Ha 6 anni Naghma, il suo nome
significa melodia, la sua vita vendu-ta e ricomprata vale 2.500 dollari
americani. Il padre Taj Moham-med, musicante disoccupato, pro-fugo dalla provincia di Hellmand,
l’ha ipotecata come si fa con una ca-sa, o un carretto, non potendo ipo-tecare la baracca dove vivono alla
periferia di Kabul nel campo profu-ghi di Charahi Qambar, la più gran-de delle 52 baraccopoli cresciute in-torno alla capitale afghana dodici
anni dopo la caduta dei talebani,
un anno prima che l’Occidente fac-cia le valigie con le sue ong e i ma-nuali sui diritti umani.
Bambina con ipoteca, in mancan-za di altri beni: la casa di Naghma e
dei suoi sette/otto fratelli è fatta di
argilla e cellofan, un tetto di lamie-ra che non protegge dal gelo (che
lo scorso Natale ha ucciso il fratelli-no Janan, 3 anni), pavimento di ter-ra e stuoie dove di notte gli umani
si rannicchiano sotto le coperte ma-de in China e i pennuti si stringono
nelle gabbiette. Sono la ricchezza
canora della famiglia, dieci gabbiet-te di quaglie, quegli uccellini a cui
il trentaduenne papà insegna a can-tare per poi rivenderli al mercato, a
prezzo maggiorato ma non suffi-ciente per mantenere la prole. Die-ci gabbiette, pochi denari. Dieci
bambini, un capitale. Un anno fa
Taj Mohammed ha chiesto un pre-stito a un vicino per pagare i conti
dell’ospedale per la moglie e il bam-bino malato. Come contropartita
ha offerto, ha dovuto/voluto offri-re la piccola Naghma. Il debito è lie-vitato a 2.500 dollari. Taj Moham-med non ha i soldi per ripagarlo.
Così il vicino, questa specie di sce-spiriano mercante di Kabul però in-tegerrimo e rispettato, ha bussato
per riscuotere le spettanti poche
libbre di bambina con la benedizio-ne della jirga , l’assemblea che di
fatto amministra la giustizia nel
campo come fosse un villaggio rac-cogliendo i capi delle 90 famiglie
di Charahi Qambar.
Tutto molto semplice, alla luce
del sole, sulla carta (costituziona-le) illegale ma rispettoso della tra-dizione. Recupero crediti alla vec-chia maniera. A 6 anni venduta co-me serva/sposa al figlio sedicenne
del creditore. In Afghanistan la fa-miglia dello sposo è chiamata a pa-gare una dote per la moglie. In que-sto caso Naghma è gratis. Vale il de-bito di 2.500 dollari. Mentre lei gio-ca ignara nel fango e Alissa J. Ru-bin del New York Timesascolta la
sofferenza rassegnata della mam-ma Guldasta, nella baracca arriva
la futura suocera per dare il primo
ordine: «Meglio che la bambina
smetta di andare a scuola». Il padre
non fiata: «Non posso fare niente,
ormai è proprietà loro».
Ora non basta il sospiro di sollie-vo, la fortuna di aver trovato a mez-zo stampa un benefattore che ha ri-scattato Naghma nel momento
stesso in cui stava per essere ven-duta. Ieri, dopo l’uscita dell’artico-lo sul Times , Taj Mohammed ha
chiamato la giornalista per dare la
buona notizia: un donatore anoni-mo attraverso un avvocato ameri-cano ha pagato il debito salvando
la figlia. Naghma non farà (per
ora) la fine di quella bambina rac-contata da Atiq Rahimi in «Come
pietra paziente», la sorella della
protagonista che viene «venduta»
per pagare i debiti che il padre ha
accumulato scommettendo sui
combattimenti di quaglie (ancora
loro). A Kabul ci sono bambine che
si vendono come quaglie preziose.
Naghma non è avviata sulla strada
della più famosa (suo malgrado) Bi-bi Aisha, la sposa-ragazzina a cui il
marito tagliò il naso: anche lei ven-duta dal padre per «compensare»
un torto (in quel caso un tentato
omicidio attribuito allo zio).
È una tradizione (pre-talebana)
dei pashtun, un modo di fare giusti-zia chiamato «baad»: gli adulti ma-schi fanno la pace cedendo e scam-biando le bambine di casa. La leg-ge afghana sulla carta proibisce
queste pratiche, che però raramen-te vengono sanzionate. Non stupi-sce che Tawous Khan, uno dei capi
anziani del campo dove vive Nagh-ma, abbia detto alNew York Times
che è normale che il padre abbia
consegnato la bambina alla fami-glia del creditore: «Taj Mohammed
ha dovuto dare sua figlia. Non
c’era altro modo per risolvere il
problema». Ma stupisce e indigna
l’accusa di Wazhma Frogh, direttri-ce dell’«Istituto Donne, Pace e Sicu-rezza» di Kabul, secondo la quale il
ministero degli Interni non ha mos-so un dito malgrado gli esposti e le
segnalazioni: «Vendere una donna
è un reato». Due anni fa Human Ri-ghts Watch chiamò in causa il go-verno e il sistema legale: «Chi prati-ca il baaddeve essere processato».
Non esistono statistiche sulla diffu-sione di questo modo di farsi giu-stizia (almeno una decina di casi al
mese) che spesso non viene denun-ciato. Non è opinione rara, anche
tra gli stessi parlamentari afghani
maschi, che tutto sommato per
una famiglia «vendere» una bambi-na sia meglio che scatenare una fai-da, o perdere l’unica casa dove si
sopravvive in dieci. Naghma non
lo sa, ma è probabile che suo padre
la pensi così.
Michele Fari
mercoledì 3 aprile 2013
BOLDRINI, IL PIANO TAGLI ELA TRINCEA DI 9 SINDACATI di Sergio Rizzo
O
ggi l’ufficio di
presidenza è
convocato per discutere
il taglio delle indennità
aggiuntive e dei
contributi ai gruppi
parlamentari. Una posta
di bilancio di 35,1
milioni, per cui il
preventivo della Camera
approvato a settembre
scorso prevede nel 2014
una riduzione comica
di 100 mila euro.
La questione più
difficile nel mirino sono
le spese enormi per il
personale, sul quale i
sindacati sono già sul
piede di guerraOMA — Inutile illudersi: la bacchet-ta magica non esiste. Intendiamoci, non
che siano mancate le buone intenzioni.
A parole. Perché per i contribuenti il co-sto del Parlamento, in 65 anni, non è
mai calato.
Nel 2013, per la prima volta nella sto-ria, la Camera ha chiesto meno soldi al
Tesoro: da 992,8 a 943,6 milioni. Final-mente, direte. Ma si tratta di una cifra
pur sempre superiore, e di molto, al co-sto degli altri Parlamenti europei. Le
uscite correnti di Montecitorio depurate
della spesa pensionistica (altrove paga-no gli enti di previdenza) sono state pari
nel 2010 a 752 milioni, contro 576 del
tedesco Bundestag, 498 della britannica
House of Commons e 473 della francese
Assemblée Nationale. Numeri che stona-no di brutto con l’affermazione contenu-ta nel documento dell’ufficio di presi-denza della Camera del 30 gennaio
2012: «I costi complessivi di un deputa-to italiano risultano in linea con quelli
sostenuti per i parlamentari nei princi-pali Paesi europei e nel Parlamento euro-peo, anzi sono nella maggior parte infe-riori». Da allora è passato un anno, ma
sembra un secolo.
Mentre annunciava fra le ironie grilli-ne l’autoriduzione dell’indennità di cari-ca del 30%, la presidente della Camera
Laura Boldrini ha detto che anche l’am-ministrazione dovrà tirare la cinghia.
«Con l’accordo dei sindacati», ha preci-sato. Non riuscendo a evitare il panico a
Montecitorio, dove le 9 (nove) sigle sin-dacali sono già sul piede di guerra. Per-ché è chiaro che se davvero si vogliono
ridurre le spese del Parlamento è lì che
inevitabilmente si arriva. Le retribuzio-ni del personale peseranno nel 2013 sul
bilancio della Camera, dicono le previ-sioni, per 231,1 milioni: il che, diviso
per le attuali 1.541 buste paga significa
uno stipendio medio di 150 mila euro.
Parliamo di una somma pari a circa 5
volte la paga media di un dipendente
pubblico e quasi il quadruplo rispetto al-lo stipendio di un dipendente del parla-mento inglese, che si aggira sui 40 mila
euro annui.
Ma affrontare questo capitolo sarà
una rogna non da poco per Laura Boldri-ni, e soprattutto per i tre nuovi questori.
Si tratta dell’ex magistrato antimafia Ste-fano Dambruoso, eletto con i montiani,
del democratico Paolo Fontanelli, ex sin-daco di Pisa, e di Gregorio Fontana, uno
dei fondatori di Forza Italia. Esperto so-prattutto l’ultimo dei tre, unico rieletto.
Proprio l’esperienza tuttavia insegna che
ogniqualvolta hanno tentato di frenare
le retribuzioni del personale, sono stati
respinti con perdite. Tanto alla Camera,
che al massimo ha limitato qualche auto-matismo (ma non l’aumento del 3% scat-tato un paio d’anni fa) quanto al Senato.
Dove nel 2008 un tentativo di rallentare
la progressione degli stipendi fu in segui-to annullato dalla commissione che ha il
compito di regolare le controversie con
il personale. L’autore, il questore Ds
Gianni Nieddu, rimase senza seggio. Del-la serie: chi tocca i fili muore?
Causa blocco del turnover i dipenden-ti di Montecitorio sono oggi 400 in me-no rispetto al 2003, ma la spesa comples-siva non è affatto calata. Come si spie-ga? Intanto con l’aumento degli stipen-di. Poi con l’incremento del numero dei
pensionati. E siccome le pensioni dei di-pendenti le paga il Parlamento, il risulta-to non cambia. Nel 2012 la Camera ha
speso 238,5 milioni per gli stipendi e
216 per le pensioni: nel 2014 pagherà
232 milioni di stipendi e 226,9 di pensio-ni. Per una spesa che invece di calare do-vrebbe salire da 454,5 a 458,9 milioni.
Qualcuno pensa che sia momento di
abolire quantomeno la quindicesima
mensilità. Ma la cosa è stata liquidata co-me una battuta di cattivo gusto.
Ecco spiegata la partenzasoft . Oggi
l’ufficio di presidenza è convocato per di-scutere il taglio delle indennità aggiunti-ve e dei contributi ai gruppi parlamenta-ri. Parliamo di una posta di bilancio, que-st’ultima, di 35,1 milioni, per cui il pre-ventivo della Camera approvato a settem-bre scorso prevede nel 2014 una riduzio-ne comica di 100 mila euro. Il tutto con il
fucile spianato del vicepresidente (del
M5S) Luigi Di Maio, che vuole discutere
il piano grillino per ridurre le spese di 42
milioni. Ci sarà da divertirsi.
Di sicuro i tagli non risparmieranno
alcuni privilegi inconcepibili: per esem-pio gli appartamenti di servizio. Che toc-cavano anche ai questori. Circostanza
surreale, quella per cui i deputati incari-cati di gestire con oculatezza i soldi di
tutti risultavano fra i più privilegiati del-l’intero parlamento. Ora tutti, a partire
da Laura Boldrini, vi hanno rinunciato,
senza che però sia stato ancora decisa la
destinazione di quegli alloggi. Questio-ne alquanto problematica. E c’è già chi
sostiene che la rinuncia all’appartamen-to potrebbe far aumentare le spese, inve-ce di abbatterle. Storie già sentite…
Sergio Rizzo
ggi l’ufficio di
presidenza è
convocato per discutere
il taglio delle indennità
aggiuntive e dei
contributi ai gruppi
parlamentari. Una posta
di bilancio di 35,1
milioni, per cui il
preventivo della Camera
approvato a settembre
scorso prevede nel 2014
una riduzione comica
di 100 mila euro.
La questione più
difficile nel mirino sono
le spese enormi per il
personale, sul quale i
sindacati sono già sul
piede di guerraOMA — Inutile illudersi: la bacchet-ta magica non esiste. Intendiamoci, non
che siano mancate le buone intenzioni.
A parole. Perché per i contribuenti il co-sto del Parlamento, in 65 anni, non è
mai calato.
Nel 2013, per la prima volta nella sto-ria, la Camera ha chiesto meno soldi al
Tesoro: da 992,8 a 943,6 milioni. Final-mente, direte. Ma si tratta di una cifra
pur sempre superiore, e di molto, al co-sto degli altri Parlamenti europei. Le
uscite correnti di Montecitorio depurate
della spesa pensionistica (altrove paga-no gli enti di previdenza) sono state pari
nel 2010 a 752 milioni, contro 576 del
tedesco Bundestag, 498 della britannica
House of Commons e 473 della francese
Assemblée Nationale. Numeri che stona-no di brutto con l’affermazione contenu-ta nel documento dell’ufficio di presi-denza della Camera del 30 gennaio
2012: «I costi complessivi di un deputa-to italiano risultano in linea con quelli
sostenuti per i parlamentari nei princi-pali Paesi europei e nel Parlamento euro-peo, anzi sono nella maggior parte infe-riori». Da allora è passato un anno, ma
sembra un secolo.
Mentre annunciava fra le ironie grilli-ne l’autoriduzione dell’indennità di cari-ca del 30%, la presidente della Camera
Laura Boldrini ha detto che anche l’am-ministrazione dovrà tirare la cinghia.
«Con l’accordo dei sindacati», ha preci-sato. Non riuscendo a evitare il panico a
Montecitorio, dove le 9 (nove) sigle sin-dacali sono già sul piede di guerra. Per-ché è chiaro che se davvero si vogliono
ridurre le spese del Parlamento è lì che
inevitabilmente si arriva. Le retribuzio-ni del personale peseranno nel 2013 sul
bilancio della Camera, dicono le previ-sioni, per 231,1 milioni: il che, diviso
per le attuali 1.541 buste paga significa
uno stipendio medio di 150 mila euro.
Parliamo di una somma pari a circa 5
volte la paga media di un dipendente
pubblico e quasi il quadruplo rispetto al-lo stipendio di un dipendente del parla-mento inglese, che si aggira sui 40 mila
euro annui.
Ma affrontare questo capitolo sarà
una rogna non da poco per Laura Boldri-ni, e soprattutto per i tre nuovi questori.
Si tratta dell’ex magistrato antimafia Ste-fano Dambruoso, eletto con i montiani,
del democratico Paolo Fontanelli, ex sin-daco di Pisa, e di Gregorio Fontana, uno
dei fondatori di Forza Italia. Esperto so-prattutto l’ultimo dei tre, unico rieletto.
Proprio l’esperienza tuttavia insegna che
ogniqualvolta hanno tentato di frenare
le retribuzioni del personale, sono stati
respinti con perdite. Tanto alla Camera,
che al massimo ha limitato qualche auto-matismo (ma non l’aumento del 3% scat-tato un paio d’anni fa) quanto al Senato.
Dove nel 2008 un tentativo di rallentare
la progressione degli stipendi fu in segui-to annullato dalla commissione che ha il
compito di regolare le controversie con
il personale. L’autore, il questore Ds
Gianni Nieddu, rimase senza seggio. Del-la serie: chi tocca i fili muore?
Causa blocco del turnover i dipenden-ti di Montecitorio sono oggi 400 in me-no rispetto al 2003, ma la spesa comples-siva non è affatto calata. Come si spie-ga? Intanto con l’aumento degli stipen-di. Poi con l’incremento del numero dei
pensionati. E siccome le pensioni dei di-pendenti le paga il Parlamento, il risulta-to non cambia. Nel 2012 la Camera ha
speso 238,5 milioni per gli stipendi e
216 per le pensioni: nel 2014 pagherà
232 milioni di stipendi e 226,9 di pensio-ni. Per una spesa che invece di calare do-vrebbe salire da 454,5 a 458,9 milioni.
Qualcuno pensa che sia momento di
abolire quantomeno la quindicesima
mensilità. Ma la cosa è stata liquidata co-me una battuta di cattivo gusto.
Ecco spiegata la partenzasoft . Oggi
l’ufficio di presidenza è convocato per di-scutere il taglio delle indennità aggiunti-ve e dei contributi ai gruppi parlamenta-ri. Parliamo di una posta di bilancio, que-st’ultima, di 35,1 milioni, per cui il pre-ventivo della Camera approvato a settem-bre scorso prevede nel 2014 una riduzio-ne comica di 100 mila euro. Il tutto con il
fucile spianato del vicepresidente (del
M5S) Luigi Di Maio, che vuole discutere
il piano grillino per ridurre le spese di 42
milioni. Ci sarà da divertirsi.
Di sicuro i tagli non risparmieranno
alcuni privilegi inconcepibili: per esem-pio gli appartamenti di servizio. Che toc-cavano anche ai questori. Circostanza
surreale, quella per cui i deputati incari-cati di gestire con oculatezza i soldi di
tutti risultavano fra i più privilegiati del-l’intero parlamento. Ora tutti, a partire
da Laura Boldrini, vi hanno rinunciato,
senza che però sia stato ancora decisa la
destinazione di quegli alloggi. Questio-ne alquanto problematica. E c’è già chi
sostiene che la rinuncia all’appartamen-to potrebbe far aumentare le spese, inve-ce di abbatterle. Storie già sentite…
Sergio Rizzo
Majirana ritrovato
ttore Majorana è stato ritrovato. Inutile continuare a cer-care tracce dei suoi passaggi in Germania o in Argentina.
Inutile scomodare le sue presunte simpatie per il regime
nazista. E si rassegnino coloro che hanno creduto di rico-noscere il geniale fisico siciliano nel senza tetto di Mazara
del Vallo o nel taciturno professore di Buenos Aires. Né ci fu il suici-dio, un tuffo in mare dalla nave postale che lo riportava in continen-te da Palermo, ipotesi che indusse la polizia a perlustrare il Golfo di
Napoli alla ricerca del cadavere. Tutto da rifare. Ma è da riscrivere an-che la versione del ritiro in convento avanzata da Leonardo Sciascia
ne La scomparsa di Majorana . È questa la tesi dell’ultimo dell’infini-ta serie di libri dedicati al mistero dei misteri italiani: Ettore Majora-na, lo scomparso, in libreria per Editori Internazionali Riuniti. Qual è
la novità? Che a scriverlo è un parente di Ettore. Stefano Roncoroni,
73 anni, una lunga carriera di critico cinematografico e regista tele-visivo alle spalle, dal 1962 ha avuto accesso ai documenti familiari re-lativi alla scomparsa di Ettore e alle testimonianze dirette dei paren-ti che parteciparono alle ricerche.
Roncoroni, cominciamo dal-la fine. Ettore Majorana fu ritro-vato?
«Sì, intorno al marzo del 1939.
Circa un anno dopo la scompar-sa».
Chi lo ritrovò?
«Suo fratello maggiore Salva-tore. Ma ebbe un ruolo fonda-mentale anche mio padre, Fau-sto Roncoroni».
Ci aiuti a capire la sua posizio-ne nel complesso albero genea-logico dei Majoriana.
«Mia madre ed Ettore erano
cugini di primo grado. Per questo
mio padre collaborò alle ricer-che».
Lei come ha saputo del ritro-vamento?
«Fu mio padre a dirmelo a metà
degli anni Sessanta. Mi raccontò
di essere stato uno degli artefici
insieme a Salvatore. E Salvatore
confermò. Un’altra conferma mi
arrivò da Angelo Majorana, an-che lui cugino di primo grado di
Ettore».
Come e dove fu ritrovato?
«Nessuno di loro volle dirmi di
più. Mio padre aveva promesso ai
Majorana che non ne avrebbe
parlato con nessuno. E all’epoca
la parola data veniva rispettata,
tanto che anche con me non sce-se nei dettagli. Né lo fecero mai gli
altri membri della famiglia. C’è
però una traccia di cui parlo nel li-bro: mio nonno materno Oliviero
Savini Nicci annota nel suo diario
di un improvviso viaggio in mac-china nell’ottobre del 1938 di mio
padre e Salvatore fino a un vallo-ne vicino Catanzaro dove è stata
segnalata la presenza di Ettore. Se
già non è agevole oggi, si può im-maginare quanto fosse compli-cato andare e tornare dalla Cala-bria sulle strade italiane del 1938.
Dovevano avere un buon motivo
per mettersi in cammino, anche
se nelle carte di mio nonno quel
viaggio non è definito risolutivo».
Riepiloghiamo: Ettore scom-pare il 25 marzo del 1938 mentre
da Palermo torna verso Napoli
dove lo attende una cattedra
universitaria. Tutta l’Italia che
conta, polizia, Vaticano, mondo
accademico, si mette sulle sue
tracce. Invece a trovarlo sono i
familiari più stretti circa un anno
dopo. Poi che succede?
«Ettore è irrevocabile nella sua
decisione di sparire. Chi lo trova
non riesce a convincerlo a torna-re sui suoi passi. I Majorana ne
prendono atto. E da quel mo-mento fermano o depistano le in-dagini».
MAJORANA
Stefano Roncoroni,
parente del fisico
racconta in un libro
una nuova verità
LUCA FRAIOLI
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Ma questo non esclude le altre
teorie sulla fuga di Majorana al-l’estero, in Germania o in Argen-tina.
«E invece le esclude. Perché so-no convinto che Ettore sia morto
nella tarda estate del 1939».
Come fa a dirlo?
«Lo prova la documentazione
che espongo nel libro. Certo, non
ci sono atti ufficiali di morte o
tombe da esibire. Ma le carte par-lano chiaro. Pochi giorni dopo la
scomparsa di Ettore si mette in
moto una macchina per le ricer-che che in Italia non è mai stata al-lestita nemmeno per i peggiori
criminali. I Majorana sono una
famiglia potente e in ascesa:
scienziati, professori universita-ri, politici, hanno entrature al mi-nistero dell’Interno e in Vaticano.
Chiedono e ottengono una mobi-litazione senza precedenti. La
polizia dirama bollettini di ricer-ca e avvisa i posti di frontiera. Il
capo della polizia va di persona in
un paesino del Salernitano con
tanto di unità cinofile per fare un
controllo. La Santa Sede setaccia
tramite i suoi ordini religiosi i mo-nasteri per sapere se Ettore ha
trovato rifugio lì. Indaga anche il
ministero per l’Educazione na-zionale: la cattedra di Napoli è va-cante e bisogna prendere una de-cisione. Poi, prima dell’estate del
1939, accade qualcosa che ferma
tutto questo».
Cioè la macchina delle ricer-che si blocca?
«Sì. La cattedra di Napoli viene
riassegnata senza che la famiglia
protesti. La polizia smette di dira-mare bollettini su Ettore Majora-na e di cercarlo ai posti di frontie-ra. Dalla Segreteria di Stato del
Vaticano parte una lettera indi-rizzata alla famiglia in cui, con pa-role consolatorie, si spiega che
“non vi è più alcuna ragione pecontinuare le ricerche”».
Ma questo non necessaria-mente significa che Ettore sia
morto.
«C’è un altro documento ine-quivocabile. Nel settembre del
1939 il gesuita padre Caselli scri-ve a Salvatore. Gli comunica di
accettare la donazione che la fa-miglia Majorana fa per istituire
una borsa di studio da intitolare
all’estinto Ettore. Se un gesuita
nel ’39 usa il termine estinto vuol
dire che non ci sono dubbi sulla
sorte di Ettore: è morto entro il
settembre 1939. E questo toglie di
mezzo anche l’ipotesi del suici-dio. Non si dedica una borsa di
studio religiosa a un suicida».
Si può obiettare che la sua teo-ria (ritrovamento e morte) sia
solo frutto di testimonianze ora-li non verificabili e di deduzioni
basate su documenti.
«Tutta la vicenda di Ettore ruo-ta intorno alla famiglia. I Majora-na sanno come sono andate le co-se sin dal 1939. Il loro silenzio nonha fatto altro che alimentare le
teorie più diverse: il suicidio dalla
nave, la fuga in Germania per col-laborare con gli scienziati nazisti,
la seconda vita in Argentina».
Perché hanno scelto il silen-zio?
«Fu una decisione di Giusep-pe, zio di Ettore e indiscusso ca-pofamiglia all’epoca dei fatti. Po-chi anni prima i Majorana erano
stati coinvolti in un caso di crona-ca nera, un infanticidio. Una
macchia intollerabile per l’onore
di una famiglia che il fascismo
stava celebrando tra i grandi di Si-cilia e che annoverava già senato-ri, professori universitari e presii di facoltà. Quando il giovante
talento scompare nel nulla, no-nostante la brillante carriera che
si apre di fronte a lui, per Giusep-pe esplode un nuovo scandalo
che può compromettere definiti-vamente il buon nome e le ambi-zioni di famiglia. Sceglie dunque
di far calare il silenzio sulla vicen-da e lo fa con un documento che
detta a tutti i parenti la verità uffi-ciale dei Majorana. Nel mio libro
parto da quel documento finora
inedito, per dimostrare come in-vece siano andate le cose nella
realtà».
Ma se lei era al corrente della
“verità” fin dagli anni Sessanta,
perché la racconta solo ora?
«Mio padre, Salvatore il fratel-lo di Ettore, mio nonno Oliviero
Savini Nicci erano uomini di
un’altra epoca. Avevano dato la
loro parola al capofamiglia Giu-seppe Majorana che non sarebbe
trapelato nulla. Finché sono stati
in vita io ho rispettato il loro pat-to. Poi però ho iniziato a fare ri-cerche per documentare ciò che
mi avevano raccontato».
Il suo libro scrive la parola fine
al mistero della scomparsa di Et-tore Majorana?
«No. Mi limito a riferire ciò che
mi fu detto da testimoni diretti e a
esibire la documentazione che
conferma il loro racconto. Ma
manca ancora molto per una ri-costruzione completa della vi-cenda. Si tratta però solo di aspet-tare: quando il Vaticano aprirà gli
archivi relativi al pontificato di
Pio XII sarà fatta luce completa
sul caso. E si potrebbe fare ancor
prima, se i Majorana attuali, i di-scendenti di quel Giuseppe che
scelse di far calare il sipario su Et-tore, decidessero a distanza di
settant’anni di rompere quel mu-ro di silenzio»
Inutile scomodare le sue presunte simpatie per il regime
nazista. E si rassegnino coloro che hanno creduto di rico-noscere il geniale fisico siciliano nel senza tetto di Mazara
del Vallo o nel taciturno professore di Buenos Aires. Né ci fu il suici-dio, un tuffo in mare dalla nave postale che lo riportava in continen-te da Palermo, ipotesi che indusse la polizia a perlustrare il Golfo di
Napoli alla ricerca del cadavere. Tutto da rifare. Ma è da riscrivere an-che la versione del ritiro in convento avanzata da Leonardo Sciascia
ne La scomparsa di Majorana . È questa la tesi dell’ultimo dell’infini-ta serie di libri dedicati al mistero dei misteri italiani: Ettore Majora-na, lo scomparso, in libreria per Editori Internazionali Riuniti. Qual è
la novità? Che a scriverlo è un parente di Ettore. Stefano Roncoroni,
73 anni, una lunga carriera di critico cinematografico e regista tele-visivo alle spalle, dal 1962 ha avuto accesso ai documenti familiari re-lativi alla scomparsa di Ettore e alle testimonianze dirette dei paren-ti che parteciparono alle ricerche.
Roncoroni, cominciamo dal-la fine. Ettore Majorana fu ritro-vato?
«Sì, intorno al marzo del 1939.
Circa un anno dopo la scompar-sa».
Chi lo ritrovò?
«Suo fratello maggiore Salva-tore. Ma ebbe un ruolo fonda-mentale anche mio padre, Fau-sto Roncoroni».
Ci aiuti a capire la sua posizio-ne nel complesso albero genea-logico dei Majoriana.
«Mia madre ed Ettore erano
cugini di primo grado. Per questo
mio padre collaborò alle ricer-che».
Lei come ha saputo del ritro-vamento?
«Fu mio padre a dirmelo a metà
degli anni Sessanta. Mi raccontò
di essere stato uno degli artefici
insieme a Salvatore. E Salvatore
confermò. Un’altra conferma mi
arrivò da Angelo Majorana, an-che lui cugino di primo grado di
Ettore».
Come e dove fu ritrovato?
«Nessuno di loro volle dirmi di
più. Mio padre aveva promesso ai
Majorana che non ne avrebbe
parlato con nessuno. E all’epoca
la parola data veniva rispettata,
tanto che anche con me non sce-se nei dettagli. Né lo fecero mai gli
altri membri della famiglia. C’è
però una traccia di cui parlo nel li-bro: mio nonno materno Oliviero
Savini Nicci annota nel suo diario
di un improvviso viaggio in mac-china nell’ottobre del 1938 di mio
padre e Salvatore fino a un vallo-ne vicino Catanzaro dove è stata
segnalata la presenza di Ettore. Se
già non è agevole oggi, si può im-maginare quanto fosse compli-cato andare e tornare dalla Cala-bria sulle strade italiane del 1938.
Dovevano avere un buon motivo
per mettersi in cammino, anche
se nelle carte di mio nonno quel
viaggio non è definito risolutivo».
Riepiloghiamo: Ettore scom-pare il 25 marzo del 1938 mentre
da Palermo torna verso Napoli
dove lo attende una cattedra
universitaria. Tutta l’Italia che
conta, polizia, Vaticano, mondo
accademico, si mette sulle sue
tracce. Invece a trovarlo sono i
familiari più stretti circa un anno
dopo. Poi che succede?
«Ettore è irrevocabile nella sua
decisione di sparire. Chi lo trova
non riesce a convincerlo a torna-re sui suoi passi. I Majorana ne
prendono atto. E da quel mo-mento fermano o depistano le in-dagini».
MAJORANA
Stefano Roncoroni,
parente del fisico
racconta in un libro
una nuova verità
LUCA FRAIOLI
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Ma questo non esclude le altre
teorie sulla fuga di Majorana al-l’estero, in Germania o in Argen-tina.
