Concorda-to, per anni sono stati abitati da
frotte di consacrati. Poi, dopo
gli anni Settanta, una debacle
che oggi fa felici gli agenti im-mobiliari della città pronti ad
accaparrarsi, a prezzi straccia-ti, edifici dal valore immenso.
Tanto che molti nella Chiesa si
domandano cosa succederà in
futuro. Arriverà l’anno zero del-le vocazioni? Oppure no? Diffi-cile rispondere. Di certo c’è un
fatto: dalla prima messa da
Pontefice nella Cappella Sisti-na fino a oggi, Francesco ha ri-badito decine di volte la neces-sità della vocazione religiosa,
spiegando che la Chiesa non è
una onlus né un’organizzazio-ne sociale e che la sua missione
non si esaurisce nell’impegno
sociale-caritativo. Parole che
sembrano mostrare la consa-pevolezza del fatto che il crollo
clamoroso di vocazioni dopo il
Vaticano II ha un’origine nel-l’eccessiva mondanizzazione
degli ordini che a forza di inse-guire la modernità si sono, co-me disse il cardinale Giacomo
Biffi in una celebre omelia per la
festa della Madonna di San Lu-ca, «disciolti in essa».
Dagli anni Cinquanta a oggi i
religiosi gesuiti sono calati del
cinquanta per cento nel mon-do. La diaspora più grande si è
avuta con il “Papa nero” padre
Pedro Arrupe, entrato in rotta
di collisione con Wojtyla per
l’eccesso di progressismo e in-dulgenza verso la teologia della
liberazione in Sudamerica. In
tanti in quegli anni hanno la-sciato l’abito sia nel nome di
un’opposizione allo sbilancia-mento verso un’ottica progres-sista dell’ordine sia, al contra-rio, per seguire fino alle estreme
conseguenze l’apertura al
mondo. Così anche i francesca-ni, fino a poco tempo fa il se-condo ordine più numeroso,
ora superati (si fa per dire) dai
salesiani. Fra tutti, le perdite
minori dai tempi del Concilio a
oggi le hanno subìte i cappucci-ni, soltanto il 17 per cento in
meno di aderenti: erano circa
15mila nel 1959, sono quasi
11mila oggi. Così sono calati
anche i principali ordini fem-minili, le clarisse che negli ulti-mi dodici anni sono passate da
8 a 6mila e le domenicane da
quasi 4mila a poco più di tremi-la. Un caso a parte è quello dei
Legionari di Cristo, l’istituto re-ligioso fondato nel 1941 da
Marcial Maciel Degollado, il
prete messicano che post mor-tem si è saputo aver abusato per
anni di minori. Nell’ultimo
biennio, il tempo in cui il cardi-nale Velasio De Paolis è stato
mandato dal Vaticano come
commissario straordinario do-po l’emergere dello scandalo,
sono state 269 le defezioni, non
poche in un istituto oggi forma-to da 1993 membri.
All’interno della Chiesa la let-tura di questi numeri è duplice.
Da una parte c’è chi accusa il
Vaticano II. Dopo il Concilio si
sono riscritte regole e statuti, si
è addolcita ascesi e disciplina, si
è arrivati all’imborghesimento
di vite che anche in virtù di una
certa austerità aprivano la stra-da a nuove vocazioni. Per altri
questa lettura è del tutto sem-plicistica. A Roma è il cardinale
brasiliano João Braz de Aviz a
essere a capo della Congrega-zione dei religiosi. Importante
elettore di Bergoglio è lui a lavo-rare nel tentativo di fermare la
grande fuga dagli ordini. I pros-simi anni diranno com
N PARADOSSO all’om-bra di San Pietro. Ora
che sul soglio pontificio
siede il primo Papa degli ultimi
150 anni proveniente da un or-dine religioso (prima del gesui-ta Francesco il precedente fu un
camaldolese italiano), le con-gregazioni conoscono una crisi
di vocazioni senza precedenti.
A leggere i dati diramati dal Va-ticano pochi giorni fa all’inter-no dell’annuario statistico
2013, fa rumore il crollo costan-te e continuo di vocazioni ma-schili e femminili. Dai gesuiti ai
francescani, oggi sono poco più
di centomila i religiosi nel mon-do, 710mila circa le religiose.
