GIULIO GIORELLO
la coscienza, più che l’incon-scio, lo scandalo di quella
che un tempo chiamavamo
l’anima. Però, «misura ciò
che è misurabile, e rendi misurabile
ciò che ancora non lo è» era l’impe-rativo di Galileo Galilei. Con la co-scienza, prima ancora di trattare
sottili questioni filosofiche di come
essa si colleghi al corpo, «abbiamo
un problema pratico e urgente»,
scrivono Marcello Massimini (Uni-versità degli Studi di Milano) e Giu-lio Tononi (Università del Wiscon-sin) nel loro volume «Nulla di più
grande» (Baldini & Castoldi). «Sap-piamo che l’esperienza cosciente
può essere generata anche da un
cervello che sia temporaneamente e
interamente isolato dal mondo
esterno». Per esempio, «la straordi-naria ricchezza dell’esperienza di un
sogno ci viene regalata senza biso-gno che un solo impulso nervoso
entri o esca dal cranio». Tuttavia,
siamo soliti valutare la coscienza al-trui sulla base dello scambio di in-formazioni con l’esterno. Può esser-ci, allora, coscienza senza comuni-cazione? Oggi, «milioni di pazienti
con lesioni cerebrali devastanti (che
solo cinquant’anni fa sarebbero sta-te letali) sopravvivono al coma e...
finiscono per trovarsi in universi
inaccessibili». In greco «coma» vo-leva dire sonno profondo; ma men-tre chi dorme può essere svegliato e
tornare a raccontarci i suoi sogni, il
comatoso non risponde ai richiami,
non ci dice cosa sia per lui quella
condizione che tanto assomiglia al
«sonno di morte» che turbava il
principe Amleto.
Ne discuto con Marcello Massi-mini: «Un paziente in coma, se non
muore a tempo breve, abitualmente
apre gli occhi nel giro di qualche
settimana: il tronco encefalico rico-mincia a funzionare a pieno regime,
consentendo una respirazione
spontanea efficace e il recupero di
quella che i neurologi chiamano vi-gilanza. Molti di questi pazienti,
tuttavia, non recuperano la capacità
di interagire con l’ambiente esterno
e sono etichettati come incoscien-ti». In questi casi, l’assenza di una
prova non significa necessariamen-te prova dell’assenza. Occorre anda-re più a fondo e sviluppare misure
oggettive. Per investigare meglio il
cielo, Galileo aveva messo a punto il
suo cannocchiale; per Massimini,
disponiamo adesso di una «sonda»
che ci consente di «bussare sulla
corteccia con la TMS (Transcranial
Magnetic Stimulation), per ascolta-re l’eco elettrica che il cervello pro-duce tramite la EEG (Elettroencefa-logramma)». Lo stimolo TMS attiva
un gruppo di neuroni corticali che
reagiscono generando impulsi elet-trici, i quali a loro volta attivano altri
neuroni con proprietà diverse, che
generano nuovi impulsi elettrici,
innescando una complicata reazio-ne a catena. Insomma, questo tipo
di «perturbazione» permette di sag-giare quel delicato bilancio tra diffe-renza e unità che rende il cervello
un sistema complesso, un requisito
teorico fondamentale per la co-scienza.
La tesi di Massimini e Tononi è, in
breve, che la coscienza nel cervello
sia una questione di equilibrio e che
la «rottura di esso non sia necessa-riamente irreversibile». Quali siano
le procedure da seguire perché il
cervello che dorme «torni a essere la
meravigliosa cattedrale della co-scienza» è ancora campo aperto al-l’indagine. In molti casi i pazienti
che escono dal coma hanno subito
lesioni strutturali tali da non lascia-re spazio a irragionevoli speranze;
ma in altri casi può andare molto di-versamente. Massimini mi racconta
quel che gli ha confidato un collega
che era passato attraverso il coma,
riassumendo il tutto in una sola
battuta: «Solo ciò che è misurabile è
davvero migliorabile». Sembra che
questa sia una reminiscenza tratta
da un saggio dello storico e filosofo
della scienza Thomas Kuhn (l’anno
scorso ricorreva il cinquantenario
del suo celebre libro dedicato alla
Struttura delle rivoluzioni scientifi-che). Comunque, ben si accorda con
lo slogan galileiano con cui abbia-mo cominciato. Massimini ci tiene a
sottolineare come tutto questo vada
contro un luogo comune assai dif-fuso, quello per cui misurare equi-varrebbe a ridurre o impoverire
qualcosa che vale. Invece, la misura
valorizza ciò che riteniamo più pre-zioso. Dobbiamo persistere nell’af-finare gli strumenti di misura, pro-prio per non cedere allo spirito di ri-nuncia per cui la coscienza sarebbe
qualcosa di insondabile, un mistero
destinato a beffarci per sempre.
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