«E invece le esclude. Perché so-no convinto che Ettore sia morto
nella tarda estate del 1939».
Come fa a dirlo?
«Lo prova la documentazione
che espongo nel libro. Certo, non
ci sono atti ufficiali di morte o
tombe da esibire. Ma le carte par-lano chiaro. Pochi giorni dopo la
scomparsa di Ettore si mette in
moto una macchina per le ricer-che che in Italia non è mai stata al-lestita nemmeno per i peggiori
criminali. I Majorana sono una
famiglia potente e in ascesa:
scienziati, professori universita-ri, politici, hanno entrature al mi-nistero dell’Interno e in Vaticano.
Chiedono e ottengono una mobi-litazione senza precedenti. La
polizia dirama bollettini di ricer-ca e avvisa i posti di frontiera. Il
capo della polizia va di persona in
un paesino del Salernitano con
tanto di unità cinofile per fare un
controllo. La Santa Sede setaccia
tramite i suoi ordini religiosi i mo-nasteri per sapere se Ettore ha
trovato rifugio lì. Indaga anche il
ministero per l’Educazione na-zionale: la cattedra di Napoli è va-cante e bisogna prendere una de-cisione. Poi, prima dell’estate del
1939, accade qualcosa che ferma
tutto questo».
Cioè la macchina delle ricer-che si blocca?
«Sì. La cattedra di Napoli viene
riassegnata senza che la famiglia
protesti. La polizia smette di dira-mare bollettini su Ettore Majora-na e di cercarlo ai posti di frontie-ra. Dalla Segreteria di Stato del
Vaticano parte una lettera indi-rizzata alla famiglia in cui, con pa-role consolatorie, si spiega che
“non vi è più alcuna ragione pecontinuare le ricerche”».
Ma questo non necessaria-mente significa che Ettore sia
morto.
«C’è un altro documento ine-quivocabile. Nel settembre del
1939 il gesuita padre Caselli scri-ve a Salvatore. Gli comunica di
accettare la donazione che la fa-miglia Majorana fa per istituire
una borsa di studio da intitolare
all’estinto Ettore. Se un gesuita
nel ’39 usa il termine estinto vuol
dire che non ci sono dubbi sulla
sorte di Ettore: è morto entro il
settembre 1939. E questo toglie di
mezzo anche l’ipotesi del suici-dio. Non si dedica una borsa di
studio religiosa a un suicida».
Si può obiettare che la sua teo-ria (ritrovamento e morte) sia
solo frutto di testimonianze ora-li non verificabili e di deduzioni
basate su documenti.
«Tutta la vicenda di Ettore ruo-ta intorno alla famiglia. I Majora-na sanno come sono andate le co-se sin dal 1939. Il loro silenzio nonha fatto altro che alimentare le
teorie più diverse: il suicidio dalla
nave, la fuga in Germania per col-laborare con gli scienziati nazisti,
la seconda vita in Argentina».
Perché hanno scelto il silen-zio?
«Fu una decisione di Giusep-pe, zio di Ettore e indiscusso ca-pofamiglia all’epoca dei fatti. Po-chi anni prima i Majorana erano
stati coinvolti in un caso di crona-ca nera, un infanticidio. Una
macchia intollerabile per l’onore
di una famiglia che il fascismo
stava celebrando tra i grandi di Si-cilia e che annoverava già senato-ri, professori universitari e presii di facoltà. Quando il giovante
talento scompare nel nulla, no-nostante la brillante carriera che
si apre di fronte a lui, per Giusep-pe esplode un nuovo scandalo
che può compromettere definiti-vamente il buon nome e le ambi-zioni di famiglia. Sceglie dunque
di far calare il silenzio sulla vicen-da e lo fa con un documento che
detta a tutti i parenti la verità uffi-ciale dei Majorana. Nel mio libro
parto da quel documento finora
inedito, per dimostrare come in-vece siano andate le cose nella
realtà».
Ma se lei era al corrente della
“verità” fin dagli anni Sessanta,
perché la racconta solo ora?
«Mio padre, Salvatore il fratel-lo di Ettore, mio nonno Oliviero
Savini Nicci erano uomini di
un’altra epoca. Avevano dato la
loro parola al capofamiglia Giu-seppe Majorana che non sarebbe
trapelato nulla. Finché sono stati
in vita io ho rispettato il loro pat-to. Poi però ho iniziato a fare ri-cerche per documentare ciò che
mi avevano raccontato».
Il suo libro scrive la parola fine
al mistero della scomparsa di Et-tore Majorana?
«No. Mi limito a riferire ciò che
mi fu detto da testimoni diretti e a
esibire la documentazione che
conferma il loro racconto. Ma
manca ancora molto per una ri-costruzione completa della vi-cenda. Si tratta però solo di aspet-tare: quando il Vaticano aprirà gli
archivi relativi al pontificato di
Pio XII sarà fatta luce completa
sul caso. E si potrebbe fare ancor
prima, se i Majorana attuali, i di-scendenti di quel Giuseppe che
scelse di far calare il sipario su Et-tore, decidessero a distanza di
settant’anni di rompere quel mu-ro di silenzio»
La battaglia della mozzarella di bufala via al decreto anti-truffe, caseifici in rivolta Campania, il governo impone stabilimenti dedicati. I produttori: così chiudiamo
NAPOLI — Su fondo nero svetta il
bianco innocente di una mozza-rella tra due schizzi di latte che
scendono a forma di S. È l’imma-gine di mestizia funerea con cui il
Consorzio di tutela lancia la peti-zione «per salvare uno dei più
grandi prodotti italiani, un sim-bolo del Sud». Il sito segna il tem-po che resta: giorni, ore, minuti,
persino i secondi, presto, bisogna
firmare subito. Ma salvare la moz-zarella da chi? «Dalle nuove nor-me. Perché da luglio nessuno dei
110 che producono mozzarella di
bufala campana con marchio
Dop potrà sopravvivere alle nuo-ve norme», spiega Antonio Luci-sano. E via internet lancia un ap-pello: «I tesori si tramandano, non
si distruggono. La nostra mozza-rella è condannata a scomparire.
Sono già 44 le aziende che hanno
aderito. Non la produrranno più,
sono il 63 per cento del prodotto
certificato».
Tonda come una bomba, la
mozzarella fa scoppiare l’ultima
polemica tra Campania e gover-no. Reagisce un settore da 15mila
posti, 2mila aziende, 256mila bu-fale, 200mila tonnellate di prodot-to, 70mila esportate. Le norme
contestate sono due. Decise da
tempo, entrano presto in vigore.
La prima è del 2008, il decreto per
attuarla dello scorso 21 marzo.
Stabilisce che da luglio non sarà
possibile produrre due tipi di
mozzarella, uno con marchio
Dop e l’altro senza, nella stesso ca-seificio. Ne occorrono due. Scon-giura così il rischio che nei con-trolli si dica a Nas o Forestale: «È la
seconda linea, per le pizzerie». La
firma di Luca Zaia, ex ministro
delle Politiche agricole, oggi go-vernatore del Veneto, diffonde il
sospetto di un attacco al Sud. L’a-rea Dop è ristretta alle province di
Caserta e Salerno, in parte di Lati-na e Foggia. La seconda norma,
dicembre 2011, fissa la tracciabi-lità. Tutti gli allevamenti devono
segnalare sul web, giorno per gior-no, capo per capo, la produzione
di latte e i nomi dei caseifici che
l’acquistano. La prima, dopo un
intervento del deputato pdl Paolo
Russo, ex presidente della Com-missione Agricoltura, sarà rinvia-ta da luglio a fine dicembre. La se-conda va in vigore subito e i Nas
sono già informati.
Norme punitive, ma non per fa-vorire il Nord. Tutelano con estre-mo rigore il marchio Dop dopo le
denunce dei Nas di Napoli. Il di-sciplinare prevede per un chilo di
mozzarella Dop, 4 litri di latte fre-sco munto da bufale dell’area Dop
tra le ultime 12 e 60 ore. Trasfor-mato in un caseificio dello stesso
perimetro. Il costo dei un litro cer-tificato oscilla tra euro 1,05 d’in-verno e 1,35 d’estate. Si pilotano i
parti per incrociale la stagione mi-gliore. Un produttore corretto
spende almeno 7 euro, calcolan-do anche trasporto, lavorazione,
analisi, energia, smaltimento ri-fiuti. Come può rivendere alla
grande distribuzione a 5,60-6 eu-ro? Un’altra anomalia: venduto
meno latte in zona, prodotte sem-pre più mozzarelle. I controlli in-crociati l’hanno chiarita: i costi di
produzione sono ridotti con latte
o cagliate congelate dell’Est, ma
anche del Nord dove si contano
migliaia di capi bufalini in alleva-menti convertiti nel 2008, dopo il
caso delle quote latte in esubero.
La procura antimafia di Napoli
con i pm Giovanni Conzo, Gian-franco D’Alessio e Maurizio Cim-mino coordina i Nas in un’inchie-sta con 114 indagati, 87 arresti ri-chiesti e 34 opifici da sequestrare
per frode ed altri reati nella vendi-ta di mozzarella non pericolosa
per la salute ma in aperta violazio-ne del disciplinare. Il dossier, letto
anche dall’Ue, ha rispolverato le
vecchie norme, provocando rea-zioni a catena.
Erano già in rivolta gli allevato-ri, penalizzati dalla concorrenza
illecita dell’Est e da tonnellate di
latte congelato. «Siamo alla fame e
a forte rischio usura», la denuncia
di Lino Martone, sindacato alle-vatori bufalini. Le norme in qual-che modo tornano sotto esame.
«Non si tratta di Nord contro Sud,
ma di allevatori contro produtto-ri, e tra questi i disonesti contro gli
onesti», prova a mediare Paolo
Russo. Ma avverte: «Opportuni i
criteri che garantiscano la qualità
di un prodotto patrimonio del
Sud». Domani vertice in Regione
con l’assessore Daniela Nugnes, il
governatore Stefano Caldoro se-gue da vicino, Confindustria Ca-serta e la Camera di Commercio
con i presidenti Morelli e De Si-mone annunciano senza sconti
all’enfasi “Gli stati generali della
mozzarella” ai primi di maggi
bianco innocente di una mozza-rella tra due schizzi di latte che
scendono a forma di S. È l’imma-gine di mestizia funerea con cui il
Consorzio di tutela lancia la peti-zione «per salvare uno dei più
grandi prodotti italiani, un sim-bolo del Sud». Il sito segna il tem-po che resta: giorni, ore, minuti,
persino i secondi, presto, bisogna
firmare subito. Ma salvare la moz-zarella da chi? «Dalle nuove nor-me. Perché da luglio nessuno dei
110 che producono mozzarella di
bufala campana con marchio
Dop potrà sopravvivere alle nuo-ve norme», spiega Antonio Luci-sano. E via internet lancia un ap-pello: «I tesori si tramandano, non
si distruggono. La nostra mozza-rella è condannata a scomparire.
Sono già 44 le aziende che hanno
aderito. Non la produrranno più,
sono il 63 per cento del prodotto
certificato».
Tonda come una bomba, la
mozzarella fa scoppiare l’ultima
polemica tra Campania e gover-no. Reagisce un settore da 15mila
posti, 2mila aziende, 256mila bu-fale, 200mila tonnellate di prodot-to, 70mila esportate. Le norme
contestate sono due. Decise da
tempo, entrano presto in vigore.
La prima è del 2008, il decreto per
attuarla dello scorso 21 marzo.
Stabilisce che da luglio non sarà
possibile produrre due tipi di
mozzarella, uno con marchio
Dop e l’altro senza, nella stesso ca-seificio. Ne occorrono due. Scon-giura così il rischio che nei con-trolli si dica a Nas o Forestale: «È la
seconda linea, per le pizzerie». La
firma di Luca Zaia, ex ministro
delle Politiche agricole, oggi go-vernatore del Veneto, diffonde il
sospetto di un attacco al Sud. L’a-rea Dop è ristretta alle province di
Caserta e Salerno, in parte di Lati-na e Foggia. La seconda norma,
dicembre 2011, fissa la tracciabi-lità. Tutti gli allevamenti devono
segnalare sul web, giorno per gior-no, capo per capo, la produzione
di latte e i nomi dei caseifici che
l’acquistano. La prima, dopo un
intervento del deputato pdl Paolo
Russo, ex presidente della Com-missione Agricoltura, sarà rinvia-ta da luglio a fine dicembre. La se-conda va in vigore subito e i Nas
sono già informati.
Norme punitive, ma non per fa-vorire il Nord. Tutelano con estre-mo rigore il marchio Dop dopo le
denunce dei Nas di Napoli. Il di-sciplinare prevede per un chilo di
mozzarella Dop, 4 litri di latte fre-sco munto da bufale dell’area Dop
tra le ultime 12 e 60 ore. Trasfor-mato in un caseificio dello stesso
perimetro. Il costo dei un litro cer-tificato oscilla tra euro 1,05 d’in-verno e 1,35 d’estate. Si pilotano i
parti per incrociale la stagione mi-gliore. Un produttore corretto
spende almeno 7 euro, calcolan-do anche trasporto, lavorazione,
analisi, energia, smaltimento ri-fiuti. Come può rivendere alla
grande distribuzione a 5,60-6 eu-ro? Un’altra anomalia: venduto
meno latte in zona, prodotte sem-pre più mozzarelle. I controlli in-crociati l’hanno chiarita: i costi di
produzione sono ridotti con latte
o cagliate congelate dell’Est, ma
anche del Nord dove si contano
migliaia di capi bufalini in alleva-menti convertiti nel 2008, dopo il
caso delle quote latte in esubero.
La procura antimafia di Napoli
con i pm Giovanni Conzo, Gian-franco D’Alessio e Maurizio Cim-mino coordina i Nas in un’inchie-sta con 114 indagati, 87 arresti ri-chiesti e 34 opifici da sequestrare
per frode ed altri reati nella vendi-ta di mozzarella non pericolosa
per la salute ma in aperta violazio-ne del disciplinare. Il dossier, letto
anche dall’Ue, ha rispolverato le
vecchie norme, provocando rea-zioni a catena.
Erano già in rivolta gli allevato-ri, penalizzati dalla concorrenza
illecita dell’Est e da tonnellate di
latte congelato. «Siamo alla fame e
a forte rischio usura», la denuncia
di Lino Martone, sindacato alle-vatori bufalini. Le norme in qual-che modo tornano sotto esame.
«Non si tratta di Nord contro Sud,
ma di allevatori contro produtto-ri, e tra questi i disonesti contro gli
onesti», prova a mediare Paolo
Russo. Ma avverte: «Opportuni i
criteri che garantiscano la qualità
di un prodotto patrimonio del
Sud». Domani vertice in Regione
con l’assessore Daniela Nugnes, il
governatore Stefano Caldoro se-gue da vicino, Confindustria Ca-serta e la Camera di Commercio
con i presidenti Morelli e De Si-mone annunciano senza sconti
all’enfasi “Gli stati generali della
mozzarella” ai primi di maggi
Int - Caccia alle streghe Jo Chandler, The Global Mail, Australia Foto di Vlad Sokhin La ricchezza ottenuta dalle risorse minerarie non tocc a la maggioranza della popolazione della Papua Nuova Guinea, che rimane legata a tradizioni del passato. E crede alla magia nera
S
tanno per cucinare la
sanguma mama!”. Il
grido è arrivato da un
gruppo di bambini
che correvano accan-to alla clinica, costru-ita in una valle tra le montagne della Papua
Nuova Guinea. Suor Gaudentia Meier, 74
anni, è nata in Svizzera e fa l’infermiera. Ha
lasciato le Alpi da più di quarant’anni, e da
allora tutti i giorni cuce le ferite e cura le
malattie di una popolazione dimenticata
dal mondo. È quasi ora di pranzo, fa notare.
Suor Gaudentia ha capito subito perché i
bambini corrono. Stanno andando a vedere
il rogo di una strega.
Nelle 850 lingue della Papua Nuova
Guinea la magia nera ha tanti nomi, e su
queste montagne sangumaè tra quelli che
ricorrono più spesso. La suora, che ha un
brutto presentimento, raccoglie in fretta e
furia un gruppetto di collaboratori, li carica
su un’auto e segue la folla. Due giorni fa ha
provato a salvare Angela (il nome è inventa-to), una presunta strega, dalle grinie di una
banda di spietati inquisitori in cerca di un
capro espiatorio per la morte di due ragazzi.
L’avevano spogliata, bendata, ricoperta di
insulti e seviziata a colpi di machete. Legata
e inerme, l’avevano fatta salire su un banco
degli imputati improvvisato, una lastra ar-rugginita di onduline di ferro. Le foto scat-tate con il cellulare da un testimone mostra-no che in mezzo al capannello di spettatori
immobili c’erano diversi poliziotti in divisa.
In Papua Nuova Guinea, paese del Paciico
a pochi chilometri dalla costa settentriona-le dell’Australia, l’80 per cento degli oltre
sette milioni di abitanti vive in comunità
rurali e isolate. Molti non hanno accesso ai
servizi sanitari e scolastici di base e soprav-vivono consumando o vendendo i prodotti
dell’orto. Le strade sono poche, ma una rete
iorente di ripetitori telefonici e cellulari a
buon mercato li tiene collegati al mondo.
Sempre che riescano ad attaccarli alla cor-rente e a scroccare un po’ di credito.
Il paese, ricco di risorse, è nel pieno di
un boom dell’attività estrattiva, ma il be-nessere non arriva alla maggioranza dei
papuani. In queste realtà, rimaste isolate
dal mondo esterno ino a un paio di genera-zioni fa, il pensiero tradizionale non am-mette l’idea che la morte possa avvenire per
cause naturali, malattie o incidenti. È sem-pre colpa della magia nera. “Quando qual-cuno muore, soprattutto se è un uomo, la
gente si chiede ‘di chi è la colpa’, non ‘per-ché’”, spiega Philip Gibbs, sacerdote catto-lico, antropologo ed esperto di stregoneria
che vive da molti anni in Papua Nuova Gui-nea.
Nel 2012, al termine di un’inchiesta du-rata due anni, la commissione nazionale
per la riforma della costituzione e del diritto
ha concluso che in Papua Nuova Guinea è
molto difusa la credenza secondo cui la
stregoneria e gli incantesimi sarebbero la
causa di malattie e morti premature. Anche
molti papuani istruiti che vivono nelle città
credono alla stregoneria. Ma, come spiega
il direttore del quotidiano nazionale Post
Courier, Alexander Rheeney, la maggior
parte della gente che vive in città o nelle
campagne prova “paura e ribrezzo” di fron-te ai linciaggi e agli atti di crudeltà come
quello al quale stava per assistere suor Gau-dentia.
Gli accusatori di Angela – ragazzi arriva-ti da un’altra città e sotto l’efetto dei poten-ti stupefacenti degli altopiani e dello steam
(un liquore fatto in casa) – erano tornati a
riprenderla. Gaudentia sospettava che fos-sero gli stessi che avevano torturato una
giovane donna curata da lei qualche mese
fa. La ragazza si era trascinata ino alla cli-nica con i genitali bruciati e irreparabilmen-te deformati per il ripetuto inserimento di
ferri roventi.
L’idea di una squadra di torturatori se-riali a caccia di streghe non si sposa con la
spiegazione, fornita dagli antropologi, delle
tradizionali “rivalse” contro la stregoneria
in alcune zone della Papua Nuova Guinea.
Le aggressioni, di solito, sono iniziative
spontanee di famiglie in lutto ispirate d desiderio di vendetta e dalla paura che la
magia nera possa tornare a colpire. Ma, am-mettono gli esperti, in Papua Nuova Guinea
ci sono sempre eccezioni alla regola. Tra i
più variegati mosaici etnici del mondo, la
Papua Nuova Guinea disorienta chi viene
da fuori e, mentre gli esploratori contempo-ranei provano a dare contorni precisi alla
storia passata, il paese cambia davanti ai
loro occhi.
Mano a mano che le atrocità legate alla
stregoneria trovano spazio sui mezzi d’in-formazione, nei forum delle Nazioni Unite
e nelle inchieste sui diritti umani, cresce il
timore che questo terrorismo sociale stia
cambiando pelle. Le aggressioni alle pre-sunte streghe sembrano aver rotto i conini
tradizionali per difondersi anche in comu-nità dove prima non esistevano. Nonostan-te la mancanza di dati e il sospetto che solo
una parte dei casi sia stata efettivamente
documentata, secondo la relazione sugli
attacchi contro la stregoneria redatta nel
2012 dalla commissione per la riforma del
diritto, questo fenomeno è in crescita in
dagli anni ottanta. Si stimano circa 150 casi
di violenze e omicidi all’anno nella sola pro-vincia di Simbu, un territorio selvaggio e
primitivo, noto per la coltivazione del cafè,
sull’accidentata dorsale del paese. Le cifre
variano ma, da una serie di rapporti pubbli-cati da agenzie delle Nazioni Unite, da or-ganizzazioni come Amnesty international
e Oxfam e da diversi antropologi, emerge in
modo inequivocabile che le aggressioni a
presunti maghi e stregoni – qualche volta
uomini, ma quasi sempre donne – sono fre-quenti, feroci e il più delle volte mortali.
Il trauma del cambiamento
Il dottor Richard Eves, antropologo della
Australian national university, è un esperto
di Papua Nuova Guinea che sta organizzan-do una conferenza sul tema che si terrà a
giugno a Canberra. Secondo il cliché della
letteratura antropologica, spiega Eves, l’in-luenza della magia e dell’incantesimo su
una società tende a scomparire con l’arrivo
della modernità, come è successo in Euro-pa e in Nordamerica. Ma sembra che questo
non stia accadendo in Melanesia, e soprat-tutto in Papua Nuova Guinea. Gli studi, ifatti, mostrano che in alcuni luoghi questa
tradizione assume contorni sempre più ma-ligni, sadici e voyeuristici, alimentati da
una miscela esplosiva: l’inluenza di alcol e
droghe, la rabbia disperata di una gioventù
allo sbando, il rovesciamento dell’ordine
sociale provocato dal rapido sviluppo e dal-la corsa frenetica all’accaparramento delle
risorse, l’arrivo dei soldi e della concorren-za, l’esasperazione nelle campagne per i
cattivi collegamenti stradali, il ruolo della
scuola e della sanità nell’emancipazione
delle donne dalla loro tradizionale condi-zione di silenzio – e il risentimento cupo,
spesso brutale, degli uomini, incapaci di
trovare il loro posto in uno scenario in gran-de trasformazione.
“Vivo in Papua Nuova Guinea dal
1969”, dice suor Gaudentia. “La sanguma
c’è sempre stata, ma non ai livelli estremi di
oggi”. Anche secondo Gibbs, che ha scritto
molto sull’argomento, la brutalità è aumen-tata. “Un tempo buttavano la gente dai di-rupi o cose simili. Si moriva lo stesso, ma
senza la tortura. Gli interrogatori e i proces-si pubblici in presenza dei bambini ormai
sono diventati uno spettacolo”. Il primo
giorno dell’ordalia di Angela, suor Gauden-tia aveva chiesto ai poliziotti presenti di in-tervenire. Perché la polizia e i leader della
comunità non fanno niente? “Anche volen-do, possono fare poco di fronte alle folle
inferocite, soprattutto se ci sono giovani
maschi sotto l’effetto di alcol e droghe”,
spiega Gibb Le forze di polizia papuane sono sotto-pagate, a corto di uomini e male addestrate,
oltre che notoriamente corrotte e violente.
Molti di loro credono alla stregoneria e al-cuni considerano legittimi gli interrogatori
come quello di Angela. Questa posizione,
secondo qualcuno, è incoraggiata dalla di-scussa legge sulla stregoneria del 1971, che
riconosce l’esistenza della stregoneria e pu-nisce penalmente sia chi la pratica sia le
aggressioni contro i presunti stregoni.
Durante il primo giorno del “processo”,
Angela è stata torturata, umiliata e interro-gata. In un’assurda parodia di un tribunale,
è stata prima accusata di aver provocato le
morti, poi invitata a fare il nome della vera
strega (“kolim nem, kolim nem”, “dì il no-me”, gridava la folla). A un certo punto, so-prafatta dalla disperazione, ha gridato il
nome di un’altra donna, ma i suoi accusato-ri l’hanno ignorata. Per motivi non molto
chiari l’hanno lasciata andare, e il giorno
dopo suor Gaudentia ha saputo che era sta-ta portata al commissariato di polizia, ui-cialmente per proteggerla. La suora ha
chiesto di vedere Angela ma la cella era
chiusa e nessuno riusciva a trovare la chia-ve. “Ho pensato fosse al sicuro”. Poi, a un
certo punto, le hanno detto che l’avevano
rilasciata e che i suoi aggressori avevano
irmato una dichiarazione in cui promette-vano di lasciarla in pace. Il giorno dopo,
all’ora di pranzo, la suora ha sentito il coro
agghiacciante dei bambini dalla finestra
della clinica. “Ho lasciato l’auto in cima alla
strada e siamo scesi al villaggio. O almeno
ci abbiamo provato”, racconta. C’era così
tanta gente che non si riusciva a passare.
“Perciò sono tornata alla macchina e sono
andata al commissariato per denunciare
che la stavano torturando un’altra volta. Al
che il comandante mi ha detto: ‘Non pos-siamo fare niente. Hanno promesso che
non l’avrebbero toccata’”.
Suor Gaudentia è risalita in macchina
ed è tornata al villaggio, portando con sé un
sacerdote. Questa volta si è fatta strada a
forza. “Ci saranno state 600 persone che
guardavano, uomini, donne e bambini”.
Angela era nuda, legata con le braccia e le
gambe divaricate su una pedana e bendata
accanto a una tanica in iamme. Il fatto di
non poter vedere aumentava la paura e il
senso di impotenza – il fumo in gola, le vam-pate del fuoco su cui i ferri venivano arro-ventati per poi ustionarla. L’avrebbero arsa
viva? Di certo sapeva che era già successo
ad altre donne. Presto sarebbe successo di
nuovo e le immagini avrebbero fatto il giro
del mondo.
Le fotografie delle torture di Angela
scattate dai testimoni sono raccapriccianti,
sia per la ferocia degli aggressori sia per
l’evidente passività degli spettatori. Uomi-ni e donne dal volto di pietra e bambini con
gli occhi spalancati si accalcano sotto gli
ombrelli, riparandosi dall’aria umida delle
montagne mentre Angela si contorce tra le
catene, cercando di allontanarsi dal ferro
rovente che un ragazzo accosta ai suoi geni-tali.
Le superstiti
Angela ha quasi cinquant’anni e un bambi-no piccolo, spiega Philip Gibbs, che ha rac-colto la sua testimonianza e quella di alcuni
presenti. Come molte vittime delle aggres-sioni e degli omicidi legati alla stregoneria
su queste montagne, vive ai margini della
comunità. Non ha un marito né un parente
a proteggerla. Secondo le usanze locali, una
donna quando si sposa abbandona la fami-glia di provenienza e se il marito muore, se
ne va o la maltratta, si ritrova “in terra stra-niera”, senza riferimenti. Come Gibbs ha
documentato nei suoi libri, analizzando la
dinamica tra accusatori e accusati, “quan-do una famiglia si convince che la morte
non è avvenuta per cause naturali e cerca
un capro espiatorio, molto spesso punta il
dito su una donna che non ha fratelli in-luenti nella comunità o igli nel pieno delle
forze”.
Sentendo le urla di Angela, suor Gau-dentia ha provato a gridare, un po’ intiman-do agli inquisitori di fermarsi, un po’ scon-giurandoli (li chiama i “ marijuana boys”) .
“Mi hanno trattenuta e mi hanno impedito
di raggiungerla”, racconta. Secondo la suc-cessiva ricostruzione di Gibbs, la suora ha
corso seri rischi: i torturatori hanno provato
a bruciare anche lei. Forse è stata la sua pel-le chiara a salvarla. Veriicata l’impossibili-tà di mettere fine ai tormenti di Angela,
suor Gaudentia ha radunato i collaboratori
della clinica e si è rivolta alla folla. “Chi è
cattolico? Venite qui, reciteremo il rosario”.
Sullo sfondo della preghiera, i tormenti di
Angela creano un tragico contrasto tra le
consolazioni rituali di un sistema di valori e
le atrocità dell’altro.
“È arrivato un uomo da un altro villag-gio e ci ha accompagnati in auto alla polizia.
Ancora una volta li abbiamo pregati di in-tervenire”, ricorda la suora. Era ancora al
commissariato mentre Angela veniva sevi-ziata con il machete. Aveva cominciato a
piovere forte. Chissà, magari la pioggia
avrebbe un po’ stemperato la ferocia. Ma-gari la polizia sarebbe intervenuta davvero.
Solo verso le cinque del pomeriggio, più di
quattro ore dopo l’aggressione, i “marijua-na boys” hanno lasciato andare Angela.
Quando è arrivata sua madre, una signora
anziana, se la sono presa anche con lei,
spezzandole una gamba e il bacino. Più tar-di un’auto della polizia ha accompagnato
Angela e la madre alla clinica di suor Gau-dentia. “Le abbiamo curate. Arrivava gente
e ci chiedeva di portare fuori le donne, ma
noi ci siamo riiutati”. La folla è aumentata
e ha cominciato a gridare e a tirare sassi ver-so il tetto della clinica. Temendo che desse-ro fuoco all’edificio, suor Gaudenzia ha
chiamato la polizia. “È venuto un altro poli-ziotto, era davvero preoccupato. Abbiamo
trovato un accordo e abbiamo sistemato le
donne nell’auto della polizia per metterle al
sicuro. Poi le abbiamo fatte mangiare”.