Ma erano rispettivamente più
di 150mila e più di un milione
all’inizio degli anni Settanta, gli
anni del grande boom in scia al
vento del concilio Vaticano II.
Poi una decrescita inesorabile,
che in proporzione ha colpito
di più le donne degli uomini: il
calo negli ultimi anni ha riguar-dato tre continenti (Europa,
America e Oceania), con varia-zioni anche di rilievo (-22 per
cento in Europa, - 21 per cento
in Oceania e -17 per cento in
America).
Le case generalizie degli isti-tuti religiosi si trovano in ogni
angolo a Roma. Enormi edifici
nascosti dietro mura imponen-ti. Costruiti dopo il Concorda-to, per anni sono stati abitati da
frotte di consacrati. Poi, dopo
gli anni Settanta, una debacle
che oggi fa felici gli agenti im-mobiliari della città pronti ad
accaparrarsi, a prezzi straccia-ti, edifici dal valore immenso.
Tanto che molti nella Chiesa si
domandano cosa succederà in
futuro. Arriverà l’anno zero del-le vocazioni? Oppure no? Diffi-cile rispondere. Di certo c’è un
fatto: dalla prima messa da
Pontefice nella Cappella Sisti-na fino a oggi, Francesco ha ri-badito decine di volte la neces-sità della vocazione religiosa,
spiegando che la Chiesa non è
una onlus né un’organizzazio-ne sociale e che la sua missione
non si esaurisce nell’impegno
sociale-caritativo. Parole che
sembrano mostrare la consa-pevolezza del fatto che il crollo
clamoroso di vocazioni dopo il
Vaticano II ha un’origine nel-l’eccessiva mondanizzazione
degli ordini che a forza di inse-guire la modernità si sono, co-me disse il cardinale Giacomo
Biffi in una celebre omelia per la
festa della Madonna di San Lu-ca, «disciolti in essa».
Dagli anni Cinquanta a oggi i
religiosi gesuiti sono calati del
cinquanta per cento nel mon-do. La diaspora più grande si è
avuta con il “Papa nero” padre
Pedro Arrupe, entrato in rotta
di collisione con Wojtyla per
l’eccesso di progressismo e in-dulgenza verso la teologia della
liberazione in Sudamerica. In
tanti in quegli anni hanno la-sciato l’abito sia nel nome di
un’opposizione allo sbilancia-mento verso un’ottica progres-sista dell’ordine sia, al contra-rio, per seguire fino alle estreme
conseguenze l’apertura al
mondo. Così anche i francesca-ni, fino a poco tempo fa il se-condo ordine più numeroso,
ora superati (si fa per dire) dai
salesiani. Fra tutti, le perdite
minori dai tempi del Concilio a
oggi le hanno subìte i cappucci-ni, soltanto il 17 per cento in
meno di aderenti: erano circa
15mila nel 1959, sono quasi
11mila oggi. Così sono calati
anche i principali ordini fem-minili, le clarisse che negli ulti-mi dodici anni sono passate da
8 a 6mila e le domenicane da
quasi 4mila a poco più di tremi-la. Un caso a parte è quello dei
Legionari di Cristo, l’istituto re-ligioso fondato nel 1941 da
Marcial Maciel Degollado, il
prete messicano che post mor-tem si è saputo aver abusato per
anni di minori. Nell’ultimo
biennio, il tempo in cui il cardi-nale Velasio De Paolis è stato
mandato dal Vaticano come
commissario straordinario do-po l’emergere dello scandalo,
sono state 269 le defezioni, non
poche in un istituto oggi forma-to da 1993 membri.
All’interno della Chiesa la let-tura di questi numeri è duplice.
Da una parte c’è chi accusa il
Vaticano II. Dopo il Concilio si
sono riscritte regole e statuti, si
è addolcita ascesi e disciplina, si
è arrivati all’imborghesimento
di vite che anche in virtù di una
certa austerità aprivano la stra-da a nuove vocazioni. Per altri
questa lettura è del tutto sem-plicistica. A Roma è il cardinale
brasiliano João Braz de Aviz a
essere a capo della Congrega-zione dei religiosi. Importante
elettore di Bergoglio è lui a lavo-rare nel tentativo di fermare la
grande fuga dagli ordini. I pros-simi anni diranno com
Dai crolli allo spaccio l’oltraggio infinito alla Reggia di Caserta In un anno 25mila visitatori in meno. E ieri l’arresto di 23 pusher
ASERTA — I primi sono gli afri-cani. «Borsa bella, guardare solo,
tieni». Poi i napoletani. «Volete fa-re un giro completo di tutta l’area?
