mercoledì 16 ottobre 2013

Ebook - Scatta la censura ai libri scandalo venduti sul web

N
on ho niente da dire ai
giornalisti, se non
che ho un bambino e
questa caccia alle
streghe gli sta to-gliendo tutto il sostentamento. La
narrativa è narrativa. Tocca ai ge-nitori far sì che opere
oscene non vengano
lette dai propri figli». A
parlare, raggiunta da
Repubblica , è Cassan-dra Zara, autrice ameri-cana over 30 dall’iden-tità molto dubbia. Che,
oltre a lodare nel suo
unico messaggio Twit-ter «la pornostar prefe-rita» da suo marito,
pubblica autonoma-mente, su Amazon, Ko-bo e altri portali, ro-manzi ebook assai
spinti, per molti inde-centi. Uno di questi è “No, presi-de, non...” (e qui preferiamo glis-sare). Nel libro digitale, brevissi-mo ed economico, una studen-tessa fa sesso con un suo profes-sore. Poi viene praticamente vio-lentata dal preside. E lei, ad abuso
concluso, apprezza. «Io e i miei
colleghi non scriveremmo cose
del genere se non ci fosse un am-pio pubblico a leggerci», aggiunge
la Zara. Prima di interrompere
ogni comunicazione. E sprofon-dare nel silenzio.
La “caccia alle streghe” citata
da Zara sarebbe quella che, negli
ultimi giorni, l’ha coinvolta insie-me ad altri “scrittori” (forse pseu-donimi. O magari avatar?) di affi-ni bestialità, come Ashley Gold,
Alicia Hathaway ed Erika Simons.
La causa: molti dei loro titoli, co-me “Darò alla luce il bambino di
mio padre” o “Papino mangia me
per cena” o “No, professore non
abusare di noi” (per citare i citabi-li), sono finiti sotto accusa a causa
dei loro contenuti pornografici e
scabrosi, quali incesto, stupri,
rapporti sessuali tra studentesse e
professori, ai limiti della pedofilia.
Il tutto senza alcun filtro per mi-nori.
Esploso lo scandalo, Amazon e
Kobo, i due principali retailer
mondiali di ebook, hanno subito
cominciato a eliminare molti dei
titoli incriminati dalla loro “vetri-na virtuale”, raggiungibile da
chiunque. WH Smith, la famosa
catena britannica — che è partner
di Kobo — ha addirittura chiuso il
proprio sito, in attesa di ripulirlo
dalle oscenità che spesso si in-trufolavano persino tra i libri per
bambini. Ieri mattina Kobo,
profondamente «costernata», si è
scusata pubblicamente per l’ac-caduto, «causato da utenti che
non hanno rispettato i termini» imposti dal self-publishing  del lo-ro sito, e ha ringraziato coloro che
hanno segnalato i titoli indecenti,
alcuni dei quali apologetici nei
confronti di varie turpitudini.
Già, «segnalato». Perché il filtro
posto dalle grandi librerie online
alle autopubblicazioni è ancora
molto labile. E se viene scavalcato
l’unico ostacolo per sbarcare in
Rete, spesso la sua rimozione av-viene solo se il titolo genera scan-dalo o viene appunto «segnalato»
da altri utenti o giornalisti. Nel ca-so di Kobo, per esempio, a leggere
il regolamento della casa canade-se, gli ebook autoprodotti vanno
online (e quindi a disposizione di
tutti) «nel giro di 24-72 ore». Un
lasso di tempo limitato per con-trollare se un’intera pubblicazio-ne non infrange le linee guida di
retailer come Amazon e Kobo, che
vietano espressamente materiale
pornografico e «offensivo». La
mole del self-publishing , poi, è
possente: nel caso di Kobo, rap-presenta il dieci per cento delle
vendite unitarie dell’azienda. E le
grandi case che li ospitano sui lo-ro portali guadagnano circa il 30
per cento su queste vendite.
Negli anni, Amazon e Kobo
hanno sempre dichiarato di voler
difendere la libertà di espressio-ne, senza praticare censure pre-ventive. Il problema è capire, ogni
volta, il limite tra la libertà e le
oscenità più grevi che possono
sfociare anche nell’apologia di
reato. Valutazioni che un algorit-mo difficilmente riesce a fare nel
magma delle autopubblicazioni.
Qualche anno fa Amazon rimase
scottata da un caso bomba, e cioè
la messa online di un delirante
“Manuale per pedofili”, precedu-to anni prima dallo sconcertante
“Capire i ragazzini amati e gli
amanti dei ragazzini”. Entrambi
titoli erano autopubblicati. E so-no stati rimossi dal colosso ameri-cano solo dopo uno scandalo
mondiale. In questo modo, i mi-nori rischiano di non avere alcuna
protezione. Kobo, però, sembra
già corsa ai ripari e, interpellata da
Repubblica , fa sapere che tra
qualche settimana (anche in Ita-lia) per i suoi libri sarà pronto un
nuovo sistema di parental con-trol , ossia filtro per bambini. Ama-zon, al momento, non ha risposto.
«Ricordiamo che l’articolo 21
della Costituzione condanna “le
manifestazioni contrarie al buon
costume”. E sono ancora in vigo-re gli articoli 528 e 529 del Codice
penale contro le pubblicazioni
oscene, anche se in genere si ap-plica il buon senso», dice a Repub-blicalo scrittore e giornalista An-tonio Armano, che ha appena
pubblicato per Aragno il saggio
Maledizioni - Processi, sequestri e
censure a scrittori e editori in Italia
dal dopoguerra a oggi,  anzi doma-ni . «Anni fa c’è stato un caso simi-le con i racconti  Il male naturale di
Giulio Mozzi. Un estratto con
contenuti pedopornografici finì
online e ci fu il putiferio, tanto che
la Lega Nord fece un’interroga-zione parlamentare e la raccolta
fu rimossa dalla Rete. Ma – prose-gue Armano – il vero problema, al
di là del codice etico dei vari ven-ditori online, è se c’è un’apologia
di reato. In quel caso, cambia tut-to»

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