Con l’aiuto del poliziotto sono riusciti a
portare via le due donne, sistemandole in
un altro ospedale a molti chilometri di di-stanza. Una volta guarita dalle ferite, Ange-la è stata trasferita di nuovo. Adesso fa parte
di un gruppo di “superstiti della stregone-ria” che oltre ad aver subìto menomazioni
permanenti sono stati sradicati per sempre,
profughi nel loro stesso paese. Angela vive
ancora nascosta insieme a suo iglio.
Bruciata viva
“Bruciata viva!”, titolavano i giornali locali
il 7 febbraio. Sotto, le foto di una grande fol-la, piena di bambini, che osserva il corpo di
una giovane donna avvolto dalle iamme.
Tutto è successo nell’affollato snodo di
Mount Hagen, nel cuore del paese. Kepari
Leniata, vent’anni, madre di due bambini,
è stata spogliata, torturata, legata, innaia-ta di benzina, gettata in una discarica, co-perta di pneumatici e data alle fiamme.
L’omicidio sarebbe stato commesso dai pa-renti di un bambino di sei anni deceduto da
poco all’ospedale locale. Leniata era una
delle due donne sospettate di aver provoca-to la morte. I testimoni dicono che la folla
ha bloccato gli agenti di polizia e i vigili del fuoco che avevano cercato di intervenire.
La notizia ha destato la “profonda pre-occupazione” dell’uicio per i diritti umani
delle Nazioni Unite e la condanna dei mez-zi d’informazione di tutto il mondo. Il pri-mo ministro papuano Peter O’Neill ha dei-nito l’omicidio un gesto “spregevole” e
“barbarico” e ha detto di aver dato istruzio-ni alla polizia di usare tutti i mezzi a disposi-zione per assicurare gli assassini alla giusti-zia. Sui social network papuani è nata una
campagna in nome di Leniata che chiede di
afrontare il problema endemico della vio-lenza contro le donne. Come ha scritto
Rheeney nel suo editoriale sul Post Courier,
il fatto che i testimoni non siano intervenuti
“per fermare e condannare l’operato degli
assassini è il segnale di un pericolo più gran-de: quello che i cittadini papuani iniscano
per considerare normali queste orribili stra-gi e accettabile questo modo di esercitare la
giustizia. Il rispetto dello stato di diritto e
quello dei diritti della persona sono le co-lonne portanti di ogni democrazia moder-na, e vogliamo pensare che la Papua Nuova
Guinea rientri in questa categoria”. L’assas-sinio di Leniata, osserva Rheeney, solleva
una questione: “Crediamo che la giustizia
debba essere amministrata da un tribunale
istituito dalla legge o da individui accecati
dalla superstizione?”.
Dopo il precedente rogo a Mount Ha-gen, nel gennaio del 2009, il governo aveva
incaricato la commissione per la riforma
della costituzione e del diritto di aprire
un’inchiesta sulle violenze legate alla stre-goneria e sui problemi giuridici connessi.
L’angoscia della comunità ha raggiunto il
suo apice quando si è difusa la notizia che
diverse persone accusate di stregoneria
erano state bruciate, crociisse, impiccate
in pubblico e uccise a bastonate, chiuse in
casa e date alle iamme, lapidate, gettate in
un iume e ammazzate a colpi di machete.
Una legge da abolire
L’editoriale di Rheeney rispecchia il pensie-ro di molti osservatori papuani e delle orga-nizzazioni internazionali per i diritti umani,
soprattutto per il suo invito al governo ain-ché provveda con la massima urgenza ad
applicare la raccomandazione chiave della
commissione: abolire la legge sulla strego-neria. La legge del 1971, nel suo preambolo,
riconosce “la convinzione difusa in tutto il
paese che la stregoneria esista, e che gli
stregoni abbiano poteri straordinari che a
volte possono essere usati a in di bene an-che se più spesso accade il contrario”. Il te-sto distingue la “stregoneria innocente”,
esercitata per ini preventivi e curativi, dalla
“stregoneria proibita”. La legge, spiega la
relazione, ha prima di tutto l’obiettivo di ri-conoscere la realtà delle preoccupazioni dei
cittadini e di istituire un meccanismo che
permetta di far giudicare gli accusati da un
tribunale, invece che dai cittadini con pro-cessi sommari. Negli ultimi due anni diver-si sondaggi nelle province papuane hanno
confermato che molte comunità si aspetta-no che la legge riconosca l’esistenza della
stregoneria e fornisca gli strumenti per pro-cessare e punire gli stregoni e i loro compli-ci. Come osservò nel 1980 Buri Kidu, primo
presidente della corte suprema di Papua
Nuova Guinea, “in tante comunità guinea-ne la credenza nella stregoneria è molto
forte e non possiamo ignorarla. Anche il
mio popolo ci crede e questa credenza ge-nera una paura enorme”. La conclusione
della relazione è che la legge sulla stregone-ria non ha né prevenuto la “magia cattiva”
né punito chi la esercita. L’unica cosa che ha
fatto è stato fornire una scappatoia legale
agli assassini che si sono appellati all’atte-nuante della stregoneria riuscendo a cavar-sela con sentenze miti. Dopo aver preso esame diverse opzioni di riforma della leg-ge, la commissione ne ha consigliato l’abo-lizione, a patto però che i tribunali dei vil-laggi possano continuare a occuparsi delle
dispute sulla stregoneria. In tal senso è stata
diramata una bozza che il segretario della
commissione, il dottor Eric Kwa, spera sia
presentata al parlamento papuano nei pros-simi mesi. “Sono sconvolto dagli ultimi epi-sodi”, confessa Kwa. “È vergognoso che i
papuani non siano capaci di schierarsi dalla
parte dei deboli e di contrastare questa
grande piaga della nostra società. Speriamo
che con l’abolizione della legge sulla strego-neria, se mai si seguiranno le indicazioni
della commissione, le normali responsabi-lità penali si applicheranno a tutti i reati gra-vi come quelli a cui stiamo assistendo in
questi giorni”.
Migliorare le forze di polizia
Secondo molti osservatori non basterà ri-formare la legge per fermare la violenza. Ne
è convinto per esempio l’antropologo Philip
Gibbs, i cui studi sono stati abbondante-mente citati dalla relazione della commis-sione. A livello nazionale Gibbs ha invitato
il governo a istituire un consiglio sui diritti
umani – una misura già promessa in passato
– e a creare dei corpi speciali di polizia per
inseguire gli assassini.
Le organizzazioni per i diritti umani e le
agenzie delle Nazioni Unite hanno più volte
criticato la polizia papuana per i mancati
interventi contro le aggressioni e per non
aver arrestato i sospetti. Ma sono le prime
ad ammettere che le forze dell’ordine han-no bisogno di grandi investimenti in forma-zione, risorse e attrezzature per essere ei-caci. Come ha sintetizzato un rapporto
delle Nazioni Unite del 2011, alla polizia pa-puana manca quasi tutto: dai salari adegua-ti, alle divise, agli alloggi, alla leadership. Di
conseguenza la corruzione imperversa e il
morale è molto basso. La capacità di racco-gliere informazioni è quasi inesistente. Se-condo le stime, la probabilità che un crimi-nale sia punito è inferiore al 3 per cento.
Anche se ci sarà la volontà politica di in-vestire in misure più eicaci per la tutela
della comunità, ci vorranno anni prima che
la caccia alle streghe scompaia da zone co-me Simbu, uno degli epicentri della violen-za. Perino le stesse organizzazioni per la
cooperazione allo sviluppo sono state restie
ad afrontare il problema, spiega Richard
Eves. “Per molti anni la religione è stata un
tabù per i donatori. È una questione cultu-rale molto complessa, perciò non è sempli-ce mettere in piedi dei progetti a riguardo”.
Nel frattempo gruppi di cittadini, attivi-sti locali per i diritti umani e chiese studiano
interventi su base volontaria, a volte con
ottimi risultati, osserva Gibbs. Uno di que-sti progetti è patrocinato da Anton Bal, ve-scovo cattolico di Kundiawa, capoluogo di
Simbu. Nato e cresciuto nel sud della pro-vincia, Bal sfrutta la sua rete di relazioni e la
sua profonda conoscenza della cultura lo-cale per cercare di cambiare la mentalità
dall’interno. Collabora con lui il sacerdote e
chirurgo polacco Jan Jaworski, che da venti-cinque anni cura le ferite isiche e spirituali
della comunità, e per questo è diventato
una igura autorevole. Grazie ai suoi rap-porti con le famiglie della diocesi, Bal è in
grado di misurare i danni della violenza
contro i presunti stregoni. Il numero delle
vittime supera di gran lunga quello dei mor-ti. L’uicio del vescovo ha calcolato che il
10-15 per cento della popolazione è stata
costretta a emigrare a causa delle persecu-zioni o delle aggressioni. Molti sono stati
cacciati e le loro case e i loro terreni sono
stati distrutti. Secondo il vescovo Bal il pro-blema della stregoneria è che più se ne par-la, più il suo fascino e la sua inluenza sulle
persone crescono. Per contrastare il feno-meno ha messo in piedi una rete di parroci
locali che agiscono come una sorta di forza
di resistenza, cercando di gettare acqua sul
fuoco tutte le volte che in una comunità c’è
un decesso e la gente comincia ad accusare
qualcuno. I sacerdoti vanno ai funerali e se
qualcuno solleva la questione della sangu-macambiano argomento, parlano del tem-po o tagliano corto. Oppure lanciano l’allar-me.
Kundiawa è nominalmente un capoluo-go di provincia, ma in realtà è una stazione
di servizio lungo l’unica arteria che attra-versa il paese da est a ovest, la Highlands
highway, un’autostrada molto traicata che
si sta velocemente consumando sotto le
ruote dei camion piombati che fanno avan-ti e indietro dalle miniere. È anche lo snodo
commerciale e il cuore di una vasta comu-nità di paesini sparsi sulle pendici più alte,
ripide, aspre e lussureggianti della Papua
Nuova Guinea.
Al Kundiawa hospital, che grazie agli
sforzi ammirevoli dei suoi dipendenti è
considerato un modello tra le fatiscenti
strutture ospedaliere provinciali del paese,
Jaworski assiste almeno un paio di volte alla
settimana al ricovero di pazienti che sofro-no di traumi legati alla stregoneria. “Di so-lito sono donne, ma non solo”. Dopo tanti
anni trascorsi in quello che può essere con-siderato il ground zerodella sanguma, non
c’è più niente che lo impressioni. Una parte
del suo metodo consiste nell’usare la sua
inluenza per spezzare il circolo vizioso di
accuse e processi sommari, andando a in-contrare le famiglie in lutto e spiegandogli
le cause mediche della morte ogni volta che
ne ha l’occasione. La speranza è che il mes-saggio si difonda, attraverso il passaparola,
in tutta la comunità.
Recentemente è morto il fratello di un
leader politico locale. Una volta appreso
che circa 300 suoi familiari si erano messi
in cerca di un capro espiatorio, Jaworski è
sceso in strada e li ha afrontati. “Ho detto
ai familiari che era colpa sua se era morto:
era obeso e non si prendeva cura di sé. A
volte è meglio dare la responsabilità a chi
non c’è più, o ne farà le spese qualcun altro”.
In un’altra occasione ha afrontato la fami-glia di una giovane donna morta di aids.
Quando era ancora una bambina, la fami-glia l’aveva ceduta a un anziano della comu-nità. Era diventata la sua terza moglie, ave-va preso l’hiv e poi si era ammalata, lascian-do un bambino in fasce. “Ho detto alla fa-miglia che se era morta era colpa loro, per-ché l’avevano venduta, non della sanguma.
Allora lo zio della defunta si è fatto avanti e
mi ha ringraziato per la spiegazione. Era
una cosa diicile da accettare per loro (e,
ammette il sacerdote, ci è voluto un bel co-raggio per dire una cosa del genere a una
famiglia di Simbu inferocita), ma altrimen-ti sarebbero stati torturati e uccisi degli in-nocenti”.
Le testimonianze, raccolte sempre con
grande diicoltà, parlano di un consistente
e crescente movimento sotterraneo di pala-dini dei diritti umani che lavorano all’inter-no delle comunità per trovare e nascondere
le potenziali vittime o i superstiti delle ag-gressioni. Nelle zone montane più a rischio
Oxfam è impegnata in vari programmi che
sostengono queste reti in evoluzione. Ma
chi lavora in questo settore lo fa a suo rischio
e pericolo. In un famoso caso del 2005, por-tato all’attenzione generale dall’Alto com-Il problema della stregoneria è
che più se ne parla, più il suo
fascino e la sua inluenza sulle
persone crescono
Internazionale 993 | 29 marzo 2013 65
missario dell’Onu per i diritti umani, Anna
Benny, una donna di Goroka nota per il suo
impegno in difesa delle vittime dello stu-pro, provò a difendere la cognata dalle ac-cuse di stregoneria. Entrambe le donne fu-rono uccise e la polizia non prese alcun
provvedimento.
Nelle sue interviste ai superstiti delle
aggressioni, tra cui Angela, la donna salvata
dall’intervento di suor Gaudentia e proba-bilmente anche dalla pioggia, Philip Gibbs
ha individuato un ilo conduttore incorag-giante. Tutte queste vittime devono la loro
vita a singoli agenti di polizia oppure a lea-der religiosi inluenti che sono intervenuti
in loro difesa. “Ciò signiica che, se sui-cientemente motivate, la polizia e le autori-tà civili, o la chiesa, sono in grado di difen-dere persone che altrimenti sarebbero indi-fese”.
Sostenere le persone che hanno la vo-lontà e il coraggio di contrastare dal basso la
violenza in ogni sua manifestazione – do-mestica, sociale, legata alla stregoneria – è
l’obiettivo di Bal e Jaworski. I tanti esempi
di interventi andati a buon ine alimentano
le loro speranze. Ma anche loro, a volte, si
fanno prendere dallo sconforto. Secondo
Jaworski la causa principale dell’escalation
di violenza a tutti i livelli è un disagio socia-le profondo – soprattutto la rabbia e la fru-strazione dei giovani maschi – per il quale
non esistono risposte facili. “Oggi il 70-90
per cento dei giovani non ha un lavoro. Van-no a scuola ma per loro non c’è futuro. E
non sono più in grado di tornare a lavorare
la terra nei loro villaggi”. Senza prospettive
nel nuovo mondo, e senza le capacità per
afrontare il vecchio.
Nelle mattine più cupe, avanzando a fa-tica su strade dissestate piene di pietre dopo
una notte passata a combattere o a ricucire
le vittime in sala operatoria, Jaworski teme
che la rabbia dei giovani un giorno possa
riportare la comunità al tumbuna, il tempo
degli antenati. “Spero di essere un cattivo
profeta”. u fas
AGENTur FOCuS/LuzPhOTO (2)
Angela durante il processo sommario, 2012
Rasta Twa, accusata di stregoneria, per proteggersi dalla decapitazio
tanno per cucinare la
sanguma mama!”. Il
grido è arrivato da un
gruppo di bambini
che correvano accan-to alla clinica, costru-ita in una valle tra le montagne della Papua
Nuova Guinea. Suor Gaudentia Meier, 74
anni, è nata in Svizzera e fa l’infermiera. Ha
lasciato le Alpi da più di quarant’anni, e da
allora tutti i giorni cuce le ferite e cura le
malattie di una popolazione dimenticata
dal mondo. È quasi ora di pranzo, fa notare.
Suor Gaudentia ha capito subito perché i
bambini corrono. Stanno andando a vedere
il rogo di una strega.
Nelle 850 lingue della Papua Nuova
Guinea la magia nera ha tanti nomi, e su
queste montagne sangumaè tra quelli che
ricorrono più spesso. La suora, che ha un
brutto presentimento, raccoglie in fretta e
furia un gruppetto di collaboratori, li carica
su un’auto e segue la folla. Due giorni fa ha
provato a salvare Angela (il nome è inventa-to), una presunta strega, dalle grinie di una
banda di spietati inquisitori in cerca di un
capro espiatorio per la morte di due ragazzi.
L’avevano spogliata, bendata, ricoperta di
insulti e seviziata a colpi di machete. Legata
e inerme, l’avevano fatta salire su un banco
degli imputati improvvisato, una lastra ar-rugginita di onduline di ferro. Le foto scat-tate con il cellulare da un testimone mostra-no che in mezzo al capannello di spettatori
immobili c’erano diversi poliziotti in divisa.
In Papua Nuova Guinea, paese del Paciico
a pochi chilometri dalla costa settentriona-le dell’Australia, l’80 per cento degli oltre
sette milioni di abitanti vive in comunità
rurali e isolate. Molti non hanno accesso ai
servizi sanitari e scolastici di base e soprav-vivono consumando o vendendo i prodotti
dell’orto. Le strade sono poche, ma una rete
iorente di ripetitori telefonici e cellulari a
buon mercato li tiene collegati al mondo.
Sempre che riescano ad attaccarli alla cor-rente e a scroccare un po’ di credito.
Il paese, ricco di risorse, è nel pieno di
un boom dell’attività estrattiva, ma il be-nessere non arriva alla maggioranza dei
papuani. In queste realtà, rimaste isolate
dal mondo esterno ino a un paio di genera-zioni fa, il pensiero tradizionale non am-mette l’idea che la morte possa avvenire per
cause naturali, malattie o incidenti. È sem-pre colpa della magia nera. “Quando qual-cuno muore, soprattutto se è un uomo, la
gente si chiede ‘di chi è la colpa’, non ‘per-ché’”, spiega Philip Gibbs, sacerdote catto-lico, antropologo ed esperto di stregoneria
che vive da molti anni in Papua Nuova Gui-nea.
Nel 2012, al termine di un’inchiesta du-rata due anni, la commissione nazionale
per la riforma della costituzione e del diritto
ha concluso che in Papua Nuova Guinea è
molto difusa la credenza secondo cui la
stregoneria e gli incantesimi sarebbero la
causa di malattie e morti premature. Anche
molti papuani istruiti che vivono nelle città
credono alla stregoneria. Ma, come spiega
il direttore del quotidiano nazionale Post
Courier, Alexander Rheeney, la maggior
parte della gente che vive in città o nelle
campagne prova “paura e ribrezzo” di fron-te ai linciaggi e agli atti di crudeltà come
quello al quale stava per assistere suor Gau-dentia.
Gli accusatori di Angela – ragazzi arriva-ti da un’altra città e sotto l’efetto dei poten-ti stupefacenti degli altopiani e dello steam
(un liquore fatto in casa) – erano tornati a
riprenderla. Gaudentia sospettava che fos-sero gli stessi che avevano torturato una
giovane donna curata da lei qualche mese
fa. La ragazza si era trascinata ino alla cli-nica con i genitali bruciati e irreparabilmen-te deformati per il ripetuto inserimento di
ferri roventi.
L’idea di una squadra di torturatori se-riali a caccia di streghe non si sposa con la
spiegazione, fornita dagli antropologi, delle
tradizionali “rivalse” contro la stregoneria
in alcune zone della Papua Nuova Guinea.
Le aggressioni, di solito, sono iniziative
spontanee di famiglie in lutto ispirate d desiderio di vendetta e dalla paura che la
magia nera possa tornare a colpire. Ma, am-mettono gli esperti, in Papua Nuova Guinea
ci sono sempre eccezioni alla regola. Tra i
più variegati mosaici etnici del mondo, la
Papua Nuova Guinea disorienta chi viene
da fuori e, mentre gli esploratori contempo-ranei provano a dare contorni precisi alla
storia passata, il paese cambia davanti ai
loro occhi.
Mano a mano che le atrocità legate alla
stregoneria trovano spazio sui mezzi d’in-formazione, nei forum delle Nazioni Unite
e nelle inchieste sui diritti umani, cresce il
timore che questo terrorismo sociale stia
cambiando pelle. Le aggressioni alle pre-sunte streghe sembrano aver rotto i conini
tradizionali per difondersi anche in comu-nità dove prima non esistevano. Nonostan-te la mancanza di dati e il sospetto che solo
una parte dei casi sia stata efettivamente
documentata, secondo la relazione sugli
attacchi contro la stregoneria redatta nel
2012 dalla commissione per la riforma del
diritto, questo fenomeno è in crescita in
dagli anni ottanta. Si stimano circa 150 casi
di violenze e omicidi all’anno nella sola pro-vincia di Simbu, un territorio selvaggio e
primitivo, noto per la coltivazione del cafè,
sull’accidentata dorsale del paese. Le cifre
variano ma, da una serie di rapporti pubbli-cati da agenzie delle Nazioni Unite, da or-ganizzazioni come Amnesty international
e Oxfam e da diversi antropologi, emerge in
modo inequivocabile che le aggressioni a
presunti maghi e stregoni – qualche volta
uomini, ma quasi sempre donne – sono fre-quenti, feroci e il più delle volte mortali.
Il trauma del cambiamento
Il dottor Richard Eves, antropologo della
Australian national university, è un esperto
di Papua Nuova Guinea che sta organizzan-do una conferenza sul tema che si terrà a
giugno a Canberra. Secondo il cliché della
letteratura antropologica, spiega Eves, l’in-luenza della magia e dell’incantesimo su
una società tende a scomparire con l’arrivo
della modernità, come è successo in Euro-pa e in Nordamerica. Ma sembra che questo
non stia accadendo in Melanesia, e soprat-tutto in Papua Nuova Guinea. Gli studi, ifatti, mostrano che in alcuni luoghi questa
tradizione assume contorni sempre più ma-ligni, sadici e voyeuristici, alimentati da
una miscela esplosiva: l’inluenza di alcol e
droghe, la rabbia disperata di una gioventù
allo sbando, il rovesciamento dell’ordine
sociale provocato dal rapido sviluppo e dal-la corsa frenetica all’accaparramento delle
risorse, l’arrivo dei soldi e della concorren-za, l’esasperazione nelle campagne per i
cattivi collegamenti stradali, il ruolo della
scuola e della sanità nell’emancipazione
delle donne dalla loro tradizionale condi-zione di silenzio – e il risentimento cupo,
spesso brutale, degli uomini, incapaci di
trovare il loro posto in uno scenario in gran-de trasformazione.
“Vivo in Papua Nuova Guinea dal
1969”, dice suor Gaudentia. “La sanguma
c’è sempre stata, ma non ai livelli estremi di
oggi”. Anche secondo Gibbs, che ha scritto
molto sull’argomento, la brutalità è aumen-tata. “Un tempo buttavano la gente dai di-rupi o cose simili. Si moriva lo stesso, ma
senza la tortura. Gli interrogatori e i proces-si pubblici in presenza dei bambini ormai
sono diventati uno spettacolo”. Il primo
giorno dell’ordalia di Angela, suor Gauden-tia aveva chiesto ai poliziotti presenti di in-tervenire. Perché la polizia e i leader della
comunità non fanno niente? “Anche volen-do, possono fare poco di fronte alle folle
inferocite, soprattutto se ci sono giovani
maschi sotto l’effetto di alcol e droghe”,
spiega Gibb Le forze di polizia papuane sono sotto-pagate, a corto di uomini e male addestrate,
oltre che notoriamente corrotte e violente.
Molti di loro credono alla stregoneria e al-cuni considerano legittimi gli interrogatori
come quello di Angela. Questa posizione,
secondo qualcuno, è incoraggiata dalla di-scussa legge sulla stregoneria del 1971, che
riconosce l’esistenza della stregoneria e pu-nisce penalmente sia chi la pratica sia le
aggressioni contro i presunti stregoni.
Durante il primo giorno del “processo”,
Angela è stata torturata, umiliata e interro-gata. In un’assurda parodia di un tribunale,
è stata prima accusata di aver provocato le
morti, poi invitata a fare il nome della vera
strega (“kolim nem, kolim nem”, “dì il no-me”, gridava la folla). A un certo punto, so-prafatta dalla disperazione, ha gridato il
nome di un’altra donna, ma i suoi accusato-ri l’hanno ignorata. Per motivi non molto
chiari l’hanno lasciata andare, e il giorno
dopo suor Gaudentia ha saputo che era sta-ta portata al commissariato di polizia, ui-cialmente per proteggerla. La suora ha
chiesto di vedere Angela ma la cella era
chiusa e nessuno riusciva a trovare la chia-ve. “Ho pensato fosse al sicuro”. Poi, a un
certo punto, le hanno detto che l’avevano
rilasciata e che i suoi aggressori avevano
irmato una dichiarazione in cui promette-vano di lasciarla in pace. Il giorno dopo,
all’ora di pranzo, la suora ha sentito il coro
agghiacciante dei bambini dalla finestra
della clinica. “Ho lasciato l’auto in cima alla
strada e siamo scesi al villaggio. O almeno
ci abbiamo provato”, racconta. C’era così
tanta gente che non si riusciva a passare.
“Perciò sono tornata alla macchina e sono
andata al commissariato per denunciare
che la stavano torturando un’altra volta. Al
che il comandante mi ha detto: ‘Non pos-siamo fare niente. Hanno promesso che
non l’avrebbero toccata’”.
Suor Gaudentia è risalita in macchina
ed è tornata al villaggio, portando con sé un
sacerdote. Questa volta si è fatta strada a
forza. “Ci saranno state 600 persone che
guardavano, uomini, donne e bambini”.
Angela era nuda, legata con le braccia e le
gambe divaricate su una pedana e bendata
accanto a una tanica in iamme. Il fatto di
non poter vedere aumentava la paura e il
senso di impotenza – il fumo in gola, le vam-pate del fuoco su cui i ferri venivano arro-ventati per poi ustionarla. L’avrebbero arsa
viva? Di certo sapeva che era già successo
ad altre donne. Presto sarebbe successo di
nuovo e le immagini avrebbero fatto il giro
del mondo.
Le fotografie delle torture di Angela
scattate dai testimoni sono raccapriccianti,
sia per la ferocia degli aggressori sia per
l’evidente passività degli spettatori. Uomi-ni e donne dal volto di pietra e bambini con
gli occhi spalancati si accalcano sotto gli
ombrelli, riparandosi dall’aria umida delle
montagne mentre Angela si contorce tra le
catene, cercando di allontanarsi dal ferro
rovente che un ragazzo accosta ai suoi geni-tali.
Le superstiti
Angela ha quasi cinquant’anni e un bambi-no piccolo, spiega Philip Gibbs, che ha rac-colto la sua testimonianza e quella di alcuni
presenti. Come molte vittime delle aggres-sioni e degli omicidi legati alla stregoneria
su queste montagne, vive ai margini della
comunità. Non ha un marito né un parente
a proteggerla. Secondo le usanze locali, una
donna quando si sposa abbandona la fami-glia di provenienza e se il marito muore, se
ne va o la maltratta, si ritrova “in terra stra-niera”, senza riferimenti. Come Gibbs ha
documentato nei suoi libri, analizzando la
dinamica tra accusatori e accusati, “quan-do una famiglia si convince che la morte
non è avvenuta per cause naturali e cerca
un capro espiatorio, molto spesso punta il
dito su una donna che non ha fratelli in-luenti nella comunità o igli nel pieno delle
forze”.
Sentendo le urla di Angela, suor Gau-dentia ha provato a gridare, un po’ intiman-do agli inquisitori di fermarsi, un po’ scon-giurandoli (li chiama i “ marijuana boys”) .
“Mi hanno trattenuta e mi hanno impedito
di raggiungerla”, racconta. Secondo la suc-cessiva ricostruzione di Gibbs, la suora ha
corso seri rischi: i torturatori hanno provato
a bruciare anche lei. Forse è stata la sua pel-le chiara a salvarla. Veriicata l’impossibili-tà di mettere fine ai tormenti di Angela,
suor Gaudentia ha radunato i collaboratori
della clinica e si è rivolta alla folla. “Chi è
cattolico? Venite qui, reciteremo il rosario”.
Sullo sfondo della preghiera, i tormenti di
Angela creano un tragico contrasto tra le
consolazioni rituali di un sistema di valori e
le atrocità dell’altro.
“È arrivato un uomo da un altro villag-gio e ci ha accompagnati in auto alla polizia.
Ancora una volta li abbiamo pregati di in-tervenire”, ricorda la suora. Era ancora al
commissariato mentre Angela veniva sevi-ziata con il machete. Aveva cominciato a
piovere forte. Chissà, magari la pioggia
avrebbe un po’ stemperato la ferocia. Ma-gari la polizia sarebbe intervenuta davvero.
Solo verso le cinque del pomeriggio, più di
quattro ore dopo l’aggressione, i “marijua-na boys” hanno lasciato andare Angela.
Quando è arrivata sua madre, una signora
anziana, se la sono presa anche con lei,
spezzandole una gamba e il bacino. Più tar-di un’auto della polizia ha accompagnato
Angela e la madre alla clinica di suor Gau-dentia. “Le abbiamo curate. Arrivava gente
e ci chiedeva di portare fuori le donne, ma
noi ci siamo riiutati”. La folla è aumentata
e ha cominciato a gridare e a tirare sassi ver-so il tetto della clinica. Temendo che desse-ro fuoco all’edificio, suor Gaudenzia ha
chiamato la polizia. “È venuto un altro poli-ziotto, era davvero preoccupato. Abbiamo
trovato un accordo e abbiamo sistemato le
donne nell’auto della polizia per metterle al
sicuro. Poi le abbiamo fatte mangiare”.
Con l’aiuto del poliziotto sono riusciti a
portare via le due donne, sistemandole in
un altro ospedale a molti chilometri di di-stanza. Una volta guarita dalle ferite, Ange-la è stata trasferita di nuovo. Adesso fa parte
di un gruppo di “superstiti della stregone-ria” che oltre ad aver subìto menomazioni
permanenti sono stati sradicati per sempre,
profughi nel loro stesso paese. Angela vive
ancora nascosta insieme a suo iglio.
Bruciata viva
“Bruciata viva!”, titolavano i giornali locali
il 7 febbraio. Sotto, le foto di una grande fol-la, piena di bambini, che osserva il corpo di
una giovane donna avvolto dalle iamme.
Tutto è successo nell’affollato snodo di
Mount Hagen, nel cuore del paese. Kepari
Leniata, vent’anni, madre di due bambini,
è stata spogliata, torturata, legata, innaia-ta di benzina, gettata in una discarica, co-perta di pneumatici e data alle fiamme.