Una macchina con l’autista senza
spendere troppo?». Poi è il turno
dei casertani: «La guida mia ha più
foto a colori e costa di meno, pren-dete». Tutti ambulanti. Tutti abu-sivi. Intanto c’è chi orina o chi dor-me sull’erba selvatica, chi insegue
un altro turista o chiede l’elemo-sina. E non un cestino per le carte,
non una panchina o una pensili-na o un bagno chimico lungo il co-siddetto “vialone”, il vasto cam-minamento che ti conduce dalla
stazione ferroviaria verso la visio-ne potente della settecentesca
Reggia. In fondo t’aspetta il Mo-numento che sembra un’astro-nave piantata lì da tre secoli solo
per sottrarti al degrado di oggi,
cartolina di perfezione architet-tonica e giardini dal sontuoso di-segno lontani anni luce dal grigio
informe in cui gli tocca galleggia-re. Con le competenze parcelliz-zate tra mille uffici, tra dentro e
fuori quei cancelli: Soprinten-denza, Demanio, Agenzia del Ter-ritorio, Comune. Con pezzi dello
Stato in causa contro altri Pezzi.
Un caso di scuola dell’arte italiana
che va in malora.
Ecco, nel grande suk che avvol-ge l’esterno dei loro nobilissimi
appartamenti e che fa rivoltare
nelle tombe i Borbone, mancava
in effetti solo la droga. Fuori. È lo
stesso spazio attraversato solo
quarantotto ore fa dal ministro
della Cultura Massimo Bray, in bi-ci, silenzioso, nella solita tenuta
da privato cittadino in incognito.
Eppure, qualcuno si è messo a
vendere cocaina, hashish ed eroi-na, proprio lì dinanzi alla Reggia,
proprio ai cancelli della Flora, var-co est della sontuosa residenza.
Commercio lasciato dilagare pla-cidamente fino ai 23 arresti dei ca-rabinieri. Fino al blitz su cani
sciolti della delinquenza senza
grandi boss alle spalle, scenario
che il procuratore Luigi Gay e il co-mandante Giancarlo Scafuri han-no dovuto ricostruire in un conte-sto in cui né negozianti, né vigili
urbani, né controlli amministra-tivi di alcuna natura sembravano
accorgersi di nulla.
«Ma lo sapete che per l’abban-dono che esiste qui fuori, da tem-po, è già tanto che i turisti ancora
arrivano a migliaia?», scuote la te-sta Antonio Petrillo detto Tonino,
che a 60 anni continua a essere ca-meriere stagionale, sei mesi sol-tanto. E per arrotondare lascia il
ristorante turistico dei padroni e
arriva fin sotto alla soglia del Pa-lazzo per fare da “richiamo” al lo-cale. «Sapesse quante lamentele:
lo vede questo spiazzo? Ci sono
bambini e anziani che aspettano
alle intemperie. Non c’è un’inse-gna che ti dica dove entrare e do-ve uscire. E intanto ogni mese
crolla un pezzo di cornicione del-la grande Mamma Reggia. Poi si
sono messi quelli della droga, l’ho
sentito al telegiornale...».
Doveva capitare, prima o poi,
sotto il grandioso Palazzo che si
sbriciola pezzo dopo pezzo, un
frammento di cornicione dopo
l’altro, tesoro da quasi 600mila vi-sitatori l’anno che però diminui-scono col passare degli anni, il
perdurare della crisi e soprattutto
con la sciatteria delle istituzioni
locali. Primo museo del Mezzo-giorno (dopo gli Scavi di Pompei),
una risorsa inutilmente definita
Patrimonio dell’umanità Une-sco, visto che il sistema culturale
del Paese l’ha dimenticata gra-dualmente. Fino a lasciare più che
decimati i fondi per l’antica gloria
vanvitelliana. Quasi senza nean-che i soldi per pagare le bollette
dell’illuminazione. Da queste
parti, dove lo Stato abdica alla va-lorizzazione e le luci e i controlli si
spengono, arrivano gli altri: il pro-fitto criminale. Ma i pusher rap-presentano solo l’ultimo e più cla-moroso oltraggio. Dopo i campio-ni di “tuffi proibiti” nelle super-vincolate fontane. Dopo l’ingres-so clandestino degli ambulanti
che si fingono fruitori del verde
(l’abbonamento annuale costa
solo 10 euro per attraversare ogni
giorno il bellissimo parco). Dopo i
rischi della sicurezza per le faccia-te fatiscenti, pericolo che ha addi-rittura fatto saltare un evento in-ternazionale, lo scorso autunno,
con i ministri europei del settore
aerospaziale.
