domenica 20 ottobre 2013

POTEREVUOTOINUNPAESEFERMO ILFALLIMENTODIUNACLASSEDIRIGENTE L’aspettativa di un mutamento radicale tradita anche dalle «larghe intese»

arisposta sta nel numero delle fabbriche
comprate dagli stranieri, dei settori produt-tivi dai quali siamo stati virtualmente espul-si a opera della concorrenza internazionale,
nel numero delle aziende pubbliche che i
suddetti hanno acquistato dallo Stato, per-lopiù a prezzo di saldo, e che sotto la loro il-luminata guida hanno condotto al disastro.
Naturalmente senza mai rimetterci un soldo
del proprio. Né meglio si può dire delle ban-che: organismi che invece di essere un vola-no per l’economia nazionale si rivelano ogni
giorno di più una palla al piede: troppo
spesso territorio di caccia per dirigenti ve-gliardi, professionalmente incapaci, mai sa-zi di emolumenti vertiginosi, troppo spesso
collusi con il sottobosco politico e pronti a
dare quattrini solo agli amici degli amici.
Questa è l’Italia di oggi. Un Paese la cui
cosiddetta società civile è immersa nella
modernità di facciata dei suoi 161 telefoni
cellulari ogni cento abitanti, ma che natu-ralmente non legge un libro neppure a spa-rarle (neanche un italiano su due ne legge
uno all’anno), e detiene il record europeo
delle ore passate ogni giorno davanti alla
televisione (poco meno di 4 a testa, assicu-rano le statistiche).
Di tutte queste cose insieme è fatta la no-stra crisi. E di tutte queste cose si nutre lo
scoraggiamento generale che guadagna
sempre più terreno, il sentimento di sfidu-cia che oggi risuona in innumerevoli con-versazioni di ogni tipo, nei più minuti com-menti quotidiani e tra gli interlocutori più
diversi. Mentre comincia a serpeggiare
sempre più insistente l’idea che per l’Italia
non ci sia più speranza. Mentre sempre più
si diffonde una singolare sensazione: che
ormai siamo arrivati al termine di una corsa
cominciata tanto tempo fa tra mille speran-ze, ma che adesso sta finendo nel nulla:
quasi la conferma — per i più pessimisti (o i
più consapevoli) — di una nostra segreta
incapacità di reggere sulla distanza alle pro-ve della storia. E in un certo senso è proprio
così. L’Italia è davvero a una prova storica.
Lo è dal 1991-1994, quando cominciò la pa-ralisi che doveva preludere al nostro decli-no. Essa è ancora bloccata a quel triennio
fatale: allorché finì non già la Prima Repub-blica ma la nazione del Novecento: con i
suoi partiti, le sue culture politiche originali
e la Costituzione che ne era il riassunto, al-lorché finì la nazione della modernizzazio-ne/industrializzazione da ultimi arrivati, la
nazione del pervadente statalismo. Ma da
allora nessuno è riuscito a immaginare
quale altra potesse prenderne il posto.
Ecco a che cosa dovrebbe servire quella
classe dirigente che tanto drammaticamen-te ci manca: a immaginare una simile realtà.
A ripensare l’Italia, dal momento che la no-stra crisi è nella sua essenza una crisi
d’identità. Da vent’anni non riusciamo a
trovare una formula politica, non siamo ca-paci d’azione e di decisione, perché in un
senso profondo non sappiamo più chi sia-mo, che cosa sia l’Italia. Non sappiamo co-me il nostro passato si leghi al presente e
come esso possa legarsi positivamente ad
un futuro. Non sappiamo se l’Italia serva
ancora a qualcosa, oltre a dare il nome a una
nazionale di calcio e a pagare gli interessi
del debito pubblico. Abbiamo dunque biso-gno di una classe dirigente che — messa da
parte la favola bella della fine degli Stati na-zionali e l’alibi europeista, che negli ultimi
vent’anni è perlopiù servito solo a riempire
il vuoto ideale e l’inettitudine politica di
tanti — si compenetri della necessità di un
nuovo inizio. Ripensi un ruolo per questo
Paese fissando obiettivi, stabilendo priorità
e regole nuove: diverse, assai diverse dal
passato. Mai come oggi, infatti, abbiamo bi-sogno di segni coraggiosi di discontinuità,
di scommesse audaci sul cambiamento, di
gesti di mutamento radicale.
Mai come oggi, cioè, abbiamo bisogno
proprio di quei segni e di quelle scommesse
che però, — al di là della personale intelli-genza o inclinazione stilistica di questo o
quel suo esponente — dai governi delle
«larghe intese» non siamo riusciti ad avere.
Governi simili funzionano solo in due casi,
infatti: o quando c’è un obiettivo supremo
su cui non si discute, in attesa di raggiunge-re il quale lo scontro politico è sospeso: co-me quando si tratta di combattere e vincere
una guerra; ovvero quando tutte le parti,
nessuna delle quali ha prevalso alle elezio-ni, giudicano più conveniente, anziché an-dare nuovamente alle urne, accordarsi sulla
base di un accurato elenco di reciproche
concessioni per sospendere le ostilità e go-vernare insieme. Ma nessuno di questi due
casi è quello dell’Italia: dove sia il conflitto
interno al Pd e al Pdl che quello tra entrambi
è ancora e sempre indomabile, e costituisce
il tratto politico assolutamente dominante.
La ragione delle «larghe intese» ha così fini-to per divenire, qui da noi, unicamente
quella puramente estrinseca che si governa
insieme perché nessuno ha vinto le elezio-ni, e per varie ragioni non se ne vogliono fa-re di nuove a breve scadenza.
Certo, due anni fa, quando tutto ebbe ini-zio con il governo Monti, le intenzioni del
presidente della Repubblica miravano, e
tuttora mirano, a ben altro. Ma dopo due
anni di esperimento è giocoforza ammette-re che quelle intenzioni, sebbene abbiano
conseguito risultati importanti sul piano
del contenimento dei danni, appaiono ben
lontane dal divenire quella realtà di cui
l’Italia ha bisogno.
Con le «larghe intese», sfortunatamente,
non si diminuisce il debito, non si raddop-pia la Salerno-Reggio Calabria, non si dimi-nuiscono né le tasse né la spesa pubblica,
non si elimina la camorra dal traffico dei ri-fiuti, non si fanno pagare le tasse universi-tarie ai figli dei ricchi, non si fa ripartire
l’economia, non si separano le carriere dei
magistrati, non si costruiscono le carceri,
non si aboliscono le Province, non si intro-duce la meritocrazia nei mille luoghi dove è
necessario, non si disbosca la foresta delle
leggi, non si cancellano le incrostazioni oli-garchiche in tutto l’apparato statale e para-statale; e, come è sotto gli occhi di tutti, an-che con le «larghe intese» chissà quando si
riuscirà a varare una nuova legge elettorale,
seppure ci si riuscirà mai. Si tira a campare,
con le «larghe intese», questo sì: ma a forza
di tirare a campare alla fine si può anche
morire.
Ernesto Galli della Logg

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