L’omicidio sarebbe stato commesso dai pa-renti di un bambino di sei anni deceduto da
poco all’ospedale locale. Leniata era una
delle due donne sospettate di aver provoca-to la morte. I testimoni dicono che la folla
ha bloccato gli agenti di polizia e i vigili del fuoco che avevano cercato di intervenire.
La notizia ha destato la “profonda pre-occupazione” dell’uicio per i diritti umani
delle Nazioni Unite e la condanna dei mez-zi d’informazione di tutto il mondo. Il pri-mo ministro papuano Peter O’Neill ha dei-nito l’omicidio un gesto “spregevole” e
“barbarico” e ha detto di aver dato istruzio-ni alla polizia di usare tutti i mezzi a disposi-zione per assicurare gli assassini alla giusti-zia. Sui social network papuani è nata una
campagna in nome di Leniata che chiede di
afrontare il problema endemico della vio-lenza contro le donne. Come ha scritto
Rheeney nel suo editoriale sul Post Courier,
il fatto che i testimoni non siano intervenuti
“per fermare e condannare l’operato degli
assassini è il segnale di un pericolo più gran-de: quello che i cittadini papuani iniscano
per considerare normali queste orribili stra-gi e accettabile questo modo di esercitare la
giustizia. Il rispetto dello stato di diritto e
quello dei diritti della persona sono le co-lonne portanti di ogni democrazia moder-na, e vogliamo pensare che la Papua Nuova
Guinea rientri in questa categoria”. L’assas-sinio di Leniata, osserva Rheeney, solleva
una questione: “Crediamo che la giustizia
debba essere amministrata da un tribunale
istituito dalla legge o da individui accecati
dalla superstizione?”.
Dopo il precedente rogo a Mount Ha-gen, nel gennaio del 2009, il governo aveva
incaricato la commissione per la riforma
della costituzione e del diritto di aprire
un’inchiesta sulle violenze legate alla stre-goneria e sui problemi giuridici connessi.
L’angoscia della comunità ha raggiunto il
suo apice quando si è difusa la notizia che
diverse persone accusate di stregoneria
erano state bruciate, crociisse, impiccate
in pubblico e uccise a bastonate, chiuse in
casa e date alle iamme, lapidate, gettate in
un iume e ammazzate a colpi di machete.
Una legge da abolire
L’editoriale di Rheeney rispecchia il pensie-ro di molti osservatori papuani e delle orga-nizzazioni internazionali per i diritti umani,
soprattutto per il suo invito al governo ain-ché provveda con la massima urgenza ad
applicare la raccomandazione chiave della
commissione: abolire la legge sulla strego-neria. La legge del 1971, nel suo preambolo,
riconosce “la convinzione difusa in tutto il
paese che la stregoneria esista, e che gli
stregoni abbiano poteri straordinari che a
volte possono essere usati a in di bene an-che se più spesso accade il contrario”. Il te-sto distingue la “stregoneria innocente”,
esercitata per ini preventivi e curativi, dalla
“stregoneria proibita”. La legge, spiega la
relazione, ha prima di tutto l’obiettivo di ri-conoscere la realtà delle preoccupazioni dei
cittadini e di istituire un meccanismo che
permetta di far giudicare gli accusati da un
tribunale, invece che dai cittadini con pro-cessi sommari. Negli ultimi due anni diver-si sondaggi nelle province papuane hanno
confermato che molte comunità si aspetta-no che la legge riconosca l’esistenza della
stregoneria e fornisca gli strumenti per pro-cessare e punire gli stregoni e i loro compli-ci. Come osservò nel 1980 Buri Kidu, primo
presidente della corte suprema di Papua
Nuova Guinea, “in tante comunità guinea-ne la credenza nella stregoneria è molto
forte e non possiamo ignorarla. Anche il
mio popolo ci crede e questa credenza ge-nera una paura enorme”. La conclusione
della relazione è che la legge sulla stregone-ria non ha né prevenuto la “magia cattiva”
né punito chi la esercita. L’unica cosa che ha
fatto è stato fornire una scappatoia legale
agli assassini che si sono appellati all’atte-nuante della stregoneria riuscendo a cavar-sela con sentenze miti. Dopo aver preso esame diverse opzioni di riforma della leg-ge, la commissione ne ha consigliato l’abo-lizione, a patto però che i tribunali dei vil-laggi possano continuare a occuparsi delle
dispute sulla stregoneria. In tal senso è stata
diramata una bozza che il segretario della
commissione, il dottor Eric Kwa, spera sia
presentata al parlamento papuano nei pros-simi mesi. “Sono sconvolto dagli ultimi epi-sodi”, confessa Kwa. “È vergognoso che i
papuani non siano capaci di schierarsi dalla
parte dei deboli e di contrastare questa
grande piaga della nostra società. Speriamo
che con l’abolizione della legge sulla strego-neria, se mai si seguiranno le indicazioni
della commissione, le normali responsabi-lità penali si applicheranno a tutti i reati gra-vi come quelli a cui stiamo assistendo in
questi giorni”.
Migliorare le forze di polizia
Secondo molti osservatori non basterà ri-formare la legge per fermare la violenza. Ne
è convinto per esempio l’antropologo Philip
Gibbs, i cui studi sono stati abbondante-mente citati dalla relazione della commis-sione. A livello nazionale Gibbs ha invitato
il governo a istituire un consiglio sui diritti
umani – una misura già promessa in passato
– e a creare dei corpi speciali di polizia per
inseguire gli assassini.
Le organizzazioni per i diritti umani e le
agenzie delle Nazioni Unite hanno più volte
criticato la polizia papuana per i mancati
interventi contro le aggressioni e per non
aver arrestato i sospetti. Ma sono le prime
ad ammettere che le forze dell’ordine han-no bisogno di grandi investimenti in forma-zione, risorse e attrezzature per essere ei-caci. Come ha sintetizzato un rapporto
delle Nazioni Unite del 2011, alla polizia pa-puana manca quasi tutto: dai salari adegua-ti, alle divise, agli alloggi, alla leadership. Di
conseguenza la corruzione imperversa e il
morale è molto basso. La capacità di racco-gliere informazioni è quasi inesistente. Se-condo le stime, la probabilità che un crimi-nale sia punito è inferiore al 3 per cento.
Anche se ci sarà la volontà politica di in-vestire in misure più eicaci per la tutela
della comunità, ci vorranno anni prima che
la caccia alle streghe scompaia da zone co-me Simbu, uno degli epicentri della violen-za. Perino le stesse organizzazioni per la
cooperazione allo sviluppo sono state restie
ad afrontare il problema, spiega Richard
Eves. “Per molti anni la religione è stata un
tabù per i donatori. È una questione cultu-rale molto complessa, perciò non è sempli-ce mettere in piedi dei progetti a riguardo”.
Nel frattempo gruppi di cittadini, attivi-sti locali per i diritti umani e chiese studiano
interventi su base volontaria, a volte con
ottimi risultati, osserva Gibbs. Uno di que-sti progetti è patrocinato da Anton Bal, ve-scovo cattolico di Kundiawa, capoluogo di
Simbu. Nato e cresciuto nel sud della pro-vincia, Bal sfrutta la sua rete di relazioni e la
sua profonda conoscenza della cultura lo-cale per cercare di cambiare la mentalità
dall’interno. Collabora con lui il sacerdote e
chirurgo polacco Jan Jaworski, che da venti-cinque anni cura le ferite isiche e spirituali
della comunità, e per questo è diventato
una igura autorevole. Grazie ai suoi rap-porti con le famiglie della diocesi, Bal è in
grado di misurare i danni della violenza
contro i presunti stregoni. Il numero delle
vittime supera di gran lunga quello dei mor-ti. L’uicio del vescovo ha calcolato che il
10-15 per cento della popolazione è stata
costretta a emigrare a causa delle persecu-zioni o delle aggressioni. Molti sono stati
cacciati e le loro case e i loro terreni sono
stati distrutti. Secondo il vescovo Bal il pro-blema della stregoneria è che più se ne par-la, più il suo fascino e la sua inluenza sulle
persone crescono. Per contrastare il feno-meno ha messo in piedi una rete di parroci
locali che agiscono come una sorta di forza
di resistenza, cercando di gettare acqua sul
fuoco tutte le volte che in una comunità c’è
un decesso e la gente comincia ad accusare
qualcuno. I sacerdoti vanno ai funerali e se
qualcuno solleva la questione della sangu-macambiano argomento, parlano del tem-po o tagliano corto. Oppure lanciano l’allar-me.
Kundiawa è nominalmente un capoluo-go di provincia, ma in realtà è una stazione
di servizio lungo l’unica arteria che attra-versa il paese da est a ovest, la Highlands
highway, un’autostrada molto traicata che
si sta velocemente consumando sotto le
ruote dei camion piombati che fanno avan-ti e indietro dalle miniere. È anche lo snodo
commerciale e il cuore di una vasta comu-nità di paesini sparsi sulle pendici più alte,
ripide, aspre e lussureggianti della Papua
Nuova Guinea.
Al Kundiawa hospital, che grazie agli
sforzi ammirevoli dei suoi dipendenti è
considerato un modello tra le fatiscenti
strutture ospedaliere provinciali del paese,
Jaworski assiste almeno un paio di volte alla
settimana al ricovero di pazienti che sofro-no di traumi legati alla stregoneria. “Di so-lito sono donne, ma non solo”. Dopo tanti
anni trascorsi in quello che può essere con-siderato il ground zerodella sanguma, non
c’è più niente che lo impressioni. Una parte
del suo metodo consiste nell’usare la sua
inluenza per spezzare il circolo vizioso di
accuse e processi sommari, andando a in-contrare le famiglie in lutto e spiegandogli
le cause mediche della morte ogni volta che
ne ha l’occasione. La speranza è che il mes-saggio si difonda, attraverso il passaparola,
in tutta la comunità.
Recentemente è morto il fratello di un
leader politico locale. Una volta appreso
che circa 300 suoi familiari si erano messi
in cerca di un capro espiatorio, Jaworski è
sceso in strada e li ha afrontati. “Ho detto
ai familiari che era colpa sua se era morto:
era obeso e non si prendeva cura di sé. A
volte è meglio dare la responsabilità a chi
non c’è più, o ne farà le spese qualcun altro”.
In un’altra occasione ha afrontato la fami-glia di una giovane donna morta di aids.
Quando era ancora una bambina, la fami-glia l’aveva ceduta a un anziano della comu-nità. Era diventata la sua terza moglie, ave-va preso l’hiv e poi si era ammalata, lascian-do un bambino in fasce. “Ho detto alla fa-miglia che se era morta era colpa loro, per-ché l’avevano venduta, non della sanguma.
Allora lo zio della defunta si è fatto avanti e
mi ha ringraziato per la spiegazione. Era
una cosa diicile da accettare per loro (e,
ammette il sacerdote, ci è voluto un bel co-raggio per dire una cosa del genere a una
famiglia di Simbu inferocita), ma altrimen-ti sarebbero stati torturati e uccisi degli in-nocenti”.
Le testimonianze, raccolte sempre con
grande diicoltà, parlano di un consistente
e crescente movimento sotterraneo di pala-dini dei diritti umani che lavorano all’inter-no delle comunità per trovare e nascondere
le potenziali vittime o i superstiti delle ag-gressioni. Nelle zone montane più a rischio
Oxfam è impegnata in vari programmi che
sostengono queste reti in evoluzione. Ma
chi lavora in questo settore lo fa a suo rischio
e pericolo. In un famoso caso del 2005, por-tato all’attenzione generale dall’Alto com-Il problema della stregoneria è
che più se ne parla, più il suo
fascino e la sua inluenza sulle
persone crescono
Internazionale 993 | 29 marzo 2013 65
missario dell’Onu per i diritti umani, Anna
Benny, una donna di Goroka nota per il suo
impegno in difesa delle vittime dello stu-pro, provò a difendere la cognata dalle ac-cuse di stregoneria. Entrambe le donne fu-rono uccise e la polizia non prese alcun
provvedimento.
Nelle sue interviste ai superstiti delle
aggressioni, tra cui Angela, la donna salvata
dall’intervento di suor Gaudentia e proba-bilmente anche dalla pioggia, Philip Gibbs
ha individuato un ilo conduttore incorag-giante. Tutte queste vittime devono la loro
vita a singoli agenti di polizia oppure a lea-der religiosi inluenti che sono intervenuti
in loro difesa. “Ciò signiica che, se sui-cientemente motivate, la polizia e le autori-tà civili, o la chiesa, sono in grado di difen-dere persone che altrimenti sarebbero indi-fese”.
Sostenere le persone che hanno la vo-lontà e il coraggio di contrastare dal basso la
violenza in ogni sua manifestazione – do-mestica, sociale, legata alla stregoneria – è
l’obiettivo di Bal e Jaworski. I tanti esempi
di interventi andati a buon ine alimentano
le loro speranze. Ma anche loro, a volte, si
fanno prendere dallo sconforto. Secondo
Jaworski la causa principale dell’escalation
di violenza a tutti i livelli è un disagio socia-le profondo – soprattutto la rabbia e la fru-strazione dei giovani maschi – per il quale
non esistono risposte facili. “Oggi il 70-90
per cento dei giovani non ha un lavoro. Van-no a scuola ma per loro non c’è futuro. E
non sono più in grado di tornare a lavorare
la terra nei loro villaggi”. Senza prospettive
nel nuovo mondo, e senza le capacità per
afrontare il vecchio.
Nelle mattine più cupe, avanzando a fa-tica su strade dissestate piene di pietre dopo
una notte passata a combattere o a ricucire
le vittime in sala operatoria, Jaworski teme
che la rabbia dei giovani un giorno possa
riportare la comunità al tumbuna, il tempo
degli antenati. “Spero di essere un cattivo
profeta”. u fas
AGENTur FOCuS/LuzPhOTO (2)
Angela durante il processo sommario, 2012
Rasta Twa, accusata di stregoneria, per proteggersi dalla decapitazio
Int - Atene senza memoria
A
tene non sta morendo
d’infarto, ma di Alzhei-mer. La città sta perden-do la memoria, non rico-nosce più quello che ha
intorno ed è sempre me-no in contatto con le persone che ci vivono
e che la attraversano. I ricordi si dissolvono
lentamente e Atene perde le sue radici.
Questa amnesia ha colpito soprattutto le
zone abitate dalla media e dalla piccola
borghesia. Attraversando le strade tetre di
quei quartieri si vedono schiere di negozi
chiusi e le facciate degli ediici ricoperte da
un caos di graiti. L’esempio più clamoro-so di questa decadenza è via Patission, una
delle strade più lunghe e antiche della cit-tà, il tradizionale centro commerciale della
borghesia. Oggi lungo la Patission è chiuso
un negozio su due. Le vetrine sono tappez-zate di manifesti e adesivi con cui si pubbli-cizzano i tanti appartamenti vuoti che
aspettano invano un inquilino. Le persone
passano oltre indiferenti, senza degnare
di uno sguardo quegli spazi vuoti. Se gli si
chiedesse che tipo di negozio c’era lì una
volta, risponderebbero imbarazzate: “Un
negozio di abbigliamento forse?”. Oppure:
“Un negozio di scarpe?”. In efetti, qui un
tempo c’erano quasi solo boutique di moda
e negozi di calzature. Ma oggi, chi compra
vestiti o scarpe ad Atene? Secondo le stati-stiche più recenti, l’80 per cento degli ate-niesi non è più in grado di sbarcare il luna-rio.
Lo stesso quadro desolante è visibile in
quasi tutti i quartieri residenziali del centro
di Atene. A Kipseli, dove abito io, viveva,
ino agli anni ottanta, la classe media citta-dina. Ma ormai è una zona di immigrati,
popolata in prevalenza da africani. Nella
strada pedonale di fronte a casa mia sento
spesso parlare in francese, ma non vedo
quasi più ragazzi del posto. Parlano il greco
solo i pensionati.
L’esodo dal centro non è cominciato
con la crisi attuale, ma risale all’epoca del
boom ittizio della metà degli anni ottanta,
quando la borghesia non voleva più respi-rare l’aria inquinata delle zone centrali e
non ne poteva più del rumore e degli ingor-Atene senza memoria
Petros Markaris, Neue Zürcher Zeitung, Svizzera
FrANceScO ANSeLMI (cONtrAStO)
Atene, Grecia ghi continui. Queste persone erano diven
tate all’improvviso i nuovi ricchi e voleva
no uno standard di vita adeguato alla loro
condizione. Così hanno lasciato il loro
quartiere e si sono trasferiti nei quartieri
residenziali in periferia.
In centro sono rimasti solo i pensionati
e alcuni artisti e intellettuali che non pote
vano o non volevano andarsene dalla loro
casa per motivi economici, ma anche per
una questione di attaccamento.
Poi negli anni novanta è arrivata la
grande ondata migratoria, che è durata
quasi dieci anni. La condizione di abban
dono di queste zone è stata una benedizio
ne per gli immigrati. Non è vero quello che
sostengono gli abitanti rimasti, soprattutto
i pensionati, cioè che gli immobili hanno
perso valore a causa dell’arrivo degli stra
nieri. Gli immigrati sono venuti qui perché
gli appartamenti erano vuoti e gli affitti
bassi. I vecchi abitanti che hanno tenuto la
loro casa stanno facendo ottimi afari. Af
ittano ogni appartamento a diversi immi
grati senza famiglia per trenta euro a testa
al mese (e in queste case gli inquilini sono
costretti a dormire a turno). E incassano
una rendita mensile molto più alta dell’af
itto medio. E circola solo denaro in nero:
niente contratti denunciati all’uicio delle
imposte, niente tasse da pagare sugli af
itti.
Paura degli immigrati
L’alta concentrazione di immigrati ha tra
sformato questi quartieri in culle di razzi
smo. Per anni lo stato greco e il comune di
Atene non hanno avuto la capacità o la vo
lontà di sviluppare una sensata politica
migratoria e urbanistica. Hanno preferito
distogliere lo sguardo. Così queste zone
sono diventate bastioni del partito neona
zista Alba dorata. Gli anziani e i pensionati
hanno paura degli immigrati, e i neonazisti
li proteggono: li accompagnano in banca
per evitare ipotetiche aggressioni e passa
no la notte a casa loro per farli sentire al si
curo.
Io vado spesso a passeggio nella città
vecchia. È la parte più bella di Atene, o al
meno del centro, non solo per l’Acropoli o
per l’antico cimitero del Keramikòs, ma
anche perché è la zona più antica dell’Ate
ne moderna, costruita negli anni trenta
dell’ottocento, durante il regno di Ottone
di Baviera, e progettata anche da architetti
tedeschi. Ernst Ziller creò per esempio il
Teatro nazionale della Grecia e la Posta
centrale di Atene, mentre a Friedrich von
Gärtner, l’architetto di corte del regno di
Baviera, si deve il palazzo reale, l’attuale
sede del parlamento. Dopo la cacciata del
re bavarese, la città vecchia perse pian pia
no la sua atmosfera suggestiva e a un certo
punto fu abbandonata al suo destino. Solo
negli anni ottanta del novecento è stata i
nalmente sottoposta a un’azione di risana
mento profonda. Poi fu tirata di nuovo a
lucido in previsione delle Olimpiadi del
2004. Molti palazzi antichi sono stati riam
modernati sontuosamente. Sono stati
aperti alberghi che speravano di fare afari
d’oro con l’arrivo degli appassionati di
sport. Ma quelle speranze non si sono rea
lizzate e da allora il cammino è stato sem
pre più in salita. Molti hotel del centro han
no chiuso perché non arrivavano clienti.
La traccia più memorabile di quel pe
riodo è la passeggiata che parte
dal Theseion e costeggia l’Acro
poli. A destra c’è la collina delle
ninfe, a sinistra l’Acropoli, e
quando si arriva alla ine del per
corso ci si ritrova di fronte alle
colonne del tempio di Zeus. La crisi e il de
clino hanno risparmiato quest’area di
grande interesse turistico. Passeggiando
di giorno nella città vecchia non si notano
diferenze particolari. In centro si vedono
più immigrati, è vero, ma non per efetto di
una nuova ondata migratoria, bensì della
disoccupazione: gli immigrati vanno in gi
ro alla ricerca disperata di un lavoro.
La Plaka, il quartiere più antico di Ate
ne ai piedi dell’Acropoli, è un posto uscito
quasi indenne dalla crisi. La Plaka è stata
riammodernata in modo consistente insie
me al resto della città vecchia. Gli squallidi
tuguri e i night da quattro soldi hanno chiu
so i battenti, e i proprietari hanno potuto
restaurare gli ediici grazie a inanziamen
ti molto convenienti. I prezzi degli immo
bili sono saliti e oggi la Plaka è un quartiere
elegante, abitato da ricchi imprenditori e,
in particolare, dagli armatori.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di
viaggiare molto e non conosco nessun’al
tra città che di notte si trasformi tanto co
me Atene. I suoi abitanti vivono pratica
mente in due città diverse: nell’Atene diur
na e in quella notturna. È quindi normale
che durante il giorno sopportino questo
inferno di inquinamento, rumore e trai
co, visto che di notte gli viene concessa
qualche ora di paradiso. Non mi si frain
tenda: non sto parlando della vita nottur
na, delle taverne, dei ristoranti e dei locali.
Quelli ci sono in tutto il sud dell’Europa.
Sto parlando di una città diversa. Le tene
bre della notte nascondono l’orrendo volto
diurno di Atene, con i suoi casermoni di
cemento risalenti ai tempi della “crescita
greca” degli anni cinquanta e sessanta.
Ma con la crisi è inito tutto. Dopo le no
ve di sera le strade sono vuote e ile di taxi
aspettano invano l’arrivo di un passeggero.
Molti ristoranti e taverne lavorano solo di
sabato. In tanti angoli della città vecchia si
vedono senzatetto che mangiano il loro
misero pane.
La situazione è particolarmente diici
le intorno a piazza Omonia, che è diventa
ta una zona grigia della metropoli: è occu
pata da spacciatori e prostitute straniere
sotto il controllo della maia russa. Le stra
de dei locali sono afollate anche nei giorni
feriali: i giovani se ne stanno seduti sui
marciapiedi davanti ai bar con una botti
glia di birra in mano e si lasciano cullare
dalla musica che esce dall’inter
no.
I quartieri che di notte non
hanno mai pace sono quelli cen
trali, un tempo popolati dalla
piccola e media borghesia. Qui
scoppiano risse quasi ogni sera: a volte è
Alba dorata che dà la caccia agli immigrati,
altre volte sono le bande di immigrati che
si fanno la guerra per conquistare la zona
di spaccio. A questi episodi di violenza par
tecipa la polizia, che combatte inutilmente
su entrambi i fronti per ristabilire l’ordine.
Ormai questi scontri capitano anche nella
città vecchia.
Ho due amici che abitano nel quartiere
di Agios Panteleimon, la zona peggiore di
tutte. Uno è musicista e l’altro critico cine
matograico. Tutti e due dicono la stessa
cosa: da quelle parti non si vive più. Eppure
loro restano lì, come altri artisti e intellet
tuali. Cercano di rendersi la vita un po’ più
sopportabile con centri culturali e altri pro
getti. Così si battono contro l’Alzheimer.
Solo che, com’è noto, l’Alzheimer è una
malattia incurabile. u fp
L’AUTORE
Petros Markarisè uno scrittore greco.
È molto noto per la serie di gialli del
commissario Charitos. Il suo ultimo libro
è Tempi bui (Bompiani 2
tene non sta morendo
d’infarto, ma di Alzhei-mer. La città sta perden-do la memoria, non rico-nosce più quello che ha
intorno ed è sempre me-no in contatto con le persone che ci vivono
e che la attraversano. I ricordi si dissolvono
lentamente e Atene perde le sue radici.
Questa amnesia ha colpito soprattutto le
zone abitate dalla media e dalla piccola
borghesia. Attraversando le strade tetre di
quei quartieri si vedono schiere di negozi
chiusi e le facciate degli ediici ricoperte da
un caos di graiti. L’esempio più clamoro-so di questa decadenza è via Patission, una
delle strade più lunghe e antiche della cit-tà, il tradizionale centro commerciale della
borghesia. Oggi lungo la Patission è chiuso
un negozio su due. Le vetrine sono tappez-zate di manifesti e adesivi con cui si pubbli-cizzano i tanti appartamenti vuoti che
aspettano invano un inquilino. Le persone
passano oltre indiferenti, senza degnare
di uno sguardo quegli spazi vuoti. Se gli si
chiedesse che tipo di negozio c’era lì una
volta, risponderebbero imbarazzate: “Un
negozio di abbigliamento forse?”. Oppure:
“Un negozio di scarpe?”. In efetti, qui un
tempo c’erano quasi solo boutique di moda
e negozi di calzature. Ma oggi, chi compra
vestiti o scarpe ad Atene? Secondo le stati-stiche più recenti, l’80 per cento degli ate-niesi non è più in grado di sbarcare il luna-rio.
Lo stesso quadro desolante è visibile in
quasi tutti i quartieri residenziali del centro
di Atene. A Kipseli, dove abito io, viveva,
ino agli anni ottanta, la classe media citta-dina. Ma ormai è una zona di immigrati,
popolata in prevalenza da africani. Nella
strada pedonale di fronte a casa mia sento
spesso parlare in francese, ma non vedo
quasi più ragazzi del posto. Parlano il greco
solo i pensionati.
L’esodo dal centro non è cominciato
con la crisi attuale, ma risale all’epoca del
boom ittizio della metà degli anni ottanta,
quando la borghesia non voleva più respi-rare l’aria inquinata delle zone centrali e
non ne poteva più del rumore e degli ingor-Atene senza memoria
Petros Markaris, Neue Zürcher Zeitung, Svizzera
FrANceScO ANSeLMI (cONtrAStO)
Atene, Grecia ghi continui. Queste persone erano diven
tate all’improvviso i nuovi ricchi e voleva
no uno standard di vita adeguato alla loro
condizione. Così hanno lasciato il loro
quartiere e si sono trasferiti nei quartieri
residenziali in periferia.
In centro sono rimasti solo i pensionati
e alcuni artisti e intellettuali che non pote
vano o non volevano andarsene dalla loro
casa per motivi economici, ma anche per
una questione di attaccamento.
Poi negli anni novanta è arrivata la
grande ondata migratoria, che è durata
quasi dieci anni. La condizione di abban
dono di queste zone è stata una benedizio
ne per gli immigrati. Non è vero quello che
sostengono gli abitanti rimasti, soprattutto
i pensionati, cioè che gli immobili hanno
perso valore a causa dell’arrivo degli stra
nieri. Gli immigrati sono venuti qui perché
gli appartamenti erano vuoti e gli affitti
bassi. I vecchi abitanti che hanno tenuto la
loro casa stanno facendo ottimi afari. Af
ittano ogni appartamento a diversi immi
grati senza famiglia per trenta euro a testa
al mese (e in queste case gli inquilini sono
costretti a dormire a turno). E incassano
una rendita mensile molto più alta dell’af
itto medio. E circola solo denaro in nero:
niente contratti denunciati all’uicio delle
imposte, niente tasse da pagare sugli af
itti.
Paura degli immigrati
L’alta concentrazione di immigrati ha tra
sformato questi quartieri in culle di razzi
smo. Per anni lo stato greco e il comune di
Atene non hanno avuto la capacità o la vo
lontà di sviluppare una sensata politica
migratoria e urbanistica. Hanno preferito
distogliere lo sguardo. Così queste zone
sono diventate bastioni del partito neona
zista Alba dorata. Gli anziani e i pensionati
hanno paura degli immigrati, e i neonazisti
li proteggono: li accompagnano in banca
per evitare ipotetiche aggressioni e passa
no la notte a casa loro per farli sentire al si
curo.
Io vado spesso a passeggio nella città
vecchia. È la parte più bella di Atene, o al
meno del centro, non solo per l’Acropoli o
per l’antico cimitero del Keramikòs, ma
anche perché è la zona più antica dell’Ate
ne moderna, costruita negli anni trenta
dell’ottocento, durante il regno di Ottone
di Baviera, e progettata anche da architetti
tedeschi. Ernst Ziller creò per esempio il
Teatro nazionale della Grecia e la Posta
centrale di Atene, mentre a Friedrich von
Gärtner, l’architetto di corte del regno di
Baviera, si deve il palazzo reale, l’attuale
sede del parlamento. Dopo la cacciata del
re bavarese, la città vecchia perse pian pia
no la sua atmosfera suggestiva e a un certo
punto fu abbandonata al suo destino. Solo
negli anni ottanta del novecento è stata i
nalmente sottoposta a un’azione di risana
mento profonda. Poi fu tirata di nuovo a
lucido in previsione delle Olimpiadi del
2004. Molti palazzi antichi sono stati riam
modernati sontuosamente. Sono stati
aperti alberghi che speravano di fare afari
d’oro con l’arrivo degli appassionati di
sport. Ma quelle speranze non si sono rea
lizzate e da allora il cammino è stato sem
pre più in salita. Molti hotel del centro han
no chiuso perché non arrivavano clienti.
La traccia più memorabile di quel pe
riodo è la passeggiata che parte
dal Theseion e costeggia l’Acro
poli. A destra c’è la collina delle
ninfe, a sinistra l’Acropoli, e
quando si arriva alla ine del per
corso ci si ritrova di fronte alle
colonne del tempio di Zeus. La crisi e il de
clino hanno risparmiato quest’area di
grande interesse turistico. Passeggiando
di giorno nella città vecchia non si notano
diferenze particolari. In centro si vedono
più immigrati, è vero, ma non per efetto di
una nuova ondata migratoria, bensì della
disoccupazione: gli immigrati vanno in gi
ro alla ricerca disperata di un lavoro.