«Io ho la coscienza a posto, ma
siamo bersagliati da polemiche
spesso pretestuose. Qui intorno
c’è un degrado spaventoso. Basta
uscire al casello Caserta nord e at-traversare un territorio senza
controlli, senza ordine, senza lot-ta agli abusi. Per non dire della si-tuazione del piazzale antistante la
Reggia, che il Comune dovrebbe
curare», allarga le braccia la so-printendente Paola Raffaella Da-vid, che ha il merito di avere ria-perto, in 4 anni, alcune sale e re-stituito alla fruizione almeno 200
dipinti che erano abbandonati.
«Funzioniamo, e siamo amati nel
mondo, nonostante tutto», dice
lei. Che, anche nelle ultime setti-mane, è finita nel mirino del sin-daco Pdl, Pio Del Gaudio, per la si-tuazione di «crescente disaffezio-ne dei turisti nei confronti della
Reggia». Singolare che a dirlo sia
un sindaco che non ha mai fatto
strappare via le erbe selvatiche né
inviato un agente della municipa-le intorno a quelle mura. Ma lui si
difende con forza: «Intanto la so-printendente sbaglia o dice bugie
quando afferma che il piazzale ca-de sotto la nostra competenza.
Nessuno immagina quanto sia
complesso il grappolo di pro-prietà e competenze che riguar-dano l’area. Il piazzale su cui af-faccia la Reggia non sarebbe no-stro». Cosa significa “non sareb-be”? Sorride: «Al di sotto c’è il de-manio che chiede 40 milioni al
Comune perché vi hanno costrui-to i parcheggi senza avere le auto-rizzazioni. E sopra, non ci siamo
solo noi. Poi ho un Comune in dis-sesto: solo 90 vigili urbani che di-ventano 20 se togliamo gli invali-di e quelli negli uffici. Sono un po-vero sciagurato, come tanti sinda-ci». Come la Reggia, primo monu-mento per abbandono, del Sud
tieni». Poi i napoletani. «Volete fa-re un giro completo di tutta l’area?
Una macchina con l’autista senza
spendere troppo?». Poi è il turno
dei casertani: «La guida mia ha più
foto a colori e costa di meno, pren-dete». Tutti ambulanti. Tutti abu-sivi. Intanto c’è chi orina o chi dor-me sull’erba selvatica, chi insegue
un altro turista o chiede l’elemo-sina. E non un cestino per le carte,
non una panchina o una pensili-na o un bagno chimico lungo il co-siddetto “vialone”, il vasto cam-minamento che ti conduce dalla
stazione ferroviaria verso la visio-ne potente della settecentesca
Reggia. In fondo t’aspetta il Mo-numento che sembra un’astro-nave piantata lì da tre secoli solo
per sottrarti al degrado di oggi,
cartolina di perfezione architet-tonica e giardini dal sontuoso di-segno lontani anni luce dal grigio
informe in cui gli tocca galleggia-re. Con le competenze parcelliz-zate tra mille uffici, tra dentro e
fuori quei cancelli: Soprinten-denza, Demanio, Agenzia del Ter-ritorio, Comune. Con pezzi dello
Stato in causa contro altri Pezzi.
Un caso di scuola dell’arte italiana
che va in malora.
Ecco, nel grande suk che avvol-ge l’esterno dei loro nobilissimi
appartamenti e che fa rivoltare
nelle tombe i Borbone, mancava
in effetti solo la droga. Fuori. È lo
stesso spazio attraversato solo
quarantotto ore fa dal ministro
della Cultura Massimo Bray, in bi-ci, silenzioso, nella solita tenuta
da privato cittadino in incognito.
Eppure, qualcuno si è messo a
vendere cocaina, hashish ed eroi-na, proprio lì dinanzi alla Reggia,
proprio ai cancelli della Flora, var-co est della sontuosa residenza.
Commercio lasciato dilagare pla-cidamente fino ai 23 arresti dei ca-rabinieri. Fino al blitz su cani
sciolti della delinquenza senza
grandi boss alle spalle, scenario
che il procuratore Luigi Gay e il co-mandante Giancarlo Scafuri han-no dovuto ricostruire in un conte-sto in cui né negozianti, né vigili
urbani, né controlli amministra-tivi di alcuna natura sembravano
accorgersi di nulla.
«Ma lo sapete che per l’abban-dono che esiste qui fuori, da tem-po, è già tanto che i turisti ancora
arrivano a migliaia?», scuote la te-sta Antonio Petrillo detto Tonino,
che a 60 anni continua a essere ca-meriere stagionale, sei mesi sol-tanto. E per arrotondare lascia il
ristorante turistico dei padroni e
arriva fin sotto alla soglia del Pa-lazzo per fare da “richiamo” al lo-cale. «Sapesse quante lamentele:
lo vede questo spiazzo? Ci sono
bambini e anziani che aspettano
alle intemperie. Non c’è un’inse-gna che ti dica dove entrare e do-ve uscire. E intanto ogni mese
crolla un pezzo di cornicione del-la grande Mamma Reggia. Poi si
sono messi quelli della droga, l’ho
sentito al telegiornale...».
Doveva capitare, prima o poi,
sotto il grandioso Palazzo che si
sbriciola pezzo dopo pezzo, un
frammento di cornicione dopo
l’altro, tesoro da quasi 600mila vi-sitatori l’anno che però diminui-scono col passare degli anni, il
perdurare della crisi e soprattutto
con la sciatteria delle istituzioni
locali. Primo museo del Mezzo-giorno (dopo gli Scavi di Pompei),
una risorsa inutilmente definita
Patrimonio dell’umanità Une-sco, visto che il sistema culturale
del Paese l’ha dimenticata gra-dualmente. Fino a lasciare più che
decimati i fondi per l’antica gloria
vanvitelliana. Quasi senza nean-che i soldi per pagare le bollette
dell’illuminazione. Da queste
parti, dove lo Stato abdica alla va-lorizzazione e le luci e i controlli si
spengono, arrivano gli altri: il pro-fitto criminale. Ma i pusher rap-presentano solo l’ultimo e più cla-moroso oltraggio. Dopo i campio-ni di “tuffi proibiti” nelle super-vincolate fontane. Dopo l’ingres-so clandestino degli ambulanti
che si fingono fruitori del verde
(l’abbonamento annuale costa
solo 10 euro per attraversare ogni
giorno il bellissimo parco). Dopo i
rischi della sicurezza per le faccia-te fatiscenti, pericolo che ha addi-rittura fatto saltare un evento in-ternazionale, lo scorso autunno,
con i ministri europei del settore
aerospaziale.
«Io ho la coscienza a posto, ma
siamo bersagliati da polemiche
spesso pretestuose. Qui intorno
c’è un degrado spaventoso. Basta
uscire al casello Caserta nord e at-traversare un territorio senza
controlli, senza ordine, senza lot-ta agli abusi. Per non dire della si-tuazione del piazzale antistante la
Reggia, che il Comune dovrebbe
curare», allarga le braccia la so-printendente Paola Raffaella Da-vid, che ha il merito di avere ria-perto, in 4 anni, alcune sale e re-stituito alla fruizione almeno 200
dipinti che erano abbandonati.
«Funzioniamo, e siamo amati nel
mondo, nonostante tutto», dice
lei. Che, anche nelle ultime setti-mane, è finita nel mirino del sin-daco Pdl, Pio Del Gaudio, per la si-tuazione di «crescente disaffezio-ne dei turisti nei confronti della
Reggia». Singolare che a dirlo sia
un sindaco che non ha mai fatto
strappare via le erbe selvatiche né
inviato un agente della municipa-le intorno a quelle mura. Ma lui si
difende con forza: «Intanto la so-printendente sbaglia o dice bugie
quando afferma che il piazzale ca-de sotto la nostra competenza.