La Plaka, il quartiere più antico di Ate
ne ai piedi dell’Acropoli, è un posto uscito
quasi indenne dalla crisi. La Plaka è stata
riammodernata in modo consistente insie
me al resto della città vecchia. Gli squallidi
tuguri e i night da quattro soldi hanno chiu
so i battenti, e i proprietari hanno potuto
restaurare gli ediici grazie a inanziamen
ti molto convenienti. I prezzi degli immo
bili sono saliti e oggi la Plaka è un quartiere
elegante, abitato da ricchi imprenditori e,
in particolare, dagli armatori.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di
viaggiare molto e non conosco nessun’al
tra città che di notte si trasformi tanto co
me Atene. I suoi abitanti vivono pratica
mente in due città diverse: nell’Atene diur
na e in quella notturna. È quindi normale
che durante il giorno sopportino questo
inferno di inquinamento, rumore e trai
co, visto che di notte gli viene concessa
qualche ora di paradiso. Non mi si frain
tenda: non sto parlando della vita nottur
na, delle taverne, dei ristoranti e dei locali.
Quelli ci sono in tutto il sud dell’Europa.
Sto parlando di una città diversa. Le tene
bre della notte nascondono l’orrendo volto
diurno di Atene, con i suoi casermoni di
cemento risalenti ai tempi della “crescita
greca” degli anni cinquanta e sessanta.
Ma con la crisi è inito tutto. Dopo le no
ve di sera le strade sono vuote e ile di taxi
aspettano invano l’arrivo di un passeggero.
Molti ristoranti e taverne lavorano solo di
sabato. In tanti angoli della città vecchia si
vedono senzatetto che mangiano il loro
misero pane.
La situazione è particolarmente diici
le intorno a piazza Omonia, che è diventa
ta una zona grigia della metropoli: è occu
pata da spacciatori e prostitute straniere
sotto il controllo della maia russa. Le stra
de dei locali sono afollate anche nei giorni
feriali: i giovani se ne stanno seduti sui
marciapiedi davanti ai bar con una botti
glia di birra in mano e si lasciano cullare
dalla musica che esce dall’inter
no.
I quartieri che di notte non
hanno mai pace sono quelli cen
trali, un tempo popolati dalla
piccola e media borghesia. Qui
scoppiano risse quasi ogni sera: a volte è
Alba dorata che dà la caccia agli immigrati,
altre volte sono le bande di immigrati che
si fanno la guerra per conquistare la zona
di spaccio. A questi episodi di violenza par
tecipa la polizia, che combatte inutilmente
su entrambi i fronti per ristabilire l’ordine.
Ormai questi scontri capitano anche nella
città vecchia.
Ho due amici che abitano nel quartiere
di Agios Panteleimon, la zona peggiore di
tutte. Uno è musicista e l’altro critico cine
matograico. Tutti e due dicono la stessa
cosa: da quelle parti non si vive più. Eppure
loro restano lì, come altri artisti e intellet
tuali. Cercano di rendersi la vita un po’ più
sopportabile con centri culturali e altri pro
getti. Così si battono contro l’Alzheimer.
Solo che, com’è noto, l’Alzheimer è una
malattia incurabile. u fp
L’AUTORE
Petros Markarisè uno scrittore greco.
È molto noto per la serie di gialli del
commissario Charitos. Il suo ultimo libro
è Tempi bui (Bompiani 2
Internazionele - La morte dell’oligarca che odiava Putin
Boris Berezovskij è stato l’uomo
più potente della Russia degli
anni novanta. Poi ha rotto con
Putin ed è scappato in Inghilterra.
Dove è stato trovato morto nella
sua casa di Ascot il 23 marzo
Vadim Nikitin, The New York Times, Stati Uniti
Era il prototipo dell’oligarca. Il
giornalista Paul Khlebnikov, uc-ciso nel 2004, lo aveva sopranno-minato “il padrino del Cremli-no”. Eppure, il 23 marzo, quando il suo cor-po senza vita è stato tirato fuori dalla vasca
da bagno della sua casa inglese, Boris Bere-zovskij, 67 anni, era un uomo distrutto. Da
tempo non vedeva più gli amici e usciva di
casa raramente. Il giorno prima di morire
aveva raccontato a un reporter di Forbes di
aver “perso la voglia di vivere”.
Che sia morto suicida o per un attacco
cardiaco poco importa: Berezovskij è stato
annientato da quella Russia che lui stesso
aveva creato. L’uomo che negli ultimi tempi
era arrivato a nutrire un odio viscerale per il
regime attuale, negli anni novanta fu tra i
pionieri del capitalismo clientelare russo e
la mente dietro alle prime elezioni truccate
del paese, le presidenziali del 1996. Berezo-vskij fu il primo a cancellare la linea che se-para i mezzi d’informazione dalla politica,
e contribuì perino a far diventare presiden-te Vladimir Putin. Ma soprattutto, come il
borghese di Marx, allevò i suoi futuri bec-chini: lo stesso Putin, che l’ha annientato
politicamente, e Roman Abramovič, l’oli-garca suo ex protetto, che pochi mesi fa gli
ha assestato il colpo di grazia inanziario.
L’eminenza grigia
Grazie alla sua spregiudicatezza e ai suoi
agganci, all’inizio degli anni novanta Bere-zovskij costruì un impero industriale e me-diatico, per poi insediarsi al Cremlino come
eminenza grigia del presidente Boris Eltsin.
In quegli anni di ricchezza e potere, il mate-matico ed ex membro dell’Accademia delle
scienze russa contribuì a creare le due isti-tuzioni che hanno modellato la Russia mo-derna, le stesse che con ogni probabilità
oggi ne impediscono lo sviluppo. In primo
luogo, Berezovskij organizzò le campagne
elettorali di Eltsin e Putin, nel 1996 e nel
2000, creando le basi dell’attuale modello
di manipolazione usato dal Cremlino. Alla
vigilia del voto del 1996 l’indice di gradi-mento di Eltsin non raggiungeva la doppia
cifra, e l’opposizione comunista era in ripre-sa. Il presidente decise così di stringere un
patto con gli oligarchi. L’accordo – passato
alla storia come lo scandalo dei loans for
shares, prestiti in cambio di azioni – preve-deva l’assegnazione agli oligarchi di grosse
quote delle aziende statali in cambio di pre-stiti in denaro e del loro sostegno elettorale.
All’epoca Berezovskij, che già in preceden-za aveva convinto Eltsin a vendergli una
quota di controllo nella principale emitten-te statale, ricambiò il favore con una cam-pagna mediatica che aiutò il presidente a
sbaragliare tutti gli avversari. Un anno dopo
la miracolosa rielezione di Eltsin, Berezov-skij ricevette in premio le chiavi dell’ex
compagnia aerea statale Aerolot.
Tre anni dopo, l’oligarca pianiicò la na-scita del partito Unità, che doveva servire
per appoggiare la candidatura al Cremlino
di Putin, scelto da Eltsin nel 1999 come suo
successore. E usò la sua rete tv, la prima del
paese, per attaccare Evgenij Primakov e il
sindaco di Mosca Jurij Lužkov, i due princi-pali avversari di Putin alle elezioni legislati-ve di dicembre. Berezovskij, inoltre, pur
recitando la parte del fautore del libero
mercato, fu tra gli architetti di quell’oscura
simbiosi tra i grandi imprenditori e lo stato
che ancora caratterizza il paese. In quegli
anni accumulò una fortuna immensa. Le
sue proprietà più importanti – da Aerolot
alla compagnia petrolifera Sibneft – furono
acquisite grazie al meccanismo “prestiti in
cambio di azioni” o grazie ai suoi legami
personali con la famiglia Eltsin.
Eppure, nonostante sia stato lui a stabi-lire le regole, alla ine Berezovskij è stato
tradito proprio delle persone di cui si idava
di più. Convinto di aver trovato in Putin
l’uomo che avrebbe protetto la cricca degli
oligarchi dalle minacce dei politici,
Berezov skij è stato invece costretto a subire
la rapida ri-nazionalizzazione delle sue pro-prietà. Anche il suo ex protetto e socio in
afari Abramovič gli si è rivoltato contro. E
lo scorso autunno l’ha sconitto, rovinando-lo economicamente, in un causa miliarda-ria che Berezovskij gli aveva intentato a
Londra. “La morte di Berezovskij mette la
parola ‘ine’ agli anni novanta”, ha scritto il
quotidiano online Gazeta.ru. Il suo declino,
però, dimostra anche che le regole da lui
issate sono ancora valide nella Russia di
oggi. L’economia del paese, infatti, conti-nua a essere dominata da oligarchi corrotti.
E chi perde il favore del presidente, in poco
tempo perde anche tutto il resto. u
Hotel in crisi alle Eolie Si uccide il figlio del partigiano di Edda
LIPARI (Messina) — Prima
di uccidersi ha scritto a Dio, al-la moglie e alla figlia. Poche ri-ghe. Un foglio schizzato di san-gue. Lasciato sul sedile del fur-goncino con cui Edoardo Bon-giorno mandava a prendere i
clienti al traghetto. «Perdona-mi Dio. Perdonatemi Isabella
e Manuela...». Esplicito il rife-rimento ai debiti che lo hanno
distrutto «fisicamente, moral-mente, psicologicamente».
Oltre tutte le motivazioni
più personali sulle quali i suoi
cari si interrogheranno, emer-ge nella tragedia una denun-cia, un estremo atto di ribellio-ne alla crisi di un arcipelago
come quello delle Eolie dove
due storici hotel di Vulcano
chiudono e tanti arrancano da-vanti al calo dei turisti. Una
frana. Con quest’uomo di ses-sant’anni deciso a puntarsi
una pistola in bocca pur di an-nientare la paura di essere tra-volto da tasse e banche, di per-dere l’albergo in cui si spec-chiava la storia della sua fami-glia, l’«Oriente».
Una ospitale dimora di Lipa-ri, a due passi dal corso, sim-bolo di una famiglia che ha fat-to la storia delle Eolie. Perché
Bongiorno, un eterno ragaz-zo, una vita dedica-ta all’albergo-mu-seo con una
hall-bazar colorata
di reperti etnografi-ci, era figlio del par-tigiano che fece in-namorare Edda Cia-no, la figlia di Mus-solini, e nipote del-l’antifascista capa-ce di far fuggire dal
confino dell’isola i
fratelli Rosselli,
uno smacco al Du-ce.
Una ricca se-quenza di passioni
politiche e trasporti amorosi,
raccolta in un bel libro di Mar-cello Sorgi, trasferita due anni
fa in una fiction Rai, adesso
chiusa di botto con un colpo
di Beretta 7.65. Proprio quella
di Leonida Bongiorno, il pa-dre dell’albergatore che lascia
increduli compagni d’avventu-ra, giramondo, turisti, amici
innamorati delle sue canzoni
interpretate in francese come
uno chansonnier nelle notti
spumeggianti delle Eolie,
quando si faceva a gara per un
invito nella terrazza della villa
sull’Hotel Carasco per i giochi
di fuoco in onore a San Barto-lo.
Ma anche quella villa era
già un ricordo. Venduta per
650 mila euro proprio mentre
in tv scorrevano le immagini
della sua storia. Primo scric-chiolio di un patrimonio ero-so per tenere la testa alta. Co-me accadde con i due magazzi-ni poi venduti in pieno cen-tro. Come stava accadendo
con alcuni terreni una settima-na fa mostrati al geometra che
presiede il consiglio comuna-le, Adolfo Sabatini, anche lui
impietrito davanti a un’esi-stenza perduta nel tunnel del-la crisi, delle bollette, delle ra-te accumulate, fra minute qua-si obbligate evasioni, sanzio-ni, multe e cedole sfogliate co-me il mazzo di carte di una
partita in cui salta il banco.
Un’angoscia recente, ignota
a chi come Sorgi provò a con-vincerlo perché aprisse un ar-madio con le carte sull’amore
fra il padre e Edda Ciano. Un
diniego superato poi con una
telefonata al direttore dell’atti-vissimo Centro studi di Lipa-ri, Nino Pajno: «Chiama il tuo
amico giornalista». Si arrivò
così al libro, alla fiction e una
memorabile puntata di «Porta
a porta». Con Bongiorno spon-taneo, divertente, pronto a iro-nizzare davanti a Bruno Vespa
sulla indecisione superata con
una visita al cimitero: «Parlai
con mio padre davanti alla
sua tomba». Aveva lasciato, di-ciamo così, l’ultima parola al-l’amante di Edda. «Gliele do o
no ‘ste carte a Sorgi? E lui, lui
rispose col silenzio. Da quel si-lenzio capii che potevo...».
Chi ha diviso con lui una vi-ta di confidenze intuisce che
può aver pesato anche una
malinconia isolana capace di
lievitare durante inverni duri
segnando rapporti
rosi dalla frequenta-zione obbligata, ma
la chiave consegnata
in quella lettera schiz-zata di sangue provo-ca l’amarezza e la rab-bia di Nicola Farrug-gio che parla per Fede-ralberghi: «Dicono che
dovremmo vivere di tu-rismo, ma qui si muore
di turismo...». È il bilan-cio di una Pasqua con
un calo del 30 per cen-to, di Eolie senza promo-zioni, a corto di aliscafi
perché la Regione molla
il settore. Dati che nella
vicina Vulcano portano
alla chiusura degli storici
«Sables noirs» ed «Eo-lian». Come spiegano i
proprietari di quest’ulti-mo, Salvatore e Giovanni
Di Giovanni: «Un dramma
per tutta la Sicilia. Colpiti
da Imu e Tarsu indipenden-temente dal reddito, con co-sti proibitivi di acqua e lu-ce. Come se gli alberghi fos-sero seconde case. Con l’ef-fetto che la casa di un resi-dente paga un decimo di
quanto non si chiede a un al-bergo. Meglio chiudere...».
Sono le pesanti testimo-nianze che non faranno di-menticare il sacrificio di chi
nella tempesta ha lanciato un
Sos lasciando affondare se
stesso.
Felice Cavalla
di uccidersi ha scritto a Dio, al-la moglie e alla figlia. Poche ri-ghe. Un foglio schizzato di san-gue. Lasciato sul sedile del fur-goncino con cui Edoardo Bon-giorno mandava a prendere i
clienti al traghetto. «Perdona-mi Dio. Perdonatemi Isabella
e Manuela...». Esplicito il rife-rimento ai debiti che lo hanno
distrutto «fisicamente, moral-mente, psicologicamente».
Oltre tutte le motivazioni
più personali sulle quali i suoi
cari si interrogheranno, emer-ge nella tragedia una denun-cia, un estremo atto di ribellio-ne alla crisi di un arcipelago
come quello delle Eolie dove
due storici hotel di Vulcano
chiudono e tanti arrancano da-vanti al calo dei turisti. Una
frana. Con quest’uomo di ses-sant’anni deciso a puntarsi
una pistola in bocca pur di an-nientare la paura di essere tra-volto da tasse e banche, di per-dere l’albergo in cui si spec-chiava la storia della sua fami-glia, l’«Oriente».
Una ospitale dimora di Lipa-ri, a due passi dal corso, sim-bolo di una famiglia che ha fat-to la storia delle Eolie. Perché
Bongiorno, un eterno ragaz-zo, una vita dedica-ta all’albergo-mu-seo con una
hall-bazar colorata
di reperti etnografi-ci, era figlio del par-tigiano che fece in-namorare Edda Cia-no, la figlia di Mus-solini, e nipote del-l’antifascista capa-ce di far fuggire dal
confino dell’isola i
fratelli Rosselli,
uno smacco al Du-ce.
Una ricca se-quenza di passioni
politiche e trasporti amorosi,
raccolta in un bel libro di Mar-cello Sorgi, trasferita due anni
fa in una fiction Rai, adesso
chiusa di botto con un colpo
di Beretta 7.65. Proprio quella
di Leonida Bongiorno, il pa-dre dell’albergatore che lascia
increduli compagni d’avventu-ra, giramondo, turisti, amici
innamorati delle sue canzoni
interpretate in francese come
uno chansonnier nelle notti
spumeggianti delle Eolie,
quando si faceva a gara per un
invito nella terrazza della villa
sull’Hotel Carasco per i giochi
di fuoco in onore a San Barto-lo.
Ma anche quella villa era
già un ricordo. Venduta per
650 mila euro proprio mentre
in tv scorrevano le immagini
della sua storia. Primo scric-chiolio di un patrimonio ero-so per tenere la testa alta. Co-me accadde con i due magazzi-ni poi venduti in pieno cen-tro. Come stava accadendo
con alcuni terreni una settima-na fa mostrati al geometra che
presiede il consiglio comuna-le, Adolfo Sabatini, anche lui
impietrito davanti a un’esi-stenza perduta nel tunnel del-la crisi, delle bollette, delle ra-te accumulate, fra minute qua-si obbligate evasioni, sanzio-ni, multe e cedole sfogliate co-me il mazzo di carte di una
partita in cui salta il banco.
Un’angoscia recente, ignota
a chi come Sorgi provò a con-vincerlo perché aprisse un ar-madio con le carte sull’amore
fra il padre e Edda Ciano. Un
diniego superato poi con una
telefonata al direttore dell’atti-vissimo Centro studi di Lipa-ri, Nino Pajno: «Chiama il tuo
amico giornalista». Si arrivò
così al libro, alla fiction e una
memorabile puntata di «Porta
a porta». Con Bongiorno spon-taneo, divertente, pronto a iro-nizzare davanti a Bruno Vespa
sulla indecisione superata con
una visita al cimitero: «Parlai
con mio padre davanti alla
sua tomba». Aveva lasciato, di-ciamo così, l’ultima parola al-l’amante di Edda. «Gliele do o
no ‘ste carte a Sorgi? E lui, lui
rispose col silenzio. Da quel si-lenzio capii che potevo...».
Chi ha diviso con lui una vi-ta di confidenze intuisce che
può aver pesato anche una
malinconia isolana capace di
lievitare durante inverni duri
segnando rapporti
rosi dalla frequenta-zione obbligata, ma
la chiave consegnata
in quella lettera schiz-zata di sangue provo-ca l’amarezza e la rab-bia di Nicola Farrug-gio che parla per Fede-ralberghi: «Dicono che
dovremmo vivere di tu-rismo, ma qui si muore
di turismo...». È il bilan-cio di una Pasqua con
un calo del 30 per cen-to, di Eolie senza promo-zioni, a corto di aliscafi
perché la Regione molla
il settore. Dati che nella
vicina Vulcano portano
alla chiusura degli storici
«Sables noirs» ed «Eo-lian». Come spiegano i
proprietari di quest’ulti-mo, Salvatore e Giovanni
Di Giovanni: «Un dramma
per tutta la Sicilia. Colpiti
da Imu e Tarsu indipenden-temente dal reddito, con co-sti proibitivi di acqua e lu-ce. Come se gli alberghi fos-sero seconde case. Con l’ef-fetto che la casa di un resi-dente paga un decimo di
quanto non si chiede a un al-bergo. Meglio chiudere...».
Sono le pesanti testimo-nianze che non faranno di-menticare il sacrificio di chi
nella tempesta ha lanciato un
Sos lasciando affondare se
stesso.
Felice Cavalla
a bambino ho iniziato a costruire giochi, oggi mi dedico a supporti ammortizzati per barelle e battelli da lavoro
n tempi di crisi ci vorrebbero mille storie come quella di Ezio Menna,
progettista industriale, fondatore e presidente di Stem, società leader
in Europa nella progettazione e realizzazione di supporti ammortiz-zati per barelle installate su ambulanze. Un imprenditore schivo, che
si è fatto da solo, partendo da quello che era il suo hobby fin da bambino.
Costruire e riparare oggetti e giocattoli rotti. «La mia era una famiglia
numerosa, naturale quindi la necessità di costruirsi giochi da soli. Inoltre
mi attraevano le barche prima e le motociclette poi. Insomma, avevo nel
sangue il Dna della progettazione», ricorda.
Menna consegue il diploma di perito meccanico e inizia la sua atti-vità professionale all’interno di una grande azienda di Parma,
la Simonazzi, produttrice di macchine per il settore dell’im-bottigliamento. Una buona scuola, che lo vide anche im-pegnato nell’uffi cio tecnico, ma che date le dimensioni
ben presto fi nì per stare stretta a Menna. Nel 1981 esce
e si dedica in proprio all’attività di progettazione per
clienti terzi come «Studio Tecnico Ezio Menna», da cui
poi deriva il nome Stem.
Casualità della vita, o coincidenze inevitabili,
Menna nel tempo libero si dedicava al volon-tariato, collaborando con il servizio di pronto
soccorso con le ambulanze. A quei tempi si usa-vano veicoli poco ammortizzati, con il risultato
che i pazienti trasportati spesso avvertivano ul-teriori danni e problemi. Menna ebbe l’intuizio-ne: costruire e brevettare un sistema di supporto
ammortizzato unico. Nel 1986 da quindi vita alla
Stem. Ben presto il prodotto venne adottato da molti
costruttori sia in Italia sia all’estero, decretando il successo
della società.
Ma accanto al business delle autoambulanze, il suo forte amore
per il mare lo porta, quasi casualmente, a imbattersi in una
ricchissima diversifi cazione. La progettazione e costruzione di
battelli da lavoro e il pronto soccorso su acqua. «Abbiamo svi-luppato una linea di prodotti speciali, in grado di fronteggiare
qualsiasi situazione estrema, utilizzati per il soccorso in mare o
sui grandi fi umi, e per il trasporto di feriti», spiega. Tra le mu-nicipalizzate che hanno scelto questa tecnologia tutta italiana
vi è la città di Bordeaux, Montecarlo e quella
di Parigi che ha commissionato tre barche
di pattugliamento e pronto intervento sulla
Senna. Così come è in esecuzione in questi
mesi un ordine per il porto di Marsiglia dove
i Marin Pompiers francesi acquistano per la
prima volta da una azienda straniera. Insom-ma, mezzi funzionali e affi dabili per attività
di pattugliamento soccorso e antincendio.
Una crescita costante che nel 2008 vie-ne celebrata con l’inaugurazione del nuovo
stabilimento di Medesano (in provincia di
Parma), proprio in un periodo nel quale ini-ziavano a manifestarsi i segnali della crisi
fi nanziaria ed economica. Una realtà che non
ha in alcun modo impedito alla Stem di cre-scere e sviluppare il suo business. In primo luogo acquisendo
nuove fette di mercato oltre a quello consolidato in Europa, in
Russia, Medio Oriente, Asia.
La chiave di questo successo? «Mai adagiarsi sulle proprie
certezze, cercare comunque sempre di innovare e cercare il
meglio da tutti i collaboratori», sintetizza così la sua ricetta
Menna. Una fi losofi a confermata dai numeri, con oltre il 75%
della produzione destinata all’estero e ordini in portafoglio che
fanno ben sperare per i prossimi anni.
Persona riservata, Menna non ama i trionfali-smi, motivo per il quale preferisce concentrarsi
sempre sul suo lavoro, cercando di imma-ginare quali nuove soluzioni possano aiu-tare i suoi clienti ad avere prodotti più
effi cienti. La cosa di cui va più fi ero?
Il progetto di un esclusivo e complesso
sistema di caricamento barella per una
ambulanza ad uso militare, in grado
di resistere ad ogni defl agrazione, de-stinato all’esercito italiano di stanza in
Afghanistan
progettista industriale, fondatore e presidente di Stem, società leader
in Europa nella progettazione e realizzazione di supporti ammortiz-zati per barelle installate su ambulanze. Un imprenditore schivo, che
si è fatto da solo, partendo da quello che era il suo hobby fin da bambino.
Costruire e riparare oggetti e giocattoli rotti. «La mia era una famiglia
numerosa, naturale quindi la necessità di costruirsi giochi da soli. Inoltre
mi attraevano le barche prima e le motociclette poi. Insomma, avevo nel
sangue il Dna della progettazione», ricorda.
Menna consegue il diploma di perito meccanico e inizia la sua atti-vità professionale all’interno di una grande azienda di Parma,
la Simonazzi, produttrice di macchine per il settore dell’im-bottigliamento. Una buona scuola, che lo vide anche im-pegnato nell’uffi cio tecnico, ma che date le dimensioni
ben presto fi nì per stare stretta a Menna. Nel 1981 esce
e si dedica in proprio all’attività di progettazione per
clienti terzi come «Studio Tecnico Ezio Menna», da cui
poi deriva il nome Stem.
Casualità della vita, o coincidenze inevitabili,
Menna nel tempo libero si dedicava al volon-tariato, collaborando con il servizio di pronto
soccorso con le ambulanze. A quei tempi si usa-vano veicoli poco ammortizzati, con il risultato
che i pazienti trasportati spesso avvertivano ul-teriori danni e problemi. Menna ebbe l’intuizio-ne: costruire e brevettare un sistema di supporto
ammortizzato unico. Nel 1986 da quindi vita alla
Stem. Ben presto il prodotto venne adottato da molti
costruttori sia in Italia sia all’estero, decretando il successo
della società.
Ma accanto al business delle autoambulanze, il suo forte amore
per il mare lo porta, quasi casualmente, a imbattersi in una
ricchissima diversifi cazione. La progettazione e costruzione di
battelli da lavoro e il pronto soccorso su acqua. «Abbiamo svi-luppato una linea di prodotti speciali, in grado di fronteggiare
qualsiasi situazione estrema, utilizzati per il soccorso in mare o
sui grandi fi umi, e per il trasporto di feriti», spiega. Tra le mu-nicipalizzate che hanno scelto questa tecnologia tutta italiana
vi è la città di Bordeaux, Montecarlo e quella
di Parigi che ha commissionato tre barche
di pattugliamento e pronto intervento sulla
Senna. Così come è in esecuzione in questi
mesi un ordine per il porto di Marsiglia dove
i Marin Pompiers francesi acquistano per la
prima volta da una azienda straniera. Insom-ma, mezzi funzionali e affi dabili per attività
di pattugliamento soccorso e antincendio.
Una crescita costante che nel 2008 vie-ne celebrata con l’inaugurazione del nuovo
stabilimento di Medesano (in provincia di
Parma), proprio in un periodo nel quale ini-ziavano a manifestarsi i segnali della crisi
fi nanziaria ed economica. Una realtà che non
ha in alcun modo impedito alla Stem di cre-scere e sviluppare il suo business. In primo luogo acquisendo
nuove fette di mercato oltre a quello consolidato in Europa, in
Russia, Medio Oriente, Asia.
La chiave di questo successo? «Mai adagiarsi sulle proprie
certezze, cercare comunque sempre di innovare e cercare il
meglio da tutti i collaboratori», sintetizza così la sua ricetta
Menna. Una fi losofi a confermata dai numeri, con oltre il 75%
della produzione destinata all’estero e ordini in portafoglio che
fanno ben sperare per i prossimi anni.
Persona riservata, Menna non ama i trionfali-smi, motivo per il quale preferisce concentrarsi
sempre sul suo lavoro, cercando di imma-ginare quali nuove soluzioni possano aiu-tare i suoi clienti ad avere prodotti più
effi cienti. La cosa di cui va più fi ero?
Il progetto di un esclusivo e complesso
sistema di caricamento barella per una
ambulanza ad uso militare, in grado
di resistere ad ogni defl agrazione, de-stinato all’esercito italiano di stanza in
Afghanistan
Inchiesta in giro per l’Italia fra i leader dell’Idv: è stata deleteria l’alleanza con Ingroia Tutti dicono: Di Pietro se ne vada Persino Leoluca Orlando ne sta prendendo le distanze
esaparecido. Cercansi
Antonio Di Pietro e i
suoi accoliti. La basto-nata elettorale è stata
terribile e i sondaggi accredi-tano l’Idv a poco più dell’1 %,
un minimo storico che soffia
gelido su assessori, consiglieri e
portaborse locali, alla prossima
tornata amministrativa tutti o
quasi rischiano di essere spaz-zati via. Proprio come è succes-so ai candidati Idv: tutti fuori
dal parlamento. Poi le europee
del 2014. Per non parlare del-le probabili elezioni politiche
anticipate. Un puzzle di urne
in cui l’Idv potrebbe ritrovarsi
senza neppure un tassello.
Sarà possibile reincollare
i cocci ? Ci spera (ovviamente)
Di Pietro, che ha convocato il
congresso per la fi ne di giugno.
Ma tanti stanno fuggendo a
gambe levate, le sedi chiudo-no, gli sparuti eroi sopravissu-ti invocano che si volti davvero
pagina. In che modo lo spiega
Nadia Monti, assessore Idv al
Comune di Bologna: «L’Idv può
rinascere solo con un nuovo le-ader. Imbarcarsi con Rivoluzio-ne Civile e con la sinistra radi-cale è stato un errore enorme.
Bisogna tornare alleati del Pd.
E va tolto il nome di Di Pietro
dal simbolo».
Di Pietro è l’accusato nume-ro uno. Diffi cile trovare qual-cuno che lo difenda all’interno
dell’Idv. C’è chi gli riconosce
l’onore delle armi ma ormai il
partito è rarefatto, composto da
piccoli drappelli dislocati qui e
là. A chiedere la testa dell’ex-leader è, tra gli altri, Liana
Barbati, capogruppo alla Re-gione Emilia-Romagna: «Gli
iscritti all’Idv non hanno votato
Rivoluzione Civile. L’imbaraz-zante esito elettorale dimostra
che avevo avuto ragione nel
defi nire fi n dall’inizio l’assur-dità della presenza dell’Idv
nell’alleanza elettorale voluta
dal presidente, al fi anco di An-tonio Ingroia. Il partito non è
obbligato a seguire la sorte del
suo leader. Coloro che hanno
costruito e contribuito a questo
disastro devono andarsene».
A lanciare j’accuse assai
pesanti è Antonio Borghesi,
presidente uscente dei deputati
di Idv e membro dell’uffi cio di
presidenza: «Mi sono dimes-so, l’ azzeramento dell’intera
organizzazione è decisiva per
voltare pagina», dice. «Mi ri-servo un’analisi ultima (anche
per chi si occuperà del futuro)
di quanto sono venuto a cono-scenza sedendo in questi pochi
mesi nell’uffi cio di presidenza:
comportamenti inopportuni,
e forse anche immorali, che
rischiano di ammorbare la ge-stione politica e amministrati-va di Italia dei Valori».
Insomma, Di Pietro ammor-ba l’aria e va cancellato. Ma per
qualcuno non è suffi ciente e il
fondatore dell’Idv in Romagna e
per molti anni coordinatore for-livese, Loris Soprani, propone
anche di cambiare il nome del
partito: «La Rivoluzione civile
non è risultata credibile», affer-ma, come pure non è credibile
ritornare a parlare di traspa-renza e di legalità quando l’Idv
non è riuscita ad organizzarsi
come partito moderno in cui la
democrazia interna e il merito
la facessero da padroni e quan-do non si sono individuati i vari
Maruccio e Scilipoti, prima che
i loro comportamenti discutibili
degenerassero in veri scandali.
Se veramente vogliono essere
utili, gli ultimi drappelli di le-galizzatori sognanti dovrebbero
adoperarsi per la restituzione
del malloppo che, nonostante
si siano chieste le firme per
abrogare i rimborsi elettorali,
si è accumulato nelle casse dell’
Italia dei Valori».
Anche per il capogruppo
Idv della Regione Umbria, Oli-viero Dottorini non c’è scam-po: «Lo scioglimento dell’Idv è
la scelta più saggia e lungimi-rante. Un’operazione coraggio-sa in questa direzione sarebbe
dovuta avvenire già in occasio-ne delle elezioni politiche, ma
oggi ritengo risulti ineludibile.
Guai invece a operazioni di
autoconservazione o di difesa
corporativa che risulterebbero
abbastanza velleitarie, oltre
che incomprensibili e inutili».
Al di là della conservazione
o meno del nome, perché non
ipotizzare una sorta di allean-za tra l’Idv e il M5S ? Sarebbe
realizzabile, secondo il con-sigliere comunale di Padova
(erano in tre, è rimasto solo
lui, gli altri hanno salutato
Di Pietro), Michele Toniato:
“Sono molto vicino alle idee di
Beppe Grillo, da sempre, ben
prima che nascessero i Meetup.
Quando nel 2009 sono entrato
nell’Italia dei Valori c’era una
sintonia pressoché totale tra
Di Pietro e Grillo… credo che
molte battaglie restino inevi-tabilmente comuni». A confer-ma, l’ex-deputato Idv, Franco
Barbato ha fondato sul web la
piattaforma paragrillina icit-tadini.net, anche lui sedotto,
come Grillo, dal fascino della
democrazia liquida.
Ognuno ha la sua ricetta
per cercare di turare le fal-le ed evitare che la barca si ina-bissi. Ma le volonterose pro-poste non riescono a bloccare
la fuga. Di riformare l’Idv
non ne vuole neppure sen-tire parlare l’eurodeputato
Andrea Zanoni: «A seguito
di una profonda rifl essione»,
spiega, «in merito agli eventi
degli ultimi mesi e del nuo-vo contesto che si è creato in
Italia, ritengo esaurito l’im-portante progetto politico che
Idv ha portato coerentemente
avanti in questi anni, e per-tanto ho deciso di non ade-rirvi più»
Tra chi se ne va, chi conte-sta e chi stringe i denti, vi è
pure chi si trova sui tizzoni
ardenti ed è Leoluca Or-lando, sindaco di Palermo,
targato Idv. Ma il marchio
gli potrebbe essere fatale alla
prossima tornata elettorale
ed eccolo allora ipotizzare
una sua lista civica e anno-dare i rapporti col presidente
Pd-M5S della Regione Sicilia,
Rosario Crocetta. «Bisogna
andare oltre i partiti», dice
Orlando, «e tuffarsi nella Rete,
quel soggetto politico che può
partire proprio dalla Sicilia».
Quindi anche da Palermo è
un de profundis per l’ex-pm di
Mani Pulite. Perfi no un suo ex-braccio destro, Aniello Formi-sano, non è tenero con lui, che
ha abbandonato per candidarsi
(eletto) col Centro democrati-co di Bruno Tabacci: «Io a
Tonino l’ho detto e ridetto: se
vai avanti così è un suicidio. Se
penso che l’Idv oggi, se si fosse
alleata con Bersani, avrebbe 40
deputati e 20 senatori, viene
da mettermi le mani nei ca-pelli».
Il bello è che perfi no il co-gnato di Di Pietro, Gabriele
Cimadoro, gli ha voltato le
spalle ed è lite in famiglia:
«L’abbraccio con Ingroia e
l’estrema sinistra è stato una
svolta violenta che i nostri
elettori non ci hanno perdo-nato. Se poi aggiungiamo che
si è continuato a ripetere che
noi eravamo i più puri e invece
qualcuno è stato trovato con le
dita nella marmellata…. No, Di
Pietro possiamo considerarlo
politicamente fi nito». Se ne è
convinto perfi no il cognato
Antonio Di Pietro e i
suoi accoliti. La basto-nata elettorale è stata
terribile e i sondaggi accredi-tano l’Idv a poco più dell’1 %,
un minimo storico che soffia
gelido su assessori, consiglieri e
portaborse locali, alla prossima
tornata amministrativa tutti o
quasi rischiano di essere spaz-zati via. Proprio come è succes-so ai candidati Idv: tutti fuori
dal parlamento. Poi le europee
del 2014. Per non parlare del-le probabili elezioni politiche
anticipate. Un puzzle di urne
in cui l’Idv potrebbe ritrovarsi
senza neppure un tassello.
Sarà possibile reincollare
i cocci ? Ci spera (ovviamente)
Di Pietro, che ha convocato il
congresso per la fi ne di giugno.
Ma tanti stanno fuggendo a
gambe levate, le sedi chiudo-no, gli sparuti eroi sopravissu-ti invocano che si volti davvero
pagina. In che modo lo spiega
Nadia Monti, assessore Idv al
Comune di Bologna: «L’Idv può
rinascere solo con un nuovo le-ader. Imbarcarsi con Rivoluzio-ne Civile e con la sinistra radi-cale è stato un errore enorme.
Bisogna tornare alleati del Pd.
E va tolto il nome di Di Pietro
dal simbolo».
Di Pietro è l’accusato nume-ro uno. Diffi cile trovare qual-cuno che lo difenda all’interno
dell’Idv. C’è chi gli riconosce
l’onore delle armi ma ormai il
partito è rarefatto, composto da
piccoli drappelli dislocati qui e
là. A chiedere la testa dell’ex-leader è, tra gli altri, Liana
Barbati, capogruppo alla Re-gione Emilia-Romagna: «Gli
iscritti all’Idv non hanno votato
Rivoluzione Civile. L’imbaraz-zante esito elettorale dimostra
che avevo avuto ragione nel
defi nire fi n dall’inizio l’assur-dità della presenza dell’Idv
nell’alleanza elettorale voluta
dal presidente, al fi anco di An-tonio Ingroia. Il partito non è
obbligato a seguire la sorte del
suo leader. Coloro che hanno
costruito e contribuito a questo
disastro devono andarsene».
A lanciare j’accuse assai
pesanti è Antonio Borghesi,
presidente uscente dei deputati
di Idv e membro dell’uffi cio di
presidenza: «Mi sono dimes-so, l’ azzeramento dell’intera
organizzazione è decisiva per
voltare pagina», dice. «Mi ri-servo un’analisi ultima (anche
per chi si occuperà del futuro)
di quanto sono venuto a cono-scenza sedendo in questi pochi
mesi nell’uffi cio di presidenza:
comportamenti inopportuni,
e forse anche immorali, che
rischiano di ammorbare la ge-stione politica e amministrati-va di Italia dei Valori».
Insomma, Di Pietro ammor-ba l’aria e va cancellato. Ma per
qualcuno non è suffi ciente e il
fondatore dell’Idv in Romagna e
per molti anni coordinatore for-livese, Loris Soprani, propone
anche di cambiare il nome del
partito: «La Rivoluzione civile
non è risultata credibile», affer-ma, come pure non è credibile
ritornare a parlare di traspa-renza e di legalità quando l’Idv
non è riuscita ad organizzarsi
come partito moderno in cui la
democrazia interna e il merito
la facessero da padroni e quan-do non si sono individuati i vari
Maruccio e Scilipoti, prima che
i loro comportamenti discutibili
degenerassero in veri scandali.
Se veramente vogliono essere
utili, gli ultimi drappelli di le-galizzatori sognanti dovrebbero
adoperarsi per la restituzione
del malloppo che, nonostante
si siano chieste le firme per
abrogare i rimborsi elettorali,
si è accumulato nelle casse dell’
Italia dei Valori».
Anche per il capogruppo
Idv della Regione Umbria, Oli-viero Dottorini non c’è scam-po: «Lo scioglimento dell’Idv è
la scelta più saggia e lungimi-rante. Un’operazione coraggio-sa in questa direzione sarebbe
dovuta avvenire già in occasio-ne delle elezioni politiche, ma
oggi ritengo risulti ineludibile.
Guai invece a operazioni di
autoconservazione o di difesa
corporativa che risulterebbero
abbastanza velleitarie, oltre
che incomprensibili e inutili».
Al di là della conservazione
o meno del nome, perché non
ipotizzare una sorta di allean-za tra l’Idv e il M5S ? Sarebbe
realizzabile, secondo il con-sigliere comunale di Padova
(erano in tre, è rimasto solo
lui, gli altri hanno salutato
Di Pietro), Michele Toniato:
“Sono molto vicino alle idee di
Beppe Grillo, da sempre, ben
prima che nascessero i Meetup.
Quando nel 2009 sono entrato
nell’Italia dei Valori c’era una
sintonia pressoché totale tra
Di Pietro e Grillo… credo che
molte battaglie restino inevi-tabilmente comuni». A confer-ma, l’ex-deputato Idv, Franco
Barbato ha fondato sul web la
piattaforma paragrillina icit-tadini.net, anche lui sedotto,
come Grillo, dal fascino della
democrazia liquida.
Ognuno ha la sua ricetta
per cercare di turare le fal-le ed evitare che la barca si ina-bissi. Ma le volonterose pro-poste non riescono a bloccare
la fuga. Di riformare l’Idv
non ne vuole neppure sen-tire parlare l’eurodeputato
Andrea Zanoni: «A seguito
di una profonda rifl essione»,
spiega, «in merito agli eventi
degli ultimi mesi e del nuo-vo contesto che si è creato in
Italia, ritengo esaurito l’im-portante progetto politico che
Idv ha portato coerentemente
avanti in questi anni, e per-tanto ho deciso di non ade-rirvi più»
Tra chi se ne va, chi conte-sta e chi stringe i denti, vi è
pure chi si trova sui tizzoni
ardenti ed è Leoluca Or-lando, sindaco di Palermo,
targato Idv. Ma il marchio
gli potrebbe essere fatale alla
prossima tornata elettorale
ed eccolo allora ipotizzare
una sua lista civica e anno-dare i rapporti col presidente
Pd-M5S della Regione Sicilia,
Rosario Crocetta. «Bisogna
andare oltre i partiti», dice
Orlando, «e tuffarsi nella Rete,
quel soggetto politico che può
partire proprio dalla Sicilia».
Quindi anche da Palermo è
un de profundis per l’ex-pm di
Mani Pulite. Perfi no un suo ex-braccio destro, Aniello Formi-sano, non è tenero con lui, che
ha abbandonato per candidarsi
(eletto) col Centro democrati-co di Bruno Tabacci: «Io a
Tonino l’ho detto e ridetto: se
vai avanti così è un suicidio. Se
penso che l’Idv oggi, se si fosse
alleata con Bersani, avrebbe 40
deputati e 20 senatori, viene
da mettermi le mani nei ca-pelli».
Il bello è che perfi no il co-gnato di Di Pietro, Gabriele
Cimadoro, gli ha voltato le
spalle ed è lite in famiglia:
«L’abbraccio con Ingroia e
l’estrema sinistra è stato una
svolta violenta che i nostri
elettori non ci hanno perdo-nato. Se poi aggiungiamo che
si è continuato a ripetere che
noi eravamo i più puri e invece
qualcuno è stato trovato con le
dita nella marmellata…. No, Di
Pietro possiamo considerarlo
politicamente fi nito». Se ne è
convinto perfi no il cognato
I pm di Terni indagano sui bilanci della Curia L’accusa è bancarotta
OMA — Operazioni immo-biliari spericolate che avrebbe-ro svuotato le casse. Compra-vendite di palazzi, anche di pre-gio, gestite da società ricollega-bili a persone che lavorano
presso gli uffici ecclesiastici.
Le verifiche sul «buco» nei
bilanci della Curia di Terni arri-vano a una svolta. La magistra-tura adesso ipotizza i reati di
truffa e bancarotta. L’inchiesta
ruota intorno a una serie di af-fari conclusi quando vescovo
era monsignor Vincenzo Pa-glia, attuale presidente del Pon-tificio consiglio per la fami-glia. E si affianca agli accerta-menti avviati dal suo successo-re, monsignor Ernesto Vecchi,
arrivato in Umbria a metà feb-braio e incaricato dalla Santa
Sede anche di scoprire che fine
abbiano fatto 18 milioni di eu-ro che mancano dai bilanci
non escludendo che l’amman-co possa essere addirittura su-periore ai venti milioni di eu-ro. Una vicenda scottante che,
secondo alcuni, potrebbe esse-re stata inserita nel dossier se-greto gestito da papa Benedet-to XVI prima delle dimissioni.
L’ormai famosa relatio affidata
adesso al pontefice Francesco.
L’attenzione degli inquiren-ti è focalizzata sulle acquisizio-ni di alcune strutture di pro-prietà della Chiesa, ma anche
di amministrazioni locali, effet-tuate a prezzi stracciati da
aziende riconducibili ad uomi-ni che per anni hanno collabo-rato con monsignor Paglia. E
poi ristrutturate utilizzando i
soldi destinati alle attività reli-giose. Il pubblico ministero Eli-sabetta Massini ha delegato le
indagini alla squadra mobile
di Terni. L’ultimo atto compiu-to dagli investigatori diretti da
Francesco Petitti è l’acquisizio-ne presso gli uffici del Comune
di Narni dei documenti relativi
alla vendita del castello di San
Girolamo.
A darne notizia, venerdì
scorso, è stato il sito online
Umbria24, che da tempo si oc-cupa di quanto sta accadendo
nella Diocesi. È uno dei capito-li più significativi dell’inchie-sta perché mostra, secondo
l’accusa, quale fossero le moda-lità per concludere le operazio-ni. Il castello è stato ceduto dal
Comune tra maggio del 2011 e
gennaio 2012, per un milione e
760 mila euro. La quota è stata
così divisa tra la «Sim, Società
iniziative immobiliari» (700
mila euro), la Diocesi di Terni,
Narni e Amelia (900 mila euro)
e l’Ente seminario vescovile di
Narni (160 mila euro). Il pro-getto iniziale prevedeva che
fosse trasformato in un alber-go, ma finora del progetto per
la ristrutturazione non è stata
trovata traccia. E dunque si sta
cercando di scoprire a che cosa
sia servito questo investimen-to, tenendo conto che la «Sim»
è di proprietà di due persone
ritenute molto vicine a monsi-gnor Paglia come Luca Galletti
e Paolo Zappelli: il primo è sta-to fino al 2012 presidente del-l’Istituto diocesano per il so-stentamento del clero di Terni
e ora è il direttore tecnico della
Curia, mentre l’altro ha ricoper-to l’incarico di economo e at-tualmente è il direttore dell’uf-ficio amministrativo. Ma so-prattutto come mai si sia deci-so di inserire negli accordi una
clausola di recesso per i due
istituti religiosi che scade alla
fine dell’anno. Il sospetto è che
la partecipazione delle istitu-zioni cattoliche sia soltanto
una «copertura» e che in realtà
la gestione immobiliare doves-se poi rimanere in esclusiva al-la società.
I magistrati guardano a Nar-ni, ma controllano anche altri
affari come quello relativo al-l’affitto della struttura che ospi-ta il Grand Hotel Terme Salus
di Viterbo oppure l’acquisto
dell’edificio delle scuole Orsoli-ne di Terni. Tra gli indagati ci
sarebbero i titolari di alcune so-cietà e gli esperti che avrebbe-ro compiuto le valutazioni de-gli immobili, oltre ai commer-cialisti che si sarebbero occupa-ti della stipula degli accordi.
Ma le verifiche sono ad uno sta-dio iniziale e altri nomi potreb-bero presto finire nel registro
della Procura.
Monsignor Paglia nega di
aver ricevuto un avviso e assi-cura che «tutto si è svolto in
maniera regolare». Poi spiega
«come si è arrivati a una soffe-renza economica che mi era
ben nota. C’era un problema
già nell’amministrazione pre-cedente e poi abbiamo intra-preso la costruzione di vari
complessi parrocchiali. Il de-naro utilizzato per la ristruttu-razione di immobili o di chie-se che doveva rientrare dalle
casse parrocchiali non è arri-vato e ciò ha aggravato il debi-to, sul quale già pesavano an-che alcune acquisizioni di im-mobili per uso diocesano. Era
stato fatto un ripiano attraver-so la vendita di alcuni immobi-li non più utilizzati, la crisi ha
reso tutto più difficile. Abbia-mo preferito non svendere gli
immobili, ma questo ha fatto
sì che le esposizioni bancarie
pesassero in maniera pesantis-sima».
L’alto prelato assicura che
«tutto è stato fatto in accordo
con i consigli di amministrazio-ne e con l’Istituto per il sosten-tamento del clero» ed esclude
in maniera categorica affari im-mobiliari con la comunità di
sant’Egidio della quale è consi-gliere spirituale: «Ho sempre
tenuto molto netta la separa-zione tra il mio incarico di ve-scovo e quello per sant’Egidio,
tanto che ho deciso di lasciarlo
proprio per evitare commistio-ni o speculazioni».
Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere
presso gli uffici ecclesiastici.
Le verifiche sul «buco» nei
bilanci della Curia di Terni arri-vano a una svolta. La magistra-tura adesso ipotizza i reati di
truffa e bancarotta. L’inchiesta
ruota intorno a una serie di af-fari conclusi quando vescovo
era monsignor Vincenzo Pa-glia, attuale presidente del Pon-tificio consiglio per la fami-glia. E si affianca agli accerta-menti avviati dal suo successo-re, monsignor Ernesto Vecchi,
arrivato in Umbria a metà feb-braio e incaricato dalla Santa
Sede anche di scoprire che fine
abbiano fatto 18 milioni di eu-ro che mancano dai bilanci
non escludendo che l’amman-co possa essere addirittura su-periore ai venti milioni di eu-ro. Una vicenda scottante che,
secondo alcuni, potrebbe esse-re stata inserita nel dossier se-greto gestito da papa Benedet-to XVI prima delle dimissioni.
L’ormai famosa relatio affidata
adesso al pontefice Francesco.
L’attenzione degli inquiren-ti è focalizzata sulle acquisizio-ni di alcune strutture di pro-prietà della Chiesa, ma anche
di amministrazioni locali, effet-tuate a prezzi stracciati da
aziende riconducibili ad uomi-ni che per anni hanno collabo-rato con monsignor Paglia. E
poi ristrutturate utilizzando i
soldi destinati alle attività reli-giose. Il pubblico ministero Eli-sabetta Massini ha delegato le
indagini alla squadra mobile
di Terni. L’ultimo atto compiu-to dagli investigatori diretti da
Francesco Petitti è l’acquisizio-ne presso gli uffici del Comune
di Narni dei documenti relativi
alla vendita del castello di San
Girolamo.
A darne notizia, venerdì
scorso, è stato il sito online
Umbria24, che da tempo si oc-cupa di quanto sta accadendo
nella Diocesi. È uno dei capito-li più significativi dell’inchie-sta perché mostra, secondo
l’accusa, quale fossero le moda-lità per concludere le operazio-ni. Il castello è stato ceduto dal
Comune tra maggio del 2011 e
gennaio 2012, per un milione e
760 mila euro. La quota è stata
così divisa tra la «Sim, Società
iniziative immobiliari» (700
mila euro), la Diocesi di Terni,
Narni e Amelia (900 mila euro)
e l’Ente seminario vescovile di
Narni (160 mila euro). Il pro-getto iniziale prevedeva che
fosse trasformato in un alber-go, ma finora del progetto per
la ristrutturazione non è stata
trovata traccia. E dunque si sta
cercando di scoprire a che cosa
sia servito questo investimen-to, tenendo conto che la «Sim»
è di proprietà di due persone
ritenute molto vicine a monsi-gnor Paglia come Luca Galletti
e Paolo Zappelli: il primo è sta-to fino al 2012 presidente del-l’Istituto diocesano per il so-stentamento del clero di Terni
e ora è il direttore tecnico della
Curia, mentre l’altro ha ricoper-to l’incarico di economo e at-tualmente è il direttore dell’uf-ficio amministrativo. Ma so-prattutto come mai si sia deci-so di inserire negli accordi una
clausola di recesso per i due
istituti religiosi che scade alla
fine dell’anno. Il sospetto è che
la partecipazione delle istitu-zioni cattoliche sia soltanto
una «copertura» e che in realtà
la gestione immobiliare doves-se poi rimanere in esclusiva al-la società.
I magistrati guardano a Nar-ni, ma controllano anche altri
affari come quello relativo al-l’affitto della struttura che ospi-ta il Grand Hotel Terme Salus
di Viterbo oppure l’acquisto
dell’edificio delle scuole Orsoli-ne di Terni. Tra gli indagati ci
sarebbero i titolari di alcune so-cietà e gli esperti che avrebbe-ro compiuto le valutazioni de-gli immobili, oltre ai commer-cialisti che si sarebbero occupa-ti della stipula degli accordi.
Ma le verifiche sono ad uno sta-dio iniziale e altri nomi potreb-bero presto finire nel registro
della Procura.
Monsignor Paglia nega di
aver ricevuto un avviso e assi-cura che «tutto si è svolto in
maniera regolare». Poi spiega
«come si è arrivati a una soffe-renza economica che mi era
ben nota. C’era un problema
già nell’amministrazione pre-cedente e poi abbiamo intra-preso la costruzione di vari
complessi parrocchiali. Il de-naro utilizzato per la ristruttu-razione di immobili o di chie-se che doveva rientrare dalle
casse parrocchiali non è arri-vato e ciò ha aggravato il debi-to, sul quale già pesavano an-che alcune acquisizioni di im-mobili per uso diocesano. Era
stato fatto un ripiano attraver-so la vendita di alcuni immobi-li non più utilizzati, la crisi ha
reso tutto più difficile. Abbia-mo preferito non svendere gli
immobili, ma questo ha fatto
sì che le esposizioni bancarie
pesassero in maniera pesantis-sima».
L’alto prelato assicura che
«tutto è stato fatto in accordo
con i consigli di amministrazio-ne e con l’Istituto per il sosten-tamento del clero» ed esclude
in maniera categorica affari im-mobiliari con la comunità di
sant’Egidio della quale è consi-gliere spirituale: «Ho sempre
tenuto molto netta la separa-zione tra il mio incarico di ve-scovo e quello per sant’Egidio,
tanto che ho deciso di lasciarlo
proprio per evitare commistio-ni o speculazioni».
Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere
La Spagna si prepara all’addio ma Juan Carlos non molla
MADRID — La Spagna è impegnata a rincor-rere i Giochi Olimpici del 2020 in concorrenza
con Istanbul e Tokio. Contano infrastrutture e
garanzie economiche, certo, ma anche ottime
pubbliche relazioni. È una delle tipiche occasio-ni in cui, a un Paese, fa comodo avere nella ma-nica una famiglia reale capace di impressiona-re gli esaminatori internazionali, gente dal san-gue normalmente rossastro e quindi poco abi-tuata a palazzi fiabeschi, piatti d’oro, arazzi e
corone. Sulla carta, poi, quella spagnola è la mi-gliore nobiltà «a cinque cerchi» in circolazio-ne.
Re Juan Carlos ha sempre amato gli sport e
partecipò ai Giochi di Monaco del ‘72. La regi-na Sofia è sorella di un oro olimpico. L’Infanta
Cristina ha partecipato a Seul ’88 e sposato un
bronzo di pallamano. Il principe Filippo è stato
portabandiera a Barcellona ’92, ma senza meda-glia. I Borbone insomma sanno di cosa si parla.
Mercoledì sera, alla cena di gala in onore degli
ispettori del Comitato Olimpico Internazionale
(Cio), presenti anche alcuni fortunati giornali-sti, era la grande occasione per essere utili alla
causa nazionale.
Il Palazzo Reale di Madrid era illuminato a fe-sta, gli alabardieri in divisa storica, i valletti
d’oro e rosso vestiti ad ogni angolo. «Anzitutto
— ha detto il Principe Felipe nel suo discorso
di benvenuto — vi porgo i saluti di mio padre,
re Juan Carlos, che purtroppo non ha potuto es-sere qui con noi». Apriti cielo. Juan Carlos si ve-de sempre meno, l’ennesimo intervento all’ini-zio del mese (ernia questa volta) ha un decorso
lungo e l’esito è ancora incerto. Gambe, polmo-ni, pube, ginocchio, anca, piede... negli ultimi
due anni il re è stato sotto i ferri almeno sei vol-te. Dopo l’assenza di mercoledì le chiacchiere e
i dubbi si sono moltiplicati. Su internet è circo-lata la notizia di uno speciale tv già pronto per
l’abdicazione del monarca. La statale Rtve
smentisce, ma a bene vedere non sarebbe una
precauzione professionale fuori luogo dopo 37
anni di regno con gli ultimi due da incubo.
Felipe, al momento del caffè, ha ovviamente
negato con i delegati del Cio. La principessa
rampante Letizia ha giocato in difesa portando
il discorso sul proprio mal di piedi per i saluti
del giorno prima a Papa Francesco. La regina
ha sorriso silenziosa.
Secondo la stampa rosa, Sofia vive ormai da
separata in casa, passa più tempo che può a
Londra, ma non manca un dovere pubblico da
anni. Sono lei e l’altissimo figlio Felipe a difen-dere l’onore della corona spagnola negli indici
di gradimento. Le amanti (troppe) e i safari
(troppo lussuosi in tempi di recessione) hanno
incrinato il «juancarlismo» nazionale. In Cata-logna i socialisti cercano di smarcarsi dagli in-dipendentisti per caratterizzarsi almeno come
quasi repubblicano e chiede l’uscita di scena
del monarca. Dall’80% di alcuni anni fa, il gradi-mento del re è sceso sotto il 40, forse anche il
30%. Appena sopra la soglia del 50 sarebbe
l’erede al trono Felipe. Numeri non ecceziona-li, ammesso siano veri.
Di tegole ne sono cadute a grappoli sulla co-rona, ultimamente. Il genero Iñaki Urdangarin,
proprio la duplice medaglia di bronzo olimpi-ca, è sotto processo per aver intascato milioni
di soldi pubblici sfruttando la vicinanza con la
Casa Reale. A processo l’ex socio del Duca di
Palma minaccia di trascinare anche Juan Carlos
nel fango. Fa capire di avere mail dalle quali si
potrebbe capire che il re non solo sapeva dei
traffici, ma che li avrebbe anche facilitati. Co-me antipasto ha diffuso documenti che mostra-no il rey chiedere alla propria amante di trova-re un lavoro al genero, «frustrato» da un mise-ro stipendio di 200 mila euro annui.
Il ruolo della principessa tedesca Corinna Zu
Sayn-Wittgenstein, l’ultima, speciale, amica del
75enne Juan Carlos, è finito anche davanti a
una mini commissione parlamentare. Corinna
sarebbe stata la pr del re verso le case regnanti
arabe, avrebbe abitato per
anni in palazzi pubblici,
protetta e spesata dall’era-rio. In udienza il direttore
del Centro Nacional de Inte-ligencia (CNI) è stato evasi-vo come si addice al capo
dei servizi segreti. A lancia-re una timida operazione
di recupero d’immagine ha
contribuito anche lei, la
bionda Corinna, con qual-che intervista negazionista:
siamo amici, condividiamo
la passione per la caccia e il
carisma di Juan Carlos è il
miglior biglietto da visita
della Spagna.
Juan Carlos però non
molla. Prima di entrare in
sala operatoria aveva esclu-so la possibilità di abdica-re. Per gli osservatori delle
cose reali, più che una seni-le ostinazione, il rifiuto vie-ne giudicato come una dife-sa del figlio. Felipe deve
avere il tempo di farsi nota-re, di acquisire un’immagi-ne propria magari anche
grazie alla moglie Letizia, una borghese, ex re-pubblicana e rossa, che esce da sola con le ami-che. Se abdicazione volontaria ci sarà, non ver-rà prima della scontata condanna del genero
Iñaki. Dev’essere il vecchio monarca a fare da
parafulmine per lasciare al principe l’eredità
meno pestilenziale possibile.
Andrea Nicastro
@andrea_nica
con Istanbul e Tokio. Contano infrastrutture e
garanzie economiche, certo, ma anche ottime
pubbliche relazioni. È una delle tipiche occasio-ni in cui, a un Paese, fa comodo avere nella ma-nica una famiglia reale capace di impressiona-re gli esaminatori internazionali, gente dal san-gue normalmente rossastro e quindi poco abi-tuata a palazzi fiabeschi, piatti d’oro, arazzi e
corone. Sulla carta, poi, quella spagnola è la mi-gliore nobiltà «a cinque cerchi» in circolazio-ne.
Re Juan Carlos ha sempre amato gli sport e
partecipò ai Giochi di Monaco del ‘72. La regi-na Sofia è sorella di un oro olimpico. L’Infanta
Cristina ha partecipato a Seul ’88 e sposato un
bronzo di pallamano. Il principe Filippo è stato
portabandiera a Barcellona ’92, ma senza meda-glia. I Borbone insomma sanno di cosa si parla.