Nessuno immagina quanto sia
complesso il grappolo di pro-prietà e competenze che riguar-dano l’area. Il piazzale su cui af-faccia la Reggia non sarebbe no-stro». Cosa significa “non sareb-be”? Sorride: «Al di sotto c’è il de-manio che chiede 40 milioni al
Comune perché vi hanno costrui-to i parcheggi senza avere le auto-rizzazioni. E sopra, non ci siamo
solo noi. Poi ho un Comune in dis-sesto: solo 90 vigili urbani che di-ventano 20 se togliamo gli invali-di e quelli negli uffici. Sono un po-vero sciagurato, come tanti sinda-ci». Come la Reggia, primo monu-mento per abbandono, del Sud
No al dolore e camere singole in ospedale” ecco il manifesto per i diritti del malato Decalogo dell’Istituto europeo di oncologia: cure veloci, basta liste d’attesa
ILANO — Il decalogo dei di-ritti del malato. Dieci principi
fondamentali e irrinunciabili
a cui deve attenersi una mo-derna visione della medicina.
Non solo cure adeguate e
avanzate. Ma diritto alla piena
dignità del paziente. Dalla non
sofferenza al testamento bio-logico. A lanciare la sfida, nel
corso dello Ieo Day 2013, l’ap-puntamento annuale dell’I-stituto europeo di oncologia
per fare il punto sui risultati
della ricerca, è il suo fondatore
e direttore scientifico, Um-berto Veronesi, che immagina
una vera e propria “rivoluzio-ne etica”: «Da una medicina
paternalistica, dove è il medi-co che prende tutte le decisio-ni che riguardano il paziente,
bisogna passare a una medici-na dei diritti, che metta final-mente il malato al centro delle
cure».
Diritto numero uno: “Cure
scientificamente valide”.
«Può sembrare un principio
ovvio, ma sono ancora nume-rosi in Italia gli episodi come il
famoso caso Di Bella. Terapie
senza una validazione scienti-fica. Di Bella era un bravo me-dico in buona fede, ma appli-cava cure prive di sperimenta-zione». Diritto numero due:
“Cure sollecite”. «Per elimina-re le liste d’attesa, negli istituti
oncologici, l’Italia dovrebbe
applicare il modello francese.
Dovremmo avere non 8 o 9
istituti oncologici, ma 30, su
tutto il territorio nazionale».
Diritto numero tre: “Possibi-lità di una seconda opinione”.
Chiedere il parere di un altro
medico non deve essere vissu-to come un’offesa al medico
curante.
Diritto numero quattro: “La
privacy”. Che tradotto nella vi-ta ospedaliera significa anche
la possibilità di una camera
singola. «Come in albergo: chi
andrebbe a dormire con uno
sconosciuto? Nell’ospedale
deve valere lo stesso principio.
« Diritto numero cinque: “Co-noscere la verità sulla malat-tia”. «Una verità che va sempre
raccontata con umanità, sen-za terrorizzare il paziente. Per-ché una cosa è la verità dia-gnostica, un’altra la verità
prognostica. E noi medici sia-mo i primi a non avere certez-ze. E può anche capitare, rara-mente, la regressione sponta-nea della malattia». Diritto nu-mero sei: “Essere informato
sulle terapie”. «Le cure devo-no essere spiegate con calma,
in modo comprensibile. Non
affidandosi semplicemente
alla modulistica burocratica
del “consenso informato”, fat-to solo per difendere il medico
da possibili grane legali».
Diritto numero sette: “Ri-fiutare le cure”. «Lo prevede
l’articolo 32 della Costituzio-ne. Chi non vuole essere cura-to ha il diritto di non farsi cura-re. Al medico il compito di una
mediazione intelligente, che
permetta magari di accettare
le cure se non in toto almeno in
parte». Diritto numero otto:
“Esprimere le volontà antici-pate”. È la possibilità del testa-mento biologico. «Il cittadino
temendo di non avere domani
la possibilità di esprimersi de-ve poter rifiutare, anticipata-mente, una condizione di vita
artificiale, come lo stato vege-tativo».
Diritto numero nove: “Non
soffrire”. «È un’importante
svolta culturale, quella dell’o-spedale senza dolore. Oggi
abbiamo per fortuna farmaci
validi, come la morfina, che
consentono di evitare inutili
sofferenze». Diritto numero
dieci: “Rispetto e dignità”. «È il
diritto fondamentale che con-densa un po’ tutti gli altri no-ve. Dignità vuol dire anche
avere un ospedale aperto, do-ve i parenti possano entrare e
uscire liberamente, senza l’u-miliante “ora di visita”, con
l’infermiera che a un certo
punto manda tutti fuori. Per-ché è ovvio che il malato, per
guarire, ha soprattutto biso-gno, per motivi psicologici,
della vicinanza dei suoi cari
fondamentali e irrinunciabili
a cui deve attenersi una mo-derna visione della medicina.
Non solo cure adeguate e
avanzate. Ma diritto alla piena
dignità del paziente. Dalla non
sofferenza al testamento bio-logico. A lanciare la sfida, nel
corso dello Ieo Day 2013, l’ap-puntamento annuale dell’I-stituto europeo di oncologia
per fare il punto sui risultati
della ricerca, è il suo fondatore
e direttore scientifico, Um-berto Veronesi, che immagina
una vera e propria “rivoluzio-ne etica”: «Da una medicina
paternalistica, dove è il medi-co che prende tutte le decisio-ni che riguardano il paziente,
bisogna passare a una medici-na dei diritti, che metta final-mente il malato al centro delle
cure».
Diritto numero uno: “Cure
scientificamente valide”.
«Può sembrare un principio
ovvio, ma sono ancora nume-rosi in Italia gli episodi come il
famoso caso Di Bella. Terapie
senza una validazione scienti-fica. Di Bella era un bravo me-dico in buona fede, ma appli-cava cure prive di sperimenta-zione». Diritto numero due:
“Cure sollecite”. «Per elimina-re le liste d’attesa, negli istituti
oncologici, l’Italia dovrebbe
applicare il modello francese.
Dovremmo avere non 8 o 9
istituti oncologici, ma 30, su
tutto il territorio nazionale».
Diritto numero tre: “Possibi-lità di una seconda opinione”.
Chiedere il parere di un altro
medico non deve essere vissu-to come un’offesa al medico
curante.
Diritto numero quattro: “La
privacy”. Che tradotto nella vi-ta ospedaliera significa anche
la possibilità di una camera
singola. «Come in albergo: chi
andrebbe a dormire con uno
sconosciuto? Nell’ospedale
deve valere lo stesso principio.
« Diritto numero cinque: “Co-noscere la verità sulla malat-tia”. «Una verità che va sempre
raccontata con umanità, sen-za terrorizzare il paziente. Per-ché una cosa è la verità dia-gnostica, un’altra la verità
prognostica. E noi medici sia-mo i primi a non avere certez-ze. E può anche capitare, rara-mente, la regressione sponta-nea della malattia». Diritto nu-mero sei: “Essere informato
sulle terapie”. «Le cure devo-no essere spiegate con calma,
in modo comprensibile. Non
affidandosi semplicemente
alla modulistica burocratica
del “consenso informato”, fat-to solo per difendere il medico
da possibili grane legali».
Diritto numero sette: “Ri-fiutare le cure”. «Lo prevede
l’articolo 32 della Costituzio-ne. Chi non vuole essere cura-to ha il diritto di non farsi cura-re. Al medico il compito di una
mediazione intelligente, che
permetta magari di accettare
le cure se non in toto almeno in
parte». Diritto numero otto:
“Esprimere le volontà antici-pate”. È la possibilità del testa-mento biologico. «Il cittadino
temendo di non avere domani
la possibilità di esprimersi de-ve poter rifiutare, anticipata-mente, una condizione di vita
artificiale, come lo stato vege-tativo».
Diritto numero nove: “Non
soffrire”. «È un’importante
svolta culturale, quella dell’o-spedale senza dolore. Oggi
abbiamo per fortuna farmaci
validi, come la morfina, che
consentono di evitare inutili
sofferenze». Diritto numero
dieci: “Rispetto e dignità”. «È il
diritto fondamentale che con-densa un po’ tutti gli altri no-ve. Dignità vuol dire anche
avere un ospedale aperto, do-ve i parenti possano entrare e
uscire liberamente, senza l’u-miliante “ora di visita”, con
l’infermiera che a un certo
punto manda tutti fuori. Per-ché è ovvio che il malato, per
guarire, ha soprattutto biso-gno, per motivi psicologici,
della vicinanza dei suoi cari
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