Mercoledì sera, alla cena di gala in onore degli
ispettori del Comitato Olimpico Internazionale
(Cio), presenti anche alcuni fortunati giornali-sti, era la grande occasione per essere utili alla
causa nazionale.
Il Palazzo Reale di Madrid era illuminato a fe-sta, gli alabardieri in divisa storica, i valletti
d’oro e rosso vestiti ad ogni angolo. «Anzitutto
— ha detto il Principe Felipe nel suo discorso
di benvenuto — vi porgo i saluti di mio padre,
re Juan Carlos, che purtroppo non ha potuto es-sere qui con noi». Apriti cielo. Juan Carlos si ve-de sempre meno, l’ennesimo intervento all’ini-zio del mese (ernia questa volta) ha un decorso
lungo e l’esito è ancora incerto. Gambe, polmo-ni, pube, ginocchio, anca, piede... negli ultimi
due anni il re è stato sotto i ferri almeno sei vol-te. Dopo l’assenza di mercoledì le chiacchiere e
i dubbi si sono moltiplicati. Su internet è circo-lata la notizia di uno speciale tv già pronto per
l’abdicazione del monarca. La statale Rtve
smentisce, ma a bene vedere non sarebbe una
precauzione professionale fuori luogo dopo 37
anni di regno con gli ultimi due da incubo.
Felipe, al momento del caffè, ha ovviamente
negato con i delegati del Cio. La principessa
rampante Letizia ha giocato in difesa portando
il discorso sul proprio mal di piedi per i saluti
del giorno prima a Papa Francesco. La regina
ha sorriso silenziosa.
Secondo la stampa rosa, Sofia vive ormai da
separata in casa, passa più tempo che può a
Londra, ma non manca un dovere pubblico da
anni. Sono lei e l’altissimo figlio Felipe a difen-dere l’onore della corona spagnola negli indici
di gradimento. Le amanti (troppe) e i safari
(troppo lussuosi in tempi di recessione) hanno
incrinato il «juancarlismo» nazionale. In Cata-logna i socialisti cercano di smarcarsi dagli in-dipendentisti per caratterizzarsi almeno come
quasi repubblicano e chiede l’uscita di scena
del monarca. Dall’80% di alcuni anni fa, il gradi-mento del re è sceso sotto il 40, forse anche il
30%. Appena sopra la soglia del 50 sarebbe
l’erede al trono Felipe. Numeri non ecceziona-li, ammesso siano veri.
Di tegole ne sono cadute a grappoli sulla co-rona, ultimamente. Il genero Iñaki Urdangarin,
proprio la duplice medaglia di bronzo olimpi-ca, è sotto processo per aver intascato milioni
di soldi pubblici sfruttando la vicinanza con la
Casa Reale. A processo l’ex socio del Duca di
Palma minaccia di trascinare anche Juan Carlos
nel fango. Fa capire di avere mail dalle quali si
potrebbe capire che il re non solo sapeva dei
traffici, ma che li avrebbe anche facilitati. Co-me antipasto ha diffuso documenti che mostra-no il rey chiedere alla propria amante di trova-re un lavoro al genero, «frustrato» da un mise-ro stipendio di 200 mila euro annui.
Il ruolo della principessa tedesca Corinna Zu
Sayn-Wittgenstein, l’ultima, speciale, amica del
75enne Juan Carlos, è finito anche davanti a
una mini commissione parlamentare. Corinna
sarebbe stata la pr del re verso le case regnanti
arabe, avrebbe abitato per
anni in palazzi pubblici,
protetta e spesata dall’era-rio. In udienza il direttore
del Centro Nacional de Inte-ligencia (CNI) è stato evasi-vo come si addice al capo
dei servizi segreti. A lancia-re una timida operazione
di recupero d’immagine ha
contribuito anche lei, la
bionda Corinna, con qual-che intervista negazionista:
siamo amici, condividiamo
la passione per la caccia e il
carisma di Juan Carlos è il
miglior biglietto da visita
della Spagna.
Juan Carlos però non
molla. Prima di entrare in
sala operatoria aveva esclu-so la possibilità di abdica-re. Per gli osservatori delle
cose reali, più che una seni-le ostinazione, il rifiuto vie-ne giudicato come una dife-sa del figlio. Felipe deve
avere il tempo di farsi nota-re, di acquisire un’immagi-ne propria magari anche
grazie alla moglie Letizia, una borghese, ex re-pubblicana e rossa, che esce da sola con le ami-che. Se abdicazione volontaria ci sarà, non ver-rà prima della scontata condanna del genero
Iñaki. Dev’essere il vecchio monarca a fare da
parafulmine per lasciare al principe l’eredità
meno pestilenziale possibile.
Andrea Nicastro
@andrea_nica
Speciale Acqua
IL MOVIMENTO DEL CREATO RACCHIUSO IN UNBICCHIERE
he l’acqua sia l’elemento primo è sintetizzato
molto bene da una battuta di Lenny Bruce: «Ho
inventato l’acqua in polvere ma non so in cosa
scioglierla». Non c’è nulla di precedente, ecco —
o meglio, tutto ciò che c’è stato di precedente
all’acqua era solo un tentativo di raggiungere la
sua perfetta semplicità. Immaginiamo il caos primordiale:
c’è già tutto, in realtà, ma ogni particella di ogni elemento
vaga a caso nel vuoto, si scontra con altre particelle, forma
inutili molecole e nulla accade. Così per milioni di anni. Poi,
un giorno, due laboriosi atomi di ossigeno si scontrano tra
di loro nel preciso momento in cui vengono centrati da un
atomo di idrogeno, estroso e vagabondo — e in quel preciso
momento, successivo a miliardi di miliardi di altri momenti
in cui gli atomi si sono scontrati a due, tre, quattro, mille
per volta senza produrre nulla — in quel preciso momento
comincia tutto. Non è solo vita, è anche una lezione di vita,
nel senso che l’evento alfa contiene contemporaneamente
tutta la complessità e tutta la semplicità di qualunque pro-cesso vitale. Troppo semplice non funziona. Troppo compli-cato nemmeno. Tutti e due i modi insieme invece sì — sem-plice e complesso funziona. Il prima è cancellato: si comin-cia da qui.
Ora pensiamo al bicchiere d’acqua che sto per bere. Sapete
tutti benissimo la sensazione che mi procurerà: conoscete la
consistenza dell’acqua al contatto con le cellule della cavità
orale, conoscete la sua temperatura, sapete che le mie papille
gustative resteranno inoperose, perché non avrà sapore. Ec-co, ora lo bevo. D’un tratto sono alle prese con un’esperienza
primordiale, di una semplicità assoluta, il grado zero delle
esperienze — eppure l’affronto con passione, e bevo la mia
acqua, tutta d’un fiato, e me la godo, sempre uguale, sempre
perfetta, e ne esco appagato. Questo perché io sono acqua,
appartengo al suo magico ciclo, e perciò ho sempre sete. An-che voi — è uguale per tutti — fateci caso: voi in questo mo-mento avete sete. Magari non ci facevate caso — l’acqua non
genera ansia — ma adesso che ci pensate sì, avete sete. Un
bicchier d’acqua: vi è venuta voglia di berlo anche voi. Be’,
fatelo. Non c’è nessuna ragione per privarsi di questo piace-re. Alzatevi e bevetelo anche voi: sarà un’esperienza comple-ta e appagante, come lo è stata per me.
In mezzo a questi due momenti, il momento alfa del cozzo
fatale e il momento omega del nostro bicchier d’acqua, sta
tutto il movimento del creato. Ci stanno drammi e trionfi,
stragi e proliferazioni, declini ed evoluzioni, speculazioni,
estinzioni, mutazioni, esodi, migrazioni, guerre, ingiustizie,
rivolte, scoperte e miracoli divini; ci sta la distribuzione fatta
dalla natura, violenta e casuale, dominante, indifferente, diri-mente, e quella fatta dalle bestie, più utilitaristica e ingegno-sa; ci sta la funesta modificazione del ciclo prodotta dalle
azioni dell’uomo e la paziente, ostinata capacità del ciclo di
autorigenerarsi; ci stanno la Storia e la Geografia, le Scienze,
la Poesia, la Fisica, la Biologia, la Chimica, la Matematica, l’Ar-cheologia — e ci sta la nuda esperienza del castoro, il liquido
intelletto del pesce, la sapienza del campesino analfabeta.
Ciò che ci riporta dritti all’inizio, non più a una semplice bat-tuta di spirito, adesso, ma a un vero e proprio assioma —
l’Assioma di Lenny Bruce: tutto può essere ridotto in polve-re, e tutto in polvere sarà ridotto. Tranne l’acqua.
molto bene da una battuta di Lenny Bruce: «Ho
inventato l’acqua in polvere ma non so in cosa
scioglierla». Non c’è nulla di precedente, ecco —
o meglio, tutto ciò che c’è stato di precedente
all’acqua era solo un tentativo di raggiungere la
sua perfetta semplicità. Immaginiamo il caos primordiale:
c’è già tutto, in realtà, ma ogni particella di ogni elemento
vaga a caso nel vuoto, si scontra con altre particelle, forma
inutili molecole e nulla accade. Così per milioni di anni. Poi,
un giorno, due laboriosi atomi di ossigeno si scontrano tra
di loro nel preciso momento in cui vengono centrati da un
atomo di idrogeno, estroso e vagabondo — e in quel preciso
momento, successivo a miliardi di miliardi di altri momenti
in cui gli atomi si sono scontrati a due, tre, quattro, mille
per volta senza produrre nulla — in quel preciso momento
comincia tutto. Non è solo vita, è anche una lezione di vita,
nel senso che l’evento alfa contiene contemporaneamente
tutta la complessità e tutta la semplicità di qualunque pro-cesso vitale. Troppo semplice non funziona. Troppo compli-cato nemmeno. Tutti e due i modi insieme invece sì — sem-plice e complesso funziona. Il prima è cancellato: si comin-cia da qui.
Ora pensiamo al bicchiere d’acqua che sto per bere. Sapete
tutti benissimo la sensazione che mi procurerà: conoscete la
consistenza dell’acqua al contatto con le cellule della cavità
orale, conoscete la sua temperatura, sapete che le mie papille
gustative resteranno inoperose, perché non avrà sapore. Ec-co, ora lo bevo. D’un tratto sono alle prese con un’esperienza
primordiale, di una semplicità assoluta, il grado zero delle
esperienze — eppure l’affronto con passione, e bevo la mia
acqua, tutta d’un fiato, e me la godo, sempre uguale, sempre
perfetta, e ne esco appagato. Questo perché io sono acqua,
appartengo al suo magico ciclo, e perciò ho sempre sete. An-che voi — è uguale per tutti — fateci caso: voi in questo mo-mento avete sete. Magari non ci facevate caso — l’acqua non
genera ansia — ma adesso che ci pensate sì, avete sete. Un
bicchier d’acqua: vi è venuta voglia di berlo anche voi. Be’,
fatelo. Non c’è nessuna ragione per privarsi di questo piace-re. Alzatevi e bevetelo anche voi: sarà un’esperienza comple-ta e appagante, come lo è stata per me.
In mezzo a questi due momenti, il momento alfa del cozzo
fatale e il momento omega del nostro bicchier d’acqua, sta
tutto il movimento del creato. Ci stanno drammi e trionfi,
stragi e proliferazioni, declini ed evoluzioni, speculazioni,
estinzioni, mutazioni, esodi, migrazioni, guerre, ingiustizie,
rivolte, scoperte e miracoli divini; ci sta la distribuzione fatta
dalla natura, violenta e casuale, dominante, indifferente, diri-mente, e quella fatta dalle bestie, più utilitaristica e ingegno-sa; ci sta la funesta modificazione del ciclo prodotta dalle
azioni dell’uomo e la paziente, ostinata capacità del ciclo di
autorigenerarsi; ci stanno la Storia e la Geografia, le Scienze,
la Poesia, la Fisica, la Biologia, la Chimica, la Matematica, l’Ar-cheologia — e ci sta la nuda esperienza del castoro, il liquido
intelletto del pesce, la sapienza del campesino analfabeta.
Ciò che ci riporta dritti all’inizio, non più a una semplice bat-tuta di spirito, adesso, ma a un vero e proprio assioma —
l’Assioma di Lenny Bruce: tutto può essere ridotto in polve-re, e tutto in polvere sarà ridotto. Tranne l’acqua.
2015, dimezzare la sete del mondo
L
a salute del mondo acquatico si
può raffigurare come un’onda,
con i suoi picchi problematici, le
sue discese confortanti, persino
per la sua elasticità che sfida le
previsioni più fosche. Di acqua ce
n’è sempre meno, ma da almeno un secolo
si moltiplicano gli accordi tra i Paesi per
condividerla; quasi un miliardo di persone
non ha accesso alla potabile e, ogni anno, in
sei milioni perdono la vita a casa della sua
scarsità. È stato nel 2010 che l’assemblea ge-nerale delle Nazioni Unite ha deciso di dedi-care tutto il 2013 a questo tema.
E oggi la Giornata Mondiale dell’Acqua,
istituita nel 1992, diventa un cardine intor-no al quale, per tutto l’anno, ruoteranno in-contri, festival, dibattiti. Un messaggio lun-go, dunque, coordinato dall’Unesco, che
passa dal Projeto Biodiversidade a Rio Gran-de do Sul, in Brasile (il 10 maggio) al Semi-nar Water Management a Bissau, in agosto.
C’è il Reel Water Film Festival, nel Wiscon-sin, e c’è lo SciFest 2013 in Finlandia. Inizia-tive ovviamente anche oggi: restando in Ita-lia, a Firenze c’è un flash mob virtuale e a
Roma l’Accademia dei Lincei propone il te-ma delle calamità idrogeologiche (informa-zioni sul sito unwater.org). Uno degli obiet-tivi del programma di Sviluppo del Millen-nio delle Nazioni Unite è quello di rendere
«l’onda» meno bizzosa e più stabile. Con il
contributo di tutti i Paesi, perché tutti sono
coinvolti.
La prevenzione dei conflitti
«Cooperazione per l’acqua significa fare
un passo avanti verso la prevenzione dei
conflitti e la ripartizione delle risorse idri-che — afferma Alice Aureli, del Programma
idrologico internazionale dell’Unesco — E
la sfida immediata è quella di dimezzare, en-tro il 2015, la percentuale della popolazione
mondiale che non ha accesso all’acqua pota-bile e ai servizi igienico-sanitari di base». Se
è vero che, stando alle ultime ricerche del-l’Onu, servirebbero tre pianeti e mezzo co-me il nostro per soddisfare le attuali esigen-ze della Terra (se tutti, nel mondo, vivessi-mo come i Nordamericani e gli Europei), è
anche vero che passi avanti, in questi anni
di sensibilizzazione intensa, sono stati fatti.
«I prelievi di acqua sono diminuiti in gran
parte dell’Europa occidentale — continua
Aureli —. La gestione delle risorse idriche è
migliorata grazie soprattutto alla crescita
delle capacita tecnico-scientifiche dei gesto-ri».
Ma l’onda metaforica non è affatto univo-ca, anzi, si presenta con lunghezze diverse
al suo interno. Ci sono, per esempio, delle
differenze tra Stati occidentali ad economie
avanzate. «In Canada — continua la ricerca-trice — i prelievi idrici totali sono aumenta-ti costantemente nel corso degli ultimi de-cenni, mentre sono stati relativamente co-stanti negli Stati Uniti a partire dalla metà
degli anni Ottanta, questo nonostante la
continua crescita della popolazione». Eppu-re, alla fine, l’onda è un’onda. Sale e scende
in autonomia, seguendo le lune del mare,
come nei quadri del pittore russo Il’ja Re-pin. E così fanno paura i Paesi in ascesa,
quelle economie emergenti che consumano
risorse idriche per la costante fame di ener-gia. Questione di dettagli, inesorabili, in-scritti nel futuro prossimo: molte popolazio-ni passano rapidamente da un’alimentazio-ne a base di vegetali e cereali a un’altra che
si impernia su latticini e proteine. È qui che
il bisogno di acqua si alza a dismisura. E poi
ci sono i casi a parte. «Nonostante la marca-ta transizione verso una economia postin-dustriale, la domanda di acqua rimane ele-vata in Europa orientale, Asia centrale e il
Caucaso». Ne hanno bisogno per l’agricoltu-ra e per l’attività estrattiva dei minerali.
Quelle acque «invisibili»
L’agricoltura e l’industria, ovviamente,
sono oggetto di un insistente monitorag-gio. La lavorazione della terra «assorbe» il
70 per cento dell’uso di acqua dolce e si pre-vede che aumenterà del 19 per cento nel
2050. Certo, servono tecnologie più raffina-te per evitare la cannibalizzazione delle ri-sorse, però le sfide delle Nazioni Unite sono
come i fiumi carsici: affiorano intempestive
e sorprendenti. «Per esempio — dice Aureli
— c’è il nodo dell’estrazione delle acque in-visibili, sotterranee. L’Unesco ha calcolato
che esistono quasi 500 bacini acquiferi tran-sfrontalieri nel mondo. Dalla gestione con-divisa e pacifica di queste risorse dipenderà
la sicurezza idrica e alimentare di molti di
noi nei prossimi anni».
Già, quell’acqua «invisibile» che attraver-sa i confini e che causa conflitti, da scioglie-re con delicate trattative internazionali. Ma
sono punti scottanti. Si pensi solo alla falda
che corre dal confine libico sotto il Darfur
verso il Nilo. Nel conflitto arabo-israeliano,
la spartizione e l’uso delle risorse idriche è
fra le questioni chiave. Nel suo libro Le guer-re dell’acqua , l’attivista indiana Vandana
Shiva fa notare che molte guerre nate dalla
corsa all’acqua vengono fatte passare per
conflitti etnici o religiosi. E non è casuale
che, nel nostro Paese, una delle discussioni
più accese degli ultimi mesi sia nata intor-no all’ipotesi della privatizzazione della ri-sorsa idrica. Infine, c’è il problema della de-sertificazione di intere aree. «L’evoluzione
climatica sta facendo peggiorare le condizio-ni di aridità in molti Paesi — dice Alice Au-reli — A livello globale, la desertificazione,
il degrado del suolo e la siccità colpiscono
un miliardo e mezzo di persone. Fenomeni
di maggiore impatto in Africa, continente
considerato desertico per due terzi».
L’educazione al risparmio
Insomma, dell’acqua si avverte un biso-gno continuo, sempre per nuovi scopi (per
dire, è fondamentale nelle manifatture ad al-ta tecnologia e per la produzione di energia
idroelettrica). Ecco perché L’Onu sottolinea
l’importanza dell’impegno individuale, di
una profonda educazione al risparmio delle
risorse a cominciare dall’infanzia. «Già —
conclude la ricercatrice —. Nonostante i
passi avanti, bisogna fare ancora molto. La
lotta agli sprechi non è ancora una realtà
nei Paesi occidentali: a tutt’oggi i sistemi ur-bani e industriali non si possono considera-re realmente effettivi nel risparmio idrico
a salute del mondo acquatico si
può raffigurare come un’onda,
con i suoi picchi problematici, le
sue discese confortanti, persino
per la sua elasticità che sfida le
previsioni più fosche. Di acqua ce
n’è sempre meno, ma da almeno un secolo
si moltiplicano gli accordi tra i Paesi per
condividerla; quasi un miliardo di persone
non ha accesso alla potabile e, ogni anno, in
sei milioni perdono la vita a casa della sua
scarsità. È stato nel 2010 che l’assemblea ge-nerale delle Nazioni Unite ha deciso di dedi-care tutto il 2013 a questo tema.
E oggi la Giornata Mondiale dell’Acqua,
istituita nel 1992, diventa un cardine intor-no al quale, per tutto l’anno, ruoteranno in-contri, festival, dibattiti. Un messaggio lun-go, dunque, coordinato dall’Unesco, che
passa dal Projeto Biodiversidade a Rio Gran-de do Sul, in Brasile (il 10 maggio) al Semi-nar Water Management a Bissau, in agosto.
C’è il Reel Water Film Festival, nel Wiscon-sin, e c’è lo SciFest 2013 in Finlandia. Inizia-tive ovviamente anche oggi: restando in Ita-lia, a Firenze c’è un flash mob virtuale e a
Roma l’Accademia dei Lincei propone il te-ma delle calamità idrogeologiche (informa-zioni sul sito unwater.org). Uno degli obiet-tivi del programma di Sviluppo del Millen-nio delle Nazioni Unite è quello di rendere
«l’onda» meno bizzosa e più stabile. Con il
contributo di tutti i Paesi, perché tutti sono
coinvolti.
La prevenzione dei conflitti
«Cooperazione per l’acqua significa fare
un passo avanti verso la prevenzione dei
conflitti e la ripartizione delle risorse idri-che — afferma Alice Aureli, del Programma
idrologico internazionale dell’Unesco — E
la sfida immediata è quella di dimezzare, en-tro il 2015, la percentuale della popolazione
mondiale che non ha accesso all’acqua pota-bile e ai servizi igienico-sanitari di base». Se
è vero che, stando alle ultime ricerche del-l’Onu, servirebbero tre pianeti e mezzo co-me il nostro per soddisfare le attuali esigen-ze della Terra (se tutti, nel mondo, vivessi-mo come i Nordamericani e gli Europei), è
anche vero che passi avanti, in questi anni
di sensibilizzazione intensa, sono stati fatti.
«I prelievi di acqua sono diminuiti in gran
parte dell’Europa occidentale — continua
Aureli —. La gestione delle risorse idriche è
migliorata grazie soprattutto alla crescita
delle capacita tecnico-scientifiche dei gesto-ri».
Ma l’onda metaforica non è affatto univo-ca, anzi, si presenta con lunghezze diverse
al suo interno. Ci sono, per esempio, delle
differenze tra Stati occidentali ad economie
avanzate. «In Canada — continua la ricerca-trice — i prelievi idrici totali sono aumenta-ti costantemente nel corso degli ultimi de-cenni, mentre sono stati relativamente co-stanti negli Stati Uniti a partire dalla metà
degli anni Ottanta, questo nonostante la
continua crescita della popolazione». Eppu-re, alla fine, l’onda è un’onda. Sale e scende
in autonomia, seguendo le lune del mare,
come nei quadri del pittore russo Il’ja Re-pin. E così fanno paura i Paesi in ascesa,
quelle economie emergenti che consumano
risorse idriche per la costante fame di ener-gia. Questione di dettagli, inesorabili, in-scritti nel futuro prossimo: molte popolazio-ni passano rapidamente da un’alimentazio-ne a base di vegetali e cereali a un’altra che
si impernia su latticini e proteine. È qui che
il bisogno di acqua si alza a dismisura. E poi
ci sono i casi a parte. «Nonostante la marca-ta transizione verso una economia postin-dustriale, la domanda di acqua rimane ele-vata in Europa orientale, Asia centrale e il
Caucaso». Ne hanno bisogno per l’agricoltu-ra e per l’attività estrattiva dei minerali.
Quelle acque «invisibili»
L’agricoltura e l’industria, ovviamente,
sono oggetto di un insistente monitorag-gio. La lavorazione della terra «assorbe» il
70 per cento dell’uso di acqua dolce e si pre-vede che aumenterà del 19 per cento nel
2050. Certo, servono tecnologie più raffina-te per evitare la cannibalizzazione delle ri-sorse, però le sfide delle Nazioni Unite sono
come i fiumi carsici: affiorano intempestive
e sorprendenti. «Per esempio — dice Aureli
— c’è il nodo dell’estrazione delle acque in-visibili, sotterranee. L’Unesco ha calcolato
che esistono quasi 500 bacini acquiferi tran-sfrontalieri nel mondo. Dalla gestione con-divisa e pacifica di queste risorse dipenderà
la sicurezza idrica e alimentare di molti di
noi nei prossimi anni».
Già, quell’acqua «invisibile» che attraver-sa i confini e che causa conflitti, da scioglie-re con delicate trattative internazionali. Ma
sono punti scottanti. Si pensi solo alla falda
che corre dal confine libico sotto il Darfur
verso il Nilo. Nel conflitto arabo-israeliano,
la spartizione e l’uso delle risorse idriche è
fra le questioni chiave. Nel suo libro Le guer-re dell’acqua , l’attivista indiana Vandana
Shiva fa notare che molte guerre nate dalla
corsa all’acqua vengono fatte passare per
conflitti etnici o religiosi. E non è casuale
che, nel nostro Paese, una delle discussioni
più accese degli ultimi mesi sia nata intor-no all’ipotesi della privatizzazione della ri-sorsa idrica. Infine, c’è il problema della de-sertificazione di intere aree. «L’evoluzione
climatica sta facendo peggiorare le condizio-ni di aridità in molti Paesi — dice Alice Au-reli — A livello globale, la desertificazione,
il degrado del suolo e la siccità colpiscono
un miliardo e mezzo di persone. Fenomeni
di maggiore impatto in Africa, continente
considerato desertico per due terzi».
L’educazione al risparmio
Insomma, dell’acqua si avverte un biso-gno continuo, sempre per nuovi scopi (per
dire, è fondamentale nelle manifatture ad al-ta tecnologia e per la produzione di energia
idroelettrica). Ecco perché L’Onu sottolinea
l’importanza dell’impegno individuale, di
una profonda educazione al risparmio delle
risorse a cominciare dall’infanzia. «Già —
conclude la ricercatrice —. Nonostante i
passi avanti, bisogna fare ancora molto. La
lotta agli sprechi non è ancora una realtà
nei Paesi occidentali: a tutt’oggi i sistemi ur-bani e industriali non si possono considera-re realmente effettivi nel risparmio idrico
Quel mare d’acqua che mangiamo
na grande abbuffata è un’indi-gestione d’acqua. Più che ver-de, stavolta serve il pollice az-zurro. Perché nel cibo che man-giamo c’è acqua. Un mare d’ac-qua virtuale. Racchiusa in un
piatto di spaghetti o in un hamburger, bevu-ta inconsciamente come una tazzina di caf-fè. Ingerita senza neanche berla, ma è stata
necessaria a produrre quello che stiamo
mangiando. Basta un dato per capirne le pro-porzioni. L’acqua che utilizziamo ogni gior-no per uso domestico, quella che vediamo
scorrere dai rubinetti, è pari a 157 litri. Ne
mangiamo invece 3500. Il 90 per cento del-l’acqua che usiamo è nascosta dietro al cibo.
«In Italia c’era un buco informativo profon-dissimo, per questo tornando qui dopo
un’esperienza di ricerca a Londra abbiamo
deciso di portarci dietro qualcosa che potes-se essere utile per il nostro paese», racconta
Francesca Greco, 35 anni. Nata a Orvieto, ha
conosciuto Marta Antonelli, 28 anni, prima
come compagna di studi a Londra poi di
penna dopo un caffè bevuto al Caffè Torret-ta di Roma. «All’estero si parla di acqua vir-tuale da una quindicina d’anni: le istituzio-ni, le casalinghe che fanno la spesa, ma so-prattutto le multinazionali che ormai lavora-no per abbattere gli sprechi dei loro processi
produttivi», spiega Greco.
In Olanda, in Inghilterra e in generale nei
paesi nordici hanno mappato i loro cibi per
spiegare l’impatto liquido di ogni boccone in-gerito. La sensazione è che l’ondata green
che ha mosso coscienze anche in Italia si li-miti allo spreco tangibile. Spegnere una luce
inutilizzata, usare un’auto elettrica, accorcia-re i tempi di una doccia, magari chiudendo il
rubinetto mentre ci si insapona.
Ma l’acqua virtuale è invisibile. Per questo
molti non fanno nemmeno in tempo a sentir-si in colpa quando si siedono a tavola. In que-sto senso un vegetariano può avere la co-scienza più pulita. La sua cena tipo «costa»
1500 litri d’acqua: 4100 litri quella di chi ha
una dieta carnivora. La carne, soprattutto
quella rossa di animali allevati in modo in-tensivo, ha il maggior impatto. Meno
idro-esigente è il pollame. Per questo sono
utili gli sforzi di movimenti come Slow Food
che tutelano l’identità territoriale, la tenden-za crescente a valorizzare i cibi a chilometro
zero. «Per limitare il mio impatto nella vita
reale, mangio carne solo due volte a settima-na e la compro in un posto fidato vicino a
Viterbo, accorciando la distanza tra la mia ta-vola e chi produce», spiega Antonelli.
L’unico modo per raddrizzare una situazio-ne che, stante la crisi idrica del pianeta e il
costante aumento demografico, può solo peg-giorare, è riappropriarsi del valore dell’ac-qua. A Bali, ad esempio, dove l’acqua per via
delle piogge a cascata non manca, con il siste-ma dei Subak per irrigare il riso il rispetto del-l’acqua è diventato qualcosa di sociale e reli-gioso. «Si migliora facendone un uso consa-pevole, perché non tutta l’acqua è uguale —
spiega Greco —. Tony Allan, ideatore del con-cetto di "virtuale", la chiama desocializzazio-ne: il rapporto con l’acqua va ripensato, cer-cando di utilizzare per produrre alimenti so-prattutto l’acqua verde, quella da fonte piova-na o l’acqua blu, comunque rinnovabile, da
laghi, fiumi, falde sotterranee». Sfatato quin-di il (falso) mito che due gocce d’acqua siano
per forza uguali, vien da chiedersi a chi an-drebbe inoltrata una preghiera. Più al gover-no o a un bambino da educare a consumi in-telligenti? I concetti non sono difficili: chi si
occupa di agricoltura li conosce da sempre.
Con la politica si può gestire l’acqua pubbli-ca, quella poi utilizzata nelle case. In tal senso
le campagne di sensibilizzazione, oltre che il
referendum sull’acqua, hanno smosso le co-scienze, ma quella per uso domestico resta
una battaglia di una guerra più grande. «Sfor-zi maggiori andrebbero fatti dalle multinazio-nali, aggiungendo sull’etichetta l’impronta
idrica come avviene per grassi e proteine», di-ce Antonelli. Alcune aziende italiane, come
Barilla per la pasta e Mutti per le conserve di
pomodoro, l’hanno fatto.
L’Italia è il terzo importatore al mondo di
acqua virtuale. «Fa parte del nostro stile di
vita poco olistico: non siamo padroni di quel-lo che mangiamo», spiega Greco. La sfida sta
quindi nel migliorare la qualità dell’acqua
che consumiamo. Perché mangiando l’acqua
degli altri rischiamo di creare povertà senza
saperlo. «Per esempio se importiamo quella
di beduini che nel deserto non hanno acqua
rinnovabile», dice Greco che confessa di es-sere scappata dall’Italia perché è l’unico pae-se dove non esiste una cattedra di politiche
idriche in nessuna università e manca un mi-nistro dell’Acqua. In Africa, una piscina natu-rale che per povertà strutturale non riesce a
sfruttarla, ogni paese ne ha uno.
«Abbiamo scritto il libro in due mesi, di
slancio, raccogliendo informazioni e contri-buti per portare qui quello che all’estero è
noto e rispettato — concludono le due ricer-catrici —. Sarebbe bello diventasse una piat-taforma per aprire un dibattito che eviti che
questo Paese fra vent’anni sia molto meno
liquido».
piatto di spaghetti o in un hamburger, bevu-ta inconsciamente come una tazzina di caf-fè. Ingerita senza neanche berla, ma è stata
necessaria a produrre quello che stiamo
mangiando. Basta un dato per capirne le pro-porzioni. L’acqua che utilizziamo ogni gior-no per uso domestico, quella che vediamo
scorrere dai rubinetti, è pari a 157 litri. Ne
mangiamo invece 3500. Il 90 per cento del-l’acqua che usiamo è nascosta dietro al cibo.
«In Italia c’era un buco informativo profon-dissimo, per questo tornando qui dopo
un’esperienza di ricerca a Londra abbiamo
deciso di portarci dietro qualcosa che potes-se essere utile per il nostro paese», racconta
Francesca Greco, 35 anni. Nata a Orvieto, ha
conosciuto Marta Antonelli, 28 anni, prima
come compagna di studi a Londra poi di
penna dopo un caffè bevuto al Caffè Torret-ta di Roma. «All’estero si parla di acqua vir-tuale da una quindicina d’anni: le istituzio-ni, le casalinghe che fanno la spesa, ma so-prattutto le multinazionali che ormai lavora-no per abbattere gli sprechi dei loro processi
produttivi», spiega Greco.
In Olanda, in Inghilterra e in generale nei
paesi nordici hanno mappato i loro cibi per
spiegare l’impatto liquido di ogni boccone in-gerito. La sensazione è che l’ondata green
che ha mosso coscienze anche in Italia si li-miti allo spreco tangibile. Spegnere una luce
inutilizzata, usare un’auto elettrica, accorcia-re i tempi di una doccia, magari chiudendo il
rubinetto mentre ci si insapona.
Ma l’acqua virtuale è invisibile. Per questo
molti non fanno nemmeno in tempo a sentir-si in colpa quando si siedono a tavola. In que-sto senso un vegetariano può avere la co-scienza più pulita. La sua cena tipo «costa»
1500 litri d’acqua: 4100 litri quella di chi ha
una dieta carnivora. La carne, soprattutto
quella rossa di animali allevati in modo in-tensivo, ha il maggior impatto. Meno
idro-esigente è il pollame. Per questo sono
utili gli sforzi di movimenti come Slow Food
che tutelano l’identità territoriale, la tenden-za crescente a valorizzare i cibi a chilometro
zero. «Per limitare il mio impatto nella vita
reale, mangio carne solo due volte a settima-na e la compro in un posto fidato vicino a
Viterbo, accorciando la distanza tra la mia ta-vola e chi produce», spiega Antonelli.
L’unico modo per raddrizzare una situazio-ne che, stante la crisi idrica del pianeta e il
costante aumento demografico, può solo peg-giorare, è riappropriarsi del valore dell’ac-qua. A Bali, ad esempio, dove l’acqua per via
delle piogge a cascata non manca, con il siste-ma dei Subak per irrigare il riso il rispetto del-l’acqua è diventato qualcosa di sociale e reli-gioso. «Si migliora facendone un uso consa-pevole, perché non tutta l’acqua è uguale —
spiega Greco —. Tony Allan, ideatore del con-cetto di "virtuale", la chiama desocializzazio-ne: il rapporto con l’acqua va ripensato, cer-cando di utilizzare per produrre alimenti so-prattutto l’acqua verde, quella da fonte piova-na o l’acqua blu, comunque rinnovabile, da
laghi, fiumi, falde sotterranee». Sfatato quin-di il (falso) mito che due gocce d’acqua siano
per forza uguali, vien da chiedersi a chi an-drebbe inoltrata una preghiera. Più al gover-no o a un bambino da educare a consumi in-telligenti? I concetti non sono difficili: chi si
occupa di agricoltura li conosce da sempre.
Con la politica si può gestire l’acqua pubbli-ca, quella poi utilizzata nelle case. In tal senso
le campagne di sensibilizzazione, oltre che il
referendum sull’acqua, hanno smosso le co-scienze, ma quella per uso domestico resta
una battaglia di una guerra più grande. «Sfor-zi maggiori andrebbero fatti dalle multinazio-nali, aggiungendo sull’etichetta l’impronta
idrica come avviene per grassi e proteine», di-ce Antonelli. Alcune aziende italiane, come
Barilla per la pasta e Mutti per le conserve di
pomodoro, l’hanno fatto.
L’Italia è il terzo importatore al mondo di
acqua virtuale. «Fa parte del nostro stile di
vita poco olistico: non siamo padroni di quel-lo che mangiamo», spiega Greco. La sfida sta
quindi nel migliorare la qualità dell’acqua
che consumiamo. Perché mangiando l’acqua
degli altri rischiamo di creare povertà senza
saperlo. «Per esempio se importiamo quella
di beduini che nel deserto non hanno acqua
rinnovabile», dice Greco che confessa di es-sere scappata dall’Italia perché è l’unico pae-se dove non esiste una cattedra di politiche
idriche in nessuna università e manca un mi-nistro dell’Acqua. In Africa, una piscina natu-rale che per povertà strutturale non riesce a
sfruttarla, ogni paese ne ha uno.
«Abbiamo scritto il libro in due mesi, di
slancio, raccogliendo informazioni e contri-buti per portare qui quello che all’estero è
noto e rispettato — concludono le due ricer-catrici —. Sarebbe bello diventasse una piat-taforma per aprire un dibattito che eviti che
questo Paese fra vent’anni sia molto meno
liquido».
ndia, due paladini contro i paradossi
L
o chiamano the water man perché
un giorno di trent’anni fa comin-ciò a scavare una vasca di raccolta
per l’acqua piovana nelle aride col-line del Rajasthan orientale e da al-lora non si è più fermato. Rajendra
Singh era un fresco laureato in medicina tra-dizionale, ispirato da Gandhi, che voleva apri-re una clinica in una zona remota. Un anzia-no del luogo gli disse: «La prima cosa che ser-ve è l’acqua». Il vecchio consigliò quanto fa-cevano i suoi padri. Il medico Rajendra co-minciò a scavare. Un giorno sei ore, un altro
otto. Scavò per quattro anni. Finì il primo ba-cino ( johad ) giusto in tempo per l’arrivo del
monsone.The water mancon la sua ong sca-vò ancora. Oggi lui ha 53 anni e i suoi bacini
di raccolta (i tankas ) sono 8.600: rifornisco-no mille villaggi e hanno rivitalizzato cinque
fiumi del Rajasthan. Rajendra è famoso. È
consulente del governo, siede nel comitato
per la conservazione del grande fiume Gan-ge. Ma questo non vuol dire (anzi) che l’emer-genza sia finita.
L’India in trent’anni è diventata una poten-za. Ma continua ad essere afflitta da crisi idri-ca come quando Singh scavò il suo primo
johad . Crisi cronica che mette a rischio lo svi-luppo. Anche sotto questo aspetto il Subcon-tinente è lo specchio e il laboratorio della
grande sete che minaccia la Terra. Da qui al
2030 l’India dovrà raddoppiare la propria di-sponibilità d’acqua per tenere il passo con
l’aumento della popolazione. Anche l’elefan-te del potere se n’è accorto. Pochi giorni fa il
governo di New Delhi ha proposto di aumen-tare del 17% (2,8 miliardi di dollari) il budget
del ministero dell’Acqua potabile e delle fo-gnature. Il Paese può contare sul 4% dell’ac-qua dolce dell’intero pianeta a fronte di un
numero di abitanti pari al 16% del totale mon-diale. L’oro azzurro non manca solo nelle
campagne. Dai rubinetti della capitale esce in
media tre ore al giorno, anche se l’acquedot-to pompa dalle falde una quantità pro capite
maggiore rispetto a molte città europee. Il
problema sono le ciclopiche perdite di una re-te insufficiente e decrepita: dal 30 al 70% va
sprecato prima di arrivare ai rubinetti. Nessu-na città indiana gode di questo lusso: acqua
ogni giorno, 24 ore al giorno. A New Delhi
molti abitanti (compresi politici e funzionari
pubblici secondo l’ Economist ) installano
pompe supplementari e scavano pozzi abusi-vi. Un fai da te incontrollato che riduce le fal-de e costa. Quanto? Secondo Smita Misra,
economista della World Bank, tre volte la ci-fra necessaria per sistemare la rete idrica.
In India i paradossi idrici brillano più che
altrove. Come spiegare che a Cherrapunji nel
nord-est del Paese, uno dei luoghi più bagna-ti del mondo dove cadono 12 metri di piog-gia all’anno, le donne nella stagione secca
(novembre-marzo) fanno chilometri a piedi
per procurarsi l’acqua per la famiglia? Da
quelle parti il verbo di Rajendra Singh non ha
attecchito. La vicenda diwater man è ancora
più singolare considerando che in India pro-cacciarsi l’acqua è tradizionalmente compito
delle donne. Certo non è pensabile che i biso-gni idrici di 1,2 miliardi (e più) di persone
possano essere soddisfatti scavando bacini
di raccolta della pioggia (anche se a Cherra-punji, per esempio, potrebbero aiutare a con-servare quei 12 metri di benedizione rapida
che viene dal cielo). Però conservazione e rici-clo sono le parole d’ordine dei guru high tech
che si occupano di sostenibilità idrica da
Stoccolma a New York. È vero che il Paese
dei monsoni deve affrontare un problema di
timing non indifferente: metà delle precipita-zioni annue si concentrano in un paio di setti-mane tra luglio e agosto.
Troppa acqua in poco tempo (come da
noi?). Un altro paradosso lo spiega Tatiana
Gallego-Lizon dell’Asian Development Bank:
troppi rubinetti, poche fogne. Le famiglie
spendono per l’acqua potabile ma non per i
più costosi sistemi di allacciamento alla rete
fognaria. I rifiuti finiscono nei fiumi e nelle
falde. L’acqua resta (paradossalmente anche
più di prima) veicolo di malattie mortali.
Ecco perché oltre alwater man, serve il toi-let man . L’India (dove la maggioranza della
popolazione non dispone di servizi igienici)
ne ha uno di prim’ordine (premiato dall’auto-revole Water Institute di Stoccolma). Il dot-tor Bindeshwar Pathak si definisce un «socio-logo d’azione», ha fondato la Sulabh Interna-tional Social Service Organization. Famiglia
di bramini, 70 anni, Pathak è un pioniere del-la toilet low cost e soprattutto a basso consu-mo. Dieci milioni di indiani (non abbastan-za) usano le latrine Sulabh installate in 7.500
villaggi. Latrine pubbliche consigliate anche
dall’Onu. Necessitano di un litro e mezzo
d’acqua per lo sciacquone (contro gli almeno
10 litri delle latrine normali) e possono pro-durre biogas per riscaldamento, cucina, ener-gia elettrica etc. Gli sciacquoni risparmiosi di
toilet man (come le vasche di water man )
non bastano. Ma questa è la strada. Lotta allo
spreco, riciclo. I politici (non solo in India) e
quanti pompano privatamente acqua dalle
falde dovrebbero capirlo. Anche chi ha sbrai-tato quando Pathak ha difeso il «blasfemo»
ministro dello sviluppo rurale e il suo atto
d’accusa: l’India ha più templi che bagni.
Michele Farina
mfarina@corriere.it
o chiamano the water man perché
un giorno di trent’anni fa comin-ciò a scavare una vasca di raccolta
per l’acqua piovana nelle aride col-line del Rajasthan orientale e da al-lora non si è più fermato. Rajendra
Singh era un fresco laureato in medicina tra-dizionale, ispirato da Gandhi, che voleva apri-re una clinica in una zona remota. Un anzia-no del luogo gli disse: «La prima cosa che ser-ve è l’acqua». Il vecchio consigliò quanto fa-cevano i suoi padri. Il medico Rajendra co-minciò a scavare. Un giorno sei ore, un altro
otto. Scavò per quattro anni. Finì il primo ba-cino ( johad ) giusto in tempo per l’arrivo del
monsone.The water mancon la sua ong sca-vò ancora. Oggi lui ha 53 anni e i suoi bacini
di raccolta (i tankas ) sono 8.600: rifornisco-no mille villaggi e hanno rivitalizzato cinque
fiumi del Rajasthan. Rajendra è famoso. È
consulente del governo, siede nel comitato
per la conservazione del grande fiume Gan-ge. Ma questo non vuol dire (anzi) che l’emer-genza sia finita.
L’India in trent’anni è diventata una poten-za. Ma continua ad essere afflitta da crisi idri-ca come quando Singh scavò il suo primo
johad . Crisi cronica che mette a rischio lo svi-luppo. Anche sotto questo aspetto il Subcon-tinente è lo specchio e il laboratorio della
grande sete che minaccia la Terra. Da qui al
2030 l’India dovrà raddoppiare la propria di-sponibilità d’acqua per tenere il passo con
l’aumento della popolazione. Anche l’elefan-te del potere se n’è accorto. Pochi giorni fa il
governo di New Delhi ha proposto di aumen-tare del 17% (2,8 miliardi di dollari) il budget
del ministero dell’Acqua potabile e delle fo-gnature. Il Paese può contare sul 4% dell’ac-qua dolce dell’intero pianeta a fronte di un
numero di abitanti pari al 16% del totale mon-diale. L’oro azzurro non manca solo nelle
campagne. Dai rubinetti della capitale esce in
media tre ore al giorno, anche se l’acquedot-to pompa dalle falde una quantità pro capite
maggiore rispetto a molte città europee. Il
problema sono le ciclopiche perdite di una re-te insufficiente e decrepita: dal 30 al 70% va
sprecato prima di arrivare ai rubinetti. Nessu-na città indiana gode di questo lusso: acqua
ogni giorno, 24 ore al giorno. A New Delhi
molti abitanti (compresi politici e funzionari
pubblici secondo l’ Economist ) installano
pompe supplementari e scavano pozzi abusi-vi. Un fai da te incontrollato che riduce le fal-de e costa. Quanto? Secondo Smita Misra,
economista della World Bank, tre volte la ci-fra necessaria per sistemare la rete idrica.
In India i paradossi idrici brillano più che
altrove. Come spiegare che a Cherrapunji nel
nord-est del Paese, uno dei luoghi più bagna-ti del mondo dove cadono 12 metri di piog-gia all’anno, le donne nella stagione secca
(novembre-marzo) fanno chilometri a piedi
per procurarsi l’acqua per la famiglia? Da
quelle parti il verbo di Rajendra Singh non ha
attecchito. La vicenda diwater man è ancora
più singolare considerando che in India pro-cacciarsi l’acqua è tradizionalmente compito
delle donne. Certo non è pensabile che i biso-gni idrici di 1,2 miliardi (e più) di persone
possano essere soddisfatti scavando bacini
di raccolta della pioggia (anche se a Cherra-punji, per esempio, potrebbero aiutare a con-servare quei 12 metri di benedizione rapida
che viene dal cielo). Però conservazione e rici-clo sono le parole d’ordine dei guru high tech
che si occupano di sostenibilità idrica da
Stoccolma a New York. È vero che il Paese
dei monsoni deve affrontare un problema di
timing non indifferente: metà delle precipita-zioni annue si concentrano in un paio di setti-mane tra luglio e agosto.
Troppa acqua in poco tempo (come da
noi?). Un altro paradosso lo spiega Tatiana
Gallego-Lizon dell’Asian Development Bank:
troppi rubinetti, poche fogne. Le famiglie
spendono per l’acqua potabile ma non per i
più costosi sistemi di allacciamento alla rete
fognaria. I rifiuti finiscono nei fiumi e nelle
falde. L’acqua resta (paradossalmente anche
più di prima) veicolo di malattie mortali.
Ecco perché oltre alwater man, serve il toi-let man . L’India (dove la maggioranza della
popolazione non dispone di servizi igienici)
ne ha uno di prim’ordine (premiato dall’auto-revole Water Institute di Stoccolma). Il dot-tor Bindeshwar Pathak si definisce un «socio-logo d’azione», ha fondato la Sulabh Interna-tional Social Service Organization. Famiglia
di bramini, 70 anni, Pathak è un pioniere del-la toilet low cost e soprattutto a basso consu-mo. Dieci milioni di indiani (non abbastan-za) usano le latrine Sulabh installate in 7.500
villaggi. Latrine pubbliche consigliate anche
dall’Onu. Necessitano di un litro e mezzo
d’acqua per lo sciacquone (contro gli almeno
10 litri delle latrine normali) e possono pro-durre biogas per riscaldamento, cucina, ener-gia elettrica etc. Gli sciacquoni risparmiosi di
toilet man (come le vasche di water man )
non bastano. Ma questa è la strada. Lotta allo
spreco, riciclo. I politici (non solo in India) e
quanti pompano privatamente acqua dalle
falde dovrebbero capirlo. Anche chi ha sbrai-tato quando Pathak ha difeso il «blasfemo»
ministro dello sviluppo rurale e il suo atto
d’accusa: l’India ha più templi che bagni.
Michele Farina
mfarina@corriere.it
«Le mie montagne senza ghiaccio»
S
enz’acqua la montagna
crolla». Il più grande al-pinista vivente, oggi an-che collezionista d’arte
e contadino, ma soprat-tutto teorico di una nuo-va ecologia, apre, nel suo museo più vasto, il
castello di Firmiano che domina la conca di
Bolzano e si confronta a distanza con il mae-stoso Scilliar, un’inusuale galleria fotografica
sui ghiacciai per lanciare un messaggio forte.
«Sparisce il ghiaccio, si sgretolano le monta-gne. È l’acqua allo stato solido che tiene fer-me le pareti di roccia. Se si scioglie, noi per-diamo qualcosa. Quando ero piccolo cadeva-no solo piccoli pezzi ogni tanto, oggi si stacca-no pietre ogni settimana e talvolta crollano
rocce come grattacieli».
Messner ha le idee ben chiare su come
stanno cambiando le cose e su cosa dovrem-mo fare per evitare il peggio. «Le Dolomiti
erano definite da Le Corbusier le costruzioni
più belle del mondo, nate nel mare come co-ralli. In 50 milioni di anni sono cambiate un
po’ le forme, però il verde dei cirmoli, le mal-ghe e poi la verticalità delle rocce sono sem-pre una combinazione unica».
Un suo ritratto esposto in un altro castel-lo, quello di Brunico, mostra capelli e barba
fluenti che si fondono nella montagna e che
ti immagini fatti apposta per essere mossi
dal vento dell’Himalaya. Lo sguardo è fermo
e convinto, reso ancora più autorevole dalle
ciglia così folte da farlo sembrare forte come
gli alberi le cui chiome sono temprate dai
venti che sferzano le vette. In questi anni ha
aperto cinque musei per raccontare la Monta-gna. Lontano dal dimostrare i suoi 69 anni,
gli occhi che spuntano da quel pelo sono un
vispo concentrato delle immagini che hanno
ammirato nei cinque continenti. Vette, popo-li, deserti e ghiaccio, tanto ghiaccio (compre-so quello dell’Antartide), acqua allo stato so-lido che per lui è talmente importante da
averci dedicato una delle tappe del suo per-corso museale. A Solda, ai piedi dell’Ortles,
un edificio invisibile dall’esterno ospita una
collezione di dipinti e cimeli dove l’acqua e il
ghiaccio sono protagonisti. «Non potevo por-tare la gente in vetta, così ho fatto un museo
dove il ghiaccio si vede, raffigurato nei qua-dri e in tutta la sua magnificenza dall’unica
apertura ricavata sul tetto». Un taglio che
sembra un crepaccio lascia intravedere la vet-ta dell’Ortles, «la montagna cade e noi qui la
sentiamo». Si riferisce al recente crollo della
croce sulla vetta, sgretolatasi per la fusione
del permafrost.
La mostra appena aperta al castello di Fir-miano nell’area delle esposizioni temporanee
racconta per immagini il ritiro dei ghiacciai.
«Se la tendenza continuerà — sostiene l’alpi-nista — gli ecosistemi alpini d’alta quota ne
risentiranno in modo drammatico». Eppure
nelle sue parole non c’è l’ansia dell’allarmi-smo. «Lasciamo agli scienziati il giudizio su
quanto sta accadendo. La terra si è sempre
modificata e io mi rendo conto che sto assi-stendo a una trasformazione straordinaria».
Reinhold Messner non è più solo uno sporti-vo. Ormai è anche il manager dei suoi musei
ma soprattutto il contadino che attorno al
suo castello di Juval coltiva viti da vino e ge-stisce un’azienda agricola modello con un ri-storante a chilometro zero. «Mi sono reso
conto che l’acqua è la chiave delle attività in
montagna, è la vita. Un maso non può soprav-vivere senza acqua, a Juval un acquedotto ri-fornisce il castello da 400 anni. Se il ghiaccia-io della Val Senales si fonde, sono finito...».
Il messaggio che l’alpinista lancia è soprat-tutto una presa di coscienza. «Quando anda-vamo a scalare, noi sulle Alpi non portavamo
neanche la borraccia. Sugli 8.000 avevamo so-lo il fornello per sciogliere la neve, perché se
vai in montagna sai che l’acqua è tutto. L’uo-mo deve rispettare l’acqua perché da lì viene
la vita. Non deve costruire dove si forma e
non deve contaminare». Con il pragmatismo
della gente di montagna, Messner traccia una
linea di confine precisa e invalicabile: oltre i
duemila metri non bisognerebbe stabilire al-cuna attività. «Alla base di tutto c’è il rispetto
per la cultura contadina — precisa Messner
—. Nei miei musei ho parlato dei popoli del
mondo. Per le Alpi ho coinvolto la mia gente,
i sud tirolesi, e i Walser. Essere Walser signifi-ca ricordarci delle tradizioni e rispettare l’am-biente, a partire proprio dall’acqua. I proble-mi che abbiamo con le Alpi sono parecchi.
Molti dalla città vorrebbero usarle solo per
passare il weekend. Altri sognano le Alpi di
Heidi. Io mi batto per la realtà. Abbiamo una
responsabilità, il diritto di tutelare e anche
sfruttare le Alpi dove l’uomo ha sempre lavo-rato. Se il turismo ci porta i mezzi per soprav-vivere è giusto approfittarne. L’allacciamen-to tra turismo e agricoltura è la base per l’eco-nomia di montagna, però oltre una certa quo-ta, dove c’è il ghiacciaio, dove l’acqua si for-ma, l’uomo non deve insediarsi».
Gli allestimenti dei musei rivelano un’este-tica che oscilla tra minimalismo ed esaltazio-ne per la materia: ferro grezzo per le struttu-re, pietra sulle mura e i quadri che si staglia-no come chiazze di colore. Mentre passeggia
di fronte alle tele invita a guardare un paesag-gio alpino sul confine tra il pascolo smeral-do, la roccia rugginosa e il ghiaccio perlato.
Quella mano che ha impugnato una piccozza
su tutte le vette più alte del pianeta vuole ora
accarezzare i colori
enz’acqua la montagna
crolla». Il più grande al-pinista vivente, oggi an-che collezionista d’arte
e contadino, ma soprat-tutto teorico di una nuo-va ecologia, apre, nel suo museo più vasto, il
castello di Firmiano che domina la conca di
Bolzano e si confronta a distanza con il mae-stoso Scilliar, un’inusuale galleria fotografica
sui ghiacciai per lanciare un messaggio forte.
«Sparisce il ghiaccio, si sgretolano le monta-gne. È l’acqua allo stato solido che tiene fer-me le pareti di roccia. Se si scioglie, noi per-diamo qualcosa. Quando ero piccolo cadeva-no solo piccoli pezzi ogni tanto, oggi si stacca-no pietre ogni settimana e talvolta crollano
rocce come grattacieli».
Messner ha le idee ben chiare su come
stanno cambiando le cose e su cosa dovrem-mo fare per evitare il peggio. «Le Dolomiti
erano definite da Le Corbusier le costruzioni
più belle del mondo, nate nel mare come co-ralli. In 50 milioni di anni sono cambiate un
po’ le forme, però il verde dei cirmoli, le mal-ghe e poi la verticalità delle rocce sono sem-pre una combinazione unica».
Un suo ritratto esposto in un altro castel-lo, quello di Brunico, mostra capelli e barba
fluenti che si fondono nella montagna e che
ti immagini fatti apposta per essere mossi
dal vento dell’Himalaya. Lo sguardo è fermo
e convinto, reso ancora più autorevole dalle
ciglia così folte da farlo sembrare forte come
gli alberi le cui chiome sono temprate dai
venti che sferzano le vette. In questi anni ha
aperto cinque musei per raccontare la Monta-gna. Lontano dal dimostrare i suoi 69 anni,
gli occhi che spuntano da quel pelo sono un
vispo concentrato delle immagini che hanno
ammirato nei cinque continenti. Vette, popo-li, deserti e ghiaccio, tanto ghiaccio (compre-so quello dell’Antartide), acqua allo stato so-lido che per lui è talmente importante da
averci dedicato una delle tappe del suo per-corso museale. A Solda, ai piedi dell’Ortles,
un edificio invisibile dall’esterno ospita una
collezione di dipinti e cimeli dove l’acqua e il
ghiaccio sono protagonisti. «Non potevo por-tare la gente in vetta, così ho fatto un museo
dove il ghiaccio si vede, raffigurato nei qua-dri e in tutta la sua magnificenza dall’unica
apertura ricavata sul tetto». Un taglio che
sembra un crepaccio lascia intravedere la vet-ta dell’Ortles, «la montagna cade e noi qui la
sentiamo». Si riferisce al recente crollo della
croce sulla vetta, sgretolatasi per la fusione
del permafrost.
La mostra appena aperta al castello di Fir-miano nell’area delle esposizioni temporanee
racconta per immagini il ritiro dei ghiacciai.
«Se la tendenza continuerà — sostiene l’alpi-nista — gli ecosistemi alpini d’alta quota ne
risentiranno in modo drammatico». Eppure
nelle sue parole non c’è l’ansia dell’allarmi-smo. «Lasciamo agli scienziati il giudizio su
quanto sta accadendo. La terra si è sempre
modificata e io mi rendo conto che sto assi-stendo a una trasformazione straordinaria».
Reinhold Messner non è più solo uno sporti-vo. Ormai è anche il manager dei suoi musei
ma soprattutto il contadino che attorno al
suo castello di Juval coltiva viti da vino e ge-stisce un’azienda agricola modello con un ri-storante a chilometro zero. «Mi sono reso
conto che l’acqua è la chiave delle attività in
montagna, è la vita. Un maso non può soprav-vivere senza acqua, a Juval un acquedotto ri-fornisce il castello da 400 anni. Se il ghiaccia-io della Val Senales si fonde, sono finito...».
Il messaggio che l’alpinista lancia è soprat-tutto una presa di coscienza. «Quando anda-vamo a scalare, noi sulle Alpi non portavamo
neanche la borraccia. Sugli 8.000 avevamo so-lo il fornello per sciogliere la neve, perché se
vai in montagna sai che l’acqua è tutto. L’uo-mo deve rispettare l’acqua perché da lì viene
la vita. Non deve costruire dove si forma e
non deve contaminare». Con il pragmatismo
della gente di montagna, Messner traccia una
linea di confine precisa e invalicabile: oltre i
duemila metri non bisognerebbe stabilire al-cuna attività. «Alla base di tutto c’è il rispetto
per la cultura contadina — precisa Messner
—. Nei miei musei ho parlato dei popoli del
mondo. Per le Alpi ho coinvolto la mia gente,
i sud tirolesi, e i Walser. Essere Walser signifi-ca ricordarci delle tradizioni e rispettare l’am-biente, a partire proprio dall’acqua. I proble-mi che abbiamo con le Alpi sono parecchi.
Molti dalla città vorrebbero usarle solo per
passare il weekend. Altri sognano le Alpi di
Heidi. Io mi batto per la realtà. Abbiamo una
responsabilità, il diritto di tutelare e anche
sfruttare le Alpi dove l’uomo ha sempre lavo-rato. Se il turismo ci porta i mezzi per soprav-vivere è giusto approfittarne. L’allacciamen-to tra turismo e agricoltura è la base per l’eco-nomia di montagna, però oltre una certa quo-ta, dove c’è il ghiacciaio, dove l’acqua si for-ma, l’uomo non deve insediarsi».
Gli allestimenti dei musei rivelano un’este-tica che oscilla tra minimalismo ed esaltazio-ne per la materia: ferro grezzo per le struttu-re, pietra sulle mura e i quadri che si staglia-no come chiazze di colore. Mentre passeggia
di fronte alle tele invita a guardare un paesag-gio alpino sul confine tra il pascolo smeral-do, la roccia rugginosa e il ghiaccio perlato.
Quella mano che ha impugnato una piccozza
su tutte le vette più alte del pianeta vuole ora
accarezzare i